La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente, sospeso tra il passato ed il futuro, il creato e l'increato, il finito e l'infinito, l'azione e la preghiera, il bene e l'anelito di santità, le luci e le ombre, il dire e il fare, la gioia e il dolore, le parole e il silenzio, il visibile e l'invisibile, il donare e il ricevere, il familiare e l'estraneo, i profumi, i colori, i sapori della natura. Amo le porte, si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....




mercoledì 25 febbraio 2015

Un percorso di formazione del cuore



 Per superare l’indifferenza e le nostre pretese di onnipotenza, vorrei chiedere a tutti di vivere questo tempo di Quaresima come un percorso di formazione del cuore, come ebbe a dire Benedetto XVI(Lett. enc. Deus caritas est, 31 / il testo qui).
Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole.
Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro.

Sacro Cuore di Gesù - Duomo di Chieri (TO)
Per questo, cari fratelli e sorelle, desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”: “Rendi il nostro cuore simile al tuo” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù.
Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell'indifferenza.

(Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2015)

 

martedì 17 febbraio 2015

Lavorare, creare, donare

E' sempre stato il motto dell'imprenditore Michele Ferrero che all'età di 89 anni ha reso l'anima a Dio. Lui è Ferrero, il famoso Ferrero che ha inventato la Nutella e tante altre leccornie. Amato e stimato da tutti, soprattutto dai suoi dipendenti. Cattolico, che della sua fede non ne ha mai fatto un mistero, ha lasciato che questa plasmasse la sua vita privata e di imprenditore: vita riservata, vissuta lontano dai riflettori e dalle luci del gossip, interamente spesa per il bene dell'azienda di famiglia nell'interesse anche dei suoi dipendenti. «La mia unica preoccupazione – disse una volta – è che l’azienda sia sempre più solida e forte per garantire a tutti coloro che ci lavorano un posto sicuro». Amava la Madonna ed in ogni stabilimento  sparso per il mondo vi è collocata una statuina della Madonna di Lourdes, che gli era particolarmente cara, tanto da organizzare ogni anno un pellegrinaggio per manager e dipendenti.
Il segreto di questa azienda che è diventata uno dei principali gruppi dolciari del mondo, presente in 53 Paesi con oltre 34mila collaboratori, 20 stabilimenti produttivi e 9 aziende agricole, è tutto qui!
 
Riposi in pace.

lunedì 16 febbraio 2015

Ancora ricordi d'infanzia

Scrivo spesso di mia  nonna e raramente di mio nonno. Naturalmente anche lui ha avuto un peso nella mia infanzia. Loro sono i miei nonni materni. Mi hanno allevata da quando avevo solo tre mesi. Durante gli anni della mia infanzia ho dovuto separarmi spesso da loro, per andare a vivere in Germania con i miei genitori: la prima volta avvenne quando avevo tre anni, la seconda volta a nove dopo aver vissuto di nuovo con loro l'età della scuola elementare. Vivevo facendo la spola tra la Sicilia e la Germania. Durante le vacanze estive mi trasferivo dai miei genitori per poi tornare dai miei nonni durante il periodo della scuola. Non è stato facile per me ma neanche per i miei genitori e per i miei nonni. Eravamo sottoposti a grandi sconvolgimenti e la pressione psicologica di questa situazione era troppo pesante da sopportare. Ogni giorno facevo i conti con la nostalgia, mi mancava sempre qualcosa. Mia nonna però mi sapeva colmare, mi riempiva il cuore con il suo amore, sicchè sono cresciuta accanto a lei con molta serenità anche se i continui cambiamenti mi destabilizzavano non poco, soprattutto il trasferimento in Germania e la relativa nostalgia dei nonni, delle amiche e del mio Paese.
 
 
Mio nonno mi ha trasmesso la passione per i cavalli. Spesso mi portava con sé e mi faceva cavalcare. Ricordo con gioia e volentieri quando mi teneva davanti a sé, cingendomi la vita e mi portava a spasso in groppa ad un cavallo. 
Nelle lunghe e fredde sere d'inverno, quando la famiglia si radunava accanto al fuoco, lui ci intratteneva con storie che inventava sul momento e d'estate, quando ci si sedeva fuori al fresco, intratteneva me ed i bambini del vicinato, che attenti e curiosi ascoltavamo le sue storielle. Mio nonno spesso mi portava con sé a fare una passeggiata, oppure a fare visita al fabbro che aveva la sua bottega vicino casa nostra. Mi faceva sedere sulle sue ginocchia e, mentre gli uomini si intrattenevano tra loro, io guardavo ammirata il fabbro che lavorava il ferro o ferrava i cavalli.  

Mi piaceva guardare il fuoco che arroventava il ferro e poi che prendeva forma sotto i colpi ritmici del martello. Oh, il rumore della forgia! Ancora lo ricordo, mi pare di sentirlo e ne ho nostalgia! Tutte le mattine era proprio il tipico tintinnio del martello sopra l'incudine che mi svegliava. Che bello! Davvero......lo ricordo ancora............con somma dolcezza!   

venerdì 13 febbraio 2015

Il profumo della mia infanzia

 
Il 13 febbraio è per me un giorno particolare, un po' triste e denso di ricordi: mia nonna lasciava questa terra per tornare tra le braccia del Signore. Quando penso a lei che non è più in vita non riesco a trattenere le lacrime. La mia è una ferita sempre aperta. Mi manca. Allora per smorzare ed addolcire questo taglio che mi attraversa da parte a parte nel profondo dell'anima, lasciando scoperto il lato più debole ed incantato di me, cerco di ricordare la mia infanzia trascorsa con lei: mi pare di sentire ancora il fruscio dei suoi passi, mentre nel cuore della notte si alza per accendere il forno a legna ed impastare pane e biscotti, che alle prime luci dell'alba avrebbero inondato la casa di un soavissimo profumo. Mi pare di sentire ancora lo scoppiettio del fuoco ed il suo calore, che avvampa le gote mie e di mia nonna. Mi rivedo bambina accanto a lei, lì nella stanzetta in cima alle scale, dove si trovava il bellissimo forno a legna, seduta su una panca, avvolta dalla luce rossa delle fiamme e dal loro calore, sorridente ed estasiata mentre attendo i primi biscotti per mangiarne uno ancora caldo, appena sfornato. Il pane di mia nonna era il più buono di tutto il vicinato ed ella non lo rifiutava mai a chiunque gliene chiedesse uno. Come mi piaceva stare con lei, farle compagnia e guardarla! Mia nonna mi amava moltissimo, lo sentivo, lo sapevo e questo faceva di me una bambina serena e gioiosa.     

giovedì 12 febbraio 2015

Un debole uccellino coraggioso

 
Come può un'anima così imperfetta come la mia aspirare a possedere la pienezza dell'Amore?
O Gesù, mio primo, mio solo Amico, tu che io amo unicamente,
dimmi che mistero è questo?
Perché non riservi queste immense aspirazioni alle grandi anime, alle Aquile che si librano nelle altezze?
 
Io mi considero invece un debole uccellino coperto solo da una leggera lanugine.
 
Non sono un'aquila: dell'aquila ho semplicemente gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell'Amore, e il mio cuore sente dentro di sé tutte le aspirazioni dell'Aquila.
 
L'uccellino vorrebbe volare verso il Sole brillante che affascina i suoi occhi, vorrebbe imitare le Aquile sue sorelle che vede elevarsi fino al focolare divino della Trinità Santissima.
 
Ahimè, tutto ciò che riesce a fare è sollevare le sue piccole ali! Ma alzarsi in volo, questo non è nelle sue piccole possibilità!
Che ne sarà di lui? Morirà dal dispiacere nel vedersi così impotente?... Oh, no! L'uccellino non si affliggerà nemmeno.
 
Con abbandono audace, vuole restare a fissare il suo Sole divino.
 
Niente potrebbe spaventarlo: né il vento, né la pioggia.
 
E se nubi oscure vengono a nascondere l'Astro dell'Amore, l'uccellino non cambia posto, sa che al di là delle nubi il Sole brilla sempre, che il suo splendore non potrebbe eclissarsi neanche un momento.
 
('Storia di un'anima' di Santa Teresa di Gesù Bambino)

martedì 10 febbraio 2015

Un giorno denso di ricordi

Alla fine dell'aprile 1945 le armate tedesche si arrendono. La seconda guerra mondiale è finita. L'Italia ne esce stremata e disastrata. Su Triestela Dalmazia, l'Istria, Gorizia e le terre italiane del confine orientale si avventano, avide di conquista e di vendetta, le truppe comuniste partigiane del maresciallo jugoslavo Josip Broz, meglio conosciuto come Tito. Questi luoghi, di lì a poco, diventeranno teatro di una feroce persecuzione slavo-comunista. Le vittime italiane, civili e militari, tra i quali carabinieri e bersaglieri, non sono che una parte, accanto a loro si contano anche patrioti sloveni e croati e militari Tedeschi.
Tutti appartenenti a categorie di persone che ebbero la colpa di  opporsi all'espansionismo comunista slavo del maresciallo Tito, quindi non vennero risparmiati: partigiani monarchici,  religiosi cattolici(seminaristi, parroci, cappellani), partigiani anti-comunisti, fascisti ed anti-fascisti.

Dopo sessant'anni le stime non sono ancora precise: i morti italiani infoibati furono tra i 10 e i 15 mila. Erano italiani che volevano restare italiani e che per questo si opponevano all'espansionismo comunista slavo nella Trieste e nell'Istria occupata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. In tutto il loro numero non è univoco ma forse si contano settanta-ottantamila vittime. Senza contare tutti coloro che fuggirono da quelle terre, lasciando case ed averi, per salvarsi la vita.

Le foibe, da latino 'fovea', termine dialettale che significa fosse, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall'erosione di corsi d'acqua nell'altopiano del Carso, tra Trieste e la penisola istriana e possono raggiungere i 200 metri di profondità. Proprio in esse furono gettate le migliaia di persone vittime della persecuzione. Soprattutto nei quaranta giorni dell'occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell'Istria, dall'aprile 1945 fino a metà giugno dello stesso anno, quando gli anglo-americani rientrarono a Trieste occupata dalle milizie di Tito. Gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj non si prestavano a equivoci: 'Epurare subito!'.
Ci fu una vera e propria caccia all'italiano, con esecuzioni sommarie, deportazioni, processi farsa, infoibamenti ed un esodo molto doloroso da parte degli scampati. In quel periodo solo a Trieste furono deportate circa ottomila persone: solo una parte di esse potrà poi far ritorno a casa. Tutto finì il 9 giugno quando Tito e il generale Alexander tracciarono la linea di demarcazione Morgan, che prevedeva due zone di occupazione, la A e la B, dei territori goriziano e triestino, confermate dal Memorandum di Londra del 1954. Questa è diventata la linea del confine orientale dell'Italia, caduta solo nel 2004 con l'ingresso della Slovenia nella Unione Europea. La persecuzione degli italiani, però durò almeno fino al 1947, soprattutto nella parte dell'Istria più vicina al confine.
Le foibe furono teatro di atroci esecuzioni che non risparmiarono vecchi, donne e bambini: le vittime venivano condotte, dopo crudeli sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano, con l'aiuto di pinze, polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona, poi legavano una persona all'altra, sempre con fil di ferro. I massacratori sparavano al primo del gruppo che cadeva rovinosamente nella foiba tirando con sé anche gli altri, che erano a lui legati.
Questa pulizia etnica merita di essere ricordata, al pari di tante atrocità delle quali, nel corso dei secoli, l'uomo si è macchiato. Merita di essere ricordata per far onore alla verità anche perchè la storiografia, lo Stato italiano, la politica nazionale, la scuola ne hanno volutamente e completamente cancellato il ricordo.
 
Dal 30 marzo 2004 una legge italiana stabilisce al 10 febbraio il giorno del ricordo.
Oggi la Santa Chiesa ricorda:

 - Santa Scolastica qui

- Giovanni Palatucci, servo di Dio (qui),  che ha salvato tanti Ebrei dalla deportazione durante la persecuzione fascista con le leggi razziali.

domenica 8 febbraio 2015

Gregor J. Mendel, padre della genetica

 
 
L'8 febbraio 1865, esattamente 150 anni fa, venivano poste le basi per la nascita della genetica. Tutto grazie agli studi ed alle tesi di Gregor Johann Mendel (1822-1884) naturalista, matematico e frate agostiniano, ceco di lingua tedesca, a ragione considerato il precursore della moderna genetica per le sue osservazioni sui caratteri ereditari. Purtroppo la figura di questo monaco, divenuto anche abate del suo Monastero, ed i suoi studi, sono sempre stati sottovalutati dagli ambienti accademici dell'epoca. A riprova di come sotto un regime totalitario la scienza subisca un gravissimo degrado, in tempi di occupazione prima nazista e poi comunista (Mendel viveva in Cecoslovacchia, all'epoca parte dell'Impero Austro-Ungarico), si ebbe tutto l'interesse a farlo dimenticare,  usando anche mezzi violenti e coercitivi come la persecuzione, l'internamento nei gulag o la morte per tutti gli scienziati che osavano sostenere le sue tesi; subirono queste sorti il genetista Vavilov ed i biologi Tulaikov e Karpechenko.
Inoltre in Russia i seguaci di Mendel venivano privati delle cattedre, emarginati e persino condannati a morte. L’accusa al padre della genetica era duplice: essere stato un prete cattolico e aver proposto, con le sue leggi, una “superstizione metafisica”.
  
Per conoscere meglio la vita di Mendel, le sue profonde radici nella storia del monachesimo, i suoi hobby e le sue idee, il sito di TEMPI offre in regalo un libro storico a cura di Francesco Agnoli ed Enzo Pennetta, che oltre a tracciare il ritratto umano e scientifico di Mendel, racconta anche la storia di don Lazzaro Spallanzani, il “Galilei della biologia”.
Clicca qui per scaricare il pdf del volume “Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel. Alle origini della Biologia e della Genetica”.


sabato 7 febbraio 2015

Il sogno delle due colonne

Don Bosco lo raccontò la sera del 30 maggio 1862.
«Figuratevi — disse — di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo’ di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile. A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici. In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: Auxilium Christianorum; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’OSTIA di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: Salus Credentium”.
Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi. Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa. Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene. Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano. Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.
A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.
Sennonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.
Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra ancora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata. Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma». A questo punto Don Bosco interroga Don Rua: — Che cosa pensi di questo sogno? Don Rua risponde: — Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la combattono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria SS. e al SS. Sacramento dell’Eucaristia.
— Hai detto bene — commenta Don Bosco —; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: devozione a Maria Santissima, frequente Comunione. 

giovedì 5 febbraio 2015

La Dama Azul

Ai primi anni del 1600 i missionari francescani spagnoli giunsero per la prima volta in America Occidentale e da lì negli attuali Stati di Texas, Arizona, New Mexico e California, dove incontrarono il martirio per mano degli Apache, Navajo e Comanche. Nel 1622 partì una seconda spedizione, negli stessi luoghi, e questa volta i frati ebbero la possibilità di costruire una missione fortificata. Ricevettero subito la visita degli Indiani Xumana che chiesero di inviare sacerdoti nei loro villaggi per amministrare i sacramenti. Ma come fu possibile ciò? Come mai i Pellerossa conoscevano la fede cattolica se quelli erano in assoluto i primi missionari, dopo 22 anni ivi approdati? Gli Indiani raccontarono che avevano ricevuto la visita di una signora vestita d'azzurro che li aveva inviati presso la loro missione. Appesa ad una parete della missione i frati avevano una stampa raffigurante una suora vestita col saio blu del suo ordine, appena gli Indiani la videro esclamarono 'Dama Azul', riconoscendo in essa la donna che li aveva visitati e debitamente istruiti nella fede cattolica. 
La 'Dama Azul' altri non era che suor  María Jesús del monastero concezionista di Ágreda in Spagna, al secolo  Maria Fernandez Coronel y Arana nata nel 1602 e morta il 24 maggio 1665, entrata in monastero a soli dodici anni e dal quale non era mai uscita e del quale fu abbadessa dal 1627 fino alla morte, ad eccezione del periodo 1652-1655. La suora era al tempo conosciuta per aver scritto 'La mistica ciudad de Dios' (La mistica città di Dio) una sorta di biografia profetica della Vergine Maria. L'Arcivescovo di Città del Messico si convinse che la Dama Azul fosse proprio lei, perché in un viaggio in Spagna aveva avuto modo di leggere i suoi scritti in cui ella descriveva i paesaggi dell'America Settentrionale come se li avesse visitati di persona. Inoltre a Padre Alonso de Bernavides, il francescano che guidò la seconda spedizione di missionari e che la incontrò nel monastero, disse che il Signore le aveva fatto la grazia di essere missionaria; non era un mistero per nessuno che la suora avesse ricevuto dal Signore il dono della bilocazione ed altri doni mistici.  
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mercoledì 4 febbraio 2015

Qualche perplessità

Nulla di nuovo sotto il sole. Il neo-presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, nel suo discorso di insediamento, che lo vedrà al Quirinale per sette lunghi anni,  ha toccato tanti temi che interessano sia la vita pubblica che privata di tutti noi Italiani. Il suo, purtroppo, è stato anche un discorso in linea con le sue convinzioni politiche e morali   e con la tradizione culturale cattolico-democratica (catto-comunista) fortemente statalista, che ripone nello Stato e nella Costituzione una fiducia ed una speranza illimitate, come capaci di dare benessere e libertà a tutti. Ed è proprio in nome della Costituzione che egli apre subito alle unioni civili.
Ecco cosa ha detto:
«Garantire la Costituzione (…) significa libertà. Libertà come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva».
 
Il neo eletto Presidente è cattolico, va a Messa, ma non bastano per ritenere che sarà un buon Presidente o un buon cattolico. E' fin troppo ingenuo che in politica si adoperino valutazioni del tipo «è un brav’uomo!», oppure «è un cristiano!» o peggio ancora «è un buon cristiano». In Italia ne abbiamo avuti tanti di politici 'bravi cattolici' che hanno firmato le peggiori leggi, soprattutto nel secolo scorso (vedi aborto e divorzio). La linea politica di questi cattolici modernisti altro non è che quella che il filosofo Augusto Del Noce chiamò 'comunismo democratizzato',  spogliato della sua valenza filosofica ed ideologica. Ma proprio questa epurazione ha reso il comunismo italiano ancor più pericoloso portandolo alla deriva radicale, alla cui scuola si sono formati tanti politici, di fede cattolica ma di idee politiche fortemente secolarizzate, cattolici adulti. Si possono ancora chiamare cattolici questi tipi solo perché vanno a Messa?????? 
 
«Certo i cattolici hanno un vizio maledetto: pensare alla forza della modernità e ignorare come questa modernità, nei limiti in cui pensa di voler negare la trascendenza religiosa, attraversi oggi la sua massima crisi, riconosciuta anche da certi scrittori laici». (Augusto del Noce, 1985)
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martedì 3 febbraio 2015

Il pianto dei bimbi abortiti

 

Negli Stati Uniti d'America il limite ultimo per il quale una donna incinta può effettuare un aborto è fissato alla ventesima settimana, centoquarantesimo giorno di gestazione, all'incirca cinque mesi, cioè quando il bambino nel grembo della madre è davvero tutto formato. Purtroppo gli aborti alla ventesima settimana sono moltissimi: diciottomila all’anno. Il deputato americano Trent Franks, intervistato da LifeNews.com, ha raccontato che quei bambini durante l'aborto sentono dolore, urlano e piangono disperati e se tutto questo non si sente è solo perché il liquido amniotico attutisce i suoni, mentre tutto ciò lo si può udire e vedere, nei cosiddetti aborti a 'nascita parziale' (dove i bambini vengono fatti nascere ed uccisi immediatamente dopo), lo hanno raccontato alcune infermiere le quali sono rimaste molto colpite ed impressionate.
Il bambino, in questo periodo,  inizia a scalciare e a farsi sentire in modo regolare. Dovrebbe essere infatti oramai semplice capire per la mamma in attesa, quando dorme o quando è sveglio, o quando ha il singhiozzo.
Il bambino inizia a muovere il diaframma e a respirare, anche se nei polmoni non entrerà aria ma liquido amniotico.
Il bambino può ascoltare. Le sue orecchie e l’apparato uditivo sono completi e funzionanti. Potrà iniziare a riconoscere da questa settimana di gravidanza in poi le voci di mamma, papà e delle persone che vivono in casa e, se fino a poco tempo prima, poteva sembrava un piccolo alieno, ora invece ha l'aspetto di un bambino vero e proprio.