La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





post recenti

Visualizzazione post con etichetta Sacerdozio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sacerdozio. Mostra tutti i post

mercoledì 6 giugno 2018

Cari sacerdoti: tornate ad indossare la talare!

 
Ritengo di attirare la attenzione su un problema, che sta diventando della massima importanza: quello dell'abito ecclesiastico.... Di fatto si sta assistendo alla più grande decadenza dell'abito ecclesiastico....
 
L'abito condiziona fortemente e talvolta forgia addirittura la psicologia di chi lo porta . L'abbigliamento, infatti, impegna per la vestizione, per la sua conservazione, per la sostituzione. È la prima cosa che si vede, l'ultima che si depone. Esso ricorda impegni, appartenenze, decoro, colleganze, spirito di corpo, dignità! Questo fa in modo continuo. Crea pertanto dei limiti alla azione, richiama incessantemente tali limiti, fa scattare la barriera del pudore, del buon nome, del proprio dovere, della risonanza pubblica, delle conseguenze, delle malevoli interpretazioni.....
 
L'abito non fa il monaco al 100%, ma lo fa certamente in parte notevole; in parte maggiore, secondo che cresce la sua debolezza di temperamento.....Per tale motivo la questione della divisa ingigantisce nel campo ecclesiastico e si impone alla attenzione di quanti vogliono salvare vocazioni, perseveranza negli accettati doveri, disciplina, pietà, santità!
 
Succede che in talune città d'Italia (non citiamo ovviamente i nomi, ma siamo ben sicuri di quello che diciamo) per l'assenza di ritegno imposto dalla sacra divisa si arriva ai divertimenti tuttavia proibiti dal Codice di Diritto Canonico, ai night clubs, alle case malfamate e peggio. Sappiamo di retate di seminaristi fatte in cinema malfamati ed in altri non più consigliabili locali. Tutto per colpa dell'abito tradito!
 
Il bilancio che ne consegue eccolo:
- disistima;
- sfiducia;
- insinuazioni facili e talvolta gravi;
- preti che, cominciando dall'abito e dallo smantellamento della prima umile difesa, finiscono dove finiscono...
- crisi sacerdotali, del tutto colpevoli, perché cominciate col rifiuto delle necessarie cautele, richieste dal Diritto Canonico e dal consiglio dei Vescovi, con risultati disgraziati e spostati...
- seminari che si svuotano e non resistono; mentre nel mondo, tanto in Europa che in America, rigurgitano i seminari, ordinati secondo la loro genuina origine, col rigoroso abito ecclesiastico, nella vera obbedienza al Decreto conciliare Optatam totius;
- anime che si trascinano innanzi senza più alcuna capacità decisionale, dopo la loro contaminazione col mondo.
 
Credo difficile possa esistere nel nostro tempo, proprio per le sue caratteristiche, lo spirito ecclesiastico senza il desiderio e il rispetto dell'abito ecclesiastico.
 
Qui non parliamo solo di «abito ecclesiastico», ma di talare. E guardiamo bene le cose in faccia, senza alcun timore di quel che si può dire. Alcuni, per boicottare l'uso della talare o per giustificarsi nell'aver ceduto alla moda corrente contraria all'abito talare, affermano: «Tanto la talare è un abito liturgico», volendo così esaurire l'eventuale uso della talare alla sola liturgia. Questo è apertamente falso e capziosamente ipocrita!
 
Francamente è chiaro che il clergyman non è la soluzione più desiderata.
 
Chi non ama la sua talare resisterà ad amare il suo servizio a Dio?
 
Il prossimo non sostituisce Dio!
 
Non è soldato chi non ama la sua divisa.
 
L'indirizzo da darsi è:
- che anche se la legge ammette il clergyman, esso non rappresenta in mezzo al nostro popolo la soluzione ideale;
- che chi intende avere l'integro spirito ecclesiastico deve amare la sua talare; 
- che la difesa della talare è la difesa della vocazione e delle vocazioni.
 
Il mio dovere di Pastore mi obbliga a guardare assai lontano. Ho dovuto constatare che la introduzione del clergyman oltre la legge e le depravazioni dell'abito ecclesiastico sono una causa, probabilmente la prima, del grave decadimento della disciplina ecclesiastica in Italia. Chi vuol bene al sacerdozio, non scherzi con la sua divisa!  
[Testo tratto da: Card. Giuseppe Siri, A Te sacerdote, vol. II, Frigento: Casa Mariana, 1987, pp. 67-73].
 
Tratto dal sito CORSIA DEI SERVI, QUI

mercoledì 30 maggio 2018

In persona Christi

“Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa:  che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio.
 
Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica.
 
Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale.
 
A tal fine, quando un giovane sacerdote fa i suoi primi passi, occorre che possa far riferimento ad un maestro sperimentato, che lo aiuti a non smarrirsi tra le tante proposte della cultura del momento. Di fronte alle tentazioni del relativismo o del permissivismo, non è affatto necessario che il sacerdote conosca tutte le attuali, mutevoli correnti di pensiero; ciò che i fedeli si attendono da lui è che sia testimone dell’eterna sapienza, contenuta nella parola rivelata.
 
La sollecitudine per la qualità della preghiera personale e per una buona formazione teologica porta frutti nella vita.(...)
 
 
In realtà, si cresce nella maturità affettiva quando il cuore aderisce a Dio. Cristo ha bisogno di sacerdoti che siano maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale.
 
Perché ciò accada, serve l’onestà con se stessi, l’apertura verso il direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia.” (Benedetto XVI ai Sacerdoti – 25 maggio 2006)QUI

martedì 27 marzo 2018

Sacramentum Caritatis: Cristo Gesù, unico Salvatore

Siamo entrati nella Settimana santa, davanti a noi si dispiega il ricordo degli ultimi giorni terreni di Gesù che lo porteranno a dare la vita sulla croce per la salvezza eterna del genere umano.
Gesù, durante i tre anni di vita apostolica, ammaestra i suoi apostoli in ciò che dovranno vedere, ricordare, custodire, imitare e trasmettere, dopo la sua salita al Cielo. In modo particolare, la sera del giovedi, li prepara ad affrontare la sua passione, morte e risurrezione e lo fa in modo del tutto nuovo e singolare, lasciando loro due doni preziosi, uniti inscindibilmente l'uno all'altro e fondamentali per la vita spirituale e per la salvezza dell'anima di tutte le generazioni future che, credendo alle sue parole, avrebbero formato la sua Chiesa: la Santissima Eucaristia ed il Sacerdozio.
 
Per questo pubblico alcuni passaggi del documento post-sinodale di Papa Benedetto VXI, del 22 febbraio 2007, dal titolo 'Sacramentum Caritatis', sull'Eucarestia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, unico sacramento di salvezza. Qui  il documento intero italiano, Qui spagnolo, Hier auf Deutsch.
 
Mi preme iniziare con questo passo, il nr 86, dal titolo: 'Cristo Gesù, unico Salvatore', in cui il Santo Padre ci esorta ad essere missionari di Gesù, ad avere a cuore la salvezza di tutti, che si ottiene professando Gesù nella sua Chiesa Cattolica apostolica ed il cui compito di redenzione è preminente nella liturgia del Triduo Pasquale.    
86. Sottolineare il rapporto intrinseco tra Eucaristia e missione ci fa riscoprire anche il contenuto ultimo del nostro annuncio. Quanto più nel cuore del popolo cristiano sarà vivo l'amore per l'Eucaristia, tanto più gli sarà chiaro il compito della missione: portare Cristo.
 
Non solo un'idea o un'etica a Lui ispirata, ma il dono della sua stessa Persona. Chi non comunica la verità dell'Amore al fratello non ha ancora dato abbastanza.
 
L'Eucaristia come sacramento della nostra salvezza ci richiama così inevitabilmente all'unicità di Cristo e della salvezza da Lui compiuta a prezzo del suo sangue.
 
Pertanto, dal Mistero eucaristico, creduto e celebrato, sorge l'esigenza di educare costantemente tutti al lavoro missionario il cui centro è l'annuncio di Gesù, unico Salvatore.(238) Ciò impedirà di ridurre in chiave meramente sociologica la decisiva opera di promozione umana sempre implicata in ogni autentico processo di evangelizzazione.
 
Nota(238)
Cfr Propositio 42; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. sull'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa Dominus Iesus (6 agosto 2000), 13-15: AAS 92 (2000), 754-755

martedì 2 maggio 2017

Profanazione del Giovedi Santo

 
Nella Santa Messa del giovedì santo chiamata 'in Coena Domini' si celebra l'istituzione di due sacramenti: l’Eucaristia ed il Sacerdozio. Infatti, non a caso, i presbiteri quel giorno rinnovano, dinanzi al vescovo, le sacre promesse fatte solennemente nel giorno della consacrazione nell'Ordine Sacerdotale. 
 
La lavanda dei piedi durante la 'Missa in Coena Domini' non è un sacramento e neppure un sacramentale: è un elemento accidentale. La sua introduzione è recente e risale alla riforma dei sacri riti della Settimana Santa fatta da Papa Pio XII, ed ha un suo stretto significato legato al sacro ministero sacerdotale, che è appunto un servizio. Da qui il gesto profondamente simbolico attraverso il quale, memori del fatto che la partecipazione al sacerdozio ministeriale di Cristo attraverso il Sacramento dell’Ordine Sacro è anzitutto un servizio, i vescovi procedevano a ripetere il gesto di questo esempio dato da Cristo Signore [cf. Gv 13,1-11] lavando i piedi a 12 loro presbiteri che rappresentavano gli apostoli scelti dal Redentore. (P. Ariel)
 
Alla luce della grande importanza di questa Santa Messa e del suo significato, diventa inopportuno, fuorviante e sacrilego svuotarla del vero significato evangelico, dando risalto ad un elemento accidentale e variandone il significato, quasi fosse l'elemento più importante ed il solo da valorizzare, piegandolo alla mentalità ed al linguaggio del mondo e nel contempo offrendolo come segno dell'umanità della Chiesa, del suo desiderio di servire, della sua solidarietà ed apertura al mondo secolarizzato.
 
Ciò che Papa Francesco fa sistematicamente da quando è stato eletto al soglio pontificio, non celebrando la Messa dell'Ultima Cena nella Basilica di San Pietro in Vaticano con i sacerdoti, andando a celebrare altrove e scegliendo anche delle donne, è quello di assecondare un processo di massiccio svuotamento del senso sacro dei simboli, dei gesti e dei segni esteriori riempiendoli di altri significati troppo orizzontali, mondani ed esteriori. 
  
Nel giovedì santo del 2013, nel carcere minorile romano di Casal del Marmo, il papa ha lavato i piedi anche a dei cristiani ortodossi e a dei musulmani, tra i quali una donna serba.

Nel giovedì santo del 2014, nel centro per disabili "Santa Maria della Provvidenza" della Fondazione don Gnocchi, Francesco ha lavato i piedi, oltre che a quattro donne, ad un libico di religione musulmana.

Nel giovedì santo del 2015, nel carcere romano di Rebibbia, tra i sei uomini e le sei donne ai quali il papa ha lavato i piedi hanno fatto notizia la showgirl congolese Silvy Lubamba ed il transessuale brasiliano Isabel.
 
Il giovedì santo del 2016 papa Francesco si è recato a Castelnuovo di Porto in un centro profughi richiedenti asilo. I prescelti per il rito della lavanda dei piedi sono stati sei donne e sei uomini: tre donne eritree copte, tre uomini musulmani provenienti da Siria, Pakistan e Mali,  un indiano di religione induista e solo cinque cattolici: quattro uomini nigeriani ed un'italiana, operatrice nel centro.
 
Il giovedì santo di questo 2017 Francesco si è recato presso la Casa di Reclusione di Paliano (Frosinone). Scrivono sia stata una scelta altamente simbolica; la peculiarità di questo carcere è che è l’unico in Italia riservato ai collaboratori di giustizia. Dunque la visita da parte di Francesco vorrebbe essere un messaggio a chi sceglie il pentimento, come processo di maturazione e di conversione. Qui il Papa ha lavato i piedi a 12 dei 70 detenuti del carcere, fra cui tre donne ed un musulmano che sarà battezzato a giugno.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

martedì 21 giugno 2016

Don Didimo Mantiero

Didimo Mantiero nasce a Novoledo, frazione del comune di Villaverla in provincia di Vicenza il 21 giugno 1912, quinto di dieci fratelli, da una famiglia contadina di sane tradizioni cristiane.
Entrò nel seminario di Vicenza a quindici anni e venne ordinato sacerdote nel giugno del 1937. Nel 1941 a Santorso (Vicenza) fondò La Dieci, un'associazione che, partendo dall'episodio narrato nel capitolo 18 della Genesi, nel quale Dio promette ad Abramo di risparmiare Sodoma e Gomorra se vi si fossero trovati dieci giusti, si propose di riunire un gruppo di persone di una stessa parrocchia che, avendo come madre la Madonna facessero proprio il 'patto di Abramo' con Dio e si impegnassero ad offrire a Dio un giorno della propria settimana per la salvezza della città, dei giovani e dei sacerdoti. Convinto della perenne validità di quel patto e sostenuto dall'invito di don Giovanni Calabria, don Didimo iniziò con discrezione la proposta pastorale della preghiera d'intercessione coinvolgendo nell'iniziativa le forze migliori della sua parrocchia, gli anziani e gli ammalati, ai quali chiedeva di impetrare quotidianamente a Dio la salvezza per i suoi giovani.
Tra i giovani contadini di Santa Croce di Bassano ebbe modo di meditare sul suo progetto educativo che vide pratica realizzazione nel 1962 con il sorgere del Comune dei Giovani nato, pur in mancanza di adeguate strutture.
La nascita del 'Comune dei Giovani', preceduta da un'intensa attività catechetica nella parrocchia, segnò lo sviluppo del metodo pastorale di don Didimo il quale aveva come obiettivo la responsabilizzazione dei giovani e che fondava la sua attività sull'associazione 'La Dieci'  e su un'intensa opera di catechesi.
Una delle priorità del suo apostolato fu la costruzione della scuola di catechesi. Considerava i suoi catechisti la pupilla della parrocchia, a preparare i quali venivano chiamati docenti universitari e grandi nomi della cultura cattolica.
 Il 'Comune dei Giovani', dopo una gestazione di due anni, nacque con il tentativo di creare unità organica tra le varie iniziative parrocchiali, con l'obiettivo finale di rendere i giovani responsabili e pronti a inserirsi nel tessuto sociale, dopo aver sperimentato la gestione in piccolo di un comune.
Nel 1974 si manifestarono per don Didimo i primi sintomi del morbo di Parkinson e nel 1979 fu costretto a lasciare l'incarico a causa dei gravi problemi di salute. Ritiratosi, non autosufficiente, in un piccolo appartamento reso disponibile nella scuola materna parrocchiale, fu amorevolmente assistito di notte a turno per ben dieci anni dai suoi giovani. Don Didimo morì il 13 giugno 1991 e fu sepolto nel cimitero di Bassano del Grappa.
 
Dall'intuizione di alcuni membri del "Comune dei Giovani" nel 1981 nasce la 'Scuola di Cultura Cattolica' di Bassano del Grappa, in un periodo storico in cui le idee politiche di Antonio Gramsci sembravano egemoni nella cultura italiana, al punto che anche alcune aree del mondo cattolico ne erano più o meno consapevolmente imbevute. Inoltre stava crescendo anche quella cultura che, dopo la caduta del comunismo, ne avrebbe preso il posto: il pensiero debole. Per molti membri, ormai adulti, del 'Comune dei Giovani', sembrò necessaria un'opera di recupero della tradizione cattolica. La "Scuola di Cultura Cattolica" alla quale partecipano i fuoriusciti dal Comune, che vanno dai 31 agli 80 anni, intende anzitutto sostenere e diffondere la cultura cattolica mediante tutti gli strumenti culturali adatti allo scopo (giornali, radiotelevisione, scuola, turismo) organizzando conferenze, convegni, presentazioni di libri e conferendo un premio internazionale a personalità di spicco, come Joseph Ratzinger, don Luigi Giussani, Eugenio Corti, Mary Ann Glandon, monsignor Carlo Caffarra e monsignor Luigi Negri. In secondo luogo intraprende iniziative per approfondire, sviluppare e diffondere il patrimonio ideale e culturale lasciato da Don Didimo Mantiero, trasmesso nelle istituzioni de 'La Dieci' e del 'Comune dei Giovani'.
Una nota molto significativa:
dei primi dieci giovani che aderirono a “La Dieci”, nove morirono dopo aver confessato a don Didimo di essere pronti a dare tutto per la causa. Un fatto che spaventò il sacerdote, il quale vedrà il frutto di questo martirio solo vent’anni dopo.
 
Tratto da lanuovabq e cathopedia
  
Per saperne di più:

lunedì 20 giugno 2016

Georges Edouard Lemaître - Cinquant'anni fa

Il fisico e astronomo Georges Edouard Lemaître, padre della teoria del Big Bang e pioniere della cosmologia contemporanea era un sacerdote! Nato a Charleroi in Belgio il 17 luglio 1894, studiò prima nel collegio gesuita di Charleroi e poi matematica e scienze fisiche all'Università cattolica della fiamminga Lovanio, dove ottenne il dottorato nel 1920; quello stesso anno entrò in seminario a Mechelen e ordinato sacerdote nel 1923.
Dopo diversi incarichi fuori dal Belgio, tra cui quello presso l'osservatorio astronomico di Cambridge, ritornò in Patria nel 1925 e venne nominato professore ordinario all'Università di Lovanio dove insegnò fino al 1964.
La teoria di Lemaître fu chiamata per la prima volta del 'Big Bang' da Fred Hoyle il 28 marzo 1949, durante una trasmissione radiofonica della BBC.
Negli ultimi anni della sua vita si interessò dei primi calcolatori elettronici e di informatica. Poco prima della sua morte, avvenuta il 20 giugno 1966 a Lovanio, riuscì a sapere che era stata individuata la radiazione cosmica di fondo che provava praticamente la sua teoria.
Lo scienziato che per primo propose l’idea della nascita del cosmo da un “atomo primitivo”, e cioè la teoria che sarebbe stata poi chiamata del Big Bang, fu dunque un sacerdote, che è stato tra l'altro per tanti anni anche presidente dell' Accademia Pontificia delle Scienze.
Scrive il Prof. Francesco Agnoli in merito (qui):
Il suo nome è stato per anni sepolto nell’oblio, per molteplici motivi:
 
1)la primitiva avversione alla sua teoria da parte di Einstein, e di tanti scienziati che bollavano la sua ipotesi come figlia del suo pensiero cristiano e non di un pensiero scientifico («si vede bene che Lei è un prete», gli disse Einstein, con cui Lemaître aveva un ottimo rapporto, alludendo ad una consonanza tra dottrina della creazione ex nihilo e Big Bang. «Questo è un complotto della Chiesa per far passare la creazione sotto veste scientifica», ripeteva il grande astrofisico britannico Fred Hoyle);
 
2)l’ostracismo dei fisici materialisti;
 
3)la sua umiltà, che lo portò per esempio a non rivendicare un’altra primogenitura, l’aver proposto l’espansione delle galassie due anni prima di E. Hubble.

Prima di morire pronunciò una delle sue più celebri frasi: "L'espansione dell'universo è provata soprattutto dalla costante espansione delle capacità umane
".

venerdì 10 giugno 2016

In persona Christi

«Questa è la funzione 'in persona Christi' del sacerdote: rendere presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri tempi, la luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro mondo. Quindi il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti»
 
«Quella del sacerdote, di conseguenza, non di rado potrebbe sembrare “voce di uno che grida nel deserto” (Mc 1,3), ma proprio in questo consiste la sua forza profetica: nel non essere mai omologato, né omologabile, ad alcuna cultura o mentalità dominante, ma nel mostrare l’unica novità capace di operare un autentico e profondo rinnovamento dell’uomo, cioè che Cristo è il Vivente, è il Dio vicino, il Dio che opera nella vita e per la vita del mondo e ci dona la verità, il modo di vivere».
 
(Papa Benedetto XVI, udienza generale, 14 aprile 2010)

mercoledì 20 gennaio 2016

Un ebreo diventato cattolico

Ricorre oggi la memoria di una vicenda straordinaria: la conversione dell’ebreo Alphonse Ratisbonne (nato a Strasburo il 1 maggio 1812) a seguito dell’apparizione della Madonna della Medaglia Miracolosa nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte a Roma.

Era il 1842 e Alphonse aveva deciso di sposarsi con la cugina Flore. Prima del matrimonio decise di recarsi a Gerusalemme per visitare la culla della sua religione. A causa di un'avaria alla nave che lo trasportava, fu costretto a fermarsi alcuni giorni a Roma, in attesa delle necessarie riparazioni: qui incontrò il barone de Bussières, fervente cattolico e amico del fratello di Alphonse, Theodore che si era convertito al cattolicesimo diventando sacerdote nella Compagnia di Gesù nel 1830.
Una sera, il barone, sfidando l'anticlericalismo di Alphonse, gli donò una medaglia della Madonna, di cui era molto devoto ed quest'ultimo, solo per non procurare dispiacere all'amico, accettò di mettersela al collo, così come accettò di ricopiare il 'Memorare', la celebre preghiera mariana di san Bernardo di Chiaravalle. Nel frattempo decise di prolungare di qualche giorno la sua permanenza a Roma, visitando il ghetto il 6 gennaio 1842.
La mattina del 20 gennaio si trovava sulla carrozza del barone de Bussières, che si stava recando alla chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, nei pressi di piazza di Spagna, per organizzare il funerale di un diplomatico. Sebbene avesse affermato di voler attendere l'amico a bordo della carrozza, Alphonse, spinto dalla curiosità, decise di visitare l'interno della chiesa. Una volta dentro improvvisamente venne colto da un certo turbamento che egli stesso così descriverà:
'......vidi come un velo innanzi a me, mi sembrava la chiesa tutta oscura, eccettuata una cappella, quasi che tutta la luce della medesima Chiesa si fosse concentrata in quella. Levai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce, e vidi sull’Altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa la SS.ma Vergine Maria simile all’atto e nella struttura all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell’Immacolata. A tal vista io caddi in ginocchio nel luogo dove mi trovavo......
Altare dell'Apparizione
La Vergine non pronunciava alcuna parola, ma compresi perfettamente... provavo un cambiamento così totale che credevo di essere un altro, la gioia più ardente scoppiò nel profondo dell'anima; non potei parlare... non saprei render conto delle verità di cui avevo acquisito la fede e la conoscenza. Tutto quello che posso dire è che il velo cadde dai miei occhi; non un solo velo, ma tutta la moltitudine di veli che mi aveva circondato, scomparve; uscivo da un abisso di tenebre, vedevo nel fondo dell'abisso le estreme miserie da cui ero stato tratto a opera di una misericordia infinita; tanti uomini scendono tranquillamente in questo abisso con gli occhi chiusi dall'orgoglio e dall'indifferenza... Mi si chiede come ho appreso queste verità, poiché è certo che non ho mai aperto un libro di religione, non ho mai letto una sola pagina della Bibbia... Tutto quello che so è che, entrando in chiesa, ignoravo tutto, e uscendone, vedevo tutto chiaro, non avevo alcuna conoscenza letterale ma interpretavo il senso e lo spirito dei dogmi...
Tutto avveniva dentro di me, e queste impressioni, mille volte più rapide del pensiero, non avevano solamente commosso l'animo, ma l'avevano diretto verso una nuova vita......
i pregiudizi contro il Cristianesimo non esistevano più, l'amore del mio Dio aveva preso il posto di qualsiasi altro amore.'

(Alphonse Marie Ratisbonne, Conversione di un israelita, Edizioni Amicizia Cristiana, 2008)
 
Alphonse-Marie Ratisbonne
Undici giorni dopo venne ammesso al Battesimo, assumendo il nome di Alphonse Marie. Dopo essersi riconciliato con il fratello,(sappiamo quanto fosse grande l'avversione di Alphonse per il cattolicesimo che si inasprì ulteriormente dopo la conversione del fratello Theodore diventato gesuita nel 1830)decise di diventare egli stesso gesuita, seguendo le orme del fratello e il 24 settembre 1848 fu ordinato presbitero.
Dopo alcuni anni trascorsi nella Compagnia di Gesù, comprese che la sua missione era accanto al fratello Théodore, nella Congregazione di Notre Dame de Sion da lui fondata per convertire gli ebrei al cattolicesimo.
 
Lasciò quindi i gesuiti e si trasferì in Terra Santa dove fondò nel 1856 il convento 'Ecce homo', con annessa scuola e orfanotrofio femminile, a cui seguirà il convento 'San Giovanni' nel 1860 (con annessa chiesa e orfanotrofio) e l'orfanotrofio maschile dedicato a San Pietro, con annessa scuola meccanica, presso Giaffa.
Morì il 6 maggio 1884 ad Ain Karin, il luogo che la tradizione collega alla visitazione di Maria a Santa Elisabetta.
 
La grazia di questa straordinaria apparizione, non solo portò la conversione al cristianesimo e l’onore della santità al giovane Alfonso, ma fece assurgere la chiesa romana a Santuario Mariano, con una speciale dedicazione alla Madonna della Medaglia Miracolosa o Madonna del Miracolo.
Ain Karin - Luogo della Visitazione


lunedì 13 ottobre 2014

Dell'Amor la forma /7 - Il sacerdote

E' necessario che il vero cristiano, se desidera amare il Signore e mettere in pratica i suoi insegnamenti, si conformi, durante l'arco dell'intera vita,  non solo alle sue parole, che ci ha lasciato nel Vangelo, ma anche alla  sua stessa vita. La religione cattolica non è una religione fatta di divieti e di prescrizioni e basta, essa non determina la sfera d'azione del praticante relegandolo alla sola osservanza dei comandamenti e dei precetti della Chiesa ma è l'incontro con una Persona: Gesù Cristo, Dio incarnato, morto e risorto per la salvezza del genere umano. In questo modo la religione cattolica acquista una valenza diversa nel mondo, rispetto alle altre religioni, cosiddette grandi e monoteiste, una valenza non paragonabile a niente altro perché essa è altro, è Cristo stesso. Ecco perché il cristiano deve sentire in cuor suo l'esigenza di conformarsi al suo Signore, unico principio e fine della sua vita. Ecco perché ogni comandamento di Gesù ed ogni prescrizione della Santa Chiesa Cattolica, che custodisce e tramanda, da secoli, parole, insegnamenti ed opere di Gesù Cristo stesso, diventano per il fedele un atto di amore, di adorazione, un sì al Signore. Egli stesso ci ha detto che il suo giogo diventa leggero per chi lo accoglie con slancio, amore, dedizione, carità, perché scopo principale dell'amante è rendere felice l'amato! Come Gesù desidera donarci la felicità già su questa terra, con i suoi insegnamenti ed attraverso i Sacramenti, così il fedele rende 'felice' il Signore accettando, osservando ed amando le Sue leggi, che sono leggi giuste che operano per il bene di chi le osserva. Cosa c'è di più importante nella vita, per chi è innamorato, che rendere felice l'amato, conformarsi alle sue esigenze, prevenirle e sodisfarle? Il Signore rientra a pieno titolo, nella vita del fedele, come l'Amato, non rubando la scena a nessun amore terreno, che la sua divina presenza affianca e sublima.

La figura del sacerdote in questo scenario si staglia alta ed imponente più di tutte le altre. Egli è la persona, che più di ogni altra potrà mostrare al mondo intero la Figura, la Forma del suo Amato. Conformandosi alla vita di Gesù, egli stesso ne sarà l'icona più perfetta, ne porterà le piaghe ed anche la gloria! Il sacerdote, in modo particolare quando celebra la Santa Messa, diventa Cristo stesso che si offre in sacrificio. Ecco perché siamo molto addolorati ed anche arrabbiati quando veniamo a conoscenza di sacerdoti che peccano e danno scandalo a vario titolo, proprio perché coscienti del fatto che essi portano in sé, più di ogni altro credente, la forma di Cristo, il sigillo della Sua Umanità e Divinità. Ed ecco perché desideriamo che il sacerdote si distingua in ogni ambito della vita e tra i laici per santità di vita. Ed ecco perché desideriamo che il sacerdote vesta la sua meravigliosa talare, senso di appartenenza e distinzione. Ed ecco perché desideriamo che il sacerdote non abbia il cuore diviso tra Dio ed un amore terreno che ne svilirebbe il mandato, la missione, la sacralità della figura.
 
A tale proposito propongo le parole del Card. Walter Brandmüller il quale ci ricorda come riuscendo a comprendere che:
    
......il sacerdozio non è una funzione di servizio, esercitata in nome della comunità, ma che il sacerdote – in forza dei sacramenti ricevuti – insegna, guida e santifica in persona Christi, tanto più si comprenderà che proprio per questo egli assume anche la forma di vita di Cristo. 
E un sacerdozio così compreso e vissuto tornerà di nuovo a esercitare una forza di attrazione sull’élite dei giovani. 
Per il resto, bisogna prendere atto che il celibato, così come la verginità in nome del Regno dei Cieli, resteranno per chi ha una concezione secolarizzata della vita, sempre qualcosa di irritante. 
Ma già Gesù a tal proposito diceva: “Chi può capire, capisca”.
 
Dell'Amor la forma parte prima qui
Dell'Amor la forma parte sesta qui