La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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martedì 1 settembre 2020

Chiarimenti in tanta schizofrenia

 
Don Nicola, il Vangelo, come affermato dal Papa, è rivoluzionario?
“No. Questa è una tesi che andava in vigore negli anni 70, dopo la pubblicazione di alcuni libri e risente delle idee del sessantotto e del marxismo. Venne fuori per rendere maggiormente appetibile la figura di Gesù, ma non ha fondamento teologico”.
 
Perchè?
”Il Vangelo stesso ci dice che Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a darle compimento e questo da solo basterebbe. Una rivoluzione che si rispetti non risparmia  il passato e neppure l’esistente. Gesù, al contrario, è un ricapitolatore secondo la bella espressione di San Paolo, ricapitola in sè  le cose. E’ vero che nell’Apocalisse sta scritto che egli fa nuove tutte le cose, ma quel verso va letto come portare a compimento”.
 
Meglio atei che cristiani che odiano?
”Io credo che il problema sia quando il Papa si  allontana dal testo scritto che gli preparano ed alza gli occhi alla platea.  La mia sensazione è che certe affermazioni, oltre che da un certo autocompiacimento, nascono dal fastidio che egli nutre verso la Chiesa. Papa Francesco preferisce una visione di Chiesa come popolo indistinto rispetto a quella intesa in senso vero. Non si accorge, però, che scivola in una visione contraddittoria e peronista, una schizofrenia che cozza contro la stessa idea di misericordia tanto diffusa e seguita”.
 
Perchè?
“Se dico che chi odia, dunque effettivamente in stato di peccato, fa bene a stare fuori della Chiesa e allo stesso tempo affermo che bisogna fare entrare il divorziato risposato civilmente, ugualmente peccatore dandogli la comunione, cosa che è impossibile, cado in contraddizione. Entrambi infatti sono in peccato. E allora perchè essere severi con chi odia e misericordiosi col divorziato risposato? Torniamo  al tema del peronismo. Succede che paradossalmente si vuole fare entrare quelli che sono fuori, ma poi escono quelli che sono dentro. Certe asserzioni, se cadono su fasce deboli o poco consapevoli sono pericolose ed hanno effetti deleteri. Rischiamo di svuotare ancor di più le chiese”.
 
E allora?
”E’ un tema di fondo. Può  il Papa propagandare le sue idee private rispetto a quelle della perenne verità cattolica? No. Non è un dottore privato e non è pensabile modificare a piacimento o dare versioni che urtano contro la  dottrina cattolica e il deposito della fede, che non è un museo ed anche qui ci sarebbe da dire”.
 
Prego.
”Se i musei fossero roba inutile nessuno andrebbe a visitarli, non le pare? I pastori della Chiesa devono manifestare sempre  fedeltà alla sana e perenne dottrina e verità  senza inquinamenti, ma custodendole con cura”.
 
Bruno Volpe

 

venerdì 6 dicembre 2019

Prove tecniche di mistificazione

 Il Corriere della Sera presenta il cardinale Sarah come “Il porporato africano, punto di riferimento dei conservatori”:
QUI
Il fatto che il maggiore quotidiano nazionale usi categorie politiche di classificazione non meraviglia, ma la medesima tecnica di mistificazione viene usata nella comunicazione della Chiesa.
 
Sono molti gli aspetti bizzarri, alcuni anche molto scontati, di questa intervista ma vale la pena di esaminarne solo alcuni perché molto significativi della situazione drammatica della Chiesa di oggi.Colpisce soprattutto questa frase: “… Chi è contro il Papa è ipso facto fuori dalla Chiesa. La Provvidenza ci vede benissimo, sa?..”.
(...)Personalmente non sono “contro il papa”. Non potrei esser contro un vecchio di 83 anni che non conosco neanche personalmente.
 
Sono contro le sue dichiarazioni, azioni, decisioni contrarie alla Dottrina e alla Tradizione della Chiesa Cattolica Romana.
 
 
Sono contro la prassi di stravolgere la Sacra Scrittura per proclamare argomenti di natura politico/ideologica.
 
 
Sono contro la diavoleria di dichiarare che “Dio è padre di tutte le confessioni”.
 
 
Sono contro la bestemmia di considerare Maria “una come tutte le altre”.
 
 
Sono contro il proposito satanico di rinunciare alla tradizione della Chiesa Cattolica.
 
 
Sono contro l’ecumenismo unilaterale e distruttivo.
 
 
Sono contro i sistematici tentativi di delegittimare la famiglia.
 
Sono contro la rivisitazione buonista dei Novissimi.
 
Sono contro la riabilitazione fanatica di Lutero e degli abortisti nostrani.
 
 
Sono contro l’empia pratica della desacralizzazione.
 
Sono contro la profanazione sistematica dell’Eucarestia, a cominciare dal rifiuto di inginocchiarsi.

 Lei, eminenza, usa una tecnica retorica molto antica, ma noi CATTOLICI NORMALI non ci caschiamo. Quella di rivoltare la realtà accusando gli altri dei medesimi argomenti di cui è saturo il pontefice regnante, facendolo passare per pura vittima di fantomatici “borghesi occidentali”... che pure ci saranno ma ciò porta all’esterno della Chiesa o all'esterno del gruppo di comando, cause che operano, ormai da anni, al centro di essa. (...)
 
Al di là delle disquisizioni teologico/giuridiche, la percezione del semplice fedele “consapevole” è di un percorso lento, ma costante, fatto di processi a tendenza lentamente ma, inesorabilmente, deviante, di annunci eretici, di appuntamenti ammaestrati e fasulli, verso il cambio di religione o apostasia.
 
(Claudio Gazzoli)QUI

martedì 26 novembre 2019

Di tortelli ed apostasia: mons. Nicola Bux

 
Monsignor Bux, secondo alcuni organi di stampa Bari presto potrebbe diventare una della capitali italiane del cattolicesimo tradizionale. Che ne pensa?

“Non so a cosa alluda che la possa far diventare tale. Constato sempre più, nei viaggi in Italia e all’estero, che il movimento della tradizione cattolica è inarrestabile, dappertutto, nei piccoli e nei grandi centri. I fedeli – intendo coloro che conoscono la verità cattolica e quindi sanno distinguerla dall’errore e dall’eresia – si accorgono che il ‘pasto’ della cosiddetta pastorale è una polpetta avvelenata e reagiscono, riunendosi e ricorrendo alla tradizione cattolica conservata nel Catechismo e nella Liturgia, in specie quella che Benedetto XVI ha liberalizzato. Invece, la teologia della liberazione o la sua versione indigenista, come abbiamo visto dai recenti atti compiuti in Vaticanoaccentua il relativismo religioso,– si veda la Dichiarazione di Abu Dhabi –  svuota la fede, fa fuggire verso le sette e porta all’idolatria; ma chi conosce l’insegnamento cattolico reagisce,seguendo “coloro che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli Apostoli”(Canone Romano), ossia la sacra Tradizione: questa, come dice il concilio Vaticano II, è una delle due fonti della Rivelazione, e ad essa ha attinto anche la redazione della Sacra Scrittura; da queste due fonti ispirate, i veri cattolici traggono le norme della vita morale. Se le chiese si svuotano, e i matrimoni civili e le convivenze aumentano, come documentano le statistiche, vuol dire che i vescovi e il clero non si occupano con le parole e i comportamenti, di catechizzare il popolo, ma sono affaccendati nell’agenda sociale, dietro i migranti, la legalità, il clima ecc., nonostante la maggioranza di cattolici l’abbia bocciata, in quanto la prima fame da soddisfare nell’uomo è quella di Dio.
 
La Chiesa sembra diventata una succursale delle agenzie dell’Onu, interessate al relativismo di ogni tipo, alle quali piace che la Chiesa non annunci più Gesù Cristo, ma un “Dio unico” – mentre il Dio rivelato da Gesù è uno e trino – e invece si interessi di ambiente e culture indigene.”

 Ci sono iniziative in vista?
 
“Dicevo che dappertutto, nei grandi e nei piccoli centri, nascono aggregazioni momentanee o stabili, che richiedono catechesi e insegnamenti cattolici, adorazione al Santissimo Sacramento, sacre liturgie degne di tal nome, perché celebrate davanti al Protagonista che è Gesù Cristo, e non davanti al prete che col microfono in mano guida l’assemblea come un conduttore televisivo. C’è bisogno di silenzio e di adorazione, per poter dare ragione della fede davanti al mondo, con dolcezza, rispetto e buona coscienza, come chiede l’apostolo Pietro. Si sta accentuando la persecuzione dentro e fuori la Chiesa; pertanto i cattolici devono difendere la fede e la ragione, e affinare così il giudizio, cioè esaminare ogni cosa e trattenere ciò che vale. Gesù Cristo per questo è venuto nel mondo, lo ha detto egli stesso: “è per un giudizio che sono venuto nel mondo, perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv,9,39). Suggerirei ai vescovi di prendere sul serio l’intervista data dal cardinal Ruini. Se amano il dialogo e il confronto, promuovano un pubblico dibattito e si confrontino con tutti i cattolici e non solo con una parte, peraltro sempre meno rilevante, perché accodata al pensiero di sinistra e radicale”.

 E’ giusto parlare di tradizionalismo oppure ogni cattolico degno di tal nome deve essere difensore della tradizione?
 
“Gli -ismi, si sa, sono peggiorativi e buttano, come si suole dire, il bambino con l’acqua sporca. Tradizione viene dal latino e indica movimento:tradere; essa trasmette in modo arricchito e sempre nuovo quanto riceviamo dai padri. La tradizione è tutt’altro che mera conservazione. Lo dimostra il boom della cucina con le ricette tradizionali, e tanti altri ambiti. Allora, perché l’antica liturgia, all’improvviso, dovrebbe essere considerata dannosa e addirittura proibita, se ha formato generazioni di santi? Semmai dovrebbero i vescovi interrogarsi, come mai dopo tanti anni di nuova liturgia, questa non attrae più e la gente abbandona la Chiesa. I giovani sono sempre di meno nelle chiese, invece aumentano nella liturgia tradizionale, che non hanno mai conosciuta, e, per assurdo, c’è chi li accusa di essere nostalgici. Bisogna sapientemente tramandare e innovare, cose nuove e cose antiche, ma, chi ha assaggiato il vino vecchio, constata che questo è buono. Lo afferma il Signore nel vangelo di Luca(5,37). “

 La tradizione è utile?
 
“La tradizione è parte della natura dell’uomo: noi siamo quello che abbiamo ricevuto, sia come dna sia come capacità; poi vi aggiungiamo del nostro. La Chiesa non avrebbe superato duemila anni di storia, se fosse andata dietro le mode; il modernismo è il veleno che sotto diverse versioni cerca di inquinarla, ma bisogna resistere, non conformandosi alla mentalità del tempo presente, come dice l’Apostolo ai Romani(12,2). Questo significa saper vagliare e trattenere ciò che vale(1 Ts 5,21).Si deve riprendere la missione al popolo, formarlo nella dottrina cristiana affinché rinasca la vita morale”.

 Che cosa pensa del fatto che alla giornata mondiale dei poveri il Papa (ma accade ormai dovunque) abbia fato servire a tutti, inclusi italiani, lasagne senza carne di maiale?

“Evidentemente si è dimenticato che Gesù Cristo – come dice il vangelo di Matteo(cfr 7,1-23) – ha dichiarato puri tutti gli alimenti. Vogliamo tornare indietro rispetto a Cristo? Sono i musulmani che si devono aggiornare e convertire. Ne conosco, specie in Medioriente, che hanno studiato da noi e biasimano questo arretramento dell’Occidente e di certi cattolici.” 

 Questa scelta è inquadrabile come ha detto da Socci, in una sottomissione e comunque lancia questo segnale?
 
Tutto ciò che va contro il vangelo è una apostasia, cioè un allontanamento, di conseguenza una sottomissione, che ha come esito la confusione ulteriore dei cristiani labili, che non conoscono bene i vangeli e si accodano pedissequamente ad ogni moda. E’un tradimento di Gesù Cristo. Per fortuna c’è sempre la reazione di tanti che ragionano, perché, disse Chesterton, in chiesa ci è chiesto di toglierci il cappello, non la testa”.

 Non le pare irrispettosa verso gli italiani e magari che il buon senso richiedeva due tipi di sughi, con e senza maiale?
 
Questo è un affare che non riguarda la Chiesa. E’ importante invece rilevare che la Tradizione il è un movimento che cresce irreversibilmente, perché asseconda la vera natura umana; bisogna dare tempo, a quelle parti ancora anestetizzate del corpo ecclesiale, di risvegliarsi. Ci vuole pazienza e resistenza, che poi sono aspetti della virtù della fortezza, una virtù cardinale. Fa riflettere quanto ha scritto mons. Carlo Maria Viganò: se il Papa non conferma i fratelli nella fede e non diffonde la fede cattolica con la missione verso tutti popoli, che Cristo ha ordinato a Pietro, si pone un grande problema di cui i Cardinali e i Vescovi per primi devono farsi carico. Però, c’è da ricordare la premessa che Gesù ha posto a Pietro: “tu, una volta convertito, conferma nella fede…”(Lc 22,32).Ci vuole prima la conversione a Gesù Cristo, distogliendo l’attenzione dal mondo e dalle sue mode temporanee. Invece, molti pastori sono voltati ancora da questa parte, come narcotizzati. Ma i fedeli laici e tanti sacerdoti cattolici li sveglieranno”.
 
Bruno Volpe

mercoledì 6 marzo 2019

Profanazione delle chiese: la parola a don Nicola Bux

 

Don Nicola,  da che cosa è nata l’idea di aprire le porte delle chiese (talvolta degli altari) ai musulmani?
 
” Si è persa la bussola. Il problema è che, assieme alla liturgia, è stata smarrita la  stessa idea di Chiesa e questo è grave. La Chiesa è fatta per la salvezza degli uomini, il Signore l'ha creata per questo, affinchè tutti abbiano la possibilità di salvarsi, ovviamente a condizione del pentimento. E allora, se  qualche tempo fa i preti si avvicinavano ai fedeli per la loro conversione, oggi questo è diventato dialogo, parola e verbo che nel Vangelo non esistono, naturalmente”.
 
Come definire la lettura del Corano durante le messe?
 
”Normalmente questa cosa avrebbe avuto la definizione che si merita, profanazione, ma siccome regna anche tanta crassa ignoranza,  tale iniziativa è passata inosservata e persino lodata. E’, come dicevo, una profanazione del luogo sacro. Penso che sia la conseguenza della dimenticanza o cancellazione del senso di Chiesa sia a livello misterico, che di  posto fisico e materiale destinato al culto”.
Possibile che l’islam sia considerato religione di pace?
 
”E’ uno dei tanti luoghi comuni che sentiamo e del quale molti studiosi si riempiono la bocca, ma questi studiosi sanno bene che è un'affermazione fasulla. Il Corano alterna affermazioni di pace ad altre bellicose e nella sostanza non è religione di pace”.
(....)
 
Secondo lei vi è confusione nella Chiesa?
 
”Trovo prima di tutto inesatto leggere la Chiesa con categorie appartenenti alla politica o ad altre scienze, per esempio  conservatori e progressisti. Ritengo che la Chiesa stia vivendo un momento di sbandamento sia dottrinale che morale.
 
Bruno Volpe
 

giovedì 6 dicembre 2018

Un punto di vista diverso

La tradizione rappresenta l'unico futuro possibile per la Chiesa. Don Fausto Buzzi ha le idee chiare. Sacerdote della Fraternità San Pio X, la stessa fondata da Marcel François Lefebvre il primo novembre del 1970 in seguito al Concilio Vaticano II, Buzzi oggi è assistente del superiore italiano. Ha militato per alcuni anni nell'associazione Alleanza Cattolica. Poi, nel 1972, l'incontro con Monsignor Lefebvre e l'ingresso nel seminario di Ecône. In questa intervista esclusiva, il sacerdote della San Pio X ha parlato, tra i punti affrontati, del ricongiungimento dottrinale col Vaticano.

Cosa divide ancora la comunità San Pio X dalla Chiesa cattolica?
"E’ bene precisare che la Fraternità S Pio X non ha niente che la divide dalla Chiesa cattolica. Noi siamo uniti alla Chiesa cattolica e non ci siamo mai separati da essa malgrado le divergenze con le autorità della Chiesa. Ora queste divergenze non vengono da noi. Mons. Lefebvre diceva sempre che lo condannavano per quello per cui prima i Papi lo lodavano, in particolare Pio XII. E’ Roma che ha cambiato e con il Concilio Vaticano II si è allontanata dalla plurisecolare Tradizione della Chiesa. Per essere sintetici si può dire che ciò che ci divide con Roma sono dei gravi e fondamentali problemi dottrinali".

Un parroco cattolico una volta mi ha detto: "Si fa un gran parlare di scisma, ma questi non hanno la caratura teologica di Marcel Lefebvre". E' così?
"Molti criticano o condannano la Fraternità S. Pio X senza conoscerla e senza capire i motivi gravi che la mettono in condizione di ostilità con le autorità ecclesiastiche. Oggi molti, sacerdoti e laici, cominciano a domandarsi che cosa stia succedendo nella Chiesa e aprono gli occhi sul fatto che coloro che sono stati etichettati per molti anni come scismatici forse sono coloro che sono rimasti i più fedeli alla Chiesa cattolica e, paradossalmente, i più fedeli al papato. Nei nostri seminari Mons. Lefebvre ha voluto che si studiasse la Summa di S. Tommaso d’Aquino e sugli altri testi classici della teologia. Le assicuro che per noi è stata una grade grazia ricevere una così profonda e solida formazione".

Qual è la vostra opinione su Papa Francesco?
"Per noi Papa Francesco non è né peggiore né migliore degli altri papi del Concilio e del post Concilio. Lui lavora nello stesso cantiere inaugurato da Giovanni XXIII, quello dell’autodemolizione della Chiesa cattolica per costruirne un'altra che fosse conforme allo spirito liberale del mondo. Anzi le dirò di più: l’attuale Papa non è così responsabile come lo è stato Paolo VI. Questo Papa ha fatto il Concilio, lo ha finito, e ha fatto tutte le riforme. Ora tutto questo è la causa della gravissima crisi che vediamo nella Chiesa. Certo i gesti e le parole di papa Francesco sembrano più gravi di quelli dei suoi predecessori. Ma non è cosi. Oggi è l’effetto mediatico che fa molto più cassa di risonanza che una volta. Nella sostanza però gli atti di Paolo VI sono molto più gravi di quelli di Francesco".

Però Bergoglio sembra aver fatto dei passi avanti nei vostri confronti...
"Certo non ha fatto passi dottrinali in avanti nei nostri confronti. Egli però ci considera una realtà della “periferia”. Come tali siamo oggetto di certe sue benevolenze. Quando era cardinale a Buenos Aires un nostro sacerdote gli portò da leggere la vita del nostro fondatore. Lui la lesse e ne rimase seriamente impressionato forse anche questo ha contribuito a fargli avere un occhio di riguardo nei nostri confronti. Molti si domandano però perché non è stato così benevolo con i Francescani dell’Immacolata che stavano decisamente abbracciando la tradizione cattolica. Anzi in questo caso, a scapito della misericordia, li ha trattati duramenti e con estrema severità".

Molti vi considerano gli "estremisti" della fede...
"Guardi che la fede è una virtù teologale, e una virtù teologale può crescere all’infinito perché l’oggetto è Dio stesso e quindi non c’è limite nelle fede. In questo senso sarebbe virtuoso essere estremisti. Detto questo le posso citare le parole di nostro Signore quando dice ad esempio “Chi non è con me è contro di me” o le parole di S. Pietro “non c’è altro nome [Gesù Cristo] sotto il cielo che ci possa salvare”. Mi dica un po’ lei se queste non sono parole “estremiste”. Se poi consideriamo i martiri che sono morti piuttosto che tradire la loro fede, come li giudichiamo? Estremisti? Mi pare che si stia perdendo il senso della fede".

Cosa ne pensa del dibattito dottrinale attorno ad "Amoris Laetitia"?
"Vede con questa domanda mi spinge a ripetermi. Se da una parte sono state lodevoli tutte le iniziative per far correggere questo documento e difendere la famiglia cristiana indissolubile e sacralizzata da un sacramento, il vero problema però è a monte. Lei sa dove affondano le radici di Amoris Laetitia? Le troviamo in un documento del Concilio 'Gaudium et Spes'. Quindi come le dicevo la spaventosa crisi nella Chiesa è da ricondurre al suo DNA ossia al Vaticano II. Pensi un po’ se invece della 'Gaudium et Spes' fosse stata pubblicata al suo posto l’Enciclica di Pio XI 'Casti Connubi', avremmo oggi il catastrofico Amoris Laetitia? Non credo proprio".

E sulla riabilitazione di Lutero?
"Cosa vuole che le dica? Riabilitare il più grande eresiarca della storia, colui che ha laicizzato tutta la religione cristiana, che ha fatto perdere alla Chiesa popoli interi, è un suicidio dottrinale e un falso storico. La riabilitazione di Lutero fa parte dell’utopia ecumenica di questi ultimi 50 anni. Un'utopia che porta i cattolici ad una apostasia ormai non più silenziosa ma assordante. Consiglio di leggere un nuovo libro su Lutero uscito da poco: “Il vero volto di Lutero” edizioni PIANE, scritto da un nostro sacerdote professore di ecclesiologia al seminario di Ecône. Leggendo questo libro si capirà l’assurdità di questa pretesa riabilitazione".

Vede possibile, in futuro, il ricongiungimento dottrinale tra voi e il Vaticano?
"Non sono profeta. Ci auguriamo che questo avvenga soprattutto per la salvezza di tante anime che rischiano di perdersi per l’eternità. Ma se mi permette vorrei dirle quello che oggi possiamo fare per contribuire al trionfo della tradizione nella Chiesa. Dobbiamo noi stessi, ogni cattolico, vescovi, sacerdoti fedeli, ritornare alla tradizione cattolica di sempre, e nessuno deve temere di sentirsi contro le autorità della Chiesa. Perché di fatto non è andare contro, ma al contrario è il modo più efficace per aiutarle a capire che si deve tornare alla tradizione che è l’unico e solo futuro della Santa Chiesa".
 

sanpiox.it - Intervista di Francesco Boezi - Il Giornale -
2 febbraio 2018

giovedì 12 luglio 2018

Un' intervista bomba!

 
Intervista concessa il 2 maggio 2018 da Mons. Antonio Livi al blog «The Wanderer», e pubblicata il 3 maggio.

La trascrizione dell’intervista è stata pubblicata sul Courrier de Rome n° 611 di giugno 2018, con la seguente avvertenza: E’ stato mantenuto lo stile parlato dell’intervista, apportando solo alcune minime correzioni formali per una più scorrevole presentazione scritta.

Domanda: La pastorale di Papa Francesco, già applicata da decenni al Nord delle Alpi, conduce ad una Chiesa moribonda. Perché Papa Francesco non se ne rende conto?
Mons. Livi: Perché lui è stato eletto proprio per questo. L’ha detto lui stesso: «I miei fratelli cardinali mi hanno eletto perché io mi occupassi dei poveri e perché portassi avanti la riforma». In realtà, fu il gruppo dei teologi di San Gallo, in Svizzera, Godfrie Danneels, Walter Kasper ed altri, che già in occasione dell’elezione di Benedetto XVI aveva l’idea che il Papa che avrebbe potuto far avanzare la riforma nella Chiesa, nel senso luterano del termine, poteva essere lui, Bergoglio.
 
Una riforma in senso luterano; perché la pastorale o la politica di intesa interreligiosa con i luterani e poi con tutti gli altri, mira a far sì che i luterani siano apprezzati ed approvati, e che il cattolicesimo sia sempre più ridotto a pentirsi di tutti i suoi peccati.


Ufficialmente, il teologo di Papa Francesco, il più a portata di mano, Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, pubblica gli articoli di uno dei suoi confratelli gesuiti, Giancarlo Pani, il quale continua dire: la Chiesa nel XVI secolo si è sbagliata, ha peccato nei confronti di Lutero. Lutero aveva ragione e adesso bisogna riabilitarlo e fare quello che lui voleva. Una Chiesa senza sacerdozio, una Chiesa senza magistero, una Chiesa senza dogmi, una Chiesa senza un’interpretazione ufficiale della Sacra Scrittura, lasciata in mano a persone che la interpretano secondo lo spirito, presunto, che essa suggerisce loro. Una Chiesa sinodale, in cui i preti, i vescovi e i papi non sono più espressione del sacro, ma della politica, della comunità, che elegge e che nomina.

Il Papa stesso parla così: «Bisogna arrivare ad una Chiesa di popolo». Ma il popolo è un’immagine puramente retorica. Non si può mai sapere ciò che vuole il popolo, cioè una moltitudine di persone diverse. Anche in politica, l’espressione «il popolo» è puramente retorica, e ancor più in teologia. Per esempio: dire che il popolo ha voluto cambiare la Messa è una sciocchezza, questo non è mai stato né possibile né attestato. Nel popolo vi sono di quelli che, come Padre Pio al suo tempo, sono pieni di fede, e di quelli che non hanno alcuna fede. Allora vi erano di quelli che volevano riformare le cose perché la Messa in latino non piaceva loro e la volevano in italiano, ma costoro non comprendevano le parole della Messa né in latino né in italiano. La Chiesa non ha mai condotto delle operazioni a carattere «democratico», come eleggere delle persone con l’accordo di una base: essa non ha mai tratto quello che deve insegnare da ciò che pensa la gente. La Chiesa deve insegnare quello che ha detto Gesù: è talmente semplice!


Domanda: E’ sicuro che l’elezione di Papa Francesco sia stata orchestrata?
Mons. Livi: Sì, ne sono assolutamente sicuro. Tra le altre cose, ne sono certo a causa di numerose testimonianze. Si tratta di una certezza storica. Le certezze storiche si sono sempre basate sulle testimonianze. Le testimonianze sono fallibili, ma per me è molto probabile che le cose siano andate così. Non c’è nessuno che abbia avanzato una tesi diversa. Talvolta si dice invece una cosa assurda: che cioè Papa Francesco sia stato eletto perché l’ha voluto lo Spirito Santo. E’ una sciocchezza. Lo Spirito Santo ispira tutti gli uomini perché facciano il bene, ma non tutti gli uomini fanno quello che ispira loro lo Spirito Santo: certi fanno delle cose buone e certi altri fanno delle cose cattive.
Se penso al cardinale Kasper che era già eretico prima e voleva distruggere la Santa  Messa, il matrimonio, la Comunione e il Diritto Canonico, e che adesso il Papa dice che è il suo teologo per eccellenza e gli fa organizzare il Sinodo per la famiglia, dico a me stesso: qui c’è qualcosa di totalmente orchestrato. E tutto questo si ripercuote su tutto: il riconoscimento di Lutero, la preparazione di una Messa in cui la Consacrazione non è più la Consacrazione, in cui si elimina il termine «sacrificio», cosa che piace ai luterani.

Siamo di fronte alla stessa cosa che è successa con Paolo VI, il quale, nella Commissione del concilio Vaticano II presieduta da Annibale Bugnini, che doveva preparare il Novus Ordo Missae, fece entrare dei luterani che avevano il compito di dire ciò che a loro piaceva e ciò che non piaceva della Messa cattolica. E’ assurdo! E allora si capisce che si tratta di un piano molto ben orchestrato, che non data da oggi, ma dagli inizi degli anni sessanta.
Per più di cinquant’anni i teologi eretici, malvagi, hanno cercato ci conquistare il potere, e adesso ci sono riusciti. E’ per questo che parlo di eresia al potere. Non sono i papi ad essere eretici; non ho mai detto questo di nessun Papa. I papi hanno subito questa influenza e non vi si sono opposti.


Essi hanno seguito quell’idea folle di Giovanni XXIII che diceva: affermiamo la dottrina di sempre, ma senza condannare nessuno.


E’ impossibile; la condanna fa parte dell’esplicitazione del dogma, è l’altra faccia della stessa medaglia. Se si vuole applicare il dogma ai tempi moderni, in cui vi sono delle eresie, bisogna necessariamente condannarle. Non condannare alcunché significa approvare tutto; e approvare tutto significa che non vi è più la fede cattolica.

Domanda: Lei parla di eresia al potere. Che cosa intende?
Mons. Livi: Mi riferisco non a delle persone che professano formalmente l’eresia, perché se si trattasse di autorità ecclesiastiche sarebbero tutte scomunicate e perderebbero il loro ruolo, ma a delle eresie che sono professate formalmente e con insistenza da dei teologi che hanno avuto molto potere all’inizio del concilio Vaticano II, grazie o a causa di Giovanni XXIII, e poi nel post-concilio, poiché tutti i papi hanno continuato a trattare con rispetto questi teologi eretici. Certuni, come Benedetto XVI, sia come Prefetto della Congregazione per la Fede, sia come Papa, hanno mantenuto una posizione ortodossa e pia nell’adorazione di Dio e nel rispetto della sacralità dell’Incarnazione, ma in definitiva anch’essi erano uniti effettivamente a questi teologi eretici. Quando Benedetto XVI, come Papa, parla di Karl Rahner, dice semplicemente che entrambi erano d’accordo per aiutare i vescovi ad orientare il Concilio in una certa direzione, una direzione orribile, e solo in seguito si sono separati solo per certi disaccordi.

Benedetto XVI, in quanto Papa, ha anche detto che Hans Küng gli ha chiesto di cambiare il dogma dell’infallibilità e che lui gli ha risposto: «Sì, ci rifletteremo». Voglio dire che tutti i papi non hanno avuto un atteggiamento severo di condanna dei teologi neo-modernisti, hanno avuto invece un atteggiamento di comprensione.


Nei miei libri non ho mai espresso condanne per le persone, ho condannato le teorie, quando queste erano oggettivamente incompatibili col dogma cattolico. Le intenzioni e i legami con le personalità non mi interessano. Io sono un esperto di logica e posso solo esaminare una proposizione, un metodo, e in questo dico delle cose che sono assolutamente vere e incontestabili. Quando critico le tendenze all’eresia di Benedetto XVI, non ignoro che è un santo e che ha fatto molte cose buone nella pastorale per la Chiesa e che ha sempre avuto buone intenzioni. Ma questo non toglie nulla al fatto che ha sempre manifestato della simpatia per il neo-modernismo, che consiste sostanzialmente in due cose: ignorare la metafisica e volere spiegare il dogma con dei criterii ermeneutici basati sull’esistenzialismo e la fenomenologia; ignorare cioè – cosa terribile e molto brutta – le premesse razionali della fede, quello che San Tommaso chiama «praeambula fidei». Di conseguenza, quando si parla di Dio si tratta solo della fede, non si tratta di sapere che vi è un Dio, come afferma il Dogma del concilio Vaticano I che consolida tutta la dottrina della Chiesa.


Domanda: Giovanni XXIII ha detto che la Chiesa non condanna nessuno, ma oggi l’eresia al potere condanna quelli che difendono la dottrina cattolica. Che è successo?
Mons. Livi: Da dopo Giovanni XXIII si ha l’idea che la pastorale della Chiesa consista nel tradurre il dogma in un linguaggio comprensibile, accettabile per l’uomo moderno – cosa che è un mito, una fantasia -  e nel trovare il bene anche nelle posizioni teoretiche più contrarie al dogma.


Io ritengo che si  tratti di una pastorale che, in quanto tale, è erronea e nociva per la Chiesa, ma in quanto teoria è un’attività, una prassi erronea che come dottrina non ha alcun sostegno nell’infallibilità. La prassi può essere erronea perché è un atto derivante da un giudizio prudenziale che può essere giudicato erroneo da chi esprime altri giudizi prudenziali, come i miei, che sono giudizi non sostenuti dall’infallibilità. Così, quando io critico questa pastorale che mi sembra disastrosa, utilizzo dei giudizi, degli aggettivi e degli avverbi che fanno capire che si tratta di mie opinioni. Dio giudicherà, ma non v’è niente di dogmatico nel fatto di giudicare l’opportunità di una linea pastorale.


Quelli che fanno del male alla Chiesa sono coloro che considerano dogmaticamente la pastorale del Concilio e dei papi ad esso seguenti come la sola necessaria, e parlano di «nuova Pentecoste della Chiesa» e di «interventi dello Spirito Santo», come se tali giudizi prudenziali, che io considero erronei, fossero invece dogmaticamente infallibili ed anche santi e la sola cosa che la Chiesa possa fare. 

Ecco perché poi vi è un’oppressione nei confronti di quelli che criticano. Costoro criticano una opinione legittima in nome di una opinione illegittima, che è quella di pensare che la Chiesa dovrebbe necessariamente applicare questo tipo di pastorale fondata su delle cose assurde come la nozione di «uomo moderno», che non esiste. In Europa vi è una grande diversità di uomini moderni. Le culture della Polonia, dell’Ungheria, della Slovenia, di Parigi, sono completamente differenti. Costoro pensano che l’uomo moderno sarebbe quello di Parigi, di Francoforte, e ignorano completamente l’Africa, l’America Latina, una gran parte dell’Asia, ignorano che nelle coscienze di tutti gli uomini vi è molto di più di ciò che leggono sui giornali, nelle riviste, nelle pubblicazioni accademiche. Per esempio: pensare che l’uomo moderno sia ateo è falso, mi sembra. Ogni uomo ha la certezza che Dio esiste, sulla base del senso comune. Poi ci si può allontanare da Lui. Un pastore d’anime che confessa un morente lo sa molto bene. Anche Voltaire, all’ultimo momento, ha chiesto un prete per assolverlo. Egli sapeva molto bene che Dio esiste e che Gesù Cristo è Dio.

Domanda: Pensa che la teologia di Joseph Ratzinger potrebbe essere una via d’uscita dalla crisi della Chiesa?
Mons. Livi: Assolutamente no. A causa di ciò che ho già detto. Già nella «Introduzione al Cristianesimo» egli dimostrava una cultura cattolica sotto l’influenza della cultura protestante, e nella teologia egli agiva già sulla base della scelta di combattere il neo-tomismo e la neo-scolastica, con i loro preambula fidei e la teologia naturale. Secondo lui, si passa direttamente dall’ateismo alla fede, cosa che, dogmaticamente, la Chiesa non accetta, come afferma il concilio Vaticano I; l’enciclica Fides et ratio dice il contrario. Non si passa dall’ateismo alla fede, si passa dalla conoscenza naturale di Dio alla fede, solo attraverso i preambula fidei, se si cerca la salvezza e si ha la possibilità di comprendere la giustezza del messaggio di Cristo.
Comunque sia, mi sembra che il pensiero di Ratzinger possa essere criticato come teologo; altra cosa è la sua azione pastorale come Prefetto della Congregazione per la Fede e poi come Papa. Come Papa ha fatto molto poca pastorale dogmatica, ha fatto della pastorale che io chiamo «letteraria». Ha prodotto dei documenti che derivano più dalla teologia che dal magistero. Se si fa della teologia e si mette il proprio lavoro sullo stesso piano di quello dei teologi, non si fa più del magistero, che consiste nel riproporre il dogma e spiegarlo. Le sue encicliche sono al 90% della pura teologia ed egli ha impiegato una gran parte del suo pontificato a scrivere i tre volumi del «Gesù di Nazareth».

Domanda: Nel 2005, il cardinale Ratzinger ha detto che i non credenti vivono anch’essi come se Dio esistesse. Com’è possibile questo?
Mons. Livi: Con il più grande rispetto per il cardinale Ratzinger – che in seguito ha ripetuto la stessa cosa come Papa – si tratta di una sciocchezza. Non si può presentare agli uomini l’esistenza di Dio come fosse un’ipotesi. Questo è solo fideismo.


L’esistenza di Dio è una certezza e bisogna richiamare gli uomini alla sincerità del loro cuore, che dice loro che Dio esiste e che hanno il dovere di cercare sempre il vero Dio che si manifesta nella storia.


Questo discorso, Ratzinger l’ha sempre fatto parlando alle istituzioni politiche, economiche e sociali, perché egli si preoccupa giustamente per la dottrina sociale della Chiesa e per il bene comune, cioè per la giustizia sociale. Egli diceva che le persone che lavorano in politica, in economia e per la giustizia sociale, se non accettano l’esistenza di Dio e ancor più la fede cristiana, dovrebbero tuttavia mantenere questa ipotesi dell’esistenza di Dio. Il che non ha né capo né coda! Colui che ammette l’ipotesi – sia il Papa sia gli atei – nega una verità sapendo che è una verità. Nessuno può convincermi che vi sia veramente qualcuno che, apoditticamente, neghi l’esistenza di Dio.
In Francia, negli anni sessanta, Étienne Gilson, mio maestro, scrisse un libro, L'Athéisme difficile, nel quale affermava che per un filosofo è impossibile affermare che Dio non esiste. La fonte della filosofia mondiale, che viene dalla Grecia, parte dal presupposto che Dio esiste.

Domanda: L’anno scorso, lei ha denunciato la persecuzione contro la sua persona e contro coloro che non si allineano con la dittatura del relativismo. Questa persecuzione continua ancora?
Mons. Livi: Va di peggio in peggio; e questa persecuzione si giustifica con certe affermazioni imprudenti dell’attuale Papa. Tutti quelli che sono fedeli alla dottrina, al Diritto Canonico, e vogliono che le certezze della fede non vengano messe da parte, sono apertamente accusati di eresia. Eresia pelagiana e gnostica. In verità, il Papa guarda a quelli che sono animati da buone intenzioni e che hanno firmato prima i Dubia, poi la Correctio filialis, ai quali risponde: «Siete dei fanatici». Il Papa, e tutti gli altri, ignorano che nella fede della Chiesa vi sono due livelli: vi è il livello del dogma, le certezze assolute, che sono poco numerose; e vi è il livello delle spiegazioni e delle applicazioni del dogma, che arrivano fino alla pastorale; queste ultime sono numerose, ma riguardano solamente ciò che è accidentale. Su ciò che è sostanziale, invece, non possono esserci delle scuole di pensiero. La fede della Chiesa è sempre la stessa, e quelli che vi sono legati non possono essere rimproverati, non devono essere perseguitati: li si deve aiutare a compiere il loro dovere e bisogna e si dia loro ragione. Arriverà il tempo in cui il Papa lo farà; quando Dio vorrà.


Domanda: Che accade a quelli che non si allineano? In che consistono le persecuzioni?
Mons. Livi: Ormai tutti lo possono vedere. Io penso a ciò che è successo ai Francescani dell’Immacolata e a tutti quelli che scrivendo dei libri e facendo una pastorale di chiarificazione e di superamento del disorientamento pastorale, si sono visti interdetti i libri e le conferenze in molte diocesi.


Io, per esempio, dirigo una collana di quaderni intitolata «Divinitas Verbi», che ha prodotto già sei numeri. Essi sono stati rifiutati dalle librerie cattoliche, che non li mettono neanche in vetrina. La Civiltà Cattolica non li cita neanche tra i libri ricevuti. Questo è significativo. Avvenire li combatte apertamente.
In Italia, tutta la stampa cattolica ufficiale (Civiltà Cattolica, Avvenire, Famiglia Cristiana, Edizioni Paoline), pratica un ostracismo verso questa buona dottrina oppure la citano in termini spregiativi, come se fosse stata prodotta da un folle. Il quotidiano della CEI, che ospita tutti i peggiori trattati sulla fede e li esalta come fossero degli esempi che farebbero avanzare la riforma della Chiesa, allorché gli scrissi che non apprezzavo che Avvenire pubblicasse una catechesi di Enzo Bianchi – che pratica un ateismo camuffato da «buonismo» e che dice apertamente che Gesù è una creatura e che Dio è divenuto uomo e dunque non è più Dio, ma solo un uomo – mi ha duramente attaccato. Nella pagina delle Lettere al Direttore, che tutti leggono, questi ha affermato che sarei un folle, un mentitore, un incompetente… io, che ho scritto su quel giornale per più di trent’anni prima della «svolta».

Questa «congiura del silenzio» nei confronti degli uomini come me, diventa limitativa con questo ostracismo che nuoce grandemente al lavoro accademico ed editoriale, poiché se i libri non vengono accettati in libreria e non si vendono, è inutile scriverli. Comunque sia, ciò che conta è riconoscere l’eresia e la pastorale che la favorisce. E’ quello che sta scritto nella Correctio Filialis «de hæresibus propagatis», e cioè che noi correggiamo il Papa, non perché è eretico - cosa che non direi mai – ma perché con la sua pastorale favorisce la propagazione dell’eresia. Del resto, egli ha messo al vertice della Chiesa i peggiori eretici, ai quali fa scrivere le sue encicliche.


Domanda: Francesco ha detto a Eugenio Scalfari che l’Inferno non esiste. Questo fa di lui un eretico?
Mons. Livi: No. Il Papa sarebbe eretico solo se affermasse queste cose formalmente. Egli le lascia dire. Come fa, per esempio, lasciando dire al Generale dei Gesuiti che non si sa quale sia la dottrina storica di Gesù perché allora non c’erano i registratori o che il demonio è un simbolo del male. Queste non sono dunque dottrine espresse da lui, che, al contrario, in Gaudete et exultate afferma che il demonio è una persona vivente e vera. Egli le fa dire agli altri nel quadro di una prassi. Una prassi funzionale che crea confusione e il contesto favorevole alle riforme che egli vuole realizzare, e chiunque vuole opporvisi viene accusato di essere giansenista e gnostico.
 
Tratto da QUI

giovedì 7 giugno 2018

Padre Cornelio Fabro: aspetti di un vero teologo


 
1)  Cornelio Fabro passa alla storia come il grande metafisico, forse il più grande del secolo appena trascorso. Come viveva il suo essere teologo?

Fabro è un pensatore radicale, non è un uomo di corrente o di scuola, egli si pone di fronte ai temi decisivi per l’esistenza e prende posizione. Il peso stesso dell’erudizione non appiattisce mai l’inquieta ricerca e la religiosa “cura dell’anima”. Non era un uomo immerso nell’accademismo astratto, la Commissione per il concorso a cattedra dell’Università di Bari lo definì «degno di molta considerazione per la sue doti teoretiche», ma non mancò di scorgere i suoi accenti «polemici» e «tendenziosi», evidentemente sul centrale “problema di Dio”. Il Cornelio Fabro filosofo è un tutt’uno col teologo e con l’uomo di Dio, per il quale il problema essenziale di Dio è il problema essenziale dell’uomo.
In ogni suo scritto si legge l’indispensabile esigenza di restituire alla ragione la sua dimensione metafisica in grado di attingere il trascendente.

 
2)  Un aspetto poco conosciuto di questo grandissimo intellettuale è, in effetti, la sua passione per il creato…

Nelle sue memorie ci parla della sua infanzia con gli animali domestici, le piccole sorgive nella zona di Flumignano (UD) suo paese natale, e si intuisce il ruolo che l’osservazione del creato ebbe fin dalla sua infanzia molto provata da serie malattie e conseguente immobilità. Frequenta per tre anni i corsi di Scienze naturali all’Università di Padova, si occupa di biologia, di embriologia, di genetica, di fisiologia comparata, di natura della vita e specialmente degli stretti rapporti tra biologia e filosofia. Per osservare la biologia marina caldeggiò la realizzazione di un laboratorio a Roma con acqua di mare, ricordiamo anche l’argomento della sua tesi di laurea in zoologia: “Modificazioni istologiche nell’utero del pescecane” e le sue innumerevoli visite alla stazione di zoologia di Napoli, ma anche allo zoo di Roma.


  3)  Forse anche questi elementi hanno aiutato, sotto il profilo umano, il suo approccio realista?

Rimane colpito da quel modus scientifico che riscontra nell’ambiente della ricerca e dal modo di affrontare i problemi che «ti costringe a fare i conti col reale», questa esperienza lo accompagnerà quando lascia il campo scientifico per dedicarsi alla filosofia.  Di qui il suo “realismo della res”, un tutt’uno col realismo gnoseologico.
C. Fabro si confronta sempre con quella «realtà che ti prende e ti costringe a fare i conti con essa, senza fumosità pseudo teoriche e divagazioni formali semantiche». Da qui la sua avversione all’ideologismo e ai sistemi troppo razionalisti, che sono per lui «una forma d’immanentismo». Il suo impegno era ed è «ridare alle intelligenze il gusto della verità e consolidare negli animi il fondamento della libertà», e Cornelio Fabro usa la sua raffinatissima intelligenza di filosofo come un bisturi per individuare ed esaminare le fibre più interne, profonde e sottili del conoscere e dell’essere. Rispondendo all’esigenza teoretica di scandaglio della fondazione metafisica della cogitativa, come forma inferiore di razionalità e forma superiore di sensibilità, C. Fabro coglie tomisticamente quell’anello di congiunzione che si situa fra l’intelletto e la sensibilità e che spiega e legittima il realismo gnoseologico.
A questi punti fermi si ancora il suo invito all’«immersione nella realtà», all’«elasticità concettuale», alla «conversio ad praesentiam». Ovviamente sarà la lettura dei suoi scritti ad ancorarci a queste solide basi.

4) Gli ultimi decenni della sua produzione filosofico-teologica sono stati segnati anche nella cultura cattolica dall’ideologia dell’ “apertura al mondo”, apertura che, come riconobbe con accenni autocritici il Santo Padre Paolo VI, è divenuta un’invasione della Chiesa da parte del pensiero mondano…

L’attitudine al compromesso del mondo cattolico lo feriva e gli causava dolore, più tardi si rese addirittura conto che il suo infarto nel marzo del ‘74 era legato all’atteggiamento del mondo cattolico, troppo disponibile a compromessi sulle tematiche del divorzio e dell’aborto. Vedeva l’Italia che si allontanava dai principi cristiani e vedeva che ciò avveniva con leggi firmate dai governi democristiani.
Più in generale la sua sincerità lo portò sempre ad essere «contro i movimenti tiepidi di compromesso tra trascendenza cristiana e immanenza moderna», come pure sempre aborriva i gruppi di potere che per utilità nascondono la verità nella volontà e “unificano” ciò che non è nemmeno lontanamente assimilabile.
 


5) Diversi uomini di Chiesa, anche autorevolissimi e anche di formazione moderna, hanno denunciato una gravissima deriva dottrinale nel mondo cattolico odierno. Cosa pensava Fabro di tale fenomeno?

C. Fabro scrive a proposito degli errori filosofici moderni e della necessità che il clero li conosca per difendersene: «gli sbandamenti nella dottrina e nella morale cattolica seguiti al Concilio, forse tra i più aberranti e gravi nella storia delle eresie, che hanno coinvolto anche larghi strati della gerarchia, che non ha seguito spesso le direttive del Vicario di Cristo, dipendevano e dipendono da questo». Dipendono ossia dall’ignoranza della vera natura del «pensiero moderno», è l’«antropologia radicale» infatti ciò che mina alle basi la trascendenza e la metafisica, portando con sé gli «sbandamenti dottrinali» sopra citati. Citiamo Miccoli: «Il realismo metafisico di Fabro si è imposto all’invadenza dell’idealismo, del marxismo, dell’intuizionismo bergsoniano, dell’esistenzialismo, del pragmatismo e del nichilismo, come barriera e palizzata teoretica che si erge a confine di decisive questioni concernenti Dio, Uomo, Mondo in un linguaggio intransigente, intollerante, seccamente esegetico più che ecumenicamente ermeneutico…». Egli continua parlando di Fabro come «attento e sollecito a proteggere lo spazio sacro del divino nella linea della tradizione cattolica contro i profanatori del tempio e contro gli araldi di nuove proposte teoretiche e pratiche, che gli apparivano insidiose per la vita della Chiesa in quanto equivoche, eretiche, sovvertitrici della Fides Ecclesiae».


6) Come fu presa la sua sincerità?

C. Fabro è contro ogni pragmatismo dottrinale, perché esso non è altro che «odio per l’intelligenza», la sua «implacabile e immediata sincerità» non può che portarlo a «quell’amore aspro e appassionato per la verità che non guarda in faccia a nessuno» scriverà l’illustre giuria di Bassano nel 1989.
Per la sua sincerità dovette soffrire, si pensi al libro su K. Rahner; gli fu richiesto da alcuni colleghi che lo incoraggiarono, ma poi non fu sostenuto come si doveva quando comparvero le difficoltà, l’ostracismo, le lettere indignate. Ma lui sfidò i contestatori a pubblico dibattito in Gregoriana, evidentemente tutto restò lettera morta perché nessuno voleva confrontarsi, scrive Mario Composta, tutti conoscevano la fondatezza delle sue posizioni e la forza delle argomentazioni. Ancor più triste fu constatare che gli attacchi  vennero solo dal mondo cattolico, il mondo filosofico laico non s’immischiò nemmeno e gli strali più avvelenati vennero dai vicini, ma lui continuò a condannare fermamente la “svolta antropologica” del teologo tedesco.


7) E come vedeva il proprio combattimento filosofico-teologico, in ultima analisi la sua battaglia per la verità?

Attribuiva a Dio la sua forza. Cito dal suo testamento spirituale: «Se non ho mai indietreggiato davanti alla verità è stato frutto della Sua (di Dio) assistenza misericordiosa, della protezione della Madonna, degli Angeli e dei miei santi patroni, delle anime che ho potuto dirigere e di quelle che ho assistito in punto di morte nel passaggio alla patria celeste». C’è l’aiuto di Dio e c’è la fiducia nel Signore e c’è accanto l’utilizzo responsabile della libertà ordinata dalla verità, vera «partecipazione all’opera creatrice di Dio». Nelle pieghe più intime dello spirito siamo chiamati dal Creatore a partecipare all’opera redentiva, che si fonda sull’onnipotenza divina, che ci dona una libertà scaturiente e sempre rinnovantesi. Ogni libertà è una nuova creazione nel divenire del nostro essere e quindi, nel tessuto sociale in cui siamo, partecipiamo all’opera creativa di Dio. Di qui la nostra responsabilità. Nel mondo dello spirito e nel mondo sociale ci sono questi virgulti di vera libertà - che sono come i germogli che vediamo in questa primavera - essi possono rimanere sconosciuti, non visti, non apprezzati agli occhi degli uomini, ma sono una forza e sono preziosi agli occhi di Dio e al bene dell’umanità.

 Tratto da QUI
Don Stefano Carusi
 
 Intervista alla segretaria Suor Rosa Goglia che per decenni ne fu la più stretta collaboratrice