La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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lunedì 18 giugno 2018

Pascendi dominici gregis /1

 
 
E' questa una lettera enciclica del Sommo Pontefice san Pio X scritta per denunciare gli errori del Modernismo. E' stata data in Roma presso san Pietro l'8 settembre 1907, nel quinto anno di pontificato. Visto che si tratta di un documento magisteriale importantissimo, senza tempo, anzi di grande attualità, vorrei proporlo in pillole, in modo da permetterne la meditazione e l'assimilazione. Un buon cattolico non può disinteressarsi di questo documento in quanto richiama l'attenzione di ciascuno a porre attenzione ai mali che inesorabilmente corrodono la fede e con questa la vita di devozione con il pericolo della dannazione eterna.
 
Nell'introduzione il Santo Padre, conscio del grave incarico ricevuto dal Signore, per successione apostolica, di difendere e custodire la fede, mette in guardia dai nemici di Cristo che, purtroppo, andandosi ad associare a quelli dichiarati e conosciuti, si celano nel cuore stesso della Chiesa. Il Santo Padre riconosce in questo modo, esserci dei nemici, sovvertitori del messaggio di Cristo e quindi della Verità, tra il laicato cattolico e tra il ceto sacerdotale, i quali si sono lasciati influenzare dalla dottrine pericolose.      
 
Introduzione
L'officio divinamente commessoCi di pascere il gregge del Signore ha, fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede trasmessa ai santi, ripudiando le profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome. La quale provvidenza del Supremo Pastore non vi fu tempo che non fosse necessaria alla Chiesa cattolica: stanteché per opera del nemico dell'uman genere, mai non mancarono "uomini di perverso parlare (Act. XX, 30), cianciatori di vanità e seduttori (Tit. I, 10), erranti e consiglieri agli altri di errore (II Tim. III, 13)". Pur nondimeno gli è da confessare che in questi ultimi tempi, è cresciuto oltre misura il numero dei nemici della croce di Cristo; che, con arti affatto nuove e piene di astuzia, si affaticano di render vana la virtù avvivatrice della Chiesa e scrollare dai fondamenti, se venga lor fatto, lo stesso regno di Gesù Cristo. Per la qual cosa non Ci è oggimai più lecito di tacere, seppur non vogliamo aver vista di mancare al dovere Nostro gravissimo, e che Ci sia apposta a trascuratezza di esso la benignità finora usata nella speranza di più sani consigli.
 
Ed a rompere senza più gl'indugi Ci spinge anzitutto il fatto, che i fautori dell'errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista.
 
Alludiamo, o Venerabili Fratelli, a molti del laicato cattolico e, ciò ch'è più deplorevole, a non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d'ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima; e, fatta audacemente schiera, si gittano su quanto vi ha di più santo nell'opera di Cristo, non risparmiando la persona stessa del Redentore divino, che, con ardimento sacrilego, rimpiccioliscono fino alla condizione di un puro e semplice uomo.
 
QUI il testo intero

mercoledì 13 giugno 2018

Alle radici della crisi della Chiesa


Reputo importante analizzare ed andare alla radice dei problemi di varia natura, ma soprattutto dottrinali e pastorali, che in questo momento, stanno attraversando la Chiesa Cattolica. Certamente non si può affermare che non ci siano dei problemi in seno ad essa e sarebbe sciocco ignorarli o addirittura negarli. Dopo il Concilio Vaticano II ha avuto modo di esprimersi al meglio, finalmente incontrastata, la 'Nouvelle théologie', che il Santo Padre Pio XII aveva invece più volte condannato negli anni precedenti, sino ad arrivare, nel 1950, a pubblicare un’enciclica specificamente contro di essa, la Humani Generis. Questa dannosa corrente teologica si innestò sul Modernismo, una corrente di pensiero altrettanto nefasto, condannato nel 1907 da Papa san Pio X che lo definì «la sintesi di tutte le eresie», a sua volta generato dal liberalismo cattolico. Nonostante le varie condanne, le fila dei modernisti si asserragliarono ancor più in una sorta di 'framassoneria cattolica', come la chiamò il poeta Antonio Fogazzaro e della quale ne faceva anche parte, continuando il lento ed inesorabile lavorio teologico, che intendeva imprimere un cambio di paradigma a tutta la Chiesa in termini di dogmatica e di pastorale per modernizzarla ed adattarla allo 'spirito dei tempi': «Non ci resta che aspettare il giorno in cui, grazie a un lavoro silenzioso e segreto, avremo guadagnato per la causa della libertà una porzione più ampia delle truppe della Chiesa», scriveva il sacerdote cattolico modernista George Tyrrell.
 
A tale scopo si iniziò a reinterpretare la Dottrina cattolica a partire dalla filosofia, secondo i canoni dell'Esistenzialismo, che vanta in Martin Heidegger il suo maggior esponente, con la conseguenza di mutare la storia della salvezza in una storia profana e che si rivela tra le pieghe, non tanto celate, della storia umana soprattutto attraverso le sue rivoluzioni, i suoi drammi, i suoi mutamenti. Un concetto esplicato molto bene dal padre domenicano Dominique Chenu: «Dio parla per eventi. L’economia della rivelazione non è una storia in cui avviene una rivelazione, ma una storia di per sé rivelatrice».
 
In questo modo si attua la sacralizzazione della storia -in quanto rivelatrice del progetto divino- e di ogni sua manifestazione e la desacralizzazione di ciò che è Divino, fino all'estrema conseguenza di attuare una nuova Ecclesiologia che renda la Chiesa democratica, ugualitaria e laica, appartenente al 'Popolo di Dio', dunque senza autorità, né dimensione gerarchica e clericale, aperta all'avvenire e al soffio dello Spirito, in perpetuo movimento e senza essere ancorata. Proprio come affermava il padre domenicano Yves Congar: «La mia visione della Chiesa mette in discussione il sistema piramidale, gerarchico e giuridico, la mia ecclesiologia è quella del “popolo di Dio”».
 
Oltre alla 'Humani Generis', documento magisteriale rivolto esplicitamente contro la 'Nouvelle Théologie', Papa Pio XII già nel 1943 aveva pubblicato l'enciclica 'Mystici Corporis Christi'  nella quale avvertiva contro gli errori della 'Nouvelle théologie' in campo ecclesiologico e nel 1947 la 'Mediator Dei' per condannare gli errori di questa teologia anche in campo liturgico.
 
Purtroppo, nonostante i continui avvertimenti e le plurime condanne, le menti della Nuova teologia ed i suoi sulfurei sofismi, approdarono tutti al Concilio Vaticano II.

lunedì 11 giugno 2018

Insegnami a trovarTi!

 
Oh Gesù, mio Redentore e Signore,
impastata di terra e di colpe,
porto nell'anima la ferita del tuo Amore
e le cicatrici dei miei peccati.
Troppe volte ho dimenticato di guardarmi
allo specchio della tua immagine.
Troppe volte ho ammirato il riflesso
della mia corruttibilità,
credendo di aver trovato la tua Santa Sembianza Umana.
Perdona il mio sguardo deturpato
e corrotto dall'amor proprio.
Insegnami a guardarmi! 
Insegnami a trovarTi!   

giovedì 7 giugno 2018

Padre Cornelio Fabro: aspetti di un vero teologo


 
1)  Cornelio Fabro passa alla storia come il grande metafisico, forse il più grande del secolo appena trascorso. Come viveva il suo essere teologo?

Fabro è un pensatore radicale, non è un uomo di corrente o di scuola, egli si pone di fronte ai temi decisivi per l’esistenza e prende posizione. Il peso stesso dell’erudizione non appiattisce mai l’inquieta ricerca e la religiosa “cura dell’anima”. Non era un uomo immerso nell’accademismo astratto, la Commissione per il concorso a cattedra dell’Università di Bari lo definì «degno di molta considerazione per la sue doti teoretiche», ma non mancò di scorgere i suoi accenti «polemici» e «tendenziosi», evidentemente sul centrale “problema di Dio”. Il Cornelio Fabro filosofo è un tutt’uno col teologo e con l’uomo di Dio, per il quale il problema essenziale di Dio è il problema essenziale dell’uomo.
In ogni suo scritto si legge l’indispensabile esigenza di restituire alla ragione la sua dimensione metafisica in grado di attingere il trascendente.

 
2)  Un aspetto poco conosciuto di questo grandissimo intellettuale è, in effetti, la sua passione per il creato…

Nelle sue memorie ci parla della sua infanzia con gli animali domestici, le piccole sorgive nella zona di Flumignano (UD) suo paese natale, e si intuisce il ruolo che l’osservazione del creato ebbe fin dalla sua infanzia molto provata da serie malattie e conseguente immobilità. Frequenta per tre anni i corsi di Scienze naturali all’Università di Padova, si occupa di biologia, di embriologia, di genetica, di fisiologia comparata, di natura della vita e specialmente degli stretti rapporti tra biologia e filosofia. Per osservare la biologia marina caldeggiò la realizzazione di un laboratorio a Roma con acqua di mare, ricordiamo anche l’argomento della sua tesi di laurea in zoologia: “Modificazioni istologiche nell’utero del pescecane” e le sue innumerevoli visite alla stazione di zoologia di Napoli, ma anche allo zoo di Roma.


  3)  Forse anche questi elementi hanno aiutato, sotto il profilo umano, il suo approccio realista?

Rimane colpito da quel modus scientifico che riscontra nell’ambiente della ricerca e dal modo di affrontare i problemi che «ti costringe a fare i conti col reale», questa esperienza lo accompagnerà quando lascia il campo scientifico per dedicarsi alla filosofia.  Di qui il suo “realismo della res”, un tutt’uno col realismo gnoseologico.
C. Fabro si confronta sempre con quella «realtà che ti prende e ti costringe a fare i conti con essa, senza fumosità pseudo teoriche e divagazioni formali semantiche». Da qui la sua avversione all’ideologismo e ai sistemi troppo razionalisti, che sono per lui «una forma d’immanentismo». Il suo impegno era ed è «ridare alle intelligenze il gusto della verità e consolidare negli animi il fondamento della libertà», e Cornelio Fabro usa la sua raffinatissima intelligenza di filosofo come un bisturi per individuare ed esaminare le fibre più interne, profonde e sottili del conoscere e dell’essere. Rispondendo all’esigenza teoretica di scandaglio della fondazione metafisica della cogitativa, come forma inferiore di razionalità e forma superiore di sensibilità, C. Fabro coglie tomisticamente quell’anello di congiunzione che si situa fra l’intelletto e la sensibilità e che spiega e legittima il realismo gnoseologico.
A questi punti fermi si ancora il suo invito all’«immersione nella realtà», all’«elasticità concettuale», alla «conversio ad praesentiam». Ovviamente sarà la lettura dei suoi scritti ad ancorarci a queste solide basi.

4) Gli ultimi decenni della sua produzione filosofico-teologica sono stati segnati anche nella cultura cattolica dall’ideologia dell’ “apertura al mondo”, apertura che, come riconobbe con accenni autocritici il Santo Padre Paolo VI, è divenuta un’invasione della Chiesa da parte del pensiero mondano…

L’attitudine al compromesso del mondo cattolico lo feriva e gli causava dolore, più tardi si rese addirittura conto che il suo infarto nel marzo del ‘74 era legato all’atteggiamento del mondo cattolico, troppo disponibile a compromessi sulle tematiche del divorzio e dell’aborto. Vedeva l’Italia che si allontanava dai principi cristiani e vedeva che ciò avveniva con leggi firmate dai governi democristiani.
Più in generale la sua sincerità lo portò sempre ad essere «contro i movimenti tiepidi di compromesso tra trascendenza cristiana e immanenza moderna», come pure sempre aborriva i gruppi di potere che per utilità nascondono la verità nella volontà e “unificano” ciò che non è nemmeno lontanamente assimilabile.
 


5) Diversi uomini di Chiesa, anche autorevolissimi e anche di formazione moderna, hanno denunciato una gravissima deriva dottrinale nel mondo cattolico odierno. Cosa pensava Fabro di tale fenomeno?

C. Fabro scrive a proposito degli errori filosofici moderni e della necessità che il clero li conosca per difendersene: «gli sbandamenti nella dottrina e nella morale cattolica seguiti al Concilio, forse tra i più aberranti e gravi nella storia delle eresie, che hanno coinvolto anche larghi strati della gerarchia, che non ha seguito spesso le direttive del Vicario di Cristo, dipendevano e dipendono da questo». Dipendono ossia dall’ignoranza della vera natura del «pensiero moderno», è l’«antropologia radicale» infatti ciò che mina alle basi la trascendenza e la metafisica, portando con sé gli «sbandamenti dottrinali» sopra citati. Citiamo Miccoli: «Il realismo metafisico di Fabro si è imposto all’invadenza dell’idealismo, del marxismo, dell’intuizionismo bergsoniano, dell’esistenzialismo, del pragmatismo e del nichilismo, come barriera e palizzata teoretica che si erge a confine di decisive questioni concernenti Dio, Uomo, Mondo in un linguaggio intransigente, intollerante, seccamente esegetico più che ecumenicamente ermeneutico…». Egli continua parlando di Fabro come «attento e sollecito a proteggere lo spazio sacro del divino nella linea della tradizione cattolica contro i profanatori del tempio e contro gli araldi di nuove proposte teoretiche e pratiche, che gli apparivano insidiose per la vita della Chiesa in quanto equivoche, eretiche, sovvertitrici della Fides Ecclesiae».


6) Come fu presa la sua sincerità?

C. Fabro è contro ogni pragmatismo dottrinale, perché esso non è altro che «odio per l’intelligenza», la sua «implacabile e immediata sincerità» non può che portarlo a «quell’amore aspro e appassionato per la verità che non guarda in faccia a nessuno» scriverà l’illustre giuria di Bassano nel 1989.
Per la sua sincerità dovette soffrire, si pensi al libro su K. Rahner; gli fu richiesto da alcuni colleghi che lo incoraggiarono, ma poi non fu sostenuto come si doveva quando comparvero le difficoltà, l’ostracismo, le lettere indignate. Ma lui sfidò i contestatori a pubblico dibattito in Gregoriana, evidentemente tutto restò lettera morta perché nessuno voleva confrontarsi, scrive Mario Composta, tutti conoscevano la fondatezza delle sue posizioni e la forza delle argomentazioni. Ancor più triste fu constatare che gli attacchi  vennero solo dal mondo cattolico, il mondo filosofico laico non s’immischiò nemmeno e gli strali più avvelenati vennero dai vicini, ma lui continuò a condannare fermamente la “svolta antropologica” del teologo tedesco.


7) E come vedeva il proprio combattimento filosofico-teologico, in ultima analisi la sua battaglia per la verità?

Attribuiva a Dio la sua forza. Cito dal suo testamento spirituale: «Se non ho mai indietreggiato davanti alla verità è stato frutto della Sua (di Dio) assistenza misericordiosa, della protezione della Madonna, degli Angeli e dei miei santi patroni, delle anime che ho potuto dirigere e di quelle che ho assistito in punto di morte nel passaggio alla patria celeste». C’è l’aiuto di Dio e c’è la fiducia nel Signore e c’è accanto l’utilizzo responsabile della libertà ordinata dalla verità, vera «partecipazione all’opera creatrice di Dio». Nelle pieghe più intime dello spirito siamo chiamati dal Creatore a partecipare all’opera redentiva, che si fonda sull’onnipotenza divina, che ci dona una libertà scaturiente e sempre rinnovantesi. Ogni libertà è una nuova creazione nel divenire del nostro essere e quindi, nel tessuto sociale in cui siamo, partecipiamo all’opera creativa di Dio. Di qui la nostra responsabilità. Nel mondo dello spirito e nel mondo sociale ci sono questi virgulti di vera libertà - che sono come i germogli che vediamo in questa primavera - essi possono rimanere sconosciuti, non visti, non apprezzati agli occhi degli uomini, ma sono una forza e sono preziosi agli occhi di Dio e al bene dell’umanità.

 Tratto da QUI
Don Stefano Carusi
 
 Intervista alla segretaria Suor Rosa Goglia che per decenni ne fu la più stretta collaboratrice
 

Un nodo ecclesiale di nome Kiko

Del movimento ecclesiale chiamato 'Cammino Neocatecumenale' so poco, non me ne sono mai occupata fino in fondo: ho una certa allergia verso i movimenti in genere, soprattutto se post-conciliari, soprattutto se innovativi, soprattutto se creativi e sovvertitori delle regole, essendo portata ed affascinata più dal silenzio e dal raccoglimento che dalle festose 'assemblee' di pentecostale memoria.
 
Quello che ho letto in rete in merito al sopracitato movimento non è poi così positivo. Esiste un grande problema di fondo e il Prof. De Mattei lo sintetizza molto bene commentando le parole di Kiko Argüello, fondatore del Cammino Neocatecumenale, in un video del 20 giugno 2015, in occasione della manifestazione che si è tenuta a Roma in difesa della famiglia naturale e del matrimonio, in cui egli ha preteso spiegare che cosa significa oggi essere cristiani”.
 
'Lo ha fatto indicando il cammino neocatecumenale come la via che porta ad una fede adulta: una fede purificata dalle formule dogmatiche e dottrinali e ridotta a puro “kerigma”, annuncio di un evento di cui lo stesso Kiko è interprete e profeta. Il carattere sconnesso e privo di filo logico della sua esposizione (“pennellate” di artista, come egli le definisce) fa parte della sua sua “teologia della storia”, riassunta nel finale “canto dell’Apocalisse” a cui la folla, sotto la pioggia, ha unito la sua voce.
Kiko Arguello non ha mai risposto a tante domande che da decenni gli vengono rivolte sulla sua concezione della Chiesa, del sacramento dell’ordine e di quello dell’eucarestia.
 
Il prezzo da pagare per la difesa del matrimonio e della famiglia non può essere l’abbandono o l’oscuramento di verità appartenenti al deposito della Fede, come l’esistenza di un’unica verità salvifica, di cui la Chiesa cattolica è portatrice, o il fatto che la Messa non è un convito di festa, ma il rinnovamento incruento del sacrificio della Croce.
E l’alternativa alla desistenza dei vescovi non può essere la reinterpretazione del cristianesimo da parte di un movimento carismatico e anti-istituzionale.
 
La fede o è integra e totale, o non è. Per essere eretici non è necessario negare tutti i dogmi, ma è sufficiente negare con pertinacia una sia pur minima verità della fede o della morale cattolica. Chi rifiuta anche un solo dogma, li rifiuta tutti, e deve essere considerato eretico, perché crede o non crede, non a causa dell’autorità di Dio rivelante, ma in base alla propria ragione: quella che egli chiama fede è in realtà la sua opinione ed egli non ha nessun titolo a pretendere che la propria personale opinione debba essere seguita dagli altri.
 
(Prof. De Mattei)
Tratto da  QUI

mercoledì 6 giugno 2018

Cari sacerdoti: tornate ad indossare la talare!

 
Ritengo di attirare la attenzione su un problema, che sta diventando della massima importanza: quello dell'abito ecclesiastico.... Di fatto si sta assistendo alla più grande decadenza dell'abito ecclesiastico....
 
L'abito condiziona fortemente e talvolta forgia addirittura la psicologia di chi lo porta . L'abbigliamento, infatti, impegna per la vestizione, per la sua conservazione, per la sostituzione. È la prima cosa che si vede, l'ultima che si depone. Esso ricorda impegni, appartenenze, decoro, colleganze, spirito di corpo, dignità! Questo fa in modo continuo. Crea pertanto dei limiti alla azione, richiama incessantemente tali limiti, fa scattare la barriera del pudore, del buon nome, del proprio dovere, della risonanza pubblica, delle conseguenze, delle malevoli interpretazioni.....
 
L'abito non fa il monaco al 100%, ma lo fa certamente in parte notevole; in parte maggiore, secondo che cresce la sua debolezza di temperamento.....Per tale motivo la questione della divisa ingigantisce nel campo ecclesiastico e si impone alla attenzione di quanti vogliono salvare vocazioni, perseveranza negli accettati doveri, disciplina, pietà, santità!
 
Succede che in talune città d'Italia (non citiamo ovviamente i nomi, ma siamo ben sicuri di quello che diciamo) per l'assenza di ritegno imposto dalla sacra divisa si arriva ai divertimenti tuttavia proibiti dal Codice di Diritto Canonico, ai night clubs, alle case malfamate e peggio. Sappiamo di retate di seminaristi fatte in cinema malfamati ed in altri non più consigliabili locali. Tutto per colpa dell'abito tradito!
 
Il bilancio che ne consegue eccolo:
- disistima;
- sfiducia;
- insinuazioni facili e talvolta gravi;
- preti che, cominciando dall'abito e dallo smantellamento della prima umile difesa, finiscono dove finiscono...
- crisi sacerdotali, del tutto colpevoli, perché cominciate col rifiuto delle necessarie cautele, richieste dal Diritto Canonico e dal consiglio dei Vescovi, con risultati disgraziati e spostati...
- seminari che si svuotano e non resistono; mentre nel mondo, tanto in Europa che in America, rigurgitano i seminari, ordinati secondo la loro genuina origine, col rigoroso abito ecclesiastico, nella vera obbedienza al Decreto conciliare Optatam totius;
- anime che si trascinano innanzi senza più alcuna capacità decisionale, dopo la loro contaminazione col mondo.
 
Credo difficile possa esistere nel nostro tempo, proprio per le sue caratteristiche, lo spirito ecclesiastico senza il desiderio e il rispetto dell'abito ecclesiastico.
 
Qui non parliamo solo di «abito ecclesiastico», ma di talare. E guardiamo bene le cose in faccia, senza alcun timore di quel che si può dire. Alcuni, per boicottare l'uso della talare o per giustificarsi nell'aver ceduto alla moda corrente contraria all'abito talare, affermano: «Tanto la talare è un abito liturgico», volendo così esaurire l'eventuale uso della talare alla sola liturgia. Questo è apertamente falso e capziosamente ipocrita!
 
Francamente è chiaro che il clergyman non è la soluzione più desiderata.
 
Chi non ama la sua talare resisterà ad amare il suo servizio a Dio?
 
Il prossimo non sostituisce Dio!
 
Non è soldato chi non ama la sua divisa.
 
L'indirizzo da darsi è:
- che anche se la legge ammette il clergyman, esso non rappresenta in mezzo al nostro popolo la soluzione ideale;
- che chi intende avere l'integro spirito ecclesiastico deve amare la sua talare; 
- che la difesa della talare è la difesa della vocazione e delle vocazioni.
 
Il mio dovere di Pastore mi obbliga a guardare assai lontano. Ho dovuto constatare che la introduzione del clergyman oltre la legge e le depravazioni dell'abito ecclesiastico sono una causa, probabilmente la prima, del grave decadimento della disciplina ecclesiastica in Italia. Chi vuol bene al sacerdozio, non scherzi con la sua divisa!  
[Testo tratto da: Card. Giuseppe Siri, A Te sacerdote, vol. II, Frigento: Casa Mariana, 1987, pp. 67-73].
 
Tratto dal sito CORSIA DEI SERVI, QUI

martedì 5 giugno 2018

Sul celibato sacerdotale: scelta sponsale

 
Celibato sacerdotale
 
24. I Padri sinodali hanno voluto sottolineare che il sacerdozio ministeriale richiede, attraverso l'Ordinazione, la piena configurazione a Cristo. Pur nel rispetto della differente prassi e tradizione orientale, è necessario ribadire il senso profondo del celibato sacerdotale, ritenuto giustamente una ricchezza inestimabile, e confermato anche dalla prassi orientale di scegliere i Vescovi solo tra coloro che vivono nel celibato e che tiene in grande onore la scelta del celibato operata da numerosi presbiteri.
 
In tale scelta del sacerdote, infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma a Cristo e l'offerta esclusiva di se stesso per il Regno di Dio.(75)
 
Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito.
 
Pertanto, non è sufficiente comprendere il celibato sacerdotale in termini meramente funzionali. In realtà, esso rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso.
 
Tale scelta è innanzitutto sponsale; è immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la sua Sposa. In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il Concilio Vaticano II (76) e con i Sommi Pontefici miei predecessori (77), ribadisco la bellezza e l'importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l'obbligatorietà per la tradizione latina.
 
Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società.
 
QUI

ESORTAZIONE APOSTOLICA
POSTSINODALE 'SACRAMENTUM CARITATIS' DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI


(75) Cfr Propositio 11.
(76) Cfr Decr. sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum Ordinis, 16.
(77) Cfr Giovanni XXIII, Lett. enc. Sacerdotii nostri primordia (1 agosto 1959): AAS 51 (1959), 545-579; Paolo VI, Lett. enc. Sacerdotalis coelibatus (24 giugno 1967): AAS 59 (1967), 657-697; Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 29: AAS 84 (1992), 703-705; Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana (22 dicembre 2006): L'Osservatore Romano, 23 dicembre 2006, p. 6

giovedì 31 maggio 2018

Cristianesimo: salvezza o liberazione?

Traggo questo testo dall'ottimo ed interessante blog 'Oltre il giardino' di Sabino Paciolla.
(clicca qui SabinoPaciolla)
 
Riporto la relazione, libera, tenuta a braccio al convegno del 07 aprile 2018, “Chiesa cattolica, dove vai?”, dal prof. Marcello Pera, ordinario di Filosofia della scienza presso la università di Pisa, già presidente del Senato dal 2001 al 2006. E’ autore con l’allora card. Joseph Ratzinger del libro intitolato “Senza radici” , sulla questione delle radici cristiane dell’Europa. Infine nel 2008 ha scritto un libro intitolato: “Perché dobbiamo dirci cristiani”, nel quale esprime la sua preoccupazione per la nostra civiltà occidentale minata dal relativismo e dal nichilismo.

La relazione che segue è la mia trascrizione della registrazione audio e non è stata rivista dall’autore.
 
 
Grazie, buonasera a tutti, in dieci minuti mi è stato chiesto un intervento molto breve, cercherò di essere brevissimo, anche se gli argomenti che sono già stati trattati che sono qui in discussione sono tutti molto complessi e meriterebbero tutti quanti un grande approfondimento, ma mi limiterò ad alcune brevi osservazioni. Intanto una prima che considero di buon auspicio di essere invitato a parlare, e di ricordare il card. Caffarra, che era amico molto caro mio, come tutti voi. Di buon auspicio anche la sua importanza perché sono il terzo a parlare, perciò siccome Brandmuller è cardinale, direi che il mio amico Burke è cardinale, ed io sono il terzo e perciò posso ancora sperare nella carriera successiva.
 
Diceva il cardinale Caffarra che la situazione nella Chiesa è confusa, che solo un cieco potrebbe non vederla. Il cardinale Burke, Brandmuller e molti altri hanno aggiunto un altro aggettivo che la situazione è alquanto confusa e anche molto grave, e molto pericolosa. E io concordo con loro. Dalla mia prospettiva che, evidentemente, non è quella loro, una prospettiva di forte interesse e di attenzione, e non intendo aggiungere niente agli elementi in discussione che riguardano la confusione su questo o quel tema, è confuso ciò che si dice oggi sul matrimonio, è confuso quello che si dice sul sacerdozio, sull’etica sessuale, sui diritti non negoziabili, su una serie di cose che sono diventate apparentemente erano chiare e sono diventate confuse, no io voglio fare una domanda molto più alle spalle di queste singole confusioni, cioè in che cosa consiste veramente la confusione oggi, nella Chiesa cattolica, per coloro che naturalmente la denunciano come confusione, e da cosa nasce e da dove viene fuori questa confusione. Non ho tempo di parlare del secondo argomento, faccio solo un breve riferimento, se uno pensa, secondo me, che l’attuale confusione sia derivata o responsabilità primaria ed esclusiva  di papa Francesco, secondo me commette un errore storico, perché la confusione, quella confusione, almeno a quella a cui faccio riferimento, è anche anteriore a quella che papa Francesco aveva portato di suo contributo.
 
La confusione la dico un pò brevemente, anche un po’ schematicamente, per questo di ciò mi scuso, la confusione riguarda la natura del messaggio cristiano.
 
E la pongo con questa domanda alternativa: il messaggio cristiano è un messaggio di salvezza o è un messaggio di liberazione?
 
E’ un linguaggio escatologico o è un linguaggio ideologico?
 
Voi capite che la differenza è profonda. Un messaggio di salvezza, intanto riguarda tutti e ciascuno, e tutti e ciascuno allo stesso modo. Non fa distinzione. Il cardinale Burke citava Paolo ai Galati, è proprio Paolo ai Galati dice che non c’è giudeo non c’è schiavo né padrone, non c’è uomo né donna, e perciò non c’è ricco né povero, perciò non c’è immigrato né residente, e così via e così via. Il messaggio di salvezza riguarda tutti, ed è il medesimo per tutti. Il messaggio di liberazione è un’altra cosa. Il messaggio di liberazione riguarda alcuni, e non tutti allo stesso modo, perchè non tutti devono essere o possono essere egualmente liberati. Si libera la donna, non l’uomo. Si libera il debole, non il potente; il povero non il ricco; l’immigrato non il residente. Il linguaggio della liberazione fa una distinzione, e concepisce il destinatario del messaggio di Cristo in maniera diversa. Non è che rifiuti la salvezza, ma dice un’altra cosa. Il messaggio inteso come liberazione dice che la incarnazione di Cristo, e quindi la rivelazione di Dio, ha una funzione che riguarda questo mondo, o come si diceva, hoc saeculum, e non riguarda soltanto l’altro mondo.
 
E anzi, ciò che si fa in questo mondo, le ingiustizie che si tolgono da questo mondo, le sofferenze che si tolgono da questo mondo, le uguaglianze che si creano in questo mondo, tutto questo serve per la salvezza nell’altro mondo. Questo vuol dire interpretare il cristianesimo in una maniera mondana, in una maniera secolare, in una maniera rivolta al secolo e non all’altro mondo. Tanto che chi ritiene che il messaggio cristiano sia il messaggio della salvezza, ha anche la consapevolezza, la cruda consapevolezza, che il cristiano non può togliere le ingiustizie o le sofferenze dal mondo, non è compito suo.
 
Perché ha questa consapevolezza? Perché egli sa che  precipitato in questo secolo a motivo della ribellione a Dio, e cioè del peccato originale, che non è compito più suo togliere dal mondo in cui è precipitato quelle ingiustizie che non possono non esserci, perché il mondo del secolo è esattamente il mondo precipitato. Alla consapevolezza, alla amara consapevolezza, egli è impotente, anzi, a togliere le ingiustizie dal mondo, è impotente, e in questa interpretazione, è impotente anche Dio. Il quale tollit peccata mundi, ma non significa che le toglie, le elimina perché ha creato il mondo proprio per il mondo del peccato, cioè il mondo è caduto. Quindi non toglie, le prende su di sé, le assume sopra di sé. E consente a coloro che credono in lui di riscattarsi, pur nelle ingiustizie e pur nelle sofferenze.
 
Rovesciate la interpretazione, e adesso pensate non più alla escatologia, ma pensate alla ideologia, cioè pensate a che cosa fa il linguaggio del cristiano nel mondo nella prospettiva non della salvezza e vedrete che fa esattamente le cose opposte. Il cristiano si impegna a togliere le ingiustizie. Ascolta la voce del mondo, il grido del mondo che soffre, e ritiene di poter andare incontro alle ingiustizie ed alle sofferenze, traducendo il messaggio cristiano in un messaggio che è secolare o politico. E’ così che la Chiesa, non soltanto di Bergoglio, che è l’ultimo dei protagonisti di questa evoluzione o involuzione, è così che la Chiesa ha accolto le richieste del mondo secolare e le ha fatte proprie. E’ così che la Chiesa ha riconosciuto i diritti inderogabili della donna, dell’uomo, del bambino, dell’immigrato, dell’insofferente, cioè ha trasferito il messaggio dal terreno della salvezza al terreno della liberazione, con la convinzione che chi si impegna nella liberazione si acquisiscono meriti per la salvezza.
 
C’era un tempo in cui questa idea, cioè che si acquisiscono meriti per la salvezza impegnandosi con le proprie forze e con i propri sforzi nel mondo, c’era un tempo in cui questa cosa si chiamava pelagianesimo, ed era considerata una eresia.
 
Vedo che in questi ultimi tempi si sollevano domande nei confronti del papa Francesco a proposito di alcuni elementi di confusione che sfortunatamente lui ha introdotto anche su questo argomento, sulla esistenza dell’inferno, e tutti vorrebbero sapere dal papa se lui creda o no all’inferno. Io vorrei fare un’altra domanda che mi pare forse più decisiva di quella dell’esistenza dell’inferno. E cioè
 
Santità, la Chiesa oggi crede nel peccato originale?
 
Crede che il peccato originale non sia redimibile se non mediante la grazia di Dio?
 
Crede che dal peccato originale non si può essere redenti con le opere di giustizia, politiche o di carità?
 
Io credo che la confusione sia qui. Perché ci sono delle espressioni, delle prese di posizione che a me fanno pensare alla eresia pelagiana, alla convinzione che io mi salvo davanti a Dio perché mi impegno ad eliminare con le mie forze una ingiustizia del mondo.
 
Questa è secondo me è una visione ideologica che oggi è molto diffusa negli atteggiamenti, nelle parole, negli obiter dicta di questo pontefice, ma che sfortunatamente, a me pare, ha colpito la Chiesa negli ultimi tempi, non soltanto in questo secolo.
 
Oggi si dicono parole dentro la Chiesa, e si accolgono parole che fino ad ottanta, novanta anni fa erano considerate eresie.
 
Che cosa sta accadendo? Penso che stiamo attraversando una di queste fasi, una di queste fasi così rischiose, con la confusione e la gravità, ci stiamo trasformando, noi cristiani, in una filosofia largamente umanitaria, con connotazioni scritturali vaghe, interpretate quasi sempre ad hoc, tradotte quasi sempre ad usum Delphini e noi stiamo accettando questa forma di umanesimo che però non è, secondo il mio punto di vista, la religione, il messaggio cristiano della salvezza che dovrebbe caratterizzare tutti noi se non vogliamo diventare semplicemente una setta, o una classe o una sottospecie di una filosofia della liberazione come tante si sono avute.
 

mercoledì 30 maggio 2018

In persona Christi

“Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa:  che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio.
 
Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica.
 
Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale.
 
A tal fine, quando un giovane sacerdote fa i suoi primi passi, occorre che possa far riferimento ad un maestro sperimentato, che lo aiuti a non smarrirsi tra le tante proposte della cultura del momento. Di fronte alle tentazioni del relativismo o del permissivismo, non è affatto necessario che il sacerdote conosca tutte le attuali, mutevoli correnti di pensiero; ciò che i fedeli si attendono da lui è che sia testimone dell’eterna sapienza, contenuta nella parola rivelata.
 
La sollecitudine per la qualità della preghiera personale e per una buona formazione teologica porta frutti nella vita.(...)
 
 
In realtà, si cresce nella maturità affettiva quando il cuore aderisce a Dio. Cristo ha bisogno di sacerdoti che siano maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale.
 
Perché ciò accada, serve l’onestà con se stessi, l’apertura verso il direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia.” (Benedetto XVI ai Sacerdoti – 25 maggio 2006)QUI

lunedì 28 maggio 2018

Deriva della gerarchia cattolica

Chi devia dal retto sentiero della dottrina e della prassi cattoliche non soltanto si rende inutile e stolto, ma corre pure il rischio di precipitare all’Inferno con tutti quelli che lo seguono.
 
Ma com’è possibile che buona parte della gerarchia cattolica sia venuta meno al suo compito e stia andando miseramente alla deriva?
 
Deve pur esserci una spiegazione. Un dato meramente cronologico indica che le attuali guide della Chiesa si sono formate – guarda caso – dopo il Concilio Vaticano II. In maniera sintetica, si può affermare che nell’ultimo mezzo secolo sono state imposte un’educazione teologica, una forma liturgica e una prassi pastorale che hanno assunto e incorporato la contraddizione, il soggettivismo e il relativismo, deformando la mente dei chierici e assuefacendola ad essi. E' così che anche gli avvenimenti più sconvolgenti possono essere “normalizzati” con una cortina fumogena di vuote parole e di volgare ipocrisia, regolarmente quanto clamorosamente smentite dagli atti. La casta clericale non ne è minimamente scossa, assorbita com’è dalla sua vita beata e gaudente; il suo cervello registra unicamente informazioni filtrate e ingentilite dal politicamente corretto dei quotidiani. Se mai fossero costretti a guardare in faccia la realtà, d’altronde, sarebbero colti da una crisi di panico, trovandosi totalmente sprovvisti delle risorse psicologiche e spirituali necessarie per far fronte alla temibile presa di coscienza. Questo mondo buono, progredito e civile, retto da apparati costituzionali, partiti omo-democratici, commissioni europee, agenzie delle nazioni unite, organizzazioni non governative, comunità di sant’egidio, gruppi abele e mafie varie, incarna i più alti ideali del loro umanesimo integrale.....cioè della nuova religione che ha sostituito quella cattolica.
 
QUI l'intero articolo di don Elia