La mia Terra di Mezzo

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giovedì 3 febbraio 2022

Dichiarazioni non in continuità con la Tradizione



L’analisi di numerose dichiarazioni di Papa Francesco rivela che siamo in presenza di un’eterodossia tale da non poter più avere dubbi nel dire che non vi è continuità con la Tradizione o, in altre parole, che tali dichiarazioni non sono proferite alla luce della Fede cattolica. L’intento dottrinale di tali esternazioni non può essere sminuito affermando che si riferiscono ad un ordine prettamente pastorale, dal momento che anche una dottrina pastorale è comunque una dottrina.

 

I tre munera, o uffici, della Chiesa sono: l’insegnare, il reggere, ed il santificare. Questi uffici vanno esercitati dai ministri della Chiesa per la salvezza delle anime. In quanto si tratta della salvezza delle loro anime, i fedeli hanno l’obbligo di vigilare, per assicurarsi che questi uffici siano esercitati in modo adeguato. Se non lo sono, hanno il diritto di palesarne il fatto. Allo stesso tempo, se un ministro inferiore della Chiesa vede che un prelato abusa del suo munus docendi (non insegnando la Fede o insegnando dottrine ad essa contrarie), ha l’obbligo di esercitare lo stesso munus per rivelarne l’abuso e per comunicare la verità.

 

Scrive San Tommaso d’Aquino (ad Gal.2.14): “Essendovi un pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere ripresi, perfino pubblicamente, da parte di quelli che sono loro soggetti. Così San Paolo, che era soggetto a San Pietro, lo riprese pubblicamente, in ragione di un pericolo imminente di scandalo in materia di fede”.

 

E Sant’Agostino commenta: “Lo stesso San Pietro dette esempio a coloro che governano, affinché essi, allontanandosi qualche volta dalla buona strada, non rifiutino come indebita una correzione venuta anche dal loro soggetti”.
Riferendosi di nuovo alla critica pubblica di San Paolo a San Pietro, scrive ancora San Tommaso: “La riprensione fu giusta ed utile, ed il suo motivo non fu di poco conto: si trattava di fatti di un pericolo per la preservazione della verità evangelica… il modo della riprensione fu conveniente, perché fu pubblico e manifesto. Perciò San Paolo scrive: ‘Parlai a Cefa’ cioè a Pietro ‘di fronte a tutti’ perché la simulazione operata da san Pietro comportava un pericolo per tutti.” 
Questo è lo spirito dunque in cui sarà intrapresa la critica delle dottrine o dei gesti che seguono, con la pietà dovuta di un figlio verso il proprio padre spirituale, capo visibile della santa Chiesa di Dio.

 

Le dichiarazioni (o i gesti) trattati riguarderanno solo tre punti determinati: 1) l’Ecumenismo, 2) l’Eroticismo, e 3) l’Adulterio.

 

1. Ecumenismo
Un video
Durante la ricorrenza della Festa dell’Epifania 2016, il Papa ha emanato un video ecumenico che metteva sullo stesso livello la religione cristiana, quella ebrea, quella musulmana, e quella buddhista con immagini del Bambino Gesù, del Buddha, del candelabro ebraico, e della coroncina musulmana; gli aderenti di tutte e quattro quelle religioni hanno poi pronunciato la frase: “Noi crediamo nell’amore”.
Il gesto manifesta il principio ecumenico: “Puntiamo su ciò che abbiamo in comune, non ciò che ci separa”. Questo principio ovviamente è lecito per iniziative interreligiose, per promuovere scopi comuni di ordine puramente naturale come può essere ad esempio la lotta contro l’aborto; ma non può essere lecito quando potrebbe oscurare la Fede cattolica, confondere i fedeli, offendere loro, o, ciò che è infinitamente peggio, offendere Dio Stesso.
Ora, la frase “Noi crediamo nell’amore” oscura la Fede cattolica e confonde i fedeli, in quanto dà l’impressione che la visione della Chiesa cattolica dell’amore sia equivalente a quella delle altre religioni. Anzi, dà l’impressione che questa visione faccia parte della Fede cattolica stessa in quanto viene utilizzata la parola ‘crediamo’, in quanto il papa stesso appare nel video, e in quanto il gesto viene fatto in occasione della Festa dell’Epifania, proprio il giorno in cui nostro Signore Gesù Cristo si è rivelato al mondo.
La frase, però, è vera solo quanto alla virtù dell’amore, cioè a livello naturale; ma è falsa quanto alla Carità, cioè a livello sovrannaturale, il livello più importante, perché determinante per la vita eterna. Infatti la Carità è l’amore sovrannaturale, l’amore divino: dunque l’amore dell’uomo verso Dio come è di per Se Stesso, l’amore dell’uomo verso il prossimo in Dio; l’amore di Dio verso l’uomo; l’amore di Dio verso Se Stesso. Solo un cattolico battezzato in stato di Grazia possiede tale amore, non gli aderenti alle altre religioni!
Quanto all’insieme delle immagini, si mette sullo stesso livello la religione creata da Dio che insegna la Verità e porta alla Vita, e le religioni create dal demonio che insegnano la falsità e portano alla morte. Si mette sullo stesso livello la religione di Nostro Signore Gesù Cristo con quelle di coloro che Lo hanno rigettato, bestemmiato e perseguitato nel corso dei secoli: ossia la religione di un edonista nichilista, di un comune brigante, e del popolo che Lo ha condannato, flagellato, e crocifisso con immensa e diabolica crudeltà.
In quanto tale l’insieme delle immagini costituisce un’offesa a Dio ed è di conseguenza del tutto inammissibile.

 

2. Eroticismo 

 

a) L’Amore matrimoniale 
L’esortazione Amoris Laetitia constata § 80-81: “Il matrimonio è in primo luogo una ‘intima comunità di vita e di amore coniugale’ che costituisce un bene per gli stessi sposi, e la sessualità ‘è ordinata all’amore coniugale dell’uomo e della donna’ CCC 2360.” In note a piede di pagina sono forniti 3 riferimenti per questo testo: Gaudium et Spes § 48 rispetto all’intima comunità; il codice 1983 c.1055 rispetto al bene degli sposi (‘Matrimoniale foedus… ad bonum conjugum atque ad prolis generationem et educationem ordinatum); ed il Catechismo della Chiesa cattolica § 2360 rispetto all’ordinazione della sessualità all’amore coniugale.
Per capire la portata di questo testo, bisogna inserirlo nel suo contesto storico. Secondo l’insegnamento cattolico tradizionale, cioè quello autentico, il matrimonio è un vincolo spirituale; la sua finalità primaria è la procreazione ed educazione dei figli; la sua finalità secondaria è il bene degli sposi (o ‘amore matrimoniale’) che consiste nell’assistenza reciproca degli sposi. L'aspetto sessuale è il rimedio contro la concupiscenza (talvolta identificata come la terza finalità del matrimonio). La sessualità è ordinata verso la procreazione.
Sotto l’influsso del Personalismo poi, la definizione teologica del matrimonio come vincolo viene sostituita da una descrizione psicologica in termini di ‘vita e amore’; la sua finalità secondaria viene elencata prima della sua finalità primaria (come nella citazione latina del codice sopra, senza però designarla ‘primaria’); la sessualità viene intesa come ordinata all’amore matrimoniale, un amore, quindi, essenzialmente emozionale piuttosto che razionale.
Il brano dell’esortazione sopra citato costituisce un passo in avanti (nel senso di interpretazione del tutto forzata e per nulla corretta) rispetto al magistero precedente, in quanto si presenta l’amore matrimoniale ormai esplicitamente come finalità primaria del matrimonio (‘in primo luogo… amore coniugale’), mentre viene taciuta la finalità della procreazione ed educazione (tranne la menzione nella nota in latino). Viene ribadita l’ordinazione della sessualità all’amore coniugale (inteso nel senso emozionale), che sarà elaborato in seguito in termini esclusivamente secolari nella sezione 150 intitolata ‘La dimensione erotica dell’amore’. 

 

b) ‘L’educazione sessuale’ 
Ora che le scuole europee sono state invase ormai da programmi di ‘educazione sessuale’ di ordine amorale e puramente edonista (e probabilmente se ne aspettano altri ancora peggiori!), un intervento da parte della santa Madre Chiesa diviene ogni giorno più conveniente e più urgente.
Con la pubblicazione di Amoris Laetitia si sarebbe sperato qualche presa di posizione cattolica al riguardo: ad esempio 1) una proposta per fondare nuove scuole veramente cattoliche, o almeno per istituire nuovi istituti che vigilassero e operassero affinché venisse attuato l'insegnamento autentico della dottrina cattolica nelle scuole esistenti; 2) un appello ai genitori affinché si occupino dell’educazione sessuale dei loro figli in accordo con l'insegnamento autentico della Chiesa in materia, in particolare sottolineando la finalità primaria del matrimonio, cioè la procreazione e l’educazione dei figli; 3) una chiara esposizione della dottrina cattolica sul matrimonio, sugli atti contrari, sulla purezza, sull’impurezza, e sul fatto che tutti i peccati contro la purezza sono mortali.
Invece la sezione § 280-286 intitolata ‘Sì all’educazione sessuale’ è del tutto priva di questi elementi.

 

1) Piuttosto di proporre alternative all’educazione sessuale attuale, il documento si accontenta meramente di suggerire qualche modifica o cambiamento di accento dentro di essa;
2) Il ruolo educativo dei genitori non viene neanche accennato: piuttosto si concentra (tranne una sola menzione della ‘naturale finalità procreativa della sessualità’) sulla finalità secondaria del matrimonio, cioè l’amore, anzi, l’amore inteso esclusivamente nel senso emozionale, e soprattutto sessuale. Si legge ad esempio dell’ ‘educazione all’amore, alla reciproca donazione’ (§ 280); della ‘capacità di amare’ (§ 281-2); del ‘modo di amare’ degli adolescenti’  (§ 284).
3) Quanto poi alla dottrina cattolica sul matrimonio e sulla purezza, non viene detto nulla. La sessualità viene trattata di fatto solo in modo psicologico senza neppure un accenno alla moralità. Il male da evitare non sarebbe più il peccato, bensì aspetti sociologici o psicologici come banalizzazione e impoverimento (§ 280); ‘pornografia senza controllo’ (come se la pornografia moderata potrebbe forse essere accettabile), la ‘mutilazione’ della sessualità, la deformazione della capacità di amare (§ 281); ‘l’aggressività narcisistica’, il giocare (§ 283); l’immaturità (§ 284); l’isolamento (§284-5), il non accettare il proprio corpo, la paura dell’altro (§ 285).

 

La sessualità extramatrimoniale non è dunque condannata; anzi, sembra persino essere incoraggiata, così che la sezione, in un’analisi finale, è compatibile con i programmi di educazione sessuale attuali amorali e del tutto contrari all'insegnamento cattolico; si legge infatti: ‘L’impulso sessuale può essere coltivato in un percorso’ tale da ‘far emergere capacità preziose di gioia e di incontro amoroso’ (§ 280); questo tipo di percorso ‘sulle diverse espressioni di amore, sulla cura reciproca, sulla tenerezza rispettosa, sulla comunicazione ricca di senso’ preparerà ‘all’unione sessuale nel matrimonio (…) arricchito da tutto il cammino precedente’ (§ 283 e vedi anche § 284).
Di fatto la sezione è compatibile pure con l’ideologia ‘gender’, parlando dell’educazione sessuale non solo degli adolescenti, ma anche dei ‘bambini’(§ 280 e 281); si legge anche: ‘Non si può nemmeno ignorare che nella configurazione del proprio modo di essere femminile e maschile non confluiscono solamente fattori biologici o genetici ma anche molteplici elementi relativi ….alla cultura… (etc.)…; è anche vero che il maschile e il femminile non sono qualcosa di rigido…’
La sezione termina con un avvertimento contro il ‘condizionare la legittima libertà e a mutilare l’autentico sviluppo dell’identità concreta dei figli e delle loro potenzialità’ (§ 286).

 

 
c) Confronti tra il matrimonio ed il celibato 
L’esortazione constata § 159 (citando papa Giovanni Paolo II) che “…i testi biblici ‘non forniscono motivo per sostenere né l’inferiorità del matrimonio, né la superiorità della verginità o del celibato’ a motivo dell’astinenza sessuale”. Mentre san Paolo dice precisamente l’opposto (I Cor 7. 25-40). Si nota in particolare: ‘Chi non è sposato pensa a ciò che è di Dio’ (v.32), e ‘Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie’ (v.33).
Comunque, per sapere ciò che insegna la Santa Madre Chiesa su qualsiasi argomento, l’autorità più alta è contenuta nei dogmi definiti. Ed il concilio di Trento dichiara dogmaticamente a riguardo (s. 24 can.10): Si quis dixerit… non esse melius ac beatius manere in virginitate aut caelibatu, quam matrimonio: Anathema sit. 

 

3. Adulterio 

 

Sicuramente è lo spirito di eroticismo che si cela dietro l’indulgenza del papa verso gli adulteri. 
a) Difesa dell’Adulterio 
Nel documento Amoris Laetitia § 298, il Papa parla di coppie di ‘divorziati risposati’ nei termini seguenti:
La Chiesa riconosce situazioni in cui ‘l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione” (Familiaris Consortio § 84) ed aggiunge nella nota 329: “In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere ‘come fratello e sorella’ che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, ‘non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli’ (Gaudium et Spes § 51)”. 
Commentiamo. ‘Espressioni di intimità’ significa parlare del rapporto sessuale, come risulta da una lettura del brano completo di Gaudium et Spes, e dal fatto che queste ‘espressioni di intimità’ vengono messe in confronto con la convivenza ‘come fratello e sorella’. Conseguentemente, si può sintetizzare il testo così: molte coppie di divorziati-risposati che convivono per il bene dei figli, trovano che il rapporto sessuale (cioè l’adulterio) sia proficuo per la loro convivenza e per il bene dei figli.
Vediamo dunque che:

 

a) l’adulterio viene giustificato;
b) l'adulterio diviene un mezzo orientato ad una fine: cioè la fedeltà della coppia ed il bene della loro progenie;
c) ci si riferisce ad una determinata situazione, anzi una situazione sperimentata da ‘molti’;
d) si evidenzia una pretesa continuazione col magistero precedente.
Quanto ad (a): L’adulterio è condannato expressis verbis nel Vecchio Testamento nel VI comandamento, e da nostro Signore Gesù Cristo Stesso nel Nuovo (Mt 19.9; Mc 10.11-12). Inoltre Egli lo specifica come uno dei peccati che escludono il peccatore dalla vita eterna (Mt.19. 17-18). Essendo, dunque, un male intrinseco, non si può in nessun modo giustificare.
Quanto a (b): San Paolo (Rom 3.8) dichiara esplicitamente che non si possa fare di un male un mezzo per giungere ad un bene;
Quanto a (c): Qua si manifesta ‘l’etica della situazione’ che pretende che la coscienza crei una norma a seconda della situazione in cui si trova l’individuo. La Chiesa, invece, ha condannato l’etica della situazione, e intende la coscienza come un giudizio che applica principi morali oggettivi alle azioni particolari.

 

Quanto a (d): il Papa (o i suoi collaboratori) sopprime parti essenziali dai brani citati. Nel primo brano papa Giovanni Paolo II, parlando di ‘divorziati risposati’ che convivono per motivi (tra l’altro) per il bene dei figli, dichiara che devono vivere in perfetta castità. Se non lo fanno, non possono accedere alla santa Comunione. Nel secondo brano il concilio raccomanda rapporti sessuali per motivi di fedeltà e del bene dei figli, ma solo tra coloro che sono sacramentalmente sposati. In sintesi, papa Giovanni Paolo II constata che una coppia di ‘divorziati risposati’ può convivere per il bene dei figli ma in castità perfetta; il concilio constata che rapporti sessuali possono promuovere la fedeltà di una coppia ed il bene dei figli dentro il matrimonio. Tagliando i riferimenti alla castità ed al matrimonio, papa Francesco pretende di giustificare l’adulterio sulla base del magistero precedente. 

 

b) Stato ecclesiale degli Adulteri 
L’esortazione constata § 299 che i ‘divorziati risposati’ ‘possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa’ e propone che si integrino nella vita pubblica della Chiesa, da padrini ad esempio. La Tradizione della Chiesa (rimando ad esempio a san Tommaso d’Aquino), invece, li considera come membra morte della Chiesa, quali rami morti di un albero vivo. Per questo motivo e per motivo del loro cattivo esempio, non conviene che operino nella vita pubblica della Chiesa.

 

 
c) Accesso alla santa Comunione per gli Adulteri 
Possiamo concludere da § 298 e nota 329 sopra analizzate, che se l’adulterio non viene più considerato come peccato mortale, ne segue che gli adulteri hanno il diritto di essere integrati nella vita della Chiesa anche accedendo alla santa Comunione. Leggiamo uno dei passi del documento che lo dice esplicitamente:
‘…gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi… nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave’(§ 300 con nota 336).

 

Che tipo di giustificazione ha in mente il Papa? ‘L’etica della situazione’? Ma, come abbiamo già spiegato, questa etica è nulla e vuota. L’ignoranza da parte della coppia che l’adulterio sia un peccato mortale o che la santa Comunione in stato di peccato mortale sia un’ulteriore peccato mortale? E’ vero che un peccato mortale non va imputato ad un peccatore che non sapeva che esso fosse mortale; tuttavia il peccato in questione è mortale oggettivamente e rappresenta un’offesa grave a Dio.
Per questo, qualsiasi assistenza spirituale, discernimento, dichiarazione, o intervento da parte della Chiesa devono essere orientatati ad istruire la coppia sulla legge oggettiva naturale e divina, e condurla a vivere nella Grazia di Dio, non a lasciarla nell’ignoranza e nel peccato, per paura di urtare contro le sue sensibilità.
In sintesi, il compito della Chiesa al riguardo non è di evitare di offendere i fedeli, bensì di evitare di offendere Dio.
Don Pietro Leone 
 
[Don Pietro Leone, laureato in lettere classiche e filosofia, ha trascorso molti anni negli Stati Uniti, dove ha insegnato queste materie nei seminari e nelle università. Da tempo si è trasferito in Europa, dove ha continuato l'attività accademica, e ora è definitivamente tornato in Italia. Nel nostro Paese si dedica alla formazione spirituale fondata sulla dottrina e sul rito tradizionale. In italiano ha scritto i libri "Il matrimonio sotto attacco" e  "Come è cambiato il rito romano antico" editi da edizioni Solfanelli]

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martedì 26 novembre 2019

Di tortelli ed apostasia: mons. Nicola Bux

 
Monsignor Bux, secondo alcuni organi di stampa Bari presto potrebbe diventare una della capitali italiane del cattolicesimo tradizionale. Che ne pensa?

“Non so a cosa alluda che la possa far diventare tale. Constato sempre più, nei viaggi in Italia e all’estero, che il movimento della tradizione cattolica è inarrestabile, dappertutto, nei piccoli e nei grandi centri. I fedeli – intendo coloro che conoscono la verità cattolica e quindi sanno distinguerla dall’errore e dall’eresia – si accorgono che il ‘pasto’ della cosiddetta pastorale è una polpetta avvelenata e reagiscono, riunendosi e ricorrendo alla tradizione cattolica conservata nel Catechismo e nella Liturgia, in specie quella che Benedetto XVI ha liberalizzato. Invece, la teologia della liberazione o la sua versione indigenista, come abbiamo visto dai recenti atti compiuti in Vaticanoaccentua il relativismo religioso,– si veda la Dichiarazione di Abu Dhabi –  svuota la fede, fa fuggire verso le sette e porta all’idolatria; ma chi conosce l’insegnamento cattolico reagisce,seguendo “coloro che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli Apostoli”(Canone Romano), ossia la sacra Tradizione: questa, come dice il concilio Vaticano II, è una delle due fonti della Rivelazione, e ad essa ha attinto anche la redazione della Sacra Scrittura; da queste due fonti ispirate, i veri cattolici traggono le norme della vita morale. Se le chiese si svuotano, e i matrimoni civili e le convivenze aumentano, come documentano le statistiche, vuol dire che i vescovi e il clero non si occupano con le parole e i comportamenti, di catechizzare il popolo, ma sono affaccendati nell’agenda sociale, dietro i migranti, la legalità, il clima ecc., nonostante la maggioranza di cattolici l’abbia bocciata, in quanto la prima fame da soddisfare nell’uomo è quella di Dio.
 
La Chiesa sembra diventata una succursale delle agenzie dell’Onu, interessate al relativismo di ogni tipo, alle quali piace che la Chiesa non annunci più Gesù Cristo, ma un “Dio unico” – mentre il Dio rivelato da Gesù è uno e trino – e invece si interessi di ambiente e culture indigene.”

 Ci sono iniziative in vista?
 
“Dicevo che dappertutto, nei grandi e nei piccoli centri, nascono aggregazioni momentanee o stabili, che richiedono catechesi e insegnamenti cattolici, adorazione al Santissimo Sacramento, sacre liturgie degne di tal nome, perché celebrate davanti al Protagonista che è Gesù Cristo, e non davanti al prete che col microfono in mano guida l’assemblea come un conduttore televisivo. C’è bisogno di silenzio e di adorazione, per poter dare ragione della fede davanti al mondo, con dolcezza, rispetto e buona coscienza, come chiede l’apostolo Pietro. Si sta accentuando la persecuzione dentro e fuori la Chiesa; pertanto i cattolici devono difendere la fede e la ragione, e affinare così il giudizio, cioè esaminare ogni cosa e trattenere ciò che vale. Gesù Cristo per questo è venuto nel mondo, lo ha detto egli stesso: “è per un giudizio che sono venuto nel mondo, perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv,9,39). Suggerirei ai vescovi di prendere sul serio l’intervista data dal cardinal Ruini. Se amano il dialogo e il confronto, promuovano un pubblico dibattito e si confrontino con tutti i cattolici e non solo con una parte, peraltro sempre meno rilevante, perché accodata al pensiero di sinistra e radicale”.

 E’ giusto parlare di tradizionalismo oppure ogni cattolico degno di tal nome deve essere difensore della tradizione?
 
“Gli -ismi, si sa, sono peggiorativi e buttano, come si suole dire, il bambino con l’acqua sporca. Tradizione viene dal latino e indica movimento:tradere; essa trasmette in modo arricchito e sempre nuovo quanto riceviamo dai padri. La tradizione è tutt’altro che mera conservazione. Lo dimostra il boom della cucina con le ricette tradizionali, e tanti altri ambiti. Allora, perché l’antica liturgia, all’improvviso, dovrebbe essere considerata dannosa e addirittura proibita, se ha formato generazioni di santi? Semmai dovrebbero i vescovi interrogarsi, come mai dopo tanti anni di nuova liturgia, questa non attrae più e la gente abbandona la Chiesa. I giovani sono sempre di meno nelle chiese, invece aumentano nella liturgia tradizionale, che non hanno mai conosciuta, e, per assurdo, c’è chi li accusa di essere nostalgici. Bisogna sapientemente tramandare e innovare, cose nuove e cose antiche, ma, chi ha assaggiato il vino vecchio, constata che questo è buono. Lo afferma il Signore nel vangelo di Luca(5,37). “

 La tradizione è utile?
 
“La tradizione è parte della natura dell’uomo: noi siamo quello che abbiamo ricevuto, sia come dna sia come capacità; poi vi aggiungiamo del nostro. La Chiesa non avrebbe superato duemila anni di storia, se fosse andata dietro le mode; il modernismo è il veleno che sotto diverse versioni cerca di inquinarla, ma bisogna resistere, non conformandosi alla mentalità del tempo presente, come dice l’Apostolo ai Romani(12,2). Questo significa saper vagliare e trattenere ciò che vale(1 Ts 5,21).Si deve riprendere la missione al popolo, formarlo nella dottrina cristiana affinché rinasca la vita morale”.

 Che cosa pensa del fatto che alla giornata mondiale dei poveri il Papa (ma accade ormai dovunque) abbia fato servire a tutti, inclusi italiani, lasagne senza carne di maiale?

“Evidentemente si è dimenticato che Gesù Cristo – come dice il vangelo di Matteo(cfr 7,1-23) – ha dichiarato puri tutti gli alimenti. Vogliamo tornare indietro rispetto a Cristo? Sono i musulmani che si devono aggiornare e convertire. Ne conosco, specie in Medioriente, che hanno studiato da noi e biasimano questo arretramento dell’Occidente e di certi cattolici.” 

 Questa scelta è inquadrabile come ha detto da Socci, in una sottomissione e comunque lancia questo segnale?
 
Tutto ciò che va contro il vangelo è una apostasia, cioè un allontanamento, di conseguenza una sottomissione, che ha come esito la confusione ulteriore dei cristiani labili, che non conoscono bene i vangeli e si accodano pedissequamente ad ogni moda. E’un tradimento di Gesù Cristo. Per fortuna c’è sempre la reazione di tanti che ragionano, perché, disse Chesterton, in chiesa ci è chiesto di toglierci il cappello, non la testa”.

 Non le pare irrispettosa verso gli italiani e magari che il buon senso richiedeva due tipi di sughi, con e senza maiale?
 
Questo è un affare che non riguarda la Chiesa. E’ importante invece rilevare che la Tradizione il è un movimento che cresce irreversibilmente, perché asseconda la vera natura umana; bisogna dare tempo, a quelle parti ancora anestetizzate del corpo ecclesiale, di risvegliarsi. Ci vuole pazienza e resistenza, che poi sono aspetti della virtù della fortezza, una virtù cardinale. Fa riflettere quanto ha scritto mons. Carlo Maria Viganò: se il Papa non conferma i fratelli nella fede e non diffonde la fede cattolica con la missione verso tutti popoli, che Cristo ha ordinato a Pietro, si pone un grande problema di cui i Cardinali e i Vescovi per primi devono farsi carico. Però, c’è da ricordare la premessa che Gesù ha posto a Pietro: “tu, una volta convertito, conferma nella fede…”(Lc 22,32).Ci vuole prima la conversione a Gesù Cristo, distogliendo l’attenzione dal mondo e dalle sue mode temporanee. Invece, molti pastori sono voltati ancora da questa parte, come narcotizzati. Ma i fedeli laici e tanti sacerdoti cattolici li sveglieranno”.
 
Bruno Volpe

mercoledì 2 ottobre 2019

Saremo giudicati dal tribunale di Dio!

«Dio citerà in giudizio ogni tua azione, anche ciò che è occulto, bene o male».(Qo 12,14). Una domanda possiamo fare adesso: Dove avverrà il giudizio particolare, alla nostra morte? Ecco la risposta di sant’Alfonso de’ Liguori: «È sentimento comune dei teologi, che nel luogo e all’ora stessa in cui avverrà la separazione dell’anima dal corpo s’innalzerà il tribunale di Cristo; lì si farà il giudizio e Dio pronunzierà la sentenza».
Appare chiaro che la cosa più importante per un migliore incontro con Dio subito dopo la morte è la preparazione (sia prossima che remota) con l’assistenza alla persona inferma che muore. Chi è vicino alla morte deve ricordare le parole di Gesù che dice:
 * «Beati coloro che muoiono nel Signore» (Ap 14,13), ossia che muoiono con la grazia di Dio nell’anima (e non con la “disgrazia” del peccato mortale nell’anima!).
 * «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,13-14).
 * «Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà» (Mt 24,43-44).
 * «Vegliate dunque perché non sapete né il giorno, né l’ora» (Mt 25,13).
Queste parole di Gesù, questi insegnamenti e questi richiami così importanti che Egli ha fatto scrivere agli Evangelisti non possono lasciare indifferente soprattutto chi si trova infermo, al terminale della propria esistenza, preoccupato, senza scampo, della penosa resa dei conti di tutta la vita, da sottoporre al Giudice supremo, Cristo Gesù nostro Signore.
Si sa che san Francesco d’Assisi, grandissimo predicatore evangelico, scrisse nella Regola serafica che tutti i suoi frati predicatori evangelizzassero le anime predicando costantemente sulle cose più fondamentali per la vita cristiana e per la salvezza eterna delle anime, ossia la predica sui «vizi e le virtù, la pena e la gloria».
Quanta sapienza divina in questa norma del Serafico Padre e quale immensità di grazie si avrebbe se venisse sempre messa in pratica da tutti i predicatori francescani! La predica sui “vizi”, da combattere e sradicare, infatti, fa capire bene che a causa di essi si meriterà la “pena” (che potrà essere anche quella dell’Inferno eterno!). La predica sulle “virtù”, da acquistare e praticare, invece, fa capire bene che con esse si merita la gloria del Paradiso con la beatitudine eterna.
Questa è la vera, l’autentica formazione cristiana, che san Francesco d’Assisi dava con la sua predicazione e che stabilì anche per tutti i suoi frati, volendo appunto che tutti possano conoscere il Vangelo della salvezza per la vita cristiana genuina, che è quella vissuta lottando contro i vizi che portano alla perdizione eterna e sforzandosi, al contrario, di acquistare le sante virtù che fanno meritare la gloria eterna del Paradiso di Dio.
Capire queste cose è di primaria importanza e di massimo interesse per ogni uomo, mentre non capirle e trascurarle può farci vivere con il rischio della rovina di una vita intera vissuta per nulla o per le miserie di questo mondo che sta tutto «sotto il potere di satana» (1Gv 5,19), come ha scritto san Giovanni l’Evangelista. Guai a chi è vissuto secondo il mondo di Satana e dovrà affrontare il Giudizio di Dio!
 
Beato, invece, chi vive secondo la vita e il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo!
 
DIO CITERA' IN GIUDIZIO OGNI TUA AZIONE, ANCHE CIO' CHE E' OCCULTO!
Meditazioni sui Novissimi di p. Stefano Maria Manelli, fondatore dei Francescani dell'Immacolata.

 

 

giovedì 6 giugno 2019

La lavanda dei piedi

Anche se il “tempo” in cui riviviamo questa pagina di Vangelo è trascorsa, ci farà bene riflettere sopra e ragionare con serenità sull’insegnamento magisteriale e patristico. In questi ultimi cinque anni si è data vita ad una nuova “tradizione” della “lavanda dei piedi“. Nella Tradizione di sempre, come conclusione della Messa – in Coena Domini – c’era (e c’è) la reposizione di Gesù-Ostia-Santa nei cosiddetti “Sepolcri”, organizzati e preparati negli Altari della “Reposizione”, a significare il triste tempo in cui si entra: quello dell’arresto di Gesù, una notte di processi farsa, vituperio, oltraggi alla Sua Persona. Alle ore 12,00 del Venerdì Santo Gesù viene “portato via” da questi Altari, viene “nascosto” per così dire, si segue tutta la Passio, gli ultimi interrogatori di Pilato ed infine la condanna, la Via Crucis e la Crocifissione, con l’adorazione della Croce da parte della Chiesa, con i Fedeli.
 
Orbene, nella nuova “tradizione” avviata da papa Francesco la prima parte qui descritta: la reposizione di Gesù-Ostia-Santa con la conseguente adorazione, anche notturna, è finita, non c’è più, per lui. La Messa in Coena Domini (della Cena del Signore) è stata trasformata nella messa della “lavanda dei piedi”, e l’ adorazione a Gesù portato nell’Altare della Reposizione, questo Papa non la fa più. Papa Francesco saluta i fedeli come se nulla fosse, mentre prima i Papi, terminata la sacra funzione si ritiravano in silenzio proprio per lasciare spazio e tempo all’Unico e vero Protagonista, da quel momento fatto oggetto di un processo montato ad arte per condannarlo a morte.
Per capire cosa abbia in mente papa Francesco bisogna risalire indietro nel tempo. Non che abbia mai rilasciato una catechesi o una lectio sulla “sua lavanda dei piedi”, ma i tanti gesti che l’hanno caratterizzata da quando era arcivescovo di Buenos Aires, fanno capire bene, purtroppo, che per lui Gesù è più PRESENTE e vivo nei “poveri o emarginati, gli scartati” che non nell’Eucaristia. Ci crede nella Presenza reale, ma..... però.....
 
Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro. Voi siete puri ma non tutti” (Gv.13,1-11)
Con queste parole di Gesù – il rito della lavanda dei piedi – entra all’interno dei fatti accaduti in quel “Giovedì Santo” ricordati nella Tradizione viva della Chiesa, i cui pilastri teologici e dottrinali sono due: l’istituzione dell’Eucaristia e l’istituzione del Sacerdozio (il Sacramento dell’Ordine Sacro). Per comprendere la reazione di Pietro che rifiuta in un primo momento di farsi lavare i piedi, occorre capire che questo era un gesto vietato persino ai servi ebrei nei confronti dei loro padroni, essendo considerato troppo umiliante e quindi da riservare agli schiavi stranieri, cioè lavare loro i piedi.
Ebbene, a cosa allude Cristo attraverso questa distinzione che ha un evidente valore simbolico? Molti Padri della Chiesa hanno distinto tra il “bagno” del battesimo e la “lavanda” dei peccati successivamente commessi durante l’esistenza cristiana, attraverso la penitenza-riconciliazione-confessione delle colpe (vedi Matteo 16,19; 18,18; Giovanni 20,23).
 
Infatti i Padri mettono anche in risalto che Gesù, con la lavanda dei piedi, ha voluto rappresentare simbolicamente la sua donazione sacrificale per la redenzione-salvezza dell’umanità nell’umiliazione della morte in croce, insita in un potere straordinario e divino ora trasmesso AGLI APOSTOLI nell’Ultima Cena con l’Istituzione del loro sacerdozio e dell’Eucaristia, con il potere di rimettere i peccati. Non per nulla dice a Pietro che, qualora egli rifiuti questo dono, «non avrà parte con lui» nel regno futuro.
Pietro aveva equivocato e ritenuto che Gesù volesse introdurre un nuovo rituale di purificazione. È per questo che Cristo ribadisce riproponendo il senso profondo di quell’atto: il lavacro battesimale completo ha sempre bisogno dell’atto della donazione estrema di Cristo nella sua morte redentrice, raffigurato proprio nel gesto di umiliazione della lavanda dei piedi. La redenzione, come la stessa remissione dei peccati, passa dal Cristo, per questo “Il più grande tra voi sia vostro servo…”(Mt.23,11)
 
Nel gesto della lavanda dei piedi, quindi, caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre che veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) posti al di fuori della zona dove ci si riuniva per mangiare, diventa ora segno e simbolo del vero servizio nella Chiesa. Per gli Apostoli è il servizio liturgico e sacramentale. Spiega Benedetto XVI:
  • “La richiesta di fare ciò che ha fatto Gesù non è un’appendice morale al mistero o addirittura qualcosa di contrastante con esso….. Questa dinamica essenziale del dono, ….. appare in modo particolarmente chiaro nella parola di Gesù: «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,12)… La novità può derivare soltanto dal dono della comunione con Cristo, del vivere in Lui. (..) solo se ci lasciamo ripetutamente lavare, «rendere puri» dal Signore stesso, possiamo imparare a fare insieme con Lui ciò che Egli ha fatto.cliccare qui.
Fin dai Padri della Chiesa e dalle loro spiegazioni, questo gesto della lavanda dei piedi ha così diversi significati inscindibili fra loro:
  1. il primo è il senso salvifico all’interno della Chiesa, è Gesù che salva e si sacrifica per noi (istituzione dell’Eucaristia), per i suoi stessi Apostoli: “se non ti lavo”, ossia se non ti lasci purificare da me, non potrai aver parte di Me;
  2. il secondo senso è battesimale (Gv.17,14-17) “Sapete ciò che vi ho fatto?” domanda loro Gesù e che spiega poi il gesto, invitando i Suoi a fare altrettanto fra di loro, FRA I BATTEZZATI esprimendo il concetto della conversione nell’umiltà, con un gesto di umiltà: “non solo per questi ma anche per quelli che sulla loro parola crederanno in me”. Nei testi dei Padri si pone in parallelo la lavanda con il battesimo, considerandola la “illuminazione” degli apostoli. Il battesimo, come morte dell’uomo vecchio e resurrezione dell’uomo nuovo, è la condizione essenziale per poter partecipare all’Eucaristia. Così Gesù lava i piedi ai discepoli “per avere parte con Lui”. Sono pronti, cioè, a mangiare la Pasqua nuova.
  3. il terzo senso è emulativo, di conversione, è importante perché i discepoli possano aver parte con Lui e questa azione li libera dal peccato, li rende puri. Per i Padri della Chiesa, la santa lavanda non è intesa a “lavare le macchie del corpo, ma a santificare misticamente l’anima”, per questo è sempre stata pensata all’interno del collegio apostolico. I Vescovi lavavano i piedi dei propri sacerdoti (il presbiterio), da loro consacrati e associati al ministero nella propria diocesi; nei monasteri gli Abati lavavano i piedi agli umili frati…
Il significato è chiaro. Il Re è venuto per servire e non per essere servito. Pietro non accetta lo “scandalo” della lavanda dei piedi, come in precedenza, proprio subito dopo che Gesù lo aveva eletto “pietra di fondazione della Chiesa”, non aveva accettato lo scandalo della croce. In quella occasione Pietro aveva chiamato in disparte Gesù per rimproverarlo per quel discorso da “fallito”, da “vinto”. Ma Gesù, per tutta risposta, davanti a tutti lo scaccia come “satana” perché non ragiona secondo Dio ma secondo gli uomini. Dopo quella brutta figura, la reazione di Pietro al gesto sconvolgente di Gesù è meno “aggressiva” e più remissiva. Anzi quando gli dice: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” Pietro non oppone altra resistenza, anzi chiede addirittura che gli venga fatto il bagno… (1) E’ solo in questo contesto che si avvia, nella vera Tradizione della Chiesa, questo rito della lavanda dei piedi, DENTRO IL COLLEGIO APOSTOLICO.
 
E così siamo arrivati al dicembre 2014 quando, Papa Francesco, dispose la modifica delle regole che disciplinano liturgicamente il tradizionale rito della “lavanda dei piedi”, nella messa “in Coena Domini” del Giovedì Santo, prevedendo che per ricevere la lavanda dei piedi – che ricorda il gesto fatto da Gesù la sera dell’Ultima Cena con gli apostoli – non debbano più essere scelti solo maschi, ma anche le donne… Anche il numero, quindi, non dovrà essere più obbligatoriamente di 12, ma “un gruppetto”.
 
Lasciando perdere per un momento la questione delle “donne” che è pura ideologia, altrettanto ideologia è che poi, papa Francesco, vi abbia aggiunto anche i non battezzati, coloro che non sono solo semplicemente al di fuori della Chiesa, ma che probabilmente non hanno neppure alcuna intenzione di aderirvi, perché magari musulmani!! Ora è onesto anche dire che fu sempre quello “spiritello” del Concilio ad avanzare aperture e stranezze in campo liturgico! Bergoglio non sta facendo altro che attualizzarle perché “altri” glielo hanno permesso di fare!
 
Spiegava così Benedetto XVI:
  • “Teniamo innanzitutto presente che la lavanda dei piedi – come abbiamo visto – non è un sacramento particolare, ma significa la totalità del servizio salvifico di Gesù: il sacramentum del suo amore, nel quale Egli ci immerge nella fede e che è il vero lavacro di purificazione per l’uomo. Ma in questo contesto la lavanda dei piedi acquista, tuttavia, al di là del suo simbolismo essenziale ancora un significato più concreto, che rimanda alla prassi della vita della Chiesa primitiva. Di che cosa si tratta? Il «bagno completo» presupposto non può riferirsi che al battesimo, col quale l’uomo una volta per tutte è immerso in Cristo e riceve la sua nuova identità dell’essere in Cristo.” (vedi qui)
In conclusione: cosa dovrebbe fare papa Francesco? e perché avrebbe sbagliato a cambiare la tradizione?
 
Prima di tutto perchè il senso di Bergoglio è molto ideologico, prima l’apertura alle donne (che c’entrano nel collegio apostolico? Gesù non lavò i piedi alla Madre! forse che la Madre non prese parte di Lui alla gloria eterna?); secondo perché è più facile lavare i piedi ad un carcerato, ad un musulmano (con tanto di fotografi e telecamere piazzate) che non – per esempio – umilmente inginocchiarsi per lavarli al cardinale Rayomond Leo Burke…
 
Papa Francesco dovrebbe riprendere la Tradizione e lavare i piedi ai sacerdoti, ai vescovi e cardinali da lui trattati male durante l’anno, dovrebbe lavare i piedi a Padre Stefano Maria Manelli… e ribadire in tal senso il concetto dell’autentico umile servizio a cui allude il Cristo nei fatti riportati dai Vangeli.
 
Infine dovrebbe riportare al  centro – nella Messa del Giovedì Santo – l’EUCARISTIA, i Santi Sepolcri, l’Adorazione al termine della Messa in Coena Domini, che non è la “messa della lavanda dei piedi”
Laudetur Jesus Christus
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mercoledì 10 ottobre 2018

I comandamenti di Dio

Che cosa sono i Comandamenti di Dio? 
 
I Comandamenti di Dio o Decalogo sono le leggi morali che Dio nel Vecchio Testamento diede a Mosè sul monte Sinai e Gesù Cristo perfezionò nel Nuovo Testamento.
 
Dobbiamo servire Dio con la mente e con la volontà: la mente, viene guidata dalla fede, mentre la volontà è guidata dalla legge di Dio, che si dice “morale” perché regola tutti i nostri costumi (in latino “mores”).
 
La legge morale è una regola promulgata da chi ha a cuore il bene della comunità, ossia da chi la dirige; quando infatti venisse a mancare colui che comanda (come ad esempio il padre per la famiglia) ciascuno seguirebbe il proprio capriccio e sarebbe impossibile la concordia dei membri della comunità e il conseguimento del fine comune.
 
Le leggi degli uomini sono leggi morali umane; ma i Comandamenti, che sono stati dettati da Dio, sono leggi morali divine.
 
I Comandamenti possono essere chiamati anche Decalogo, perché sono dieci (dal greco, “deka: dieci” e “logos: parola, precetto”).
 
Nel Vecchio Testamento (Es 20, 1-17) è narrato l'episodio in cui Dio consegna a Mosè i Comandamenti in cima al monte Sinai: tra lampi e tuoni, avvolto in una densissima nube, Dio comunicò la legge per il popolo:
 
1 – Non avrai altro Dio al di fuori di Me
2 – Non nominare il nome di Dio invano
3 – Ricordati di santificare le feste
4 – Onora il padre e la madre
5 – Non ammazzare
6 – Non commettere atti impuri
7 – Non rubare
8 – Non dire falsa testimonianza
9 – Non desiderare la donna d'altri
10 – Non desiderare la roba d'altri
 
La legge antica era molto più vasta di come invece appare riassunta nel Decalogo: essa comprendeva infatti molte leggi relative alla libertà e alla vita, precetti morali e cerimoniali per regolare il culto, leggi relative alla proprietà e precetti giudiziari per l'amministrazione della giustizia. Gesù Cristo abolì i precetti cerimoniali, perché il culto antico prefigurava quello cristiano, perciò doveva cessare con l'avvento del nuovo culto.
 
Ad esempio, non fu più praticato il rito della Circoncisione, perché prefigurava il Battesimo. Gesù Cristo abolì anche i precetti giudiziari, che amministravano la giustizia sotto la legge del timore. Invece, Gesù Cristo confermò e perfezionò la legge morale, riassunta nel Decalogo: la confermò quando disse “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19, 17); e la perfezionò, senza cambiarne la sostanza, riducendo tutti i precetti all'amore (Mt 22, 36-40), proscrivendo la poligamia e richiamando il matrimonio all'unità e indissolubilità primitiva (Mr 10, 2-9), rendendo più esplicito l'obbligo di amare anche i nemici e assegnando, come meta da raggiungere, la perfezione del Padre Celeste (Mt 5, 43-48).
 
Alla legge e precetti Gesù Cristo aggiunse, come perfezionamento, i consigli evangelici, che tracciano la via per una perfezione più alta, ossia per quelle anime che non si accontentano di fare le opere comandate da Dio, ma bramano di imitarne la perfezione cercando di conformarsi perfettamente alla sua Volontà seguendo l'esempio di Gesù Cristo.
 
Veronica Tribbia - Dal Catechismo di San Pio X QUI

mercoledì 28 marzo 2018

Sacramentum Caritatis: Gesù, Cibo di Verità

1.Sacramento della carità (1), la Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l'amore « più grande », quello che spinge a « dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13). Gesù, infatti, «li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Con questa espressione, l'Evangelista introduce il gesto di infinita umiltà da Lui compiuto: prima di morire sulla croce per noi, messosi un asciugatoio attorno ai fianchi, Egli lava i piedi ai suoi discepoli. Allo stesso modo, Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci «fino alla fine», fino al dono del suo corpo e del suo sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico!
 
Il cibo della verità
 
2.Nel Sacramento dell'altare, il Signore viene incontro all'uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,27), facendosi suo compagno di viaggio. In questo Sacramento, infatti, il Signore si fa cibo per l'uomo affamato di verità e di libertà. Poiché solo la verità può renderci liberi davvero (cfr Gv 8,36), Cristo si fa per noi cibo di Verità.
 
Con acuta conoscenza della realtà umana, sant'Agostino ha messo in evidenza come l'uomo si muova spontaneamente, e non per costrizione, quando si trova in relazione con ciò che lo attrae e suscita in lui desiderio. Domandandosi, allora, che cosa possa ultimamente muovere l'uomo nell'intimo, il santo Vescovo esclama:
«Che cosa desidera l'anima più ardentemente della verità?» (2). Ogni uomo, infatti, porta in sé l'insopprimibile desiderio della verità, ultima e definitiva. Per questo, il Signore Gesù, «via, verità e vita» (Gv 14,6), si rivolge al cuore anelante dell'uomo, che si sente pellegrino e assetato, al cuore che sospira verso la fonte della vita, al cuore mendicante della Verità. Gesù Cristo, infatti, è la Verità fatta Persona, che attira a sé il mondo.
«Gesù è la stella polare della libertà umana: senza di Lui essa perde il suo orientamento, poiché senza la conoscenza della verità la libertà si snatura, si isola e si riduce a sterile arbitrio. Con Lui, la libertà si ritrova» (3).
 
Nel sacramento dell'Eucaristia Gesù ci mostra in particolare la verità dell'amore, che è la stessa essenza di Dio. È questa verità evangelica che interessa ogni uomo e tutto l'uomo. Per questo la Chiesa, che trova nell'Eucaristia il suo centro vitale, si impegna costantemente ad annunciare a tutti, opportune importune (cfr 2 Tm 4,2), che Dio è amore (4). Proprio perché Cristo si è fatto per noi cibo di Verità, la Chiesa si rivolge all'uomo, invitandolo ad accogliere liberamente il dono di Dio.
 
Il testo intero QUI
 
Note
(1) Cfr S. Tommaso D'Aquino, Summa Theologiae III, q. 73, a. 3.
(2) S. Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus, 26.5: PL 35, 1609.
(4) Cfr Benedetto XVI, Discorso ai Membri del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi (1 giugno 2006): L'Osservatore Romano, 2 giugno 2006, p. 5.