La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente, sospeso tra il passato ed il futuro, il creato e l'increato, il finito e l'infinito, l'azione e la preghiera, il bene e l'anelito di santità, le luci e le ombre, il dire e il fare, la gioia e il dolore, le parole e il silenzio, il visibile e l'invisibile, il donare e il ricevere, il familiare e l'estraneo, i profumi, i colori, i sapori della natura. Amo le porte, si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....




sabato 28 giugno 2014

Dell'Amor la forma /3

Il Cuore di Maria Vergine è quello che più assomiglia al Cuore Sacratissimo di Gesù. Ella lo ha cullato per nove mesi nel suo purissimo seno verginale, consapevole che quel Figlio era stato intessuto, ricamato fin dall'eternità, nell'Aurora dei Tempi eterni per Lei, prima Aurora della redenzione, novella Eva della famiglia del mondo. Nel desiderio di penetrare il grande mistero che la sua storia di donna e di prescelta sta vivendo, Maria conserva e medita nel suo Cuore ogni particolare, ogni parola, ogni avvenimento che la volontà di Dio amorevolmente le porge. Ella nella preghiera, nella meditazione, nel silenzio e nel nascondimento, di giorno in giorno, si alimenta del pane vivo della Parola, in continua comunione con il suo Signore, che, preservandola da ogni macchia di peccato, l'ha resa feconda e madre dell'Unigenito, coinvolgendola nel grande e misericordioso progetto della riconciliazione dell'intero genere umano. Maria è consapevole della preziosità della carne che abita il suo grembo; ne avverte tutta la vitalità, il candore, lo splendore, la Divinità  e, accesa d'amorosa ansia d'attesa, in adorante silenzio ascolta quel piccolo Cuore che pulsa d'amore e ne conforma ai battiti il suo. La trasformazione è consumata! Il Cuore di Maria è quello di Gesù, il Cuore di Gesù è quello di Maria. Ora pulsano all'unisono e sono pronti per affrontare insieme ogni prova della loro vita: dalla culla al Calvario.
O Dio di bontà, che avete riempito il Cuore santo e immacolato di Maria dei sentimenti di misericordia e di tenerezza, di cui il Cuor di Gesù fu sempre penetrato, concedete a quelli che onorano questo Cuore Verginale, di conservare fino alla morte una perfetta conformità col S. Cuore di Gesù che vive e regna nei secoli. Così sia. 
 

la seconda parte qui
la quarta parte qui



 

venerdì 27 giugno 2014

Un cuore che ama, sempre!

Due mistiche sante cistercensi sviluppano nel corso del XII secolo la spiritualità al Sacro Cuore di Gesù. La prima, in ordine cronologico, è santa Matilde di Hackerborn (1240-1298), che contempla nel cuore del Cristo 'la casa rifugio" dove entrare per trovare pace e gioia anche nei giorni di dolore.  L'altra è santa Geltrude la Grande (1256-1302), che nei suoi scritti contempla il Cuore del Cristo risorto, "sorgente d'acqua viva" che si versa sulla terra per santificare i giusti, convertire i peccatori e nel Purgatorio per recare refrigerio alle anime sofferenti. Per lei, la spiritualità del Cuore di Gesù è un invito alla gioia, all'abbandono fiducioso in Lui, alla ricerca di maggiore intimità con l'Amato che si realizza nella partecipazione alla divina liturgia e alla comunione eucaristica. La devozione privata al Cuore di Gesù si diffonde a cominciare dal secolo XVI con San Francesco di Sales (1567-1622) consacrò la Congregazione delle Visitandine, da lui fondata, al Sacro Cuore di Gesù e con San Giovanni Eudes (1601-1680)che propagò unitamente la devozione ai Cuori di Gesù e di Maria e compose anche un Ufficio ed una Messa in onore del Sacro Cuore di Gesù. Nel XVII sec. la devozione al Sacro Cuore termina di essere 'fatto privato "per divenire itinerario di crescita spirituale per tutti, grazie soprattutto alle rivelazioni a santa Margherita Maria Alacoque alla quale Gesù si presenta con un "Cuore che ha tanto amato gli uomini" e che, in cambio, non riceve che 'freddezza" e "disprezzo". È il Cuore del Cristo Risorto che soffre, oggi come ieri, per ogni persona fino a proporre questa devozione come un ultimo sforzo del suo amore. La mistica Santa Maria Margherita Alacoque, per le consuetudini sociali del tempo, non avrebbe mai potuto diffondere la spiritualità del "Sacro Cuore" oltre le mura del suo monastero, se il Signore non le avesse inviato il servo fedele e perfetto amico nella persona di san Claudio La Colombiere, religioso della Compagnia di Gesù. Questi si fa apostolo di tale devozione diffondendola in modo capillare, coadiuvato da un numero sempre maggiore di confratelli. Santa Margherita Maria Alacoque mette in particolare rilievo la veglia di preghiera in riparazione dei peccati, attuata tra la notte del giovedì e del venerdì, in memoria dell'agonia di Gesù nell'orto del Getsemani. Ogni espressione di culto a Gesù ha per oggetto ultimo e completo tutto Gesù Cristo: vero Dio e vero Uomo. L'oggetto specifico del culto al Cuore di Gesù è il suo Cuore fisico, vivo e animato che palpita d'amore per ciascuna delle sue creature.
 
PREGHIERA AL SACRO CUORE DI GESU'
 
Cor Jesu sanctissimum, large, quaesumus, effunde tuas benedictiones super sanctam Ecclesiam, super Summum Ponteficem, et super omnem clerum; da iustis perseverantiam, converte peccatores, illumina infideles, benedic nostros propinquos, amicos et benefactores, assiste moribundis, libera animas in purgatorio degentes, et super omnium corda dulce imperium tui amoris extende. Amen
 
COR JESU ADVENIAT REGNUM TUUM, ADVENIAT PER MARIAM. 

giovedì 26 giugno 2014

No clapping, please!


La Messa è finita. Nel sen­so che ormai pare stia andando a farsi benedire l’osservanza delle più elementari norme liturgiche. Che non ci sia più religione in alcu­ne celebrazioni eucaristiche è una questione seria. E padre Se­rafino Tognetti, monaco e pri­mo successore di don Divo Bar­sotti alla guida della Comunità dei Figli di Dio, non può fare a meno di rilevarlo in questo pro­vocatorio volumetto (Mostrami Signore, la tua via). In appen­dice a un testo denso di stupo­re per il paradosso del cristianesimo la cui forza si sprigiona nella debolezza («Cercate voi in tutta la letteratura di tutto il mondo, antica e moderna, stu­diate tutte le religioni del mon­do e ditemi se trovate un Re - Agnello o una divinità che si fac­cia mite, vittima») ecco alcune osservazioni appassionate sul­la realtà sconfortante di certe Messe odierne. Sotto la sua len­te finisce quindi l’uso «ultima­mente in voga» di applaudire in chiesa.
Il tema non è nuovo. Già Joseph Ratzinger nell’Introduzione al­lo spirito della liturgia aveva tuonato: «Là, dove irrompe l’ap­plauso per l’opera umana nella liturgia, si è di fronte a un segno sicuro che si è del tutto perduta l’essenza della liturgia e la si è sostituita con una sorta di intrattenimento a sfondo reli­gioso ». Sulla stessa scia padre Tognetti: «Il tempio di Dio non è il luogo degli applausi. Con l’applauso si sposta l’attenzio­ne: si celebra l’uomo al posto di Dio». Non siamo di fronte a un cantante, a un calciatore o a un funambolo del circo, rimarca con ironia l’autore. «Nessuno applaude nel rimirare estasiato un tramonto sull’oceano, o nel­l’osservare ammirato il volo de­gli uccelli nel cielo. L’applauso è sempre in relazione agli uo­mini, quando fanno qualcosa di bello, qualcosa che ci piace». Ma il protagonista per eccel­lenza della celebrazione è Ge­sù: "Probabilmente sotto la cro­ce a nessuno venne in mente di applaudire. Nel momento del­la Resurrezione, poi, non c’era nessuno, e se c’era dormiva (le guardie). E nella Messa non succede la stessa cosa: morte e Resurrezione? La Messa è il Sa­crificio di Cristo, non altro, da vivere con timore e tremore, nella preghiera, nell’adorazio­ne, nella lode…»La verità è che si smarrisce quell’atteggiamento di meravi­glia e composta gratitudine che dovrebbe avere il fedele e tra­sformiamo la chiesa in un tea­trino molto umano» annota a­maramente Tognetti. Per non parlare di ciò che accade dopo la benedizione: «Ci rimango sempre male quando dopo aver detto 'La Messa è finita, anda­te in pace', l’assemblea si tra­sforma in un mercato…». O quel che avviene nelle Messe nuziali: «Sono ancora matri­moni o sedute fotografiche?».
 
di A. Giuliano, da Avvenire, del 19.06.2014, pag. 25

martedì 17 giugno 2014

Il Santo Sacrificio

Il rito e tutti i dettagli del Santo Sacrificio della Messa devono incardinarsi nella glorificazione e nell'adorazione di Dio, insistendo sulla centralità della presenza del Cristo, sia nel segno e nella rappresentazione del Crocifisso, che nella Sua presenza eucaristica nel tabernacolo, e soprattutto al momento della consacrazione e della santa comunione. Più ciò è rispettato, meno l'uomo si pone al centro della celebrazione, meno la celebrazione somiglia ad un circolo chiuso, ma è aperta anche in maniera esteriore sul Cristo, come una processione che si dirige verso di lui col prete in testa, più una tale celebrazione liturgica rifletterà in modo fedele il sacrificio d'adorazione del Cristo in croce, più ricchi saranno i frutti provenienti dalla glorificazione di Dio che i partecipanti riceveranno nelle loro anime, più il Signore li onorerà.
Più il sacerdote e i fedeli cercheranno in verità durante le celebrazioni eucaristiche la gloria di Dio e non la gloria degli uomini, e non cercheranno di ricevere la gloria gli uni dagli altri, più Dio li onorerà lasciando partecipare la loro anima in maniera più intensa e più feconda alla Gloria e all'Onore della Sua vita divina.
(Mons. Athanasius Schneider)

mercoledì 11 giugno 2014

Dell'amor la forma /2

 

Shrek è un orco solitario, brutto, asociale, puzzolente ma buono, che vive nella foresta, in una casa di legno in una palude. Un giorno scopre che tutti i personaggi delle fiabe sono stati cacciati fuori dal regno di Duloc da Lord Farqaad un uomo cattivo e crudele che vuole salire al potere come re.
Uno dei personaggi esiliati, Ciuchino, un mulo, diventa suo amico
e decide di andare ad alloggiare a casa sua. Però le cose si complicano quando tutti gli altri personaggi banditi dalla foresta si riversano in casa di Shrek essendo stati sfrattati dalle proprie case e quindi Shrek, per ritrovare la tranquillità, decide di andare a cercare Lord Farquaad con l'aiuto di Ciuchino.
Insieme si dirigono a Duloc, nella grande dimora del perfido Lord, dove scoprono che questi è intenzionato a divenire un giorno sovrano del regno e che, per diventarlo, bisogna che sposi una principessa. La prescelta è la bellissima Fiona
 la quale però è prigioniera in cima all'altissima torre di un castello, sorvegliata da un drago. Per averla, Lord Farqaad dovrà riuscire a liberarla dal drago e, non essendone in grado, organizza un torneo per scegliere l'eroe che dovrà liberare la sua futura sposa al suo posto e il vincitore risulta essere proprio Shrek. Questi accetta di tentare l'impresa, purché il Lord faccia in modo di mandare via tutti i personaggi delle fiabe lontano dalla sua palude.
Farquaad acconsente e così Shrek parte, insieme al fedele amico Ciuchino, verso la torre dove è imprigionata la principessa Fiona. Dopo la liberazione comincia il viaggio per portarla da Lord Farqaad, ma durante il tragitto verso Duloc, nonostante le iniziali ostilità e divergenze, tra Shrek e la principessa sboccia l'amore. Poco prima dell'ingresso a Duloc, una notte, Ciuchino scopre la principessa sotto un altro aspetto, ovvero quello di un orco. Fiona rivela così la verità su di lei, unica a nascere al mondo così, senza nessun altro uguale: da piccola nacque con un incantesimo per cui ogni notte, al calar del sole, si trasforma in un orco, per tornare una bellissima principessa il mattino seguente. L'incantesimo può essere spezzato solo dal bacio del vero amore; per questo Fiona si prepara al matrimonio credendo che, sposando Lord Farquaad, prima che il sole possa calare di nuovo e il suo sposo venga a sapere delle sue trasformazioni notturne, con un suo bacio si possa rompere finalmente l'incantesimo e lei possa finalmente ritornare bellissima e con fattezze umane.
Ma Shrek, innamorato della principessa Fiona, decide di raggiungerla e rivelarle i suoi sentimenti; così nel momento del bacio tra Fiona e Lord Farqaad, il colpo di scena: questa si rifiuta e decide di baciare Shrek, perchè anche lei è innamorata di lui, scegliendo così di rimanere un orco, per poter prendere definitivamente 'dell'amor la forma'. Così Shrek finalmente bacia Fiona, trasformandola in un'orchessa felicissima ed innamorata.
Il film si conclude con il matrimonio dei due orchi celebrato insieme a tutti i personaggi delle fiabe.

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Le mie meditazioni su 'dell'Amor la forma' continuano
la prima parte qui
la terza parte qui




 

martedì 10 giugno 2014

I doni dello Spirito Santo

 
Sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e santo timor di Dio, sono i sette doni dello Spirito Santo. Qui di seguito propongo delle meditazioni del Santo Padre Francesco e di Papa san Giovanni Paolo II sui doni dello Spirito Santo.
 
1. Il dono della SAPIENZA
Non si tratta semplicemente della saggezza umana, che è frutto della conoscenza e dell’esperienza. Nella Bibbia si racconta che Salomone, nel momento della sua incoronazione a re d’Israele, aveva chiesto il dono della sapienza (cfr 1 Re 3,9).E la sapienza è proprio questo: è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. E’ semplicemente questo: è vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio. Questa è la sapienza. Alcune volte noi vediamo le cose secondo il nostro piacere o secondo la situazione del nostro cuore, con amore o con odio, con invidia… No, questo non è l’occhio di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio.
 
2. Il dono dell' INTELLETTO
 è invece una grazia che solo lo Spirito Santo può infondere e che suscita nel cristiano la capacità di andare al di là dell’aspetto esterno della realtà e scrutare le profondità del pensiero di Dio e del suo disegno di salvezza. E’ chiaro allora che il dono dell’intelletto è strettamente connesso alla fede. Quando lo Spirito Santo abita nel nostro cuore e illumina la nostra mente, ci fa crescere giorno dopo giorno nella comprensione di quello che il Signore ha detto e ha compiuto. Lo stesso Gesù ha detto ai suoi discepoli: io vi invierò lo Spirito Santo e Lui vi farà capire tutto quello che io vi ho insegnato. Capire gli insegnamenti di Gesù, capire la sua Parola, capire il Vangelo, capire la Parola di Dio.
 
3. Il dono del CONSIGLIO
nel momento in cui lo accogliamo e lo ospitiamo nel nostro cuore, lo Spirito Santo comincia subito a renderci sensibili alla sua voce e a orientare i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre intenzioni secondo il cuore di Dio. Nello stesso tempo, ci porta sempre più a rivolgere lo sguardo interiore su Gesù, come modello del nostro modo di agire e di relazionarci con Dio Padre e con i fratelli. Il consiglio, allora, è il dono con cui lo Spirito Santo rende capace la nostra coscienza di fare una scelta concreta in comunione con Dio, secondo la logica di Gesù e del suo Vangelo. In questo modo, lo Spirito ci fa crescere interiormente, ci fa crescere positivamente, ci fa crescere nella comunità e ci aiuta a non cadere in balia dell’egoismo e del proprio modo di vedere le cose. Così lo Spirito ci aiuta a crescere e anche a vivere in comunità. La condizione essenziale per conservare questo dono è la preghiera. Sempre torniamo sullo stesso tema: la preghiera! Ma è tanto importante la preghiera. Pregare con le preghiere che tutti noi sappiamo da bambini, ma anche pregare con le nostre parole. Pregare il Signore: “Signore, aiutami, consigliami, cosa devo fare adesso?”. E con la preghiera facciamo spazio, affinché lo Spirito venga e ci aiuti in quel momento, ci consigli su quello che tutti noi dobbiamo fare. La preghiera! Mai dimenticare la preghiera. Mai! Nessuno, nessuno, se ne accorge quando noi preghiamo nel bus, nella strada: preghiamo in silenzio col cuore. Approfittiamo di questi momenti per pregare, pregare perché lo Spirito ci dia il dono del consiglio.
 
4. Il dono della FORTEZZA
Ci sono anche dei momenti difficili e delle situazioni estreme in cui il dono della fortezza si manifesta in modo straordinario, esemplare. È il caso di coloro che si trovano ad affrontare esperienze particolarmente dure e dolorose, che sconvolgono la loro vita e quella dei loro cari. La Chiesa risplende della testimonianza di tanti fratelli e sorelle che non hanno esitato a dare la propria vita, pur di rimanere fedeli al Signore e al suo Vangelo. Anche oggi non mancano cristiani che in tante parti del mondo continuano a celebrare e a testimoniare la loro fede, con profonda convinzione e serenità, e resistono anche quando sanno che ciò può comportare un prezzo più alto. Non bisogna pensare che il dono della fortezza sia necessario soltanto in alcune occasioni o situazioni particolari. Questo dono deve costituire la nota di fondo del nostro essere cristiani, nell’ordinarietà della nostra vita quotidiana. Come ho detto, in tutti i giorni della vita quotidiana dobbiamo essere forti, abbiamo bisogno di questa fortezza, per portare avanti la nostra vita, la nostra famiglia, la nostra fede. L’apostolo Paolo ha detto una frase che ci farà bene sentire: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Quando affrontiamo la vita ordinaria, quando vengono le difficoltà, ricordiamo questo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza». Il Signore dà la forza, sempre, non ce la fa mancare. Il Signore non ci prova più di quello che noi possiamo tollerare. Lui è sempre con noi. «Tutto posso in colui che mi dà la forza».
 
5. Il dono della SCIENZA
 Quando si parla di scienza, il pensiero va immediatamente alla capacità dell’uomo di conoscere sempre meglio la realtà che lo circonda e di scoprire le leggi che regolano la natura e l’universo. La scienza che viene dallo Spirito Santo, però, non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l’amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura. Quando i nostri occhi sono illuminati dallo Spirito, si aprono alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, e ci portano a scoprire come ogni cosa ci parla di Lui e del suo amore. Tutto questo suscita in noi grande stupore e un profondo senso di gratitudine! È la sensazione che proviamo anche quando ammiriamo un’opera d’arte o qualsiasi meraviglia che sia frutto dell’ingegno e della creatività dell’uomo: di fronte a tutto questo, lo Spirito ci porta a lodare il Signore dal profondo del nostro cuore e a riconoscere, in tutto ciò che abbiamo e siamo, un dono inestimabile di Dio e un segno del suo infinito amore per noi. Nel primo capitolo della Genesi, proprio all’inizio di tutta la Bibbia, si mette in evidenza che Dio si compiace della sua creazione, sottolineando ripetutamente la bellezza e la bontà di ogni cosa. Al termine di ogni giornata, è scritto: «Dio vide che era cosa buona» (1,12.18.21.25): se Dio vede che il creato è una cosa buona, è una cosa bella, anche noi dobbiamo assumere questo atteggiamento e vedere che il creato è cosa buona e bella. Ecco il dono della scienza che ci fa vedere questa bellezza, pertanto lodiamo Dio, ringraziamolo per averci dato tanta bellezza. Il dono della scienza ci pone in profonda sintonia con il Creatore e ci fa partecipare alla limpidezza del suo sguardo e del suo giudizio. Ed è in questa prospettiva che riusciamo a cogliere nell’uomo e nella donna il vertice della creazione, come compimento di un disegno d’amore che è impresso in ognuno di noi e che ci fa riconoscere come fratelli e sorelle.
 
6. Il dono della PIETA'
Bisogna chiarire subito che questo dono non si identifica con l’avere compassione di qualcuno, avere pietà del prossimo, ma indica la nostra appartenenza a Dio e il nostro legame profondo con Lui, un legame che dà senso a tutta la nostra vita e che ci mantiene saldi, in comunione con Lui, anche nei momenti più difficili e travagliati.
Questo legame col Signore non va inteso come un dovere o un’imposizione. È un legame che viene da dentro. Si tratta di una relazione vissuta col cuore: è la nostra amicizia con Dio, donataci da Gesù, un’amicizia che cambia la nostra vita e ci riempie di entusiasmo, di gioia. Per questo, il dono della pietà suscita in noi innanzitutto la gratitudine e la lode. È questo infatti il motivo e il senso più autentico del nostro culto e della nostra adorazione. Quando lo Spirito Santo ci fa percepire la presenza del Signore e tutto il suo amore per noi, ci riscalda il cuore e ci muove quasi naturalmente alla preghiera e alla celebrazione. Pietà, dunque, è sinonimo di autentico spirito religioso, di confidenza filiale con Dio, di quella capacità di pregarlo con amore e semplicità che è propria delle persone umili di cuore. Se il dono della pietà ci fa crescere nella relazione e nella comunione con Dio e ci porta a vivere come suoi figli, nello stesso tempo ci aiuta a riversare questo amore anche sugli altri e a riconoscerli come fratelli. E allora sì che saremo mossi da sentimenti di pietà – non di pietismo! – nei confronti di chi ci sta accanto e di coloro che incontriamo ogni giorno. Il dono della pietà significa essere davvero capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi piange, di stare vicini a chi è solo o angosciato, di correggere chi è nell’errore, di consolare chi è afflitto, di accogliere e soccorrere chi è nel bisogno. C'è un rapporto molto stretto fra il dono della pietà e la mitezza. Il dono della pietà che ci dà lo Spirito Santo ci fa miti, ci fa tranquilli, pazienti, in pace con Dio, al servizio degli altri con mitezza.
Udienze Generali di Sua Santità Papa Francesco (2014)
 
7. Il dono del  SANTO TIMOR DI DIO
La Sacra Scrittura afferma che «principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 111[110],10; Pr 1,7). Ma di quale timore si tratta? Non certo di quella «paura di Dio» che spinge a rifuggire dal pensare e dal ricordarsi di lui, come da qualcosa o da qualcuno che turba e inquieta. Fu questo lo stato d'animo che, secondo la Bibbia, spinse i nostri progenitori, dopo il peccato, a «nascondersi dal Signore Dio in mezzo agli alberi del giardino» (Gen 3,8); fu questo anche il sentimento del servo infedele e malvagio della parabola evangelica, che nascose sotterra il talento ricevuto (cfr. Mt 25,18.26).
Ma questo del timore-paura non è il vero concetto del timore-dono dello Spirito. Qui si tratta di cosa molto più nobile e alta: è il sentimento sincero e trepido che l'uomo prova di fronte alla «tremenda maiestas» di Dio, specialmente quando riflette sulle proprie infedeltà e sul pericolo di essere «trovato scarso» (Dn 5,27) nell'eterno giudizio, a cui nessuno può sfuggire. Il credente si presenta e si pone davanti a Dio con lo «spirito contrito» e col «cuore affranto» (cfr. Sal 51[50],19), ben sapendo di dover attendere alla propria salvezza «con timore e tremore» (Fil 2,12). Ciò, tuttavia, non significa paura irrazionale, ma senso di responsabilità e di fedeltà alla sua legge.
 E' tutto questo insieme che lo Spirito Santo assume ed eleva col dono del timore di Dio. Esso non esclude, certo, la trepidazione che scaturisce dalla consapevolezza delle colpe commesse e dalla prospettiva dei divini castighi, la addolcisce con la fede nella misericordia divina e con la certezza della sollecitudine paterna di Dio che vuole l'eterna salvezza di ciascuno. Con questo dono, tuttavia, lo Spirito Santo infonde nell'anima soprattutto il timore filiale, che è sentimento radicato nell'amore verso Dio: l'anima si preoccupa allora di non recare dispiacere a Dio, amato come Padre, di non offenderlo in nulla, di «rimanere» e di crescere nella carità (cfr. Gv 15,4-7).
(meditazioni di Papa san Giovanni Paolo II dal 2 aprile all' 11 giugno 1989)


Quando ho scritto questo post il Santo Padre Francesco non aveva ancora concluso le catechesi sui doni dello Spirito Santo e, mancando quella sul timor di Dio ne avevo inserita una del Papa san Giovanni Paolo II. Ora riporto anche quella di Papa Francesco che ha tenuto ieri 11 giugno:

7.Il dono del timore di Dio, di cui parliamo oggi, conclude la serie dei sette doni dello Spirito Santo. Non significa avere paura di Dio: sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona, sempre; per cui non c’è motivo di avere paura di Lui! Il timore di Dio, invece, è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene.
Il timore di Dio ci fa prendere coscienza che tutto viene dalla grazia e che la nostra vera forza sta unicamente nel seguire il Signore Gesù e nel lasciare che il Padre possa riversare su di noi la sua bontà e la sua misericordia. Aprire il cuore, perché la bontà e la misericordia di Dio vengano a noi. Questo fa lo Spirito Santo con il dono del timore di Dio: apre i cuori. Cuore aperto affinché il perdono, la misericordia, la bontà, le carezza del Padre vengano a noi, perché noi siamo figli infinitamente amati.
Quando siamo pervasi dal timore di Dio, allora siamo portati a seguire il Signore con umiltà, docilità e obbedienza. Questo, però, non con atteggiamento rassegnato, passivo, anche lamentoso, ma con lo stupore e la gioia di un figlio che si riconosce servito e amato dal Padre. Il timore di Dio, quindi, non fa di noi dei cristiani timidi, remissivi, ma genera in noi coraggio e forza! È un dono che fa di noi cristiani convinti, entusiasti, che non restano sottomessi al Signore per paura, ma perché sono commossi e conquistati dal suo amore! Essere conquistati dall’amore di Dio! E questo è una cosa bella. Lasciarci conquistare da questo amore di papà, che ci ama tanto, ci ama con tutto il suo cuore.
Ma, stiamo attenti, perché il dono di Dio, il dono del timore di Dio è anche un “allarme” di fronte alla pertinacia nel peccato. Quando una persona vive nel male, quando bestemmia contro Dio, quando sfrutta gli altri, quando li tiranneggia, quando vive soltanto per i soldi, per la vanità, o il potere, o l’orgoglio, allora il santo timore di Dio ci mette in allerta: attenzione! Con tutto questo potere, con tutti questi soldi, con tutto il tuo orgoglio, con tutta la tua vanità, non sarai felice. Nessuno può portare con sé dall’altra parte né i soldi, né il potere, né la vanità, né l'orgoglio. Niente!

 
 

lunedì 9 giugno 2014

Superbia intellettuale

«Il peccato delle origini: mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, la mela… non è quello che la gente generalmente pensa. Quello delle origini è un peccato molto raffinato: la superbia intellettuale. Non il peccato di aver pensato, come dicono i marxisti, quando ripetono che i cattolici considerano il pensare un peccato. San Tommaso d’Aquino sarebbe un grande peccatore! Il peccato non è quello di pensare, ma quello di presumere di determinare, con il pensiero, l’essere [Dio]. Invece San Tommaso è convinto che non è il pensiero che determina l’essere, ma è l’essere che determina il pensiero. Solo Dio si può permettere il lusso di essere idealista, perché solo Dio determina l’essere, distinto da Lui,[…]. Quindi l’uomo che pensa di poter pensare le proprie idee, indipendentemente dall’essere, è un uomo che si pone al posto di Dio. Qui c’è veramente una affinità con la demonologia, l’antropologia diventa demonologia. […]
In fondo il peccato delle origini è proprio quello di aver scambiato il pensiero
con l’esistenza: una tentazione tremenda. […] Il nostro idealismo moderno è rifare il peccato di Adamo, cioè mangiare dall’albero del bene e del male che significa avere la pretesa, non già di fare qualche peccatuccio banale, non è questo il peccato di Adamo e di Eva. L’aver mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male significa avere la pretesa, con il solo pensiero, di determinare la differenza fra il bene e il male, che è la stessa differenza che corre tra l’essere e il non essere.
Questo solo Dio può farlo, perché solo Dio, in cui il pensiero è l’essere, determina l’essere con il pensiero. L’uomo con il pensiero pensa l’essere, ma non lo determina.»
(Padre Tomas Josef M. Tyn – O.P.