La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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mercoledì 1 luglio 2020

Il peccato in caduta libera



«Cade facilmente il senso del peccato anche in dipendenza di un'etica derivante da un certo relativismo storicistico. Essa può essere l'etica che relativizza la norma morale, negando il suo valore assoluto e incondizionato, e negando, di conseguenza, che possano esistere atti intrisecamente illeciti, indipendentemente dalle circostanze in cui sono posti dal soggetto.

Si tratta di un vero “rovesciamento e di una caduta di valori morali”, e “il problema non è tanto di ignoranza dell'etica cristiana”, ma “piuttosto è quello del senso, dei fondamenti e dei criteri dell'atteggiamento morale”.

L'effetto di questo rovesciamento etico è sempre anche quello di attutire a tal punto la nozione di peccato, che si finisce quasi con l'affermare che il peccato c'è, ma non si sa chi lo commette».
Giovanni Paolo II, dall'esortazione post-sinodale 'Reconciliatio et Paenitentia' (1984)
 
"Cristo è certamente afflitto nel vedere e nel sentire preti e vescovi, che dovrebbero garantire l'integrità dell'insegnamento del Vangelo e della dottrina, moltiplicare i discorsi e gli scritti che indeboliscono il rigore del Vangelo ATTRAVERSO AFFERMAZIONI VOLUTAMENTE AMBIGUE E CONFUSE.

A tali preti e prelati, che danno l'impressione di PRENDERE IN CONTROPIEDE l'insegnamento tradizionale della Chiesa in materia di dottrina e di morale, non è fuori luogo ricordare le severe parole di Cristo: 'Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro', 'è reo di colpa eterna', aggiunge Marco ( Mt 12,31-32; Lc 12,10; Mc 3,29)".
 
(Card. Robert Sarah)

martedì 16 maggio 2017

Tolkien: il segreto per un matrimonio felice


di Sonia Ritondale
J.R.R. Tolkien era un romantico. Quando incontrò la sua futura moglie, Edith, all'età di 16 anni, s'innamorò all'istante e iniziò mmediatamente un corteggiamento informale, invitandola regolarmente nelle sale da tè locali. Quando il sacerdote che gli faceva da tutore scoprì la sua storia d'amore, tuttavia, gli proibì di avere contatti con Edith sino all'età di 21anni, per non farlo distogliere dai suoi studi. Tolkien seppur a malincuore obbedì. Per 5 lunghi anni, attese l'unica donna certo che fosse la sua anima gemella. La sera del suo 21.mo compleanno, scrisse una lettera a Edith, dichiarandole il suo amore e chiedendola in sposa. Una settimana dopo, erano fidanzati in attesa del matrimonio.
 
Durante la sua vita, Tolkien scrisse poesie d'amore alla moglie e, nelle sue lettere agli amici, scrive di lei in maniera brillante. Ma forse il più famoso e intramontabile contributo alla sua amata sposa fu l'intrecciare la sua storia d'amore con la mitologia del Middle Earth nella storia di Beren e Luthien.
 
Scrisse al figlio, Christopher: "Non l'ho mai chiamata Edith Luthien - ma ella fu la fonte della storia che a quel tempo divenne la parte principale del Silmarillion. Fu all'inizio pensata in una piccola foresta, una radura traboccante di cicuta a Roos nello Yorkshire (dove fui per un breve periodo al comando di un avamposto di Humber Garrison nel 1917, e lei poté vivere con me per un pò). In quei giorni i suoi capelli color corvino, la sua carnagione chiara, i suoi occhi più brillanti come non li avevo visti mai......."
 
Neppure dopo la morte, Tolkien avrebbe lasciato la sua Edith. Fu seppellito accanto a lei e sotto un'unica lapide erano scritti i nomi di Beren e Luthien.
 
J.R.R. Tolkien fu felicemente sposato per 55 anni. Che cosa aveva Tolkien che molti matrimoni non hanno? Come lo fece funzionare? La risposta è semplice: capì che il vero amore implica l'abnegazione.
 
La nozione moderna di amore è puro sentimento e si focalizza soprattutto sull'io. Se qualcuno ti eccita, se ti fa palpitare allora si che puoi dire di essere innamorato secondo le definizioni moderne.
Proprio perché era profondamente legato a sua moglie Tolkien rigettava questa idea squallida sull'amore. Egli abbracciava invece l'idea cattolica del vero amore fondato sull'altro- qualcosa che richiede il sacrificio degli istinti naturali e un'azione determinata sulla volontà.
 
 
In una lettera al figlio Michael scrisse: 
"Nessun uomo può amare la sua sposa in anima e corpo senza un esercizio consapevole e deliberato della volontà, senza abnegazione. Ho sentito questo troppe poche volte in Chiesa, quasi mai fuori...
Quando il fascino finisce, o semplicemente le cose non vanno al meglio, l'uomo pensa di aver fatto un errore, che la vera anima gemella sia ancora da trovare. In realtà, la vera anima gemella risulterà essere solo la prima persona sessualmente attraente che gli capiterà davanti...
In realtà, la "vera anima gemella" è quella che hanno sposato... In questo mondo decaduto abbiamo come nostre uniche guide la prudenza, la saggezza (così poca in gioventù, troppo tardi nella vecchiaia), un cuore puro e la fedeltà nella verità..." 
 
Lo sforzo per la castità e la fedeltà non finisce mai...
L'essenza dell'amore è un atto di volontà. I sentimenti vanno e vengono nel matrimonio. Quelli che hanno matrimoni felici sono quelli che scelgono- scelgono di amare le loro mogli più di se stessi, che scelgono di sacrificare i loro desideri "a breve termine" per una felicità a lungo termine, quelli che "scelgono di dare invece che di prendere".
 
La vera gioia e la felicità senza fine nel matrimonio sono possibili. Innumerevoli matrimoni, incluso quello di Tolkien dimostrano il fatto. Ma non troveremo mai la gioia se siamo concentrati su noi stessi. Il paradosso è che ti devi dimenticare di te stesso per trovare la felicità che cerchi.
 
 
 Titolo originale: Tolkien: il segreto per un matrimonio felice
Fonte: Aleteia, 31/07/2015
 
TOLKIEN E IL SEGRETO PER UN MATRIMONIO FELICE
La vera gioia senza fine nel matrimonio è possibile, ma non la troveremo mai se siamo concentrati su noi stessi.

Nota di BastaBugie:
per leggere la biografia di Tolkien clicca QUI
Per approfondimenti sul Signore degli Anelli e Lo Hobbit, i capolavori di Tolkien, clicca QUI
 
 
 

martedì 7 febbraio 2017

'Amoris Laetitia' e la linea della dottrina cattolica

 
Ottima sintesi del direttore de La Nuova Bussola Quotidiana (QUI il sito)sulla situazione attuale della Chiesa, sul tradimento del magistero di sempre, della morale cristiano-cattolica e delle leggi di Dio compendiate nei dieci Comandamenti. Le 'aperture' dell'Amoris Laetitia in particolare per quanto riguarda la comunione ai cattolici divorziati e risposati o conviventi more uxorio, altro non fanno che relativizzare la Legge di Dio e dissacrare tre sacramenti: l'Eucarestia, il matrimonio e la confessione. Questo documento papale ha gettato nel caos l'intera Chiesa, dove una parte del clero si sente chiamato in causa ad interpretare liberamente ed in modo ampio il pensiero del Papa e ad agire di conseguenza in modo molto permissivo (i vescovi tedeschi hanno pubblicato un documento in cui dettano la linea per una rinnovata pastorale delle nozze e della famiglia alla luce dell’Amoris laetitia, in cui si dichiara che  in certi casi, anche due conviventi more uxorio potrebbero accedere all’eucaristia, così come scritto dal Papa),  mentre un'altra parte, sottoponendo 'Amoris Laetitia' al vaglio del magistero precedente, agisce secondo la legge immutabile della Dottrina della Santa Chiesa. Questo è quello che il Cardinale Prefetto Müller, nell'intervista a La Nuova Bussola Quotidiana (QUI l'intera intervista) si attende ed auspica quando dice: «La 'Amoris Laetitia' va interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa…. Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando 'Amoris Laetitia' secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del Papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica».

mercoledì 21 settembre 2016

Cose di cui non si parla più

VERGINITA'
 
(...)Si tratta di una vocazione sublime, che deve continuare ad essere ritenuta in altissima considerazione nella vita della Chiesa e che deve essere custodita e preservata educando senza paura i giovani al valore della verginità, non avendo nessunissimo timore di opporsi con forza, coraggio e sante motivazioni alla “sessolatria” dominante e ricordando che la verginità è custodia non solo di un’eventuale futura scelta di vita consacrata, ma anche della santità dei matrimoni, che hanno la pienezza della divina benedizione solo quando entrambi gli sposi, dominandosi, sanno portare all’altare il giglio della verginità, donando l’uno all’altra proprio questa perla preziosissima: l’illibatezza di un corpo inviolato, illibato, incontaminato, che da nessun altro sarà conosciuto se non da chi diventerà per sempre una cosa sola col coniuge. Cosa ci può essere di più bello, di più desiderabile, di più autentico di un tale (vero) amore? Che prima di dire il “sì” per sempre, ha saputo custodirlo con tanti “no”, anche a costo di non poche rinunce e sacrifici?

PUDICIZIA
 
Diversa dalla verginità è la pudicizia, che consiste nella capacità di mantenere la decenza e il pudore in tutti gli atti della persona, non solo in quelli a contenuto direttamente sessuale, ma anche in tutti quelli che, in qualche modo evocano questo mondo. Il pudore spinge a trattare il proprio corpo con “santità e rispetto” (1Ts 4,4) e non come oggetto da ostentare per provocare, sedurre ed eccitare, come purtroppo ormai quasi dovunque vediamo accadere.
 
Sia la donna che l’uomo hanno il dovere di non indurre le altre persone al peccato ostentando in maniera maliziosa il proprio corpo, evitando vesti indecenti o inappropriate, così come qualunque artificio che in qualche modo possa suscitare o risvegliare la concupiscenza nel prossimo.
In questo campo ha grandissima importanza l’educazione, tanto più quanto maggiormente i costumi contemporanei sono scivolati verso un’immodestia pressoché generalizzata, che non poche volte scade in volgarità o addirittura oscenità, che a loro volta sono tanto più gravi quanto più disinvoltamente e provocatoriamente ostentate ai quattro venti. (....
 
(....) senza (ovviamente) cadere in fanatismi o esagerazioni, in inutili anacronismi o in estremismi controproducenti, è necessario riscoprire il rispetto del proprio e dell’altrui corpo, una sana e santa eleganza nel vestirsi, il sentirsi a proprio agio (da parte delle donne) nella loro sacrosanta e benedetta femminilità, il riscoprire la vera dignità del corpo umano, tempio dello Spirito Santo e abitazione terrena dell’anima immortale, destinato ad essere rivestito e coronato di gloria nella misura in cui in questa vita avrà concorso alla santità di ogni singola persona, sarà stato custodito con dignità e rispetto, sarà stato trampolino di elevazione, abbellimento e nobilitazione dell’uomo e non strumento per la sua degradazione, avvilimento e abbassamento.
 

mercoledì 15 giugno 2016

Misericordia e conversione

(...)ci sono due modi profondamente sbagliati di narrare l’evento misericordioso della rinnovazione dell’alleanza fra Dio e l’uomo, spezzata dal peccato. Annunciare la misericordia di Dio senza esortare alla conversione; esortare alla conversione senza l’annuncio della misericordia.(....)La condizione dell’uomo è la libertà, la quale si realizza, all’interno dell’azione misericordiosa che stiamo considerando, nella figura della conversione dell’uomo. Parlare della misericordia di Dio che perdona lasciando in ombra l’atto libero della conversione, è parlare di un idolo creato dall’uomo, non del Dio vero e vivente. Un tale modo di parlare non solo è falso quanto al divino attributo della onnipotenza, ma nega il divino attributo della giustizia e della santità. Dio non può rinnovare la sua alleanza con l’uomo, come se la persona umana non si trovasse in una condizione di peccato.(...) Un annuncio della misericordia che non parlasse simultaneamente della necessità della conversione, ignorerebbe tutti i grandi temi del giudizio di Dio, dell’ira di Dio. Non meno falso sarebbe esortare alla conversione non alla luce del volto divino della misericordia. Un tale modo di pensare la proposta cristiana, sarebbe semplicemente la sua corruzione. La proposta cristiana infatti non è principalmente una proposta etica; non è la promulgazione di un codice morale più perfetto. È la narrazione di un evento di misericordia che ha in sé la forza di cambiare la vita; è l’offerta gratuita, incondizionata di una rigenerazione della propria umanità. È dono, non comandamento; è grazia, non legge.
Noi sappiamo che è stato l’errore pelagiano quello di negare questa intima trasformazione dell’uomo per opera della grazia. (...) 
 
Vorrei ora mostrarvi brevemente gli effetti devastanti che le due narrazioni sbagliate hanno.
In ordine al culto che noi dobbiamo a Dio, non è indifferente ciò che pensiamo di Dio. Ora la prima narrazione distrugge nella coscienza religiosa la verità su Dio, poiché cambia il significato del centro della rivelazione che Dio ha fatto di Sé: Colui che è misericordioso. Come abbiamo già lungamente esposto, misericordia divina significa che Egli in Gesù distrugge il peccato. Poiché non c’è perdono senza conversione, essendo la persona un soggetto libero ed in una condizione di peccato, la prima narrazione conduce la persona umana a pensare “non devo avere alcuna preoccupazione anche se rimango come sono; tanto Dio è misericordioso”. Si capisce allora quanto diceva secondo alcune testimonianze Padre Pio: ”temo di più la misericordia che la giustizia di Dio”. E Sant'Alfonso, Dottore della Chiesa: “ne manda più all’inferno la misericordia che la giustizia di Dio”.
La prima narrazione demolisce il “caso serio” del Cristianesimo, e rende inutile l’Atto redentivo di Cristo.
Essa conduce la persona ad una duplice menzogna: la prima quella di commettere il male più facilmente; la seconda di pensare che poi alla fine… Dio non se la prende poi tanto per questo. E toglie la possibilità di pensare un fondamento ultimo alla coscienza del dovere e dell’obbligazione morale.
La seconda narrazione, essendo una corruzione del Cristianesimo, allontana profondamente l’uomo da esso. La proposta cristiana così narrata, infatti, diventa noiosa, poiché una proposta di vita che consista solamente nella promulgazione di un codice morale, diventa scostante. Ma soprattutto allontana chi ha più bisogno di incontrare Cristo, cioè i peccatori, come viene continuamente detto nel Vangelo. (Card. Carlo Caffarra, Ancona 26.05.2016)
 

martedì 14 giugno 2016

Papa san Giovanni Paolo II su unioni omo

Carissimi fratelli e sorelle!
Siamo entrati nella Quaresima dell'anno 1994, Anno della Famiglia, voluto dall'ONU e dalla Chiesa. Tra i compiti che, durante questo Anno, occorre mettere in evidenza in campo sia ecclesiale che civile vi è il consolidamento del legame familiare e della vera identità della famiglia. Per questa ragione la 'Lettera alle Famiglie', che verrà pubblicata martedì prossimo, 22 febbraio, è prima di tutto un invito alla preghiera per le famiglie e con le famiglie. Gli insidiosi attacchi contro la famiglia nella moderna civiltà edonistica, che, malgrado tutte le dichiarazioni sui diritti dell'uomo, è nella sostanza contraria al suo vero bene, non possono essere respinti se non con la preghiera, il digiuno e l'amore vicendevole. Non mancano, certo, le famiglie che pregano per se stesse e per gli altri. In questo nostro mondo, esposto a così numerose minacce di ordine morale, si sta provvidenzialmente sviluppando l'apostolato delle famiglie.
Purtroppo si devono registrare, proprio in questo Anno della Famiglia, iniziative propagandate da notevole parte dei mass media, che nella sostanza si rivelano "antifamiliari".
 
Sono iniziative che danno la priorità a ciò che decide della decomposizione delle famiglie e della sconfitta dell'essere umano - uomo o donna o figli.
 
Vi si chiama, infatti, bene ciò che in realtà è male: le separazioni decise con leggerezza, le infedeltà coniugali non solo tollerate ma persino esaltate, i divorzi, il libero amore sono talora proposti come modelli da imitare. A chi serve questa propaganda? Da quali fonti essa nasce? "Ogni albero buono - osserva Gesù - produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi" (Mt 7, 17). Si tratta, dunque, di un albero cattivo che l'umanità porta dentro di sé, coltivandolo con l'aiuto di ingenti spese finanziarie ed il sostegno di potenti mass media.
 
Il pensiero va qui alla recente e ben nota risoluzione approvata dal Parlamento Europeo. In essa non si sono semplicemente prese le difese delle persone con tendenze omosessuali, rifiutando ingiuste discriminazioni nei loro confronti. Su questo anche la Chiesa è d'accordo, anzi lo approva, lo fa suo, giacché ogni persona umana è degna di rispetto. Ciò che non è moralmente ammissibile è l'approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale (cfr. Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 95). Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione (cfr. Gv 8, 1-11), ma le ha detto al tempo stesso: "Va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8, 11).
 
Questo dico con grande tristezza, perché tutti abbiamo grande rispetto della Comunità Europea, del Parlamento Europeo; conosciamo i tanti meriti di questa istituzione. Ma si deve dire che con la risoluzione del Parlamento Europeo si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il Parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio: ci sono le debolezze - noi lo sappiamo - ma il Parlamento facendo questo ha assecondato le debolezze dell'uomo.
 
Non si è riconosciuto che vero diritto dell'uomo è la vittoria su se stesso per vivere in conformità con la retta coscienza.
Senza la fondamentale consapevolezza delle norme morali la vita umana e la dignità dell'uomo sono esposte alla decadenza ed alla distruzione. Dimenticando la parola di Cristo: "la verità vi farà liberi" (Gv 8, 32), si è cercato di indicare agli abitanti del nostro Continente il male morale, la deviazione, una certa schiavitù, come via di liberazione, falsificando l'essenza stessa della famiglia.
Non può costituire una vera famiglia il legame di due uomini o di due donne, ed ancor meno si può ad una tale unione attribuire il diritto all'adozione di figli privi di famiglia.
A questi figli si reca un grave danno, poiché in questa "famiglia supplente" essi non trovano il padre e la madre, ma "due padri" oppure "due madri".
 
Confidiamo che i Parlamenti dei Paesi d'Europa sapranno, su questo punto, prendere le distanze e, in occasione dell'Anno della Famiglia, vorranno proteggere le famiglie di antichissime società e nazioni da questo fondamentale pericolo. Non ci sono dubbi, però, che siamo in presenza di una terribile tentazione. La prima Domenica di Quaresima ci ricorda il Cristo che si è trovato faccia a faccia con l'eterno Tentatore dell'uomo e l'ha vinto: una vittoria che preannunciava il trionfo pasquale mediante la croce e la risurrezione. Cristo dice a noi - a noi cristiani, a noi abitanti dell'Europa - che questo genere di male non si vince se non con la preghiera e il digiuno. Sì, non possiamo vincere questo male, questa minaccia in altro modo. Le uniche istanze a cui possiamo appellarci sono la retta, la sana coscienza e il senso di responsabilità delle nazioni, le quali non devono permettere che si distrugga la famiglia, perché da essa dipende il futuro di ciascuno di noi.
 
All'inizio della Quaresima, la Chiesa riascolta la chiamata di Cristo e l'accoglie così come l'hanno accolta, un tempo, gli Apostoli. Smettiamo di essere uomini di poca fede e cerchiamo di diventare uomini di preghiera e di penitenza! " . . . Se non vi convertite, perirete tutti" (Lc 13, 3), dice Cristo. Non sono parole pronunciate invano; hanno avuto già molte volte conferma nella storia. Non sappiamo né il giorno né l'ora (cfr. Mt 25, 13)! La Quaresima ci serva al rinnovamento della nostra alleanza con Dio in Cristo. In Lui solo è la salvezza dell'uomo.
(Papa San Giovanni Paolo II, Angelus 20 febbraio 1994)
 
Tratto da vatican.va

venerdì 13 maggio 2016

A reti unificate

 
Da ieri 12 maggio 2016 è nato un nuovo sito: 'A reti unificate'.
Quando è in pericolo la vita, la famiglia, la libertà, l’educazione, la religione, il bene comune, la piattaforma A RETI UNIFICATE
chiama a raccolta chi tra i media vuole intervenire nel dibattito per incoraggiare, spronare, denunciare, avvertire e far riflettere i lettori al fine di innescare nell’opinione pubblica una sana reazione a catena.È una piattaforma che rappresenta una aggregazione libera di testate e siti che contano così di dare più forza e incisività alle proprie ragioni.
La prima uscita di A reti unificate mette sotto la lente di ingrandimento il disegno di legge sulle unioni civili. 

da domani (13 maggio) pubblicheranno in contemporanea contributi e riflessioni di diversi autori per evidenziare contraddizioni ed aspetti iniqui di una legge che mina alla radice l’istituto del matrimonio e non farà il bene dei bambini.
Questo il calendario degli articoli:

 
  • Venerdì 13 maggio: Paolo Panucci, Avvocato, Consigliere Unione Giuristi Cattolici Italiani.
    Cirinnà, un’unione poco civile
  • Lunedì 16 maggio: Stephan Kampowski, Professore ordinario di Antropologia Filosofica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia.
    Il matrimonio: un affare soltanto privato?
  • Mercoledì 18 maggio: Tommaso Scandroglio, Docente di Etica e bioetica presso l’Università Europea di Roma.
    Da oggi l’omosessualità è un bene giuridico
  • Venerdì 20 maggio: Stefano Fontana, Direttore dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa.
    Le Unioni civili stringono all’angolo la libertà religiosa
  • Lunedì 23 maggio: Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta.
    Dopo la Cirinnà. Che fare?
 
 

martedì 10 maggio 2016

Il rischio di banalizzare la misericordia di Dio


«Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia».
(Card. Müller Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) 

giovedì 5 maggio 2016

Eccezioni alla regola

In questo passo dell'enciclica 'Veritatis Splendor' del Santo Papa Giovanni Paolo II vi è la preoccupazione del Sommo Custode della Fede per le situazioni di disobbedienza al Magistero in cui si ritiene opportuno e legittimo, a seconda del caso, contraddire la regola generale per legittimare ciò che la legge morale definisce essere invece contro la Parola del Signore e delle Sue Leggi. Purtroppo l'esortazione post-sinodale del Santo Padre Francesco 'Amoris Laetitia' contiene una simile 'ermeneutica' creatrice che di fatto porta delle innovazioni pastorali in disaccordo con il Magistero della Chiesa. Questo in particolar modo per quanto riguarda la comunione ai divorziati cattolici che si sono risposati civilmente e non hanno ottenuto l'annullamento del precedente matrimonio cattolico.
 
Ecco il brano:  
"Per giustificare simili posizioni, alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l'originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta.
Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale.
In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un'opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male.
Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette «pastorali» contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un'ermeneutica «creatrice», secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare".
(San Giovanni Paolo II - 'Veritatis splendor' 56)

mercoledì 27 aprile 2016

Veritatis Laetitia


Ormai da tempo, nella vita della Chiesa, si constata in alcuni luoghi, un tacito abuso nell’ammissione dei divorziati-risposati alla Santa Comunione, senza chiedere loro di vivere in perfetta continenza. Le affermazioni poco chiare nel capitolo VIII della 'Amoris Laetitia' hanno dato nuovo dinamismo ai propagatori dichiarati dell'ammissione, in singoli casi, dei divorziati-risposati alla Santa Comunione.
Una confusione nella disciplina sacramentale nei confronti dei divorziati-risposati, con le conseguenti implicazioni dottrinali, contraddirebbe la natura della Chiesa cattolica, così come è stata descritta da sant’Ireneo nel secondo secolo: « La Chiesa,  avendo ricevuto questa predicazione e questa fede, benché dispersa nel mondo intero la conserva con cura come abitando una sola casa; e allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e un solo cuore; e le proclama, insegna trasmette, con una voce unanime, come se avesse una sola bocca».
(Adversus haereses, I, 10, 2).
 
(Mons. A. Schneider, vescovo ausiliare di Astana)

mercoledì 2 marzo 2016

Tre lacci per condurre alla perdizione

Don Bosco è un santo che, dall'età di nove anni fino alla fine dei suoi giorni, avrà spesso sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alle società, ai suoi amati giovani, alla Congregazione salesiana.
 
La sera del 4 aprile 1869 raccontò ai suoi giovani un sogno sul sacramento della confessione che li impressionò vivamente.

«Sognai di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.
Cominciai a confessare, ma presto, vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.

— Perché tenete quella corda al collo? — domandai — Levatevela!
E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.
— Orsù — dissi a uno che mi era vicino — togli quella corda!
— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.

Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.

Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa.
 
Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:
— Chi sei?
L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.
— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.
Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.

— Che cosa significano?
— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.— E come? In che maniera?
— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.
— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.
— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.
— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!

Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:
Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.
— E il secondo?
Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.
— Il terzo?
— Il terzo non te lo voglio dire.
— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.
— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.
— E io voglio che tu me lo dica.
E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue.
Finalmente disse:
Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.
— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?
— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.

Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».

Tratto da qui

lunedì 29 febbraio 2016

Una voce fuori dal coro

A proposito della legge Cirinnà sulle unioni di persone dello stesso sesso ecco la voce del vescovo di Ascoli Piceno mons. Giovanni D'Ercole:
'A me però, come pastore della Chiesa, incombe il diritto-dovere di illuminare le coscienze secondo i dettami della legge naturale e di quella divina. E voglio farlo nel pieno rispetto di tutti, e anzitutto della verità, senza badare al successo mediatico e al plauso umano.
'Il rischio oggi – spiega il presule – è che nel filone libertario prorompente prevalga non il bene vero, ma quel che appare tale senza esserlo perché ritenuto opinione prevalente, ma non è l’opinione maggioritaria della gente che decide che cosa è verità e bene. Ad esempio, l’aborto è diventato, per referendum popolare, da decenni un diritto, ma non pochi si accorgono ora dei danni che ha prodotto e delle ferite insanabili che lascia nel cuore della donna, senza aver prodotto i risultati che si auspicavano… ma come tornare indietro? Potrebbe avvenire la stessa cosa per altri temi relativi alla famiglia e alla bioetica, ritenuti moderne aperture e conquiste di civiltà.
'Andare controcorrente – aggiunge il Vescovo di Ascoli Piceno – su questi temi è troppo facilmente giudicato come restare retrogradi e legati al passato. Eppure bisogna riflettere, specialmente chi non solo per logica umana, bensì anche per fede è spinto a non abbracciare l’opinione prevalente solo perché dominante'.
 
'Dico a Renzi: dove è finito  il suo spirito cristiano? Quando uno ha veramente fermi i valori  di Dio ragiona in modo diverso. In quanto a questa legge che è figlia delle tenebre e non della luce, l’esperienza negativa deve servire di stimolo ai cattolici per riconsiderare e rivedere la loro fede e cercare quello che nel concreto non va. Sento tanti cattolici dire che appoggiano questa legge per tutelare i diritti civili. In questa affermazione c'è qualcosa che non funziona. E allora bisogna svolgere, pastori in testa, un  approfondito e serio esame di coscienza e cercare di capire quello che non va'.

martedì 9 febbraio 2016

La famiglia: sogno di Dio


'La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità.
 Come affermò il beato Paolo VI, la Chiesa ha sempre rivolto «uno sguardo particolare, pieno di sollecitudine e di amore, alla famiglia ed ai suoi problemi. Per mezzo del matrimonio e della famiglia Iddio ha sapientemente unito due tra le maggiori realtà umane: la missione di trasmettere la vita e l’amore vicendevole e legittimo dell’uomo e della donna, per il quale essi sono chiamati a completarsi vicendevolmente in una donazione reciproca non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale. O per meglio dire: Dio ha voluto rendere partecipi gli sposi del suo amore: dell’amore personale che Egli ha per ciascuno di essi e per il quale li chiama ad aiutarsi e a donarsi vicendevolmente per raggiungere la pienezza della loro vita personale; e dell’amore che Egli porta all’umanità e a tutti i suoi figli, e per il quale desidera moltiplicare i figli degli uomini per renderli partecipi della sua vita e della sua felicità eterna'.
Dal “DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO
DEL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA” presso la Sala Clementina il giorno 22 gennaio 2016

 

martedì 2 febbraio 2016

Lo scrigno della famiglia


In questa linea sentiamo il dovere di rilanciare la voce della famigliatesoro inesauribile e patrimonio universale – perché sia tutelata, promossa e sostenuta da politiche veramente incisive e consistenti: sono la condizione per aiutare – come già avviene in altri Paesi – la nascita dei figli che – come ha detto Papa Francesco – “non sono un problema di biologia riproduttiva”; tra l’altro, “una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa”(Papa Francesco 11.02.2015).
 
Per questa ragione, come abbiamo rilevato altre volte, l’indice di natalità è un segnale decisivo per valutare lo stato di un Paese, e pertanto dovrebbe essere da tutti meglio considerato.
Inoltre, sempre più vengono a galla – nel sentire della gente – l’amore e la convinzione per cui la famiglia, come prevede la nostra Costituzione,
è il fondamento e il centro del tessuto sociale, il punto di riferimento, il luogo dove ricevere e dare calore, dove uscire da sé per incontrare l’altro nella bellezza della complementarietà e della responsabilità di nuove vite da generare, amare e crescere.

Per questo ogni Stato assume doveri e oneri verso la famiglia fondata sul matrimonio, perché riconosce in lei non solo il proprio futuro, ma anche la propria stabilità e prosperità. Auspichiamo che nella coscienza collettiva mai venga meno l’identità propria e unica di questo istituto che, in quanto “soggetto titolare di diritti inviolabili, trova la sua legittimazione nella natura umana e non nel riconoscimento dello Stato. Essa non è, quindi, per la società e per lo Stato, bensì la società e lo Stato sono per la famiglia” (Compendio per la Dottrina Sociale).

Sul fronte vitale della famiglia si è accesa una particolare attenzione e un acceso dibattito.
È bene ricordare che i Padri costituenti ci hanno consegnato un tesoro preciso, che tutti dobbiamo apprezzare e custodire come il patrimonio più caro e prezioso, coscienti che
“non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione” (Papa Francesco 22.01.2016)
In questo scrigno di relazioni, di generazioni e di generi, di umanesimo e di grazia, vi è una punta di diamante: i figli.

Il loro vero bene deve prevalere su ogni altro, poiché sono i più deboli ed esposti: non sono mai un diritto, poiché non sono cose da produrre; hanno diritto ad ogni precedenza e rispetto,
sicurezza e stabilità. Hanno bisogno di un microcosmo completo nei suoi elementi essenziali,dove respirare un preciso respiro: “I bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma. La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico”(Papa Francesco 17.11.2014)
 
Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 25 - 27 gennaio 2016
Prolusione del Presidente il card. Angelo Bagnasco
 
 
 












 
 

mercoledì 8 ottobre 2014

...pare che......


Per la verità, a noi, affezionati alla razionalità, alla natura e alla realtà, pare che continuino a nascere solo uomini e donne. Insieme al buon senso e alle ostetriche, lo dicono la scienza, la fisiologia e la biologia.
(Antonio Socci)
http://www.antoniosocci.com

lunedì 6 ottobre 2014

Fedele al matrimonio pur nella separazione

“Accogliere fraternamente la persona separata o divorziata che vive la sofferenza della disunione coniugale ed essere compagno di cammino nel momento doloroso vissuto”. È questo lo scopo del gruppo “Santa Maria di Cana - Separati o divorziati fedeli agli impegni del matrimonio”, attivo a Baida, in provincia di Palermo, e sostenuto dalle suore di Carità del Principe di Palagonia. Da undici anni viene proposta una pastorale specifica per le persone separate/divorziate non risposate né conviventi: il percorso prevede di riedificare l’identità di figli di Dio, avviare il percorso del perdono e far riemergere l’identità nuziale. Ogni anno, a chiusura del ciclo di incontri, le persone separate o divorziate che lo desiderano possono comunitariamente rinnovare gli impegni del matrimonio e quest'anno, nel corso dell’evento, don Giuseppe Di Giovanni, vice postulatore della causa di beatificazione del servo di Dio Francesco Paolo Gravina, principe di Palagonia, ne ha rievocato le tappe terrene come esempio storico di fedeltà al matrimonio: il Principe, all'età di 29 anni, separatosi dopo dieci anni di matrimonio dalla moglie, donna Nicoletta Filangeri, per il costante tradimento di quest'ultima, in quanto ella si legò sentimentalmente ad un altro uomo del quale era follemente innamorata,preferì mantenersi fedele a Dio ed al Sacramento del matrimonio, per tutta la vita e divenne terziario francescano dedicando la sua vita ai poveri di Palermo, dove ricopre anche la carica di sindaco dal 1832 al 1835. Nato il 5 febbraio del 1800, ottavo e ultimo Principe di Palagonia e di Lercara Friddi, discendente di una delle più illustri e ricche famiglie nobili del Regno delle Due Sicilie, era un giovane ricco anche di fascino al quale lo sguardo delle fanciulle si rivolgeva con interesse.
All'età di 19 anni, il 14 marzo del 1819, si sposa con la principessa Nicoletta Filangeri Pignatelli. Purtroppo il matrimonio, tormentato e senza figli, naufragò dopo dieci anni perché nel frattempo l’affascinante principessa di Palagonia si era invaghita del giovanissimo e, dicono gli storici, aitante Francesco Paolo Notarbartolo e Vanni, principe di Sciara. Il palazzo dei Notarbartolo, sito nel popolare quartiere della Kalsa, distava solo pochi metri da quello dei Palagonia.
Nicoletta cominciò a frequentarlo anche la notte, rincasando spesso alle primi luci dell’alba. Ancora innamorato, dopo aver tentato inutilmente di riconciliarsi con la moglie, il Principe Francesco Paolo, una notte le fece trovare il portone sbarrato e un servo in livrea che, a suo nome, la «invitava a tornarsene da dove era venuta». Nicoletta andò allora ad abitare, fino alla fine dei suoi giorni, col Notarbartolo. Era il 1829. Tale separazione non fu facile per il Principe. Dicono gli storici che "La sua stessa vita fisica e morale appariva inizialmente demolita e l'uomo, che quando questo avveniva non era un santo, dovette compiere uno sforzo enorme per risalire la china dell'esistenza." Per tradizione si colloca in questo doloroso momento il suo ingresso nel Terz'Ordine Francescano.
Il Principe Francesco Paolo Gravina rimane dunque dinanzi a Dio in quello stato in cui è quando ne ode la voce. La sua condizione secolare resta il luogo nel quale gli viene rivolta la chiamata di Dio.
Così egli continua a vivere nel secolo, cioè implicato in tutti e singoli doveri e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale di cui la sua esistenza è intessuta.
Egli non si liberò mai dalla malinconia nata dalla separazione dalla moglie, che amò sino alla fine. Si dedica alla carità spicciola, poi, nel 1835 scrive la sua lettera di accettazione dell'incarico di occuparsi dei mendicanti di Palermo. E' una lettera di gioia, per cinque mesi non ha pensato ad altro, è la svolta della sua vita, è la sua missione.
Non prete né frate, non predicatore né direttore di anime, ma Principe, sindaco ad amministratore di opere civiche, visse la carità con un'intensità che trasmise direttamente alle sue suore senza aver mai fatto a loro una conferenza o scritto un libretto di consigli spirituali.
Tutto questo presuppone un'intima vita di unione con Gesù.
Egli entrò nel Terzo Ordine Francescano e cinse quel cordone bianco di castità che avrebbe portato - invisibile - per tutta la vita, fino a svelarne l'esistenza il giorno della morte.
Quanto è creduto impossibile dai più - l'osservanza della castità perfetta - diventa per lui, con la grazia del Signore, possibile e autenticamente liberante. 
Il Principe si spense all'età di 54 anni, il 15 aprile 1854. Qualche giorno prima, aveva dettato le sue ultime volontà, poi era voluto rimanere solo e aveva aspettato in silenzio la morte. «Morì – conclude lo storico Castagna – per essersi speso senza riposo per i suoi poveri ma soprattutto morì di quello che allora si chiamava “crepacuore” o “mal d’amore”. Fino alla fine, infatti, era rimasto innamorato della moglie. Nel testamento mistico lascia anche una somma destinata per far celebrare le S. Messe per la moglie ancora viva. La vedova sposò poi il suo compagno, non ebbe figli, ma diventò donna di preghiera tanto che i parenti del marito conservano un libro di preghiera e la corona del rosario della principessa. Tratto da http://www.francescopaologravina.it