La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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venerdì 30 marzo 2018

Eucaristia: Gesù vero Agnello immolato

La nuova ed eterna alleanza nel sangue dell'Agnello
9. La missione per la quale Gesù è venuto fra noi giunge a compimento nel Mistero pasquale. Dall'alto della croce, dalla quale attira tutti a sé (cfr Gv 12,32), prima di « consegnare lo Spirito », Egli dice: « Tutto è compiuto » (Gv 19,30). Nel mistero della sua obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce (cfr Fil 2,8), si è compiuta la nuova ed eterna alleanza. La libertà di Dio e la libertà dell'uomo si sono definitivamente incontrate nella sua carne crocifissa in un patto indissolubile, valido per sempre. Anche il peccato dell'uomo è stato espiato una volta per tutte dal Figlio di Dio (cfr Eb 7,27; 1 Gv 2,2; 4,10). Come ho già avuto modo di affermare, « nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale » (18). Nel Mistero pasquale si è realizzata davvero la nostra liberazione dal male e dalla morte. Nell'istituzione dell'Eucaristia Gesù stesso aveva parlato della « nuova ed eterna alleanza », stipulata nel suo sangue versato (cfr Mt 26,28; Mc 14,24; Lc 22,20). Questo scopo ultimo della sua missione era già ben evidente all'inizio della sua vita pubblica. Infatti, quando sulle rive del Giordano, Giovanni il Battista vede Gesù venire verso di lui, esclama: « Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29). È significativo che la stessa espressione ricorra, ogni volta che celebriamo la santa Messa, nell'invito del sacerdote ad accostarsi all'altare: « Beati gli invitati alla cena del Signore, ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ». Gesù è il vero agnello pasquale che ha offerto spontaneamente se stesso in sacrificio per noi, realizzando così la nuova ed eterna alleanza. L'Eucaristia contiene in sé questa radicale novità, che si ripropone a noi in ogni celebrazione (19).
L'istituzione dell'Eucaristia
10. In tal modo siamo portati a riflettere sull'istituzione dell'Eucaristia nell'Ultima Cena. Ciò accadde nel contesto di una cena rituale che costituiva il memoriale dell'avvenimento fondante del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. Questa cena rituale, legata all'immolazione degli agnelli (cfr Es 12,1-28.43-51), era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura. Infatti, il popolo aveva sperimentato che quella liberazione non era stata definitiva, poiché la sua storia era ancora troppo segnata dalla schiavitù e dal peccato. Il memoriale dell'antica liberazione si apriva così alla domanda e all'attesa di una salvezza più profonda, radicale, universale e definitiva. È in questo contesto che Gesù introduce la novità del suo dono. Nella preghiera di lode, la Berakah, Egli ringrazia il Padre non solo per i grandi eventi della storia passata, ma anche per la propria « esaltazione ». Istituendo il sacramento dell'Eucaristia, Gesù anticipa ed implica il Sacrificio della croce e la vittoria della risurrezione. Al tempo stesso, Egli si rivela come il vero agnello immolato, previsto nel disegno del Padre fin dalla fondazione del mondo, come si legge nella Prima Lettera di Pietro (cfr 1,18-20). Collocando in questo contesto il suo dono, Gesù manifesta il senso salvifico della sua morte e risurrezione, mistero che diviene realtà rinnovatrice della storia e del cosmo intero. L'istituzione dell'Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell'umanità dal male.
(18) Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 12: AAS 98 (2006), 228.
(19) Cfr Propositio 3.

mercoledì 28 marzo 2018

Sacramentum Caritatis: Gesù, Cibo di Verità

1.Sacramento della carità (1), la Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l'amore « più grande », quello che spinge a « dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13). Gesù, infatti, «li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Con questa espressione, l'Evangelista introduce il gesto di infinita umiltà da Lui compiuto: prima di morire sulla croce per noi, messosi un asciugatoio attorno ai fianchi, Egli lava i piedi ai suoi discepoli. Allo stesso modo, Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci «fino alla fine», fino al dono del suo corpo e del suo sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico!
 
Il cibo della verità
 
2.Nel Sacramento dell'altare, il Signore viene incontro all'uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,27), facendosi suo compagno di viaggio. In questo Sacramento, infatti, il Signore si fa cibo per l'uomo affamato di verità e di libertà. Poiché solo la verità può renderci liberi davvero (cfr Gv 8,36), Cristo si fa per noi cibo di Verità.
 
Con acuta conoscenza della realtà umana, sant'Agostino ha messo in evidenza come l'uomo si muova spontaneamente, e non per costrizione, quando si trova in relazione con ciò che lo attrae e suscita in lui desiderio. Domandandosi, allora, che cosa possa ultimamente muovere l'uomo nell'intimo, il santo Vescovo esclama:
«Che cosa desidera l'anima più ardentemente della verità?» (2). Ogni uomo, infatti, porta in sé l'insopprimibile desiderio della verità, ultima e definitiva. Per questo, il Signore Gesù, «via, verità e vita» (Gv 14,6), si rivolge al cuore anelante dell'uomo, che si sente pellegrino e assetato, al cuore che sospira verso la fonte della vita, al cuore mendicante della Verità. Gesù Cristo, infatti, è la Verità fatta Persona, che attira a sé il mondo.
«Gesù è la stella polare della libertà umana: senza di Lui essa perde il suo orientamento, poiché senza la conoscenza della verità la libertà si snatura, si isola e si riduce a sterile arbitrio. Con Lui, la libertà si ritrova» (3).
 
Nel sacramento dell'Eucaristia Gesù ci mostra in particolare la verità dell'amore, che è la stessa essenza di Dio. È questa verità evangelica che interessa ogni uomo e tutto l'uomo. Per questo la Chiesa, che trova nell'Eucaristia il suo centro vitale, si impegna costantemente ad annunciare a tutti, opportune importune (cfr 2 Tm 4,2), che Dio è amore (4). Proprio perché Cristo si è fatto per noi cibo di Verità, la Chiesa si rivolge all'uomo, invitandolo ad accogliere liberamente il dono di Dio.
 
Il testo intero QUI
 
Note
(1) Cfr S. Tommaso D'Aquino, Summa Theologiae III, q. 73, a. 3.
(2) S. Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus, 26.5: PL 35, 1609.
(4) Cfr Benedetto XVI, Discorso ai Membri del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi (1 giugno 2006): L'Osservatore Romano, 2 giugno 2006, p. 5.

martedì 27 marzo 2018

Sacramentum Caritatis: Cristo Gesù, unico Salvatore

Siamo entrati nella Settimana santa, davanti a noi si dispiega il ricordo degli ultimi giorni terreni di Gesù che lo porteranno a dare la vita sulla croce per la salvezza eterna del genere umano.
Gesù, durante i tre anni di vita apostolica, ammaestra i suoi apostoli in ciò che dovranno vedere, ricordare, custodire, imitare e trasmettere, dopo la sua salita al Cielo. In modo particolare, la sera del giovedi, li prepara ad affrontare la sua passione, morte e risurrezione e lo fa in modo del tutto nuovo e singolare, lasciando loro due doni preziosi, uniti inscindibilmente l'uno all'altro e fondamentali per la vita spirituale e per la salvezza dell'anima di tutte le generazioni future che, credendo alle sue parole, avrebbero formato la sua Chiesa: la Santissima Eucaristia ed il Sacerdozio.
 
Per questo pubblico alcuni passaggi del documento post-sinodale di Papa Benedetto VXI, del 22 febbraio 2007, dal titolo 'Sacramentum Caritatis', sull'Eucarestia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, unico sacramento di salvezza. Qui  il documento intero italiano, Qui spagnolo, Hier auf Deutsch.
 
Mi preme iniziare con questo passo, il nr 86, dal titolo: 'Cristo Gesù, unico Salvatore', in cui il Santo Padre ci esorta ad essere missionari di Gesù, ad avere a cuore la salvezza di tutti, che si ottiene professando Gesù nella sua Chiesa Cattolica apostolica ed il cui compito di redenzione è preminente nella liturgia del Triduo Pasquale.    
86. Sottolineare il rapporto intrinseco tra Eucaristia e missione ci fa riscoprire anche il contenuto ultimo del nostro annuncio. Quanto più nel cuore del popolo cristiano sarà vivo l'amore per l'Eucaristia, tanto più gli sarà chiaro il compito della missione: portare Cristo.
 
Non solo un'idea o un'etica a Lui ispirata, ma il dono della sua stessa Persona. Chi non comunica la verità dell'Amore al fratello non ha ancora dato abbastanza.
 
L'Eucaristia come sacramento della nostra salvezza ci richiama così inevitabilmente all'unicità di Cristo e della salvezza da Lui compiuta a prezzo del suo sangue.
 
Pertanto, dal Mistero eucaristico, creduto e celebrato, sorge l'esigenza di educare costantemente tutti al lavoro missionario il cui centro è l'annuncio di Gesù, unico Salvatore.(238) Ciò impedirà di ridurre in chiave meramente sociologica la decisiva opera di promozione umana sempre implicata in ogni autentico processo di evangelizzazione.
 
Nota(238)
Cfr Propositio 42; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. sull'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa Dominus Iesus (6 agosto 2000), 13-15: AAS 92 (2000), 754-755

venerdì 23 marzo 2018

Il tempo può essere superiore allo spazio? Affermazione insostenibile!


Papa Francesco nell'enciclica "Lumen fidei", al punto 57 asserisce:

'il tempo è superiore allo spazio'.

E' uno dei suoi quattro criteri-guida fin dalla gioventù e che ora ispirano il suo modo di governare la Chiesa e che formano le linee guida del suo magistero liquido, mai definitorio, volutamente aperto alle più contrastanti interpretazioni.

Tra i quattro postulati, questo sembrerebbe il più caro a papa Francesco. Lo troviamo enunciato la prima volta nell’enciclica "Lumen fidei" (n. 57). Lo ritroviamo, insieme con gli altri tre principi, in "Evangelii gaudium" (nn. 222-225), successivamente viene ripreso nell’enciclica "Laudato si’" (n. 17) e nell’esortazione apostolica "Amoris laetitia" (nn. 3 e 261).

Al nr 3 di "Amoris Laetitia" usa questo criterio per spiegare che esistono 'diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano'.
Il concetto della superiorità del tempo sullo spazio non ha radici teologiche (sarebbe da dimostrare), nonostante egli stesso in una intervista abbia cercato di farlo, in modo poco convincente, dando come chiave di lettura prettamente teologica la presenza e la manifestazione di Dio nella storia. Questa spiegazione, estremamente debole, sembra invece adattarsi meglio alle prospettive filosofica e teologica di Karl Rahner, dove 'l'essere umano è in continuo adattamento al divenire storico, mentre Dio si diluisce nelle pieghe della storia'(Lorenzo Bertocchi- Il Timone nr 164);

infatti da ciò scaturisce l'idea della interpretabilità della dottrina cattolica da adattare a ciascuno nella propria condizione, discernendo ogni situazione, come appunto si adatta l'essere umano alla legge della storia in continuo divenire, lo si evince anche da questo passo di 'Amoris Laetitia': "Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali" (n. 3).  
La superiorità del tempo sullo spazio, sostiene Bergoglio ha una derivazione teologica (che da per scontato) e si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa, ma purtroppo non ne ha spiegato il nesso, dunque al momento tale affermazione è da ritenersi insostenibile dal punto di visto teologico perché è da dimostrare.

Se dal punto di vista teologico questa affermazione non trova una giusta collocazione, trovare la radice ermeneutica nella scienza, nella fisica moderna e nella filosofia diventa altrettanto difficile e quasi impossibile, soprattutto dopo la scoperta della meccanica quantistica di Max Plank o la teoria della relatività di A. Einstein.
Spazio e tempo rappresentano nell'esperienza umana una unità, spazio ed il tempo come un unico intreccio, dove uno implica l'altro senza possibilità di separazione né di un rapporto di “superiorità” dell'uno rispetto all'altro e viceversa. 
Spazio e tempo rappresentano un intreccio unico, nell’esperienza umana, nel quale ciascuno dei due poli implica l’altro.

Dal punto di vista della fisica moderna, A. Zichichi, ne "L’irresistibile fascino del tempo", Milano 2000, afferma che spazio e tempo costituiscono un’unica “miscela complessa”: “È questa miscela che ci dà il sapore della realtà, senza che sia mai possibile separare le due componenti” (p. 49).

Uno dei risultati più cospicui della grande opera di P. Ricoeur, "Tempo e racconto" (specialmente il vol. III: "Il tempo raccontato", Milano 1999), è esattamente la ricongiunzione fra tempo cosmico o spaziale e tempo vissuto o fenomenologico.

La mediazione avviene, secondo il filosofo francese, nel tempo storico e nel “tempo cronico”, dove la dimensione fisica del movimento (stellare, solare, ecc.) come base del calendario e riferimento dei riti, rappresenta il supporto imprescindibile per l’elaborazione del senso storico degli avvenimenti e del vissuto temporale. Ricoeur ci dice che nell’esperienza umana non è possibile il tempo senza lo spazio né lo spazio senza il tempo, individuando un punto di innesto fra due grandi correnti di pensiero che trovano l’ispirazione nell’impostazione aristotelica (fisica) e in quella agostiniana (interiore).

ATTENZIONE:

Questo è un articolo trovato nelle bozze del mio blog, purtroppo senza alcuna firma nè alcun riferimento; ho voluto pubblicarlo lo stesso, perché molto interessante e chiedo venia........se l'autore lo riconoscesse è gentilmente pregato di farmelo sapere perché possa inserire subito il suo nome con tutti i riferimenti.

Non intendo assolutamente appropriarmene!!!!!

giovedì 22 marzo 2018

Protestantesimo e Massoneria

  Massoneria, figlia della Riforma
 
In merito occorre rammentare tre punti:
 
1) La Massoneria è in parte di origine protestante
2) Essa resta in stretto collegamento con certe chiese protestanti, e in particolare con la chiesa anglicana
3) La sua ideologia è prossima a quella del protestantesimo.
 
                      La Massoneria è in parte di origine protestante
La Massoneria moderna è un insieme di Società Segrete che si rifanno a correnti molto antiche, ma la cui organizzazione attuale, realizzata in Gran Bretagna all'inizio del XVIII secolo (1717 – Ndr), risulta dalla fusione di due organismi preesistenti: una vetusta corporazione di costruttori e la società occultista dei Rosacroce.
 
                    «Tre personaggi hanno segnato profondamente
la nascita e il primo sviluppo della Massoneria moderna o speculativa:
                    Anderson, Désaguliers e il Cavaliere Ramsay» (2)

(2) Cfr. J. Palou, La Franc-maçonnerie («La Massoneria»), Éditions de la Petite Bibliothèque Payot, 1964, pag. 75. 

Parentela ideologica – Relativismo
Tale parentela può essere messa in rilievo presentando le une a fianco delle altre, in forma di tabella, certe posizione-chiave protestanti e le loro omologhe massoniche.
 
                                                  Concezione protestante
Propriamente parlando, non esistono verità religiose universali - Ciò deriva dal libero esame, essendo il protestantesimo, secondo il pastore Richard Molard, «estraneo ad ogni dogma fisso, ad ogni morale immutabile e soprattutto ad ogni regola definitiva» (10)
 
                                                  Concezione massonica
Non esistono verità universali «Ci guarderemo dal dimenticare che la Massoneria è fin dalle origini nemica di ogni assoluto, e che proclama che la verità non è mai acquisita [...]. Tutto è relativo, ogni fine è transitorio, ogni potere è contestabile» (11). «In fondo, i metodi massonici non sono nient'altro che una contestazione permanente; per noi, non esistono verità eterne; non ci sono che tradizioni rimesse costantemente in discussione» (12).
 
(10) Cfr. R. Molard, «La vrai nature du protestantisme» («La vera natura del protestantesimo»), in Le Figaro, del 30 maggio 1974 (11) Così Michel Baroin, ex Gran Maestro del Grand'Oriente di Francia, nel corso di una trasmissione radiofonica mandata in onda da Radio-France, il 4 febbraio 1979. (12) Così Pierre Simon, ex Gran Maestro della Gran Loggia, in Le Monde, del 1º luglio 1970.
 
 
 Antropocentrismo (creatura al posto del Creatore) 
                                                  Concezione protestante
La coscienza è legge a sé stessa - Per la versione pietista (e kantiana) del protestantesimo, «la coscienza non deve nulla se non a sé stessa; essa è la sua stessa regola, la sua legge, la sua sanzione e il suo tribunale supremo» (13).
 
                                                  Concezione massonica
L'uomo è il proprio punto di riferimento - «L'uomo è il punto di partenza di ogni cosa e di ogni conoscenza. Egli è la propria fonte e il proprio punto di riferimento. Solo oggi, egli può dire ciò che è buono per l'uomo» (14).
 
(13) Cfr. E. Julien, Bossuet et les protestants («Bossuet e i protestanti»), pag. 325. (14) Così Michel Baroin, ex Gran Maestro del Grand'Oriente di Francia, nel corso di una trasmissione radiofonica mandata in onda da Radio-France, il 4 febbraio 1979.
 
 
 Rifiuto dell'autorità
                                                  Concezione protestante
Ogni autorità esterna viene rifiutata in materia religiosa
 
                                                   Concezione massonica
Ogni autorità esterna dev'essere rifiutata«Se l'individuo si sottomette ad un'autorità, qualunque sia il suo nome (Dio, Umanità, Società, Legge scritta o Legge morale), è infedele al proprio "Io", al proprio "Ego"» (15)Il confronto potrebbe essere presentato in modo più dettagliato. Ma le linee conduttrici illustrate da questo confronto bastano a dimostrare la stretta parentela ideologica tra i due sistemi (senza dimenticare, sulla scorta del precedente scritto, l'origine ebraica della giudeo-massoneria - vedi allegati – e l'origine ebraica del protestantesimo, evidente negli scritti di innumerevoli autori, tra i quali Bernard Lazar.
 
(15) Cfr. F. Viaud, Mon itinéraire maçonnique («Il mio itinerario massonico»), pag. 83. Viaud è Gran Maestro del Grand'Oriente di Francia.
 
Autore: Arnaud De Lassus
QUI  l'articolo intero 
Traduzione dall'originale francese di un estratto (pagg. 77-81) dall'opera Connaissance élémentaire du protestantisme («Conoscenza elementare del protestantesimo»), Action Familiale et Scolaire, Parigi s.d., a cura di Paolo Baroni, Centro Culturale San Giorgio.

 

 

mercoledì 21 marzo 2018

Porcus Saxoniae



Il pittore Giovanni Gasparro ha recentemente proposto un’opera (olio su tela, 220×160 cm) tanto bella, figurativamente parlando, quanto spiritualmente e dottrinalmente forte, dal titolo 'San Pio V e San Carlo Borromeo difendono il Cattolicesimo dall’Islam e dall’eresia protestante', (QUI) dove Lutero- definito «accecato eresiarca» da san Giovanni Bosco (come ricorda Camillo Langone su «il Foglio»  (QUI)–, che fece scempio della Santa Messa, dei Sacramenti, del celibato del clero, del matrimonio (escludendo l’indissolubilità), della figura del Sommo Pontefice...di tutta la Sposa di Cristo, viene raffigurato ringhiante, come un ossesso, in preda ad una folle corsa in sella ad un maiale: non certo a caso i suoi coevi lo definivano Porcus Saxoniae, a motivo della sua corrotta e lussuriosa vita, privata e pubblica.
 
(Cristina Siccardi)

 

giovedì 15 marzo 2018

Hawking ed il suo grande buco nero

 
 
Ieri 14 marzo a Cambridge, all'età di 76 anni è morto Stephen W. Hawking. Astrofisico e matematico inglese, membro della Pontificia Accademia delle Scienze dal 1986. Ha convissuto, dall'età di 21 anni, con una terribile malattia che lo ha progressivamente consumato nel fisico, ma che, contrariamente ad ogni  previsione, lo ha 'graziato', per ben oltre 50 anni! Lui, che aveva bandito Dio dalla sua vita e dalla scienza, è stato, suo malgrado, un miracolo vivente e segno di quel Dio che stoltamente ha voluto ignorare per tutta la vita, dal quale invece è stato dotato di grandi capacità intellettive. Nella sua lunga carriera si è distinto per essere stato un nemico della fede, negandosi la benchè minima possibilità di valutare, nella fisica dell'Universo, la prospettiva trascendente, azzoppando di fatto la sua intelligenza e la valenza scientifica del suo lavoro.
 
Il libro che lo renderà famoso, 'Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo' viene pubblicato nel 1988 ed è un concentrato di studi ed ipotesi in cui bandisce per sempre e sostituisce Dio con 'la teoria della grande unificazione'. Seguono altre pubblicazioni e libri, dove ciò che preme all'autore pare sia dimostrare principalmente l'inutilità e l'assenza di Dio, che è stato sostituito dall'Universo.
 
S. Hawking è sempre stato considerato un esperto in materia di 'buchi neri'(argomento del quale ancora molto è sul piano meramente speculativo) ma non va dimenticato che egli stesso ha nutrito dei seri dubbi sulla loro natura, tali da fargli dire, in una intervista, che il “buco nero” altro non sarebbe che un pozzo scuro senza fondo che vaga tra le stelle, stravolgendone di fatto l’idea creduta sino ad allora.
 
Come ha nutrito dei dubbi sui buchi neri, ne avrà mai avuti su Dio, che ha tenuto celati nel cuore? Ha vissuto una vita lontana da Dio, disordinata dal punto di vista sentimentale e scientista dal punto di vista professionale. Qualcuno dice che era un genio, qualcun altro che avesse una intelligenza superiore: sicuramente per studiare e fare il docente, gli sarà servita, ma tutto questo a cosa gli è servito?
 
In un altro suo celebre libro, pubblicato assieme al fisico Leonard Mlodinow, dal titolo 'Il grande disegno', spiega come Dio sia inutile e che l’Universo si crei spontaneamente per effetto della legge di gravità. Ebbene come può uno 'scienziato' serio, di fama mondiale, fare simili affermazioni e credere che il nulla possa generare qualcosa? Non rido perché nutro profondo rispetto per la sua esistenza di creatura, creata ad immagine e somiglianza di Dio, e segnata dalla malattia e dal dolore, ma spero che, negli ultimi istanti della sua vita, abbia usato questa sua famosa intelligenza per chiedere perdono al Signore dell'universo che lo ha amato da sempre, è morto sulla croce anche per lui e gli ha donato le facoltà intellettive per esplorare i segreti dell'universo e rendergli così gloria.  
 
Nonostante le gravi limitazioni, alle quali la malattia, progressiva ed incurabile, lo ha sottoposto, non si è mai arreso e non ha pensato all'eutanasia nei vari ed inevitabili momenti critici. Segno positivo, senza dubbio! Però in una intervista del 15 maggio 2011, 'Non esiste il paradiso; è una fiaba' (QUI ) spiega in poche righe il senso della sua esistenza:
 
"I'm not afraid of death, but I'm in no hurry to die. I have so much I want to do first".
 
"Non ho paura della morte, ma non ho fretta di morire. Voglio fare ancora tante cose prima".
 
Fa paura questa sua personale visione della vita e soprattutto della morte; Ecco cosa dice in merito:   

"I regard the brain as a computer which will stop working when its components fail. There is no heaven or afterlife for broken down computers; that is a fairy story for people afraid of the dark,"
 
«Considero il cervello come un computer che smetterà di funzionare quando i suoi componenti si romperanno. Non c’è alcun paradiso o vita oltre la morte per i computer rotti; è una fiaba per le persone che hanno paura del buio».
 
Certo, come dargli torto: per i computer, dopo la morte non c'è vita, non c'è inferno, purgatorio e né paradiso, per i computer no, ma per le persone sì!

RIP

martedì 13 marzo 2018

Cinque anni di Bergoglio: una sconfitta!

Cinque anni sono un soffio al cospetto dell’eternità e una briciola nella storia millenaria della Chiesa. Ma hanno dato al mondo l’impressione di una svolta radicale.
Papa Francesco apparve da subito il Gran Simpatico, accolto fin dalle prime battute di quel 13 marzo del 2013 col favore dei media e la simpatia dei non credenti. Un papa alla mano, fuori dalla liturgia e dal carisma, estroverso e irrituale.
 
Qual è stato il tratto specifico che lo ha caratterizzato in questi cinque anni?
 
È un Papa avvertito come figlio del suo tempo più che della Chiesa, figlio della globalizzazione più che della tradizione. Globalizzazione girone di ritorno, ovvero dalla parte di tutti i sud del mondo, tutte le periferie, pauperismo e accoglienza.
Ma nell’orizzonte globale, non più nazionale o europeo, e nemmeno occidentale o cristiano: un Papa aperto ai più lontani, che ama il prossimo più remoto, aperto agli islamici prima che ai cristiani, ai protestanti prima che ai cattolici, ai poveri più che ai fedeli, ai singoli – anche gay – più che alle famiglie.
 
Così, almeno, è apparso all’occhio dell’opinione pubblica e così è stato presentato dai media. Tutto questo è stato nobilitato come un ritorno al cristianesimo delle origini.
E questo ha generato consenso e simpatia a partire dai più lontani dalla Chiesa, da Roma, dalla fede cristiana. E più diffidenza se non dissenso tra i più legati a Santa Madre Chiesa, cattolica apostolica romana. Fino all’anatema di taluni e all’accusa di eresia, su cui non osiamo pronunciarci.
 
Ma il papato di Bergoglio coincide con la fase più acuta di tre grosse perdite: l’eclissi della fede e della religione, l’irrilevanza dei cattolici in politica, l’irrilevanza della tradizione e della civiltà cristiana.
 
Il primo fenomeno non nasce col papato di Francesco ma affonda le sue radici in un processo secolare. È la scristianizzazione del mondo, l’irreligione occidentale, la perdita delle fede, della prospettiva ultraterrena e della pratica religiosa.
Ma questo processo storico si è acuito e accelerato negli ultimi tempi: lo dimostrano il calo della devozione, delle vocazioni, dei fedeli a messa, l’affievolirsi del sentimento religioso. Si deve quantomeno osservare che l’avvento di Bergoglio al pontificato non ha frenato, rallentato, attenuato questo declino, ma coincide con una sua accelerazione e acutizzazione.
 
Non è un bel risultato pastorale, è una sconfitta religiosa.
 
Il secondo fenomeno riguarda più da vicino l’Italia. Dai tempi dell’ultimo papa italiano, Paolo VI (papa Luciani fu una parentesi troppo breve), l’influenza dei cattolici in politica è andata via via scemando. Ebbe un colpo letale con la fine della Dc, ma sembrò riprendersi negli anni perché il Papato, la Conferenza episcopale, il ruolo dei cattolici divenne ago della bilancia in un sistema bipolare, ebbe così un’importanza decisiva, centrale, anche se non più maggioritaria.
Le ultime elezioni politiche, che sono poi le prime sotto il papato di Francesco, hanno registrato per la prima volta l’irrilevanza assoluta del voto cattolico. E non mi riferisco solo al ruolo delle parrocchie e delle sacrestie nell’indirizzare i credenti. Ma più vastamente e più profondamente alle tematiche religiose o attinenti a temi cari alla chiesa, come la famiglia, la vita, le nascite, la bioetica.
 La coscienza religiosa è sparita nelle urne. La Chiesa di Bergoglio si è defilata da questi grandi temi e valori, ha gelato nel silenzio i family day e tutte le controversie relative alla vita e alla sfera sessuale, ai generi e alla tutela dei figli. Così, per la prima volta nella storia politica della nostra repubblica, i cattolici sono stati del tutto ininfluenti nell’orientamento di voto.
 
Infine, l’irrilevanza della tradizione e del riferimento alla civiltà cristiana. La Chiesa di Bergoglio non è stata ecumenica ma globale, sconfinata, priva di un legame spirituale con la civiltà cristiana. Fino ad apparire in certi casi come una grande Ong, una specie di Emergency in abiti talari, perdendo il legame vivente con la tradizione.
La Chiesa bergogliana vive quasi con peso e fastidio la sua eredità millenaria, preferisce presentarsi come un’agenzia morale e sociale del presente, cita Bauman più che San Tommaso, rincorre l’attualità e baratta il carisma con la seduzione.
 
Una volta il Papa non volle criticare alcuni comportamenti fino a ieri considerati deprecabili dalla Chiesa, trincerandosi dietro l’umiltà cristiana: Chi sono io per giudicare? Verrebbe da rispondergli: sei un Papa, cioè un Santo Padre, e hai non solo il diritto ma il dovere di giudicare, di orientare, di esortare e condannare. Altrimenti vieni meno al Tuo ruolo pastorale, alla Tua missione evangelica.
 
Ma l’obiezione che vorrei fare a lui e ai suoi seguaci è di altro tipo: chi è Lui per giudicare, e di fatto per relativizzare e cancellare, la tradizione cristiana e cattolica, il pensiero di papi, teologi e santi, la dottrina, la vita e l’esempio di martiri e testimoni della fede? Perché dovremmo piegare la verità al tempo e la tradizione millenaria agli usi del presente e alle fobie del politically correct?
Ma questa domanda ci riporta al punto di partenza: Papa Francesco appare figlio più del suo tempo che della sua Chiesa, figlio della globalizzazione più che della tradizione. Lo avremmo voluto padre del suo tempo più che figlio; albero più che frutto e frutto più che foglia al vento del presente.
 
Marcello Veneziani, Il Tempo 12 marzo 2018
Tratto da QUI

lunedì 12 marzo 2018

Noi vogliamo rimanere cattolici!

Dall'elezione a Papa del card. Bergoglio, “discepolo” del card. Martini, se ne sono viste e sentite di tutti i colori. Obiettivamente, le parole dell'attuale Pontefice hanno spesso provocato sconcerto e confusione che altro. Si tratta del primo aspetto inquietante, se si considera che il disorientamento è provocato proprio da chi dovrebbe invece porre chiarezza, a maggior ragione se in questione ci sono temi centrali per la salvezza dell'anima. Tuttavia nessuno dei suoi predecessori ha potuto vantare un credito di fiducia illimitato come quello concessogli da una vastissima fetta di popolo cattolico (per non dire dal mondo intero) che non sa fare altro che osannarlo e acclamarlo ogniqualvolta apre bocca o compie anche solo un semplice gesto.

Per comprendere le "misteriose" ragioni di tale consenso non bisogna neppure andare troppo lontano: basta rileggersi i pronunciamenti del card. Martini e il chiaro pensiero sull'idea di Chiesa (cattolica?) che il famoso gesuita non mancava di esternare nei suoi libri e in molte interviste.
Ora, che Papa Bergoglio stia dando forma e concretezza alle speranze del suo mentore e di tutti quei contestatori che si sono spesso schierati contro l'insegnamento custodito nella Chiesa cattolica da quasi 2000 anni, è un timore che pare assai fondato.

Per la verità è dal 1962, dunque ben prima dell'avvento di Papa Francesco, che nella sinfonia liturgica e in quella dottrinale della Chiesa così come l'ha voluta Cristo, si odono stonature e storpiature che si sono propagate nel tempo e che oggi vengono replicate con un timbro sempre più acuto e minaccioso.

Già Mons. Luigi Carlo Borromeo (1893-1975), vescovo di Pesaro, nel suo Diario (3 dicembre 1962) scriveva:
 
Siamo in pieno modernismo. Non il modernismo ingenuo, aperto, aggressivo e battagliero dei tempi di Pio X, no, il modernismo d'oggi è più sottile, più camuffato, più penetrante e più ipocrita.
Non vuol sollevare un'altra tempesta, vuole che tutta la Chiesa si ritrovi modernista senza che se ne accorga. […] Il Cristo si salva nel modernismo ma non è Cristo storico; è un Cristo che la coscienza religiosa ha elaborato perché una figura umana, ben delineata e concreta, facesse da supporto ad esperienze religiose che non potevano essere espresse nella loro ricchezza e intensità per via di puri concetti razionali ed astratti. […] Così il Modernismo d'oggi salva tutto il Cristianesimo, i suoi dogmi e la sua organizzazione, ma lo svuota tutto e lo capovolge. Non più una Religione che venga da Dio, ma una Religione che viene direttamente dall'uomo
[...]”.

Ovviamente oggi, chi intende dare un nome all'eresia che si è propagata nella Chiesa (il modernismo, appunto), viene bollato sprezzantemente come tradizionalista, bigotto, cripto-lefebvriano...
Eppure, riannodando i fili della storia che si sviluppò dal Concilio Vaticano II, magari prendendosi la briga di sfogliare gli scritti di quel mons. Marcel Lefebvre tacciato di essere un fastidioso disobbediente, si costaterà, forse con sorpresa per chi ha dato troppo per scontato, che proprio il vescovo francese è stato uno dei pochissimi sacerdoti capaci di custodire la Fede e difendere la Chiesa (memorabili le sue parole quando disse: “Facendo ciò che la Chiesa ha sempre fatto sono diventato vescovo; dal Vaticano II in poi, continuando a fare ciò che ho sempre fatto, sono stato scomunicato”) e che, in questi tempi, in cui tutto è capovolto e in cui i termini sono ormai svuotati di significato e usati a sproposito al solo scopo di screditare, non ha certo più senso parlare di tradizionalismo e cripto-lefebvrismo per il semplice fatto che o si è cattolici – nei fatti - o non lo si è. Punto.

Ma vi è un altro aspetto inquietante che impone serie riflessioni: ciò che impressiona è che la 'falsa chiesa' che pare abbia preso il sopravvento più che mai, appare tuttavia inquieta, nervosa e indaffarata a seguire una sorta di sinistro canovaccio “a tempo”, con l'obiettivo di smantellare e distruggere quanto prima, come se il tempo a sua disposizione stesse per scadere, tutto ciò che di cattolico appare ancora rimasto in vita. Il susseguirsi di scandali e di pronunciamenti sempre più azzardati in ambito dottrinale, lo svuotamento della Liturgia, le azioni punitive contro chi non si allinea alla nuova teologia, le reazioni veementi contro chi ancora si ostina a voler rimanere cattolico (cioè fedele a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato)... ne sono tipici esempi. E che la Chiesa bergogliana stia pigiando il piede sull'acceleratore seguendo tale linea programmatica è di assoluta evidenza.

Stiamo esagerando? No, perché davanti ai fatti, è noto, non ci può essere partigianeria di sorta ma soltanto la cruda e nuda evidenza della realtà, con tanti imbarazzi dei baciapile normalisti e di quanti ancora si cimentano nel gioco delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo...

Entrando nello specifico: chi vuole vivere la cattolicità in maniera autentica e coerente viene represso e distrutto (dalle autorità vaticane!) con incredibile ferocia e cinismo: è il caso dei Francescani dell'Immacolata, i quali hanno osato dotarsi di uno spirito critico dinanzi al Concilio Vaticano II, indetto convegni di approfondimento sulla massoneria e, fatto determinante, indirizzato la propria spiritualità abbracciando, e non rinnegando, la Tradizione e la Messa “di sempre”, in rito antico.

Poi è toccato a 'Fides et forma' e 'Riscossa cristiana', siti gestiti rispettivamente da Francesco Colafemmina e da Paolo Deotto. Il primo ha assaggiato le carezze della chiesa della misericordia (una “bella” querela) di padre Alfonso Bruno (FFI ribelli e parecchio “permalosi” con chi ha osato portare alla luce alcuni fatti non proprio edificanti che li riguardano).
Sul secondo si è scatenata l'ira (con annessa diffida di querela) di un guru della chiesa all'avanguardia: quell'Enzo Bianchi, priore di Bose e di tutti i seminari progressisti, infastidito per alcuni articoli critici pubblicati in merito alla sua “curiosa” dottrina pontificata come verità assoluta.

A quanti ancora si stropicciano gli occhi, increduli per quanto sta accadendo nella Chiesa, basta avvicinare il proprio parroco o un qualsiasi sacerdote della propria parrocchia e avanzare la richiesta di una Messa in rito antico. Si preparino ad un 'altra dimostrazione di “misericordia”.

Ecco dunque il volto della Chiesa bergogliana del dialogo e della tolleranza verso tutti tranne che per coloro che non si allineano al pensiero dominante del “Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo” (Papa Bergoglio a Scalfari).

Questa teoria, tanto bislacca quanto tremendamente lontana anni luce dall'insegnamento di Cristo, è rivelatrice di una Chiesa i cui vertici e le cui personalità più influenti appaiono palesemente alle prese con una crisi di Fede devastante, che si traduce in una nuova dottrina, in una nuova liturgia, in una nuova morale...in sintesi, bisognerà pur dirlo chiaramente: non vi è più appartenenza alla religione cattolica bensì adesione più o meno esplicita ad una religione altra.

Davanti a questo sfacelo, dobbiamo resistere e proclamare con forza: noi vogliamo rimanere cattolici!

Dunque preghiamo per la Chiesa e per il Papa, affinché questi sia Pietro e agisca di conseguenza.

Preghiamo per tutti quei sacerdoti in crisi d'identità (impacciati persino nell'indossare la talare, tant'è che sono sempre in borghese, in incognito), affinché siano fortificati dalla Fede per divenire guide affidabili e coraggiose nel condurre il gregge a loro affidato.

Che la Madonna soccorra quanti saranno chiamati a difendere la Chiesa di Cristo in questi tempi tanto bui e dolorosi per l'affermazione e la testimonianza della Verità.

giovedì 8 marzo 2018

Messa Novus Ordo: il rifiuto di p. Calmel

Il 27 novembre 1969, tre giorni prima dellʼentrata in vigore del Novus Ordo Missae, il domenicano p. Roger-Thomas Calmel (1914-1975) manifestò il fermo suo rifiuto. Basta leggere questo testo per indovinare da quale sguardo di fede, da quale sicurezza teologica, da quale amore di Dio, da quale profondità proviene. Lo scrisse di getto senza neanche tenersene una copia prima di inviarlo allʼamico Jean Madiran per la pubblicazione sulla rivista Itinéraires (n° 139, gennaio 1970).
Padre Calmel è forse stato il primo sacerdote – se si eccettuano i Cardd. Bacci e Ottaviani – ad aver manifestato in pubblico un netto rifiuto, non soltanto dottrinale, ma anche pratico della nuova messa. La sua storica reazione illuminò ed incoraggiò molti sacerdoti e fedeli suoi contemporanei. A quasi cinquantʼanni dalla sua pubblicazione, questo scritto lungimirante e di grande attualità possa confortare ancora tante anime sacerdotali e tanti fedeli cattolici.
 
* * *
«Mi attengo alla Messa tradizionale, quella che fu codificata, ma non fabbricata, da san Pio V nel XVI secolo, conformemente ad un uso plurisecolare. Rifiuto quindi lʼOrdo Missae di Paolo VI.
 
Perché? Perché, in realtà, questo Ordo Missae non esiste. Ciò che esiste è una rivoluzione liturgica universale e permanente, recepita o voluta dal Papa attuale [Paolo VI], e che per questo riveste la maschera dellʼOrdo Missae del 3 aprile 1969. Ogni prete ha il diritto di rifiutare di portare la maschera della rivoluzione liturgica. E ritengo essere mio dovere di sacerdote di rifiutare di celebrare la messa in un rito equivoco.
 
Se noi accettassimo questo rito nuovo, che favorisce la confusione tra messa cattolica e cena protestante – come parimenti dicono due cardinali e come lo dimostrano solide analisi teologiche – cadremmo presto da una messa intercambiabile (cosa peraltro riconosciuta da un pastore protestante) ad una messa chiaramente eretica e quindi nulla.

La riforma rivoluzionaria, cominciata dal Papa e poi lasciata alle chiese nazionali, continuerà la sua folle corsa. Come possiamo accettare di diventarne complici?
 
Voi mi direte: e adesso? La Messa di sempre a qualunque costo, ma avete pensato a cosa andate incontro? Certo. Vado incontro, se così posso dire, a perseverare nella via della fedeltà al mio sacerdozio e, pertanto, a rendere al Sommo Sacerdote, che è il nostro giudice supremo, lʼumile testimonianza del mio ufficio di sacerdote. Vado incontro anche a rassicurare i fedeli sconvolti, tentati dallo scetticismo o dalla disperazione. Infatti, ogni sacerdote che si attiene al rito della Messa codificato da san Pio V, il grande Papa domenicano della Controriforma, dà la possibilità ai fedeli di partecipare al santo sacrificio senza ombra di equivoco; di comunicarsi, senza rischio di essere ingannati, al Verbo di Dio incarnato ed immolato, reso realmente presente sotto le sante specie. Per contro, il sacerdote che si piega al nuovo rito forgiato di sana pianta da Paolo VI, collabora per quanto è in lui ad instaurare progressivamente una messa bugiarda dove la presenza di Cristo non sarà più verace, ma sarà trasformata in un memoriale vuoto; per il fatto stesso, il sacrificio della Croce sarà soltanto più un pasto religioso, dove si mangerà un poʼ di pane e si berrà un poʼ di vino: nientʼaltro, come dai protestanti.
 
Il non consentire a collaborare allʼinstaurazione rivoluzionaria di una messa equivoca, orientata alla distruzione della Messa, significherà andare incontro a chissà quali disavventure terrene, a quali rovesci in questo mondo? Il Signore lo sa e la sua Grazia è sufficiente. Per davvero la Grazia del Cuore di Gesù, che arriva fino a noi attraverso il santo sacrificio ed i sacramenti, è sufficiente sempre. Per questo nostro Signore dice tranquillamente: «Chi perde la sua vita in questo mondo per causa mia, la salva per la vita eterna».

Riconosco senza esitare lʼautorità del Santo Padre. Tuttavia affermo che ogni papa, nellʼesercizio della sua autorità, può commettere degli abusi dʼautorità.

Affermo che il papa Paolo VI commette un abuso di autorità di una gravità eccezionale quando costruisce un rito nuovo della messa su di una definizione di messa che non è più cattolica.

«La Cena del Signore o messa – scrive nel suo Ordo Missae – è la sinassi sacra o lʼassemblea del popolo di Dio che si riunisce insieme, sotto la presidenza dal sacerdote per celebrare il memoriale del Signore» (Institutio generalis, art. 7).

Questa definizione insidiosa omette a priori ciò che costituisce la messa cattolica, mai riconducibile ad una cena protestante. Infatti, nella messa cattolica non si tratta di un qualunque memoriale; il memoriale è di natura tale che contiene realmente il sacrificio della Croce, perché il Corpo e il Sangue di Cristo sono resi realmente presenti in virtù della duplice consacrazione. Questo appare senza ombra di dubbio nel rito codificato da san Pio V, mentre resta ondivago ed equivoco nel rito fabbricato da Paolo VI.

Parimenti, nella messa cattolica il sacerdote non esercita una presidenza qualunque; segnato da un carattere divino che lo consacra per lʼeternità, è il ministro del Cristo, il quale per mezzo di lui realizza la messa; ce ne vuole perché il prete possa essere assimilato ad un qualche pastore, delegato dai fedeli per moderare la loro assemblea. Ciò che è evidente nel rito della messa ordinato da san Pio V, è velato, se non fatto proprio scomparire, nel nuovo rito.
 
La semplice onestà, quindi, ma infinitamente di più, lʼonore sacerdotale mi chiede di non avere lʼaudacia di adulterare la messa cattolica ricevuta il giorno dellʼordinazione. Dal momento che bisogna essere retti, soprattutto in una materia divinamente grave, non cʼè autorità al mondo, fosse pure quella pontificia, che possa fermarmi.

Dʼaltronde, la prima prova di fedeltà e di amore che il sacerdote ha il dovere di offrire a Dio e agli uomini è di conservare intatto il deposito infinitamente prezioso che gli è stato affidato con lʼimposizione delle mani del vescovo. È innanzitutto su questa prova di fedeltà e dʼamore che sarò giudicato dal Giudice supremo. Mi aspetto fiduciosamente dalla Vergine Maria, Madre del Sommo Sacerdote, che mi ottenga di restare fedele sino alla morte alla messa cattolica verace e senza ambiguità. Tuus sum ego, salvum me fac – Sono tuo, sàlvami».
 
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