La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





post recenti

lunedì 17 dicembre 2018

I sacrilegi dei nostri alti prelati

La perdita del sacro conduce perfino al sacrilegio. (...)
Chiese e cattedrali sono state date in concessione alla dissolutezza, a lordure di ogni genere; e il clero locale non ha indetto cerimonie di espiazione, ma solo gruppi di fedeli si sono giustamente rivoltati a questi scandali. Come fanno i vescovi ed i preti che hanno favorito queste aberrazioni a non temere d'attirare su se stessi e sull'insieme del loro popolo la maledizione divina? Essa appare già nella sterilità che colpisce le loro opere.
 
Mons. Marcel Lefebvre
(cap. III dal libro 'Lettera aperta ai cattolici perplessi', 1987)
 .................................................................
 
Ormai le profanazioni delle Chiese con spettacoli, a dir poco, fuori luogo, blasfemi e sacrileghi, avvengono in ogni parte d'Europa, Italia compresa. Gli scandali perpetrati dagli uomini di Chiesa, soprattutto da cardinali e vescovi, sono un vero e proprio insulto al Signore ed alle cose sacre, meritano il giusto sdegno ed attirano la terribile punizione da Dio che non si farà attendere. Imploro gli alti prelati di smettere di offendere Dio e la Sua Chiesa.
 
Mons. Lefebvre aveva ragione! Già nel 1987 scriveva di chiese e cattedrali date in concessione alla dissolutezza, ma forse neanche lui poteva immaginare fin dove ci si sarebbe spinti......
 
Possiamo renderci conto dell'ultimo e ripugnante scandalo avvenuto nella Cattedrale di Vienna
QUI 
 
 
 

lunedì 10 dicembre 2018

Chi ha orecchi.....

 
Cari Pastori della Chiesa Cattolica Apostolica Romana , mi rivolgo a voi con le parole di un uomo che la Chiesa di Cristo ha proclamato santo, dunque se la parola 'santità' ha ancora il significato di sempre e se questa Chiesa è ancora creduta quella di Cristo, la cui incarnazione ha portato salvezza e luce nel mondo, non potete avere orecchi che non odono ed occhi che non vedono; A voi rivolgo le parole di sant'Atanasio, taglienti e penetranti come lama affilata:
 
 «Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l’uomo e l’umanità. Portate il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo».
 
 
 
 
 

giovedì 6 dicembre 2018

Un punto di vista diverso

La tradizione rappresenta l'unico futuro possibile per la Chiesa. Don Fausto Buzzi ha le idee chiare. Sacerdote della Fraternità San Pio X, la stessa fondata da Marcel François Lefebvre il primo novembre del 1970 in seguito al Concilio Vaticano II, Buzzi oggi è assistente del superiore italiano. Ha militato per alcuni anni nell'associazione Alleanza Cattolica. Poi, nel 1972, l'incontro con Monsignor Lefebvre e l'ingresso nel seminario di Ecône. In questa intervista esclusiva, il sacerdote della San Pio X ha parlato, tra i punti affrontati, del ricongiungimento dottrinale col Vaticano.

Cosa divide ancora la comunità San Pio X dalla Chiesa cattolica?
"E’ bene precisare che la Fraternità S Pio X non ha niente che la divide dalla Chiesa cattolica. Noi siamo uniti alla Chiesa cattolica e non ci siamo mai separati da essa malgrado le divergenze con le autorità della Chiesa. Ora queste divergenze non vengono da noi. Mons. Lefebvre diceva sempre che lo condannavano per quello per cui prima i Papi lo lodavano, in particolare Pio XII. E’ Roma che ha cambiato e con il Concilio Vaticano II si è allontanata dalla plurisecolare Tradizione della Chiesa. Per essere sintetici si può dire che ciò che ci divide con Roma sono dei gravi e fondamentali problemi dottrinali".

Un parroco cattolico una volta mi ha detto: "Si fa un gran parlare di scisma, ma questi non hanno la caratura teologica di Marcel Lefebvre". E' così?
"Molti criticano o condannano la Fraternità S. Pio X senza conoscerla e senza capire i motivi gravi che la mettono in condizione di ostilità con le autorità ecclesiastiche. Oggi molti, sacerdoti e laici, cominciano a domandarsi che cosa stia succedendo nella Chiesa e aprono gli occhi sul fatto che coloro che sono stati etichettati per molti anni come scismatici forse sono coloro che sono rimasti i più fedeli alla Chiesa cattolica e, paradossalmente, i più fedeli al papato. Nei nostri seminari Mons. Lefebvre ha voluto che si studiasse la Summa di S. Tommaso d’Aquino e sugli altri testi classici della teologia. Le assicuro che per noi è stata una grade grazia ricevere una così profonda e solida formazione".

Qual è la vostra opinione su Papa Francesco?
"Per noi Papa Francesco non è né peggiore né migliore degli altri papi del Concilio e del post Concilio. Lui lavora nello stesso cantiere inaugurato da Giovanni XXIII, quello dell’autodemolizione della Chiesa cattolica per costruirne un'altra che fosse conforme allo spirito liberale del mondo. Anzi le dirò di più: l’attuale Papa non è così responsabile come lo è stato Paolo VI. Questo Papa ha fatto il Concilio, lo ha finito, e ha fatto tutte le riforme. Ora tutto questo è la causa della gravissima crisi che vediamo nella Chiesa. Certo i gesti e le parole di papa Francesco sembrano più gravi di quelli dei suoi predecessori. Ma non è cosi. Oggi è l’effetto mediatico che fa molto più cassa di risonanza che una volta. Nella sostanza però gli atti di Paolo VI sono molto più gravi di quelli di Francesco".

Però Bergoglio sembra aver fatto dei passi avanti nei vostri confronti...
"Certo non ha fatto passi dottrinali in avanti nei nostri confronti. Egli però ci considera una realtà della “periferia”. Come tali siamo oggetto di certe sue benevolenze. Quando era cardinale a Buenos Aires un nostro sacerdote gli portò da leggere la vita del nostro fondatore. Lui la lesse e ne rimase seriamente impressionato forse anche questo ha contribuito a fargli avere un occhio di riguardo nei nostri confronti. Molti si domandano però perché non è stato così benevolo con i Francescani dell’Immacolata che stavano decisamente abbracciando la tradizione cattolica. Anzi in questo caso, a scapito della misericordia, li ha trattati duramenti e con estrema severità".

Molti vi considerano gli "estremisti" della fede...
"Guardi che la fede è una virtù teologale, e una virtù teologale può crescere all’infinito perché l’oggetto è Dio stesso e quindi non c’è limite nelle fede. In questo senso sarebbe virtuoso essere estremisti. Detto questo le posso citare le parole di nostro Signore quando dice ad esempio “Chi non è con me è contro di me” o le parole di S. Pietro “non c’è altro nome [Gesù Cristo] sotto il cielo che ci possa salvare”. Mi dica un po’ lei se queste non sono parole “estremiste”. Se poi consideriamo i martiri che sono morti piuttosto che tradire la loro fede, come li giudichiamo? Estremisti? Mi pare che si stia perdendo il senso della fede".

Cosa ne pensa del dibattito dottrinale attorno ad "Amoris Laetitia"?
"Vede con questa domanda mi spinge a ripetermi. Se da una parte sono state lodevoli tutte le iniziative per far correggere questo documento e difendere la famiglia cristiana indissolubile e sacralizzata da un sacramento, il vero problema però è a monte. Lei sa dove affondano le radici di Amoris Laetitia? Le troviamo in un documento del Concilio 'Gaudium et Spes'. Quindi come le dicevo la spaventosa crisi nella Chiesa è da ricondurre al suo DNA ossia al Vaticano II. Pensi un po’ se invece della 'Gaudium et Spes' fosse stata pubblicata al suo posto l’Enciclica di Pio XI 'Casti Connubi', avremmo oggi il catastrofico Amoris Laetitia? Non credo proprio".

E sulla riabilitazione di Lutero?
"Cosa vuole che le dica? Riabilitare il più grande eresiarca della storia, colui che ha laicizzato tutta la religione cristiana, che ha fatto perdere alla Chiesa popoli interi, è un suicidio dottrinale e un falso storico. La riabilitazione di Lutero fa parte dell’utopia ecumenica di questi ultimi 50 anni. Un'utopia che porta i cattolici ad una apostasia ormai non più silenziosa ma assordante. Consiglio di leggere un nuovo libro su Lutero uscito da poco: “Il vero volto di Lutero” edizioni PIANE, scritto da un nostro sacerdote professore di ecclesiologia al seminario di Ecône. Leggendo questo libro si capirà l’assurdità di questa pretesa riabilitazione".

Vede possibile, in futuro, il ricongiungimento dottrinale tra voi e il Vaticano?
"Non sono profeta. Ci auguriamo che questo avvenga soprattutto per la salvezza di tante anime che rischiano di perdersi per l’eternità. Ma se mi permette vorrei dirle quello che oggi possiamo fare per contribuire al trionfo della tradizione nella Chiesa. Dobbiamo noi stessi, ogni cattolico, vescovi, sacerdoti fedeli, ritornare alla tradizione cattolica di sempre, e nessuno deve temere di sentirsi contro le autorità della Chiesa. Perché di fatto non è andare contro, ma al contrario è il modo più efficace per aiutarle a capire che si deve tornare alla tradizione che è l’unico e solo futuro della Santa Chiesa".
 

sanpiox.it - Intervista di Francesco Boezi - Il Giornale -
2 febbraio 2018

martedì 4 dicembre 2018

Quanto rumore per una candelina!

A Katowice in Polonia va in onda la Cop24, ovvero la 24esima Conferenza delle parti che hanno aderito alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) entrata in vigore nel 1994. Ed è iniziato il bombardamento propagandistico, una sorta di 'terrorismo' climatico, politico e mediatico che mette sotto pesante accusa le emissioni di Anidride Carbonica (CO2) e, di conseguenza, le attività degli esseri umani. Si dice che l’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera sia arrivata alla cifra record di 405.5 ppm (parti per milione), livello mai raggiunto negli ultimi 3-5 milioni di anni. Ma questi numeri sono davvero così allarmanti? Le previsioni catastrofiche si basano su teorie che ancora devono essere dimostrate, mentre tanti scienziati hanno già smontato la teoria del riscaldamento globale antropogenico.
Alcuni scienziati italiani hanno scritto un libro proprio per sfatare questo infausto mito ed ecco cosa scrivono a proposito di anidride carbonica, la famigerata CO2:
 
"oggi la concentrazione nell’atmosfera è appena sopra le 400 parti per milione (ppm), prima della rivoluzione industriale era circa 300. L’aumento in questi anni è stato perciò di 100 ppm, che si vorrebbe tutti imputati alle attività umane. Ma mentre la concentrazione di CO2  è aumentata in modo lineare, il grande salto nell’uso dei combustibili fossili avviene dopo la Seconda guerra mondiale, e la temperatura ha avuto molti alti e bassi. Basti ricordare che negli anni ’70 gli allarmi sul clima riguardavano una prossima era glaciale e non il riscaldamento.
 
Rimanendo però alla concentrazione, davvero queste 400 ppm sono tantissime? E lo scarto di 100ppm dall’inizio della Rivoluzione industriale? Riporto questo paragone: «Il tinello di casa vostra sarà 100 metri cubi, cioè 100 mila litri: 100 ppm fanno 10 litri. Ma 10 litri di gas alle ordinarie condizioni di pressioni e temperatura consistono in meno di una mezza mole di gas. Nel caso della CO2 mezza mole di carbonio significa sei grammi di carbonio, che è il carbonio contenuto in una candelina da torta di compleanno.
Riassumiamo: tutte le attività dell’intera umanità degli ultimi 160 anni hanno comportato nel tinello di casa vostra un aumento di CO2 pari a quello che si ottiene bruciando una candelina. Questa è la consistenza del fenomeno di cui tanto si parla...."
(AA.VV. Clima, basta catastrofismi-Riflessioni scientifiche su passato e futuro)

venerdì 16 novembre 2018

La rivoluzione di Lutero

C’è grande confusione oggi nel parlare di Lutero, e bisogna dire chiaramente che dal punto di vista della teologia dogmatica, dal punto di vista della dottrina della Chiesa non fu affatto una riforma, ma una rivoluzione, cioè un cambiamento totale dei fondamenti della fede cattolica. Non è realistico sostenere che la sua intenzione fosse solo di lottare contro alcuni abusi delle indulgenze o contro i peccati della Chiesa rinascimentale. Abusi e azioni cattive sono sempre esistite nella Chiesa, non solo nel Rinascimento, e anche oggi ci sono. Siamo la Chiesa santa a causa della Grazia di Dio e dei sacramenti, ma tutti gli uomini di Chiesa sono peccatori, tutti hanno bisogno del perdono, della contrizione, della penitenza.
 
Questa distinzione è molto importante. E nel libro scritto da Lutero nel 1520, “De captivitate Babylonica ecclesiae”, appare assolutamente chiaro che Lutero abbia lasciato dietro di sé tutti i principi della fede cattolica, della Sacra Scrittura, della Tradizione apostolica, del magistero del Papa e dei Concili, dell’episcopato. In questo senso ha stravolto il concetto di sviluppo omogeneo della dottrina cristiana, così come spiegato nel Medioevo, arrivando a negare il sacramento quale segno efficace della grazia che vi è contenuta; ha sostituito questa efficacia oggettiva dei sacramenti con una fede soggettiva. Qui Lutero ha abolito cinque sacramenti, ha anche negato l’Eucarestia: il carattere sacrificale del sacramento dell’Eucarestia, e la reale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. E ancora: ha definito il sacramento dell’ordine episcopale, il sacramento dell’ordine, una invenzione del Papa - definito l’Anticristo - e non parte della Chiesa di Gesù Cristo. Noi diciamo invece che la gerarchia sacramentale, in comunione con il successore di Pietro, è elemento essenziale della Chiesa cattolica, non solo un principio di una organizzazione umana.
Per questo non possiamo accettare che la riforma di Lutero venga definita una riforma della Chiesa in senso cattolico. Quella cattolica è una riforma che è un rinnovamento della fede vissuta nella grazia, nel rinnovamento dei costumi, dell’etica, un rinnovamento spirituale e morale dei cristiani; non una nuova fondazione, una nuova Chiesa.
 
È perciò inaccettabile affermare che la riforma di Lutero «fu un evento dello Spirito Santo». È il contrario, fu contro lo Spirito Santo. Perché lo Spirito Santo aiuta la Chiesa a conservare la sua continuità tramite il magistero della Chiesa, soprattutto nel servizio del ministero Petrino: su Pietro solo Gesù ha fondato la Sua Chiesa (Mt 16,18) che è «la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» ( 1Tim 3,15). Lo Spirito Santo non contraddice se stesso.
 
Si sentono tante voci che parlano troppo entusiasticamente di Lutero, non conoscendo esattamente la sua teologia, la sua polemica e gli effetti disastrosi di questo movimento che ha rappresentato la distruzione dell’unità di milioni di cristiani con la Chiesa cattolica. Noi possiamo valutare positivamente la sua buona volontà, la lucida spiegazione dei misteri della fede comune ma non le sue affermazioni contro la fede cattolica, soprattutto per quel che riguarda i sacramenti e la struttura gerarchica-apostolica della Chiesa.
Non è corretto neanche affermare che Lutero avesse inizialmente buone intenzioni, intendendo con ciò che fu poi l’atteggiamento rigido della Chiesa a spingerlo sulla strada sbagliata. Non è vero: Lutero aveva sì intenzione di lottare contro il commercio delle indulgenze, ma l’obiettivo non era l’indulgenza come tale ma in quanto elemento del sacramento della penitenza.

Non è neanche vero che la Chiesa abbia rifiutato il dialogo: Lutero ebbe prima una disputa con Giovanni Eck, poi il Papa inviò come legato il cardinale Gaetano per dialogare con lui. Si può discutere sulle modalità ma quando si tratta della sostanza della dottrina, si deve affermare che l’autorità della Chiesa non ha commesso errori. Altrimenti si deve sostenere che la Chiesa abbia insegnato per mille anni errori nella fede, quando sappiamo – e questo è elemento essenziale della dottrina – che la Chiesa non può errare nella trasmissione della salvezza nei sacramenti.

 
Non si deve confondere sbagli personali, i peccati delle persone della Chiesa con errori nella dottrina e nei sacramenti. Chi lo fa crede che la Chiesa sia solo una organizzazione fatta di uomini e nega il principio che Gesù stesso abbia fondato la sua Chiesa e la protegga nella  trasmissione della fede e della Grazia nei sacramenti tramite lo Spirito Santo.

La Sua Chiesa non è un’organizzazione solo umana: è il corpo di Cristo, dove c’è la infallibilità del Concilio e del Papa in modalità precisamente descritte.

Tutti i concili parlano della infallibilità del magistero, nella proposizione della fede cattolica. Nella confusione odierna in tanti sono arrivati invece a capovolgere la realtà: ritengono il papa infallibile quando parla privatamente, ma poi quando i papi di tutta la storia hanno proposto la fede cattolica dicono che è fallibile.
 
Certo, sono passati 500 anni, non è più il tempo della polemica ma della ricerca della riconciliazione: non però a costo della verità.

Non si deve fare confusione. Se da una parte dobbiamo saper cogliere l’efficacia dello Spirito Santo in questi altri cristiani non cattolici che hanno buona volontà, che non hanno commesso personalmente questo peccato della separazione dalla Chiesa, dall’altra non possiamo cambiare la storia, ciò che è successo 500 anni fa. Una cosa è il desiderio di avere buone relazioni con i cristiani non cattolici di oggi, al fine di avvicinarci a una piena comunione con la gerarchia cattolica e con l’accettazione anche della tradizione apostolica secondo la dottrina cattolica; un’altra cosa è l’incomprensione o la falsificazione di ciò che è successo 500 anni fa e dell’effetto disastroso che ha avuto. Un effetto contrario alla volontà di Dio: «...Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anche essi in noi, perchè il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gio 17, 21).
 
«Quella di Lutero? Non fu riforma, ma rivoluzione»
Card. Gerhard L. Müller

lunedì 12 novembre 2018

Il Papa: tra autorità ed obbedienza


Pubblichiamo la traduzione di una riflessione sull'autorità del Papa nella Chiesa scritta dal cardinale Gerhard Müller e pubblicata su First Things il 16 gennaio 2018.
 
Come sono correlati tra loro il Magistero del papa e la Tradizione della Chiesa? Quando interpreta le parole di Gesù, il papa deve essere in continuità con la Tradizione ed il Magistero precedente, incluso quello dei papi più recenti? O è piuttosto la Tradizione della Chiesa a dover essere reinterpretata alla luce delle nuove parole del papa? Che cosa accade se ci sono delle contraddizioni?
 
Per rispondere a queste domande, sembra pertinente iniziare con una importante Lettera Apostolica che papa Pio IX inviò all’episcopato tedesco, il 4 marzo 1875. Nella sua lettera, il Papa precisava che i vescovi tedeschi avevano interpretato il dogma dell’infallibilità pontificia e del primato petrino in perfetta armonia con le definizioni del Concilio Vaticano I. Ad aver provocato la lettera del Papa fu la circolare del Cancelliere tedesco Bismarck, che fraintese gravemente questo dogma per giustificare la feroce persecuzione dei cattolici tedeschi nella cosiddetta Kulturkampf o “battaglia culturale”.

Secondo Pio IX, nella loro risposta alla provocazione di Bismarck, i vescovi tedeschi avevano chiaramente mostrato che «non c’è assolutamente nulla nelle definizioni prese di mira che sia nuovo o che cambi qualcosa circa le nostre relazioni con i governi civili o che possano offrire un pretesto per proseguire nella persecuzione della Chiesa». Per poter valutare gli eventi, bisogna certamente tener presenti i presupposti culturali a partire dai quali Bismarck e i suoi liberali “guerrieri culturali” hanno agito.

Sebbene essi avessero in gran parte abbandonato il contenuto religioso della Riforma Protestante, che aveva segnato il loro paese, avevano invece ampiamente mantenuto i relativi pregiudizi contro la Chiesa cattolica. Secondo loro, l’ufficio magisteriale esercitato dal papa e dai concili della Chiesa pretendeva un’autorità maggiore di quella della stessa Parola di Dio. Non solo il magistero della Chiesa finiva per intralciare il rapporto immediato del fedele con Dio, ma si ergeva anche come elemento estraneo tra i cittadini e lo stato - uno stato, certamente, che nel caso della Prussia della fine del XIX secolo si attribuiva un’autorità assoluta, distaccata anche dalla legge morale naturale.
 
Bismarck e i suoi sostenitori erano convinti che l’autorità del papa si estendesse fino a poter inventare arbitrariamente ed anche imporre dottrine e pratiche alla Chiesa universale, inclusi i cittadini cattolici tedeschi, che allora sarebbero stati vincolati ad aderire ad esse sotto la minaccia della scomunica e della perdita della vita eterna.

Contro questa totale caricatura della pienezza del potere del papa, i vescovi tedeschi sottolinearono che «in tutti gli aspetti essenziali la costituzione della Chiesa si basa su ordini divini, e pertanto non è soggetta ad arbitrarietà umane». Quanto ad essi, «l’opinione secondo cui il papa è ‘un sovrano assoluto a motivo della sua infallibilità’ si basa su una comprensione totalmente falsa del dogma dell’infallibilità pontificia». Infatti, il Magistero del papa «è limitato ai contenuti della Sacra Scrittura e della tradizione ed anche ai dogmi precedentemente definiti dall’autorità magisteriale della Chiesa».
 
Il fatto è che la funzione di insegnare detenuta dal Papa e dai vescovi in comunione con lui è un ministero a servizio della Parola di Dio, una Parola che è divenuta carne in Gesù Cristo. Cristo è perciò l’unico Maestro (cf. Mt. 23, 10), che ci insegna le “parole di vita eterna” (Gv. 6, 68). In relazione a lui, Pietro, gli apostoli e tutti i battezzati sono fratelli e sorelle dell’unico Padre celeste.
 
Senza pregiudicare il fatto che tutti i credenti sono fratelli e sorelle, Gesù ha scelto alcuni tra i suoi molti discepoli per essere i suoi apostoli, dando loro l’autorità di insegnare e governare.

Egli ha affidato loro “il messaggio di riconciliazione”, così che essi agiscano realmente nella persona di Cristo per la salvezza del mondo (cf. 2Cor. 5, 19f).

Il Signore risorto, al quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra, manda i suoi apostoli in tutto il mondo per fare discepoli da tutte le nazioni e battezzarli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Incaricando i suoi apostoli, Gesù incarica anche i loro successori, cioè i vescovi, insieme con il successore di Pietro, il papa, come loro capo.

Il mandato che Cristo conferisce loro è di “insegnar loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato” (Mt. 28, 20). In questo modo egli chiarisce che il contenuto dell’insegnamento degli apostoli - il criterio di verità di quanto essi diranno - è il suo stesso insegnamento. La certezza della fede cristiana riposa in ultimo sul fatto che la parola umana degli apostoli e dei vescovi è la divina Parola di salvezza, non prodotta ma piuttosto testimoniata mediante una mediazione umana (cf. 1Ts. 2, 13).
 
Fin dai tempi di Ireneo di Lione nel secondo secolo, è andata saldamente consolidandosi una terminologia secondo la quale il contenuto della rivelazione si trova nella Sacra Scrittura e nella Tradizione Apostolica. Questa rivelazione è autorevolmente proclamata dal Magistero della Chiesa costituito dal papa e dai vescovi in comunione con lui. Contrariamente al principio protestante del sola scriptura (solo la Scrittura), il Concilio di Trento «giudicare il vero senso e la vera interpretazione della Sacra Scrittura – e...nessuno osi interpretare la Scrittura in un modo contrario al consenso unanime dei Padri».
  
Il Concilio Vaticano II riprende questa modalità fondamentale di interpretare la fede cattolica e, a partire da essa, conclude: «Il magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio» (Dei Verbum, 10).
 
C’è accordo tra tutti i cristiani nel ritenere che la Sacra Scrittura sia Parola di Dio. Ma dal momento che questa Parola viene trasmessa con un linguaggio umano, essa non ha quell’evidenza (quoad se - in se stessa) che i protestanti vogliono attribuirle. C’è invece bisogno di un’interpretazione umana da parte dei maestri della fede, la cui autorità proviene dallo Spirito Santo.

Riguardo a coloro che ascoltano la Parola di Dio, questi maestri rappresentano la stessa autorità di Dio, avvalendosi di parole e di decisioni umane (quoad nos – per noi). Il compito dell’insegnamento autorevole e del governo non può essere lasciato unicamente al singolo fedele che nella propria coscienza giunge ad accettare una certa verità. Dopotutto la rivelazione è stata affidata alla Chiesa nel suo insieme. Quindi, il Magistero è una parte essenziale della missione della Chiesa. Solo con l’aiuto del magistero vivente del papa e dei vescovi la Parola di Dio può essere trasmessa nella sua integrità ai fedeli e a tutte le persone di ogni tempo e luogo.

Nel nostro credo noi professiamo la nostra fede usando parole umane. Queste parole sono soggette ad un certo cambiamento, per quanto concerne la modalità espressiva. Ciò è possibile e a volte è necessario, dal momento che, come afferma chiaramente S. Tommaso, «l’atto del credente non si ferma all’enunciato, ma va alla realtà» (S. Th. II-II, q. 1, a. 2, ad. 2). Dato che l’insegnamento degli apostoli - e anche l’insegnamento della Chiesa - è la Parola di Dio trasmessa mediante le parole di esseri umani, la Parola di Dio si delinea e si sviluppa nella consapevolezza della Chiesa della propria fede, abbastanza analogamente al modo in cui ciascuno dei fedeli è soggetto ad uno sviluppo spirituale e storico sotto la guida dello Spirito Santo. Senza dubbio, la missione dello Spirito Santo non consiste nell’inventare nuove dottrine, ma nel rendere presente nella Chiesa la pienezza della rivelazione di Gesù Cristo (cf. Gv. 16, 13).
Dal momento che il papa, in quanto capo del collegio dei vescovi, è il principio dell’unità della Chiesa nella verità, egli ha la missione sia di custodire la verità della rivelazione che di pronunciare nuove formulazioni concettuali del credo (il “simbolo”), laddove sia necessario. Facendo ciò, egli non può aggiungere nulla alla rivelazione dataci nella Scrittura e nella Tradizione, e neppure può cambiare il contenuto di precedenti definizioni dogmatiche. Ma al fine di proteggere l’unità della Chiesa nella fede, a certe condizioni egli ha il diritto e il dovere di dare una nuova formulazione al credo (nova editio symboli). Così spiega S. Tommaso: «nell’insegnamento di Cristo e degli Apostoli le verità di fede sono spiegate a sufficienza. Siccome però gli uomini perversi, secondo l’espressione di S. Pietro [2Pt. 3, 16], ‘travisano per loro propria rovina’ l’insegnamento apostolico e le altre Scritture, è necessario che nel corso del tempo ci sia un’esposizione della fede contro gli errori che insorgono» (S. Th. II-II, q. 1, a. 10, ad. 1, sottolineatura aggiunta).
Per questo compito, il magistero si basa sulla comprensione soprannaturale della fede (sensus fidei), data dallo Spirito Santo a tutto il Popolo di Dio, sotto la guida dei vescovi (cf. Lumen Gentium, 12). Ma conta anche sui teologi. Senza il lavoro teologico preparatorio di Sant’Atanasio e dei Padri Cappadoci, non ci sarebbe stato il credo niceno né la sua difesa e precisazione nei concili successivi. Parimenti, i decreti del Concilio di Trento non sarebbero stati possibili senza il lavoro preparatorio dei teologi più dotti del tempo. È vero che per il Concilio Vaticano II la fedele e completa trasmissione storica della rivelazione si basa sul carisma dell’infallibilità, che è proprio del papa e dei concili ecumenici. Nello stesso tempo però, il Vaticano II non manca di aggiungere: «Perché poi sia debitamente indagata ed enunziata in modo adatto, il romano Pontefice e i vescovi nella coscienza del loro ufficio e della gravità della cosa, prestano la loro vigile opera usando i mezzi convenienti; però non ricevono alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito divino della fede» (Lumen Gentium, 25).
 
Certamente, come cattolici, non possiamo ignorare lo sviluppo dottrinale della Chiesa per occuparci solamente della presunta pura dottrina della Scrittura. La parabola del figlio prodigo, per esempio, non fornisce un’istruzione catechetica sul sacramento della penitenza nella sua materia (pentimento, confessione, soddisfazione) e forma (assoluzione da parte del sacerdote). Se si dovesse guardare alla sola Scrittura, si dovrebbe allora concludere che, dal momento che il figlio prodigo in realtà non va a confessare i suoi peccati, neppure noi siamo tenuti a farlo. In ogni caso, opporre in questo modo la Scrittura alla Chiesa significherebbe ignorare completamente le parole di Cristo, che affida agli apostoli - con Pietro come loro capo - il compito di custodire fedelmente l’intero deposito della fede.
Cristo «prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell'unità di fede e di comunione» (Lumen Gentium, 18).

Ora, la pienezza dell’autorità apostolica non comporta un’illimitata pienezza di potestà secondo l’accezione secolare. Al contrario, questo potere è strettamente circoscritto dalla sua finalità: è a servizio della difesa dell’unità della Chiesa nella sua fede nel Figlio di Dio venuto nella “pienezza dei tempi” (Gal. 4, 4-6).

L’autorità del papa è legata molto strettamente alla rivelazione; infatti essa deriva dalla rivelazione. È solo per il potere di Dio che Pietro è in grado di custodire l’intera Chiesa nella fedeltà a Cristo, anche quando Satana la scuote e la vaglia, così che il grano venga separato dalla pula. Così dice Gesù: “ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede” (Lc. 22, 32). Nel suo magistero supremo, il papa unisce tutta la Chiesa e tutti i vescovi nella stessa confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt. 16, 16). Ed è precisamente in questa confessione che egli è la roccia sulla quale il Signore Gesù continua ad edificare la sua Chiesa fino alla fine del mondo. È chiaro, allora, che le parole del papa sono a servizio dell’intera Tradizione della Chiesa e non il contrario.
 
Quanto è stato detto sopra si riferisce all’insegnamento della Chiesa, ma anche all’amministrazione dei mezzi della grazia nei sacramenti. Nel suo Decreto sulla Santa Comunione, il Concilio di Trento dichiara che la Chiesa ha il potere di stabilire o di modificare i riti esterni dei sacramenti. Nello stesso tempo, il Concilio nega che la Chiesa abbia il diritto o la possibilità di interferire con l’essenza dei sacramenti, insistendo che sia «fatta salva la loro sostanza».

Quando il Concilio di Trento definisce che ci sono tre atti del penitente che fanno parte del sacramento della penitenza (pentimento con la risoluzione di non peccare nuovamente, confessione e soddisfazione), allora anche i papi e i vescovi dei secoli successivi sono vincolati da questa dichiarazione. Essi non sono liberi di dare l’assoluzione sacramentale per i peccati, o di autorizzare i propri sacerdoti a darla, quando i penitenti non mostrano realmente segni di pentimento o quando essi esplicitamente non vogliono prendere la risoluzione di non peccare più. Nessun essere umano può annullare l’intima contraddizione tra l’effetto del sacramento - ossia, la nuova comunione di vita con Cristo nella fede, speranza e carità - e l’inadeguata disposizione del penitente. Nemmeno il papa o un concilio possono farlo, perché non ne hanno l’autorità e neppure potranno mai ricevere una tale autorità, perché Dio non chiede mai agli uomini di fare qualcosa che sia contraddittorio in se stesso e contrario a Dio stesso.
 
È necessario ricordare che le affermazioni dottrinali possiedono diversi gradi di autorità. Essi richiedono differenti gradi di consenso, come espresso dalle cosiddette “note teologiche”. L’accettazione di un insegnamento con “fede divina e cattolica” è richiesta solamente per le definizioni dogmatiche. È chiaro anche che il papa e i vescovi non devono mai chiedere ad alcuno di agire o insegnare contro la legge morale naturale.

L’obbedienza dei fedeli verso i loro superiori ecclesiastici non è perciò un obbedienza assoluta e il superiore non può richiedere un’obbedienza assoluta, perché sia il superiore che coloro che sono affidati alla sua autorità sono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre e sono discepoli dello stesso Maestro.

Pertanto, è più arduo insegnare che imparare, perché l’insegnamento è associato ad una più grande responsabilità di fronte a Dio. L’affermazione «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti 5, 29) ha il suo valore anche e soprattutto nella Chiesa. Contro il principio di obbedienza assoluta vigente nello stato militare prussiano, i vescovi tedeschi ribadivano di fronte a Bismarck: «Non è certamente la Chiesa cattolica ad aver fatto proprio il principio immorale e dispotico che il comando di un superiore svincola incondizionatamente da ogni responsabilità personale».
 
Quando delle opinioni private o dei limiti spirituali e morali si inseriscono nell’esercizio dell’autorità ecclesiastica, allora diventano necessarie critiche sobrie ed oggettive come anche la correzione personale, specialmente da parte dei fratelli nell’episcopato. Tommaso d’Aquino non può essere di certo sospettato di relativizzare il primato pietrino e la virtù d’obbedienza.

Particolarmente illuminante è il modo in cui egli interpreta l’incidente avvenuto ad Antiochia, culminato con la pubblica correzione di Pietro da parte di Paolo (Gal. 2, 11). Secondo l’Aquinate, l’episodio ci insegna che a certe condizioni un apostolo può avere il diritto ed anche il dovere di correggere un altro apostolo in modo fraterno, e che anche un sottoposto può avere il diritto e il dovere di criticare il superiore (cf. Commento sulla lettera ai Galati, c. II, l. 3). Questo non significa che si possa ridurre il magistero ad un’opinione privata, così da essere dispensati dal potere vincolante dell’insegnamento autentico e definitivo della Chiesa (cf. Lumen Gentium, 37). Significa solamente che si deve comprendere bene il senso preciso dell’autorità nella Chiesa in generale e il ruolo del ministero petrino in particolare.

Ciò è particolarmente vero quando il conflitto non nasce tra l’insegnamento del papa e la sua idea personale, ma tra l’insegnamento del papa e l’insegnamento dei papi precedenti, che è in accordo con l’ininterrotta tradizione della Chiesa.
 
Come Papa Benedetto XVI ha spiegato durante la Messa in occasione del suo insediamento sulla Cattedra di Vescovo di Roma, il 7 maggio 2005, «il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo».
 
(Traduzione di Luisella Scrosati)
 

mercoledì 10 ottobre 2018

I comandamenti di Dio

Che cosa sono i Comandamenti di Dio? 
 
I Comandamenti di Dio o Decalogo sono le leggi morali che Dio nel Vecchio Testamento diede a Mosè sul monte Sinai e Gesù Cristo perfezionò nel Nuovo Testamento.
 
Dobbiamo servire Dio con la mente e con la volontà: la mente, viene guidata dalla fede, mentre la volontà è guidata dalla legge di Dio, che si dice “morale” perché regola tutti i nostri costumi (in latino “mores”).
 
La legge morale è una regola promulgata da chi ha a cuore il bene della comunità, ossia da chi la dirige; quando infatti venisse a mancare colui che comanda (come ad esempio il padre per la famiglia) ciascuno seguirebbe il proprio capriccio e sarebbe impossibile la concordia dei membri della comunità e il conseguimento del fine comune.
 
Le leggi degli uomini sono leggi morali umane; ma i Comandamenti, che sono stati dettati da Dio, sono leggi morali divine.
 
I Comandamenti possono essere chiamati anche Decalogo, perché sono dieci (dal greco, “deka: dieci” e “logos: parola, precetto”).
 
Nel Vecchio Testamento (Es 20, 1-17) è narrato l'episodio in cui Dio consegna a Mosè i Comandamenti in cima al monte Sinai: tra lampi e tuoni, avvolto in una densissima nube, Dio comunicò la legge per il popolo:
 
1 – Non avrai altro Dio al di fuori di Me
2 – Non nominare il nome di Dio invano
3 – Ricordati di santificare le feste
4 – Onora il padre e la madre
5 – Non ammazzare
6 – Non commettere atti impuri
7 – Non rubare
8 – Non dire falsa testimonianza
9 – Non desiderare la donna d'altri
10 – Non desiderare la roba d'altri
 
La legge antica era molto più vasta di come invece appare riassunta nel Decalogo: essa comprendeva infatti molte leggi relative alla libertà e alla vita, precetti morali e cerimoniali per regolare il culto, leggi relative alla proprietà e precetti giudiziari per l'amministrazione della giustizia. Gesù Cristo abolì i precetti cerimoniali, perché il culto antico prefigurava quello cristiano, perciò doveva cessare con l'avvento del nuovo culto.
 
Ad esempio, non fu più praticato il rito della Circoncisione, perché prefigurava il Battesimo. Gesù Cristo abolì anche i precetti giudiziari, che amministravano la giustizia sotto la legge del timore. Invece, Gesù Cristo confermò e perfezionò la legge morale, riassunta nel Decalogo: la confermò quando disse “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19, 17); e la perfezionò, senza cambiarne la sostanza, riducendo tutti i precetti all'amore (Mt 22, 36-40), proscrivendo la poligamia e richiamando il matrimonio all'unità e indissolubilità primitiva (Mr 10, 2-9), rendendo più esplicito l'obbligo di amare anche i nemici e assegnando, come meta da raggiungere, la perfezione del Padre Celeste (Mt 5, 43-48).
 
Alla legge e precetti Gesù Cristo aggiunse, come perfezionamento, i consigli evangelici, che tracciano la via per una perfezione più alta, ossia per quelle anime che non si accontentano di fare le opere comandate da Dio, ma bramano di imitarne la perfezione cercando di conformarsi perfettamente alla sua Volontà seguendo l'esempio di Gesù Cristo.
 
Veronica Tribbia - Dal Catechismo di San Pio X QUI

mercoledì 26 settembre 2018

La preghiera di Papa Leone XIII

Qualche nota sull'orazione all’Arcangelo San Michele di Papa Leone XIII.
 
Il 13/10/1884, dopo la Santa Messa mattutina, Papa Leone XIII fu traumatizzato al punto di svenire. Coloro che si trovavano in sua presenza pensarono che egli fosse morto. Una volta ripresa conoscenza il Papa descrisse una spaventosa conversazione da lui udita, provenuta dal fianco del tabernacolo. Tale conversazione fu delineata da 2 voci, voci le quali Papa Leone XIII comprese essere chiaramente quelle di Gesù Cristo e del Diavolo.

Il Diavolo si vantò di potere distruggere la Chiesa Cattolica, a patto che gli fossero stati concessi 75 anni -100 anni onde svolgere il suo piano. Il Diavolo domandò ancora il permesso di operare una grande influenza sopra coloro che si sarebbero offerti al suo servizio. Alle richieste del Diavolo nostro Signore Gesù Cristo apparentemente rispose:
“Ti saranno concessi il tempo ed il potere.”
 
Turbato profondamente da ciò che egli aveva udito Papa Leone XIII compose l'Orazione a San Michele, ordinando che essa venisse recitata al termine di tutte le Sante Messe come protezione per la Chiesa Cattolica dagli attacchi provenienti dall’Inferno.
 
Orazione originale all’Arcangelo San Michele di Papa Leone XIII:
 
“O glorioso Arcangelo San Michele, principe dell’armata Celeste, sii tu la nostra difesa nella terribile guerra che noi conduciamo contro i principati e le podestà, contro i regnanti di questo mondo di tenebre, di spiriti e di male. Giunga tu in aiuto dell’uomo, il quale Iddio creò immortale, fatto nella Sua medesima immagine e somiglianza, e redense a sì gran prezzo dalla tirannia del Diavolo.

Che tu combatta in questo giorno la battaglia del Signore, assieme agli angeli santi, come già tu combattesti la guida degli angeli superbi, Lucifero e la sua armata apostatica, i quali furono impotenti onde poterti resistere, né fuvvi più per loro posto nel Cielo.
 
Quel crudele, quell’antico serpente, il quale è appellato Diavolo o Satana, il quale seduce il mondo intero, fu spedito negli abissi con i suoi angeli. Ecco, questo primevo nemico ed uccisore degli uomini ha acquisito coraggio. Trasformato in un angelo di luce egli vagabonda in giro assieme alla moltitudine di spiriti malvagi, invadendo la Terra di modo da offuscare il nome di Dio e del Suo Cristo, di modo da sequestrare, uccidere e spedire alla perdizione eterna le anime destinate alla corona della gloria eterna. Questo malvagio dragone rovescia, come il più impuro dei diluvi, il veleno della sua malizia sugli uomini di mente depravata e di cuore corrotto, lo spirito della menzogna, dell’empietà, della blasfemia ed il pestilenziale alito dell’impurità e di ogni vizio ed iniquità.
 
Questi sì astuti nemici hanno riempito ed inebriato con impudenza ed amarezza la Chiesa, la Sposa dell’immacolato Agnello, ed hanno posto empie mani sui suoi più sacri possedimenti. Nel luogo santo medesimo, nel quale è stata stabilita la Sede del beatissimo Pietro e la sedia della Verità per la luce del mondo, essi hanno innalzato il trono della loro abominevole empietà, con l’iniquo piano per il quale allorché il Pastore viene colpito le pecore siano disperse.
 
Che tu salga, dunque, o invincibile principe, che tu voglia recare aiuto contro gli attacchi degli spiriti perduti al popolo di Dio, donando loro la vittoria. Essi venerano te come il loro protettore e patrono; in te la Santa Chiesa gloria la sua difesa contro il malizioso potere dell’Inferno; a te ha Iddio ha affidato le anime degli uomini da stabilirsi nella Celeste beatitudine. Deh, che tu voglia pregare il Dio della pace acciocché Egli ponga Satana sotto i nostri piedi, talmente conquistato che egli non tenga più gli uomini in cattività e non nuoccia più la Chiesa. Che tu offra le nostre orazioni dinnanzi all’Altissimo, cosicché esse siano velocemente conciliate con le pietà del Signore, e sconfiggendo il dragone, l’antico serpente, il quale è il Diavolo e Satana, che tu lo renda ancora cattivo negli abissi, talché egli non seduca più le nazioni. Amen.
 
Ecco la Croce del Signore; siate disperse voi ostili potenze. Il Leone della tribù di Giuda ha conquistato la radice di Davide. Voglia Tu lasciare che le Tue pietà siano su di noi, o Signore. In quanto noi abbiamo sperato in Te. O Signore, oda Tu la mia preghiera. Voglia Tu lasciare che il mio grido giunga a Te.
 
Preghiamo.
 
O Iddio, il Padre di nostro Signore Gesù Cristo, noi invochiamo il Tuo santo nome e come supplicanti noi imploriamo la Tua clemenza, affinché mediante le intercessioni di Maria, sempre Vergine immacolata e nostra Madre, e del glorioso Arcangelo San Michele, Tu ci degni del Tuo aiuto contro Satana e tutti gli altri spiriti immondi, i quali girovagano nel mondo per l’ingiuria della razza umana e la rovina delle anime. Amen.”

 Papa Leone XIII previde e predisse la grande apostasia, scandendo che tale apostasia sarebbe stata guidata da Roma, la quale sola è il luogo santo medesimo, nel quale è stata stabilita la Sede del beatissimo Pietro e la sedia della Verità per la luce del mondo. Papa Leone XIII previde chiaramente che tale luogo, la Città del Vaticano in Roma, Italia, nel quale fu stabilita la sedia Petrina dal primo Papa, San Pietro medesimo, sarebbe divenuto il trono dell’abominevole empietà di Satana, con l’iniquo piano per il quale allorché il Pastore [il vero Papa] viene colpito e le pecore [i fedeli Cattolici] siano disperse. Tali furono le parole di Papa Leone XIII.
 
Papa Leone XIII non predisse la defezione della Chiesa Cattolica, di per sé impossibile, giacché i cancelli dell’Inferno possono giammai prevalere sulla Chiesa Cattolica (Matteo 16), né la defezione della sedia Petrina, altrettanto impossibile (Luca 22), egli bensì predisse l’implementazione di un’apostatica e contraffatta religione Cattolica da Roma, Italia, per la quale il pastore, il vero Papa, sarebbe stato rimpiazzato da un usurpante Antipapa, come talora accaduto nella storia della Chiesa Cattolica, con l’iniquo piano donde le pecore fossero disperse.
 
La preghiera di Papa Leone XIII vaticinò ancora che gli impuri apostati di Satana avrebbero posto mani empie sui possedimenti più sacri della Chiesa Cattolica. Quali sono i possedimenti più sacri della Chiesa Cattolica? Essi sono quelle cose che il Cristo le ha affidato, in altre parole, il deposito della Fede Cattolica, assieme a tutti i suoi dogmi, ed i 7 Sacramenti istituiti da nostro Signore Gesù Cristo stesso. Laonde, l’orazione di Papa Leone XIII vaticinò la tentata distruzione del deposito della Fede Cattolica.
 
Nel 1934 la sconvolgente orazione di Papa Leone XIII, fu mutata senza spiegazioni. La frase chiave riferentesi all’apostasia proveniente da Roma, Italia, il luogo santo, nel quale la Sede di San Pietro fu stabilita per la luce del mondo, venne rimossa. Intorno allo stesso periodo, morto Papa Leone XIII, dunque, l’uso dell’orazione originale a San Michele di Papa Leone XIII dopo ciascuna Santa Messa venne sostituita con una totalmente nuova. 
 
L’orazione originale di Papa Leone XIII a San Michele calza anche precisamente con la famosa apparizione, e predizione, di nostra Signora di La Salette, Francia, del 1846: “Roma perderà la Fede e diverrà la sede dell’Anticristo… la Chiesa sarà eclissata”. Le parole di Papa Leone XIII indicano che l’Anticristo medesimo, o quantomeno le forze dell’Anticristo, avrebbe stabilito la propria sede a Roma, Italia:
“Nel luogo santo medesimo, nel quale è stata stabilita la Sede del beatissimo Pietro… essi hanno innalzato il trono della loro abominevole empietà…“.

Tratto da QUI

venerdì 21 settembre 2018

Parole vuote di chi non ha nulla da dire?

 
Chi è alla ricerca di un rimedio per l’insonnia potrebbe provare a usare l’Instrumentum laboris, o «documento di lavoro», per la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si terrà a Roma il mese prossimo sul tema Giovani, fede e discernimento vocazionale.
Che il ponderoso documento possa aiutare chi soffre d’insonnia non lo dico io: lo dice George Weigel (QUI), il quale, su First Things, non esita a definire il testo «un mattone», un grosso e noiosissimo «fermaporta»  pieno di luoghi comuni sociologici ma del tutto carente di intuizioni spirituali o teologiche.
 
L’Instrumentum  laboris, in effetti, dice poco o nulla sulla fede e sembra uscito dalla penna di qualcuno che prova un certo imbarazzo di fronte all’insegnamento cattolico.
 
Il filo conduttore è l’ascolto: la Chiesa non dovrebbe far altro che ascoltare. Ma a quale scopo? La risposta è che si tratta di aiutare a discernere, accompagnare e camminare insieme ai giovani. Tuttavia non si dice mai, o si dice in modo assai contorto, dove tutto questo ascolto, questo discernere, questo accompagnare e questo camminare dovrebbero condurre.
«Un testo gigantesco come questo – osserva Weigel – non può seriamente essere considerato una base di discussione per il sinodo. Nessun testo di oltre trentamila parole, anche se scritto in uno stile scintillante e irresistibile, può essere una guida alla discussione».
In effetti qui di scintillante non c’è niente. In compenso c’è un refrain che torna in continuazione, una sorta di mantra che il documento vuole inculcare nella mente del malcapitato lettore: quello della «Chiesa in uscita». Ma che cosa significa?
Uno dei passi in cui sembra arrivare una spiegazione (siamo nella sezione Il discernimento come stile di una Chiesa in uscita) si esprime così: «In questa prospettiva, “scegliere” non significa dare risposte una volta per tutte ai problemi incontrati, ma innanzi tutto individuare passi concreti per crescere nella capacità di compiere come comunità ecclesiale processi di discernimento in vista della missione».
Chiaro, no?
Ed ecco qui la spiegazione della spiegazione: «In questo movimento la Chiesa non potrà che assumere il dialogo come stile e come metodo, favorendo la consapevolezza dell’esistenza di legami e connessioni in una realtà complessa ma che sarebbe riduttivo considerare composta di frammenti, e la tensione verso una unità che, senza trasformarsi in uniformità, permetta la confluenza di tutte le parzialità salvaguardando l’originalità di ciascuna e la ricchezza che essa rappresenta per il tutto».
 
Ha ragione Weigel: fa dormire. Ma fa anche venire il mal di testa.
Quindi, si chiede Weigel (e il sottoscritto con lui) che cosa potrebbero fare i partecipanti al sinodo del prossimo ottobre per avere una discussione degna di questo nome e non la semplice ripetizione di formule sulla Chiesa in uscita, il discernimento e l’accompagnamento?
Beh, prima di tutto potrebbero sfidare l’affermazione, ripetuta nell’Istrumentum laboris fino alla nausea, secondo la quale i giovani vogliono una «Chiesa che ascolti». Che i giovani, ma anche i meno giovani, vogliano una Chiesa capace di ascoltare è del tutto ovvio, ma soprattutto vorrebbero una Chiesa capace di dare risposte. Ciò che i giovani, ma anche i meno giovani, desiderano, specie in un’epoca così confusa come la nostra, è che la Chiesa insegni chiaramente, indichi che cos’è la santità, dica in modo rigoroso e onesto qual è la strada per la salvezza eterna.
 
I partecipanti al sinodo, suggerisce poi Weigel, potrebbero anche sottolineare che i giovani d’oggi non sono attratti dalle analisi in sociologhese (nelle quali si avverte il retrogusto del linguaggio usato dai figli del Sessantotto), ma da un insegnamento pienamente cattolico, specie sui temi della vita. E cattolico vuol anche dire pulito, fresco, privo di ambiguità, diverso dall’incoerenza e dalla confusione dilaganti.
Purtroppo, al contrario, l’Instrumentum laboris «tradisce un inacidito senso di incapacità, persino di insuccesso», e in effetti sembra scritto da qualcuno che non crede, o crede molto poco, alla possibilità che la Chiesa abbia davvero qualcosa da dire ai giovani.
In nessuna pagina si trovano motivi di speranza, né si dice mai che i giovani del nostro tempo non chiedono un generico accompagnamento, ma risposte solide in termini dottrinali e morali, così da poter davvero orientare la propria vita. E non si fa menzione delle tante esperienze spirituali che giovani di ogni parte del mondo vivono proprio all’insegna di una ricerca spirituale seria, consapevole, fondata non sulla sociologia ma sulla legge divina.
 
Quando il documento parla di identità sembra quasi che se ne vergogni, per cui ecco l’espressione «identità dinamica». Ma che vuol dire?  Sentiamo: l’identità dinamica è quella che «spinge la Chiesa in direzione del mondo, la rende Chiesa missionaria e in uscita, non abitata dalla preoccupazione di essere il centro, ma da quella di riuscire, con umiltà, a essere fermento anche al di là dei propri confini, consapevole di avere qualcosa da dare e qualcosa da ricevere nella logica dello scambio di doni».
Essere fermento di che cosa e per che cosa? Quali i doni da dare e da scambiare? Perché andare in direzione del mondo? Per arrivare a che cosa? Non si dice.
 
Al centro del sinodo ci sarà, o ci dovrebbe essere, l’idea di vocazione. Dal documento preparatorio, dunque, uno si aspetterebbe espressioni tali da far apprezzare la chiamata di Dio. E invece ecco come una parola bella e ricca quale «vocazione» viene spenta e resa quasi antipatica dalla prosa in sociologhese: «Nella fase della giovinezza prende corpo la costruzione della propria identità. In questo tempo, segnato da complessità, frammentazione e incertezza per il futuro, progettare la vita diventa faticoso, se non impossibile. In questa situazione di crisi, l’impegno ecclesiale è molte volte orientato a sostenere una buona progettualità. Nei casi più fortunati e laddove i giovani sono più disponibili, questo tipo di pastorale li aiuta a scoprire la loro vocazione, che rimane, in fondo, una parola per pochi eletti e dice il culmine di un progetto».
Viene voglia di fare coraggio all’anonimo estensore del documento: ehi amico, forza, non abbatterti, in fondo la vocazione è una cosa bella! Sursum corda!
Ma è inutile aspettarsi qualche sprazzo di entusiasmo. Al lettore sono propinate soltanto formule da Comitato centrale del Pcus buonanima. Tipo questa: «Per essere generativo l’accompagnamento al discernimento vocazionale non può che assumere una prospettiva integrale». Applausi dei compagni delegati. E mal di testa in aumento.
 
Domanda: e se invece di produrre questo mattone indigeribile, questo Instrumentum doloris,  si fosse pubblicata la vita di una santo, o magari di più santi? Certamente i giovani avrebbero capito molto meglio che cos’è la vocazione e quanto possa essere bella.
 
Il documento stesso, proprio alla fine, in un  sussulto di resipiscenza (sebbene con il solito stile da grigio comunicato del Soviet supremo), lo riconosce: «Merita anche ricordare che accanto ai “Santi giovani” vi è la necessità di presentare ai giovani la “giovinezza dei Santi”. Tutti i Santi, infatti, sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile».
Oh, ecco! Bastava dire questo (magari con un pochino di entusiasmo in più) e il gioco era fatto, senza ricorrere a trentamila sfumature di grigio.
Ma forse sarebbe sembrato un messaggio un po’ troppo cattolico.
 
Aldo Maria Valli QUI
 

lunedì 17 settembre 2018

Il Papa: è supremo pastore

E’ incontestabile che Gesù abbia voluto un capo per la sua Chiesa e che lo scelse nella persona di Pietro. A tal riguardo l’episodio di cesarea di Filippo è chiarissimo:  “Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...A te darò le chiavi del regno dei cieli, e quanto tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e quanto tu scioglierai sopra la terra sarà sciolto nei cieli.” (Matteo 16, 13-19).
Ma vediamo però se i Vangeli in altre loro parti confermano questa scelta. 
 
- Prima della sua Passione, Gesù avverte gli apostoli che Satana tenderà loro gravi insidie ma aggiunge però di aver pregato per la fede di Pietro, garantendo che questa non verrà mai meno, perché a Pietro è affidato l’incarico di confermare nella fede gli altri apostoli. Più chiaro di così.
 
Pietro ha il compito di confermare nella fede: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli.” (Luca 22, 15-17)
 
- Dopo la resurrezione, Gesù conferma Pietro capo della Chiesa, malgrado questi lo avesse rinnegato per tre volte (poi faremo una considerazione su questo). Infatti, Gesù chiede per tre volte a Pietro se lo amasse davvero e Pietro per ben tre volte risponde affermativamente. Ma le parole interessanti ai fini di ciò che stiamo dicendo è quando Gesù gli dà l’incarico di “pascere le sue pecorelle”; parole queste che chiaramente alludono ad un potere di giurisdizione da parte di Pietro: “Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?’ Gli rispose: ‘Certo, Signore, tu lo sai che ti amo .’ Gli disse ‘Pasci i miei agnelli.’ Gli disse di nuovo: ‘Simone di Giovanni, mi ami?’ Gli rispose: ‘Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.? Gli disse: ‘Pasci le mie pecorelle’. Gli disse per la terza volta: ‘Simone di Giovanni, mi ami?’ Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: ‘Mi ami?’, e gli disse: ‘Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo .’ Gli rispose Gesù: ‘Pasci le mie pecorelle.” (Giovanni 21, 15-17)
 
Ma -ci chiedevamo- i Vangeli davvero sviluppano la loro narrazione confermando questa scelta di Pietro come capo della Chiesa? La risposta è senz’altro affermativa. Si può dire che la posizione preminente di Pietro è chiara in ogni pagina del Vangelo laddove si parla degli apostoli.
 
- Quando gli Apostoli vengono elencati, il nome di Pietro compare sempre per primo. Da san Matteo è chiamato chiaramente “il primo”, malgrado non sia stato il primo ad essere stato scelto come apostolo da Gesù. (cfr. Matteo 10, 2)
 
- Nei quattro Vangeli e negli Atti, Pietro viene nominato ben 195 volte. Giovanni è nominato solo 29 volte e gli altri apostoli ancora meno.
 
- Gesù fa l’onore di salire sulla barca di Pietro, di abitare nella sua casa e di pagare il tributo per sé e per lui.
 
- Pietro parla spesso a nome di tutti gli apostoli.
 
Dunque i Vangeli a tal riguardo sono molto chiari. Adesso però andiamo ad indagare fino a che punto e da quando si è esercitato il cosiddetto “primato  petrino”. Chi infatti lo vuole negare, afferma che esso è venuto fuori nella storia come una sorta di “invenzione posticcia”. Vediamo come stanno davvero le cose.
 
- I primi dodici capitoli degli Atti degli Apostoli dimostrano che Pietro sin dal primo giorno agì come capo della Chiesa e come capo fu riconosciuto da tutti.  E’ Pietro che subito dopo l’Ascensione di Gesù propone di sostituire Giuda con un altro apostolo, che poi sarà Mattia. (cfr. Atti 1, 15-26) E’ Pietro che fa il primo discorso il giorno di Pentecoste e converte circa tremila persone. (Cfr. Atti 2, 14-36) E’ Pietro che per primo compie miracoli (la guarigione dello storpio alla porta del Tempio). (Cfr. Atti 3, 1-10) E’ sempre Pietro che rivendica dinanzi ai membri del Sinedrio il diritto da parte degli apostoli di evangelizzare. (cfr. Atti 4, 1-12) E’ a Pietro che il Signore annuncia -con una visione- che è ormai venuto il tempo di accogliere i gentili nella Chiesa. (Cfr. Atti 10, 11-15) E’ Pietro che per primo li accoglie battezzando il centurione Cornelio e la sua famiglia. (Cfr. Atti 10, 48) E’ Pietro che parla per primo (e tutti acconsentono alle sue parole) al Concilio di Gerusalemme. (cfr. Atti 11, 1-18) E’ Pietro che visita (oggi potremmo dire “ispeziona”) le chiese fondate dagli altri apostoli. E’ Pietro che viene cercato da Paolo affinché questi si senta autorizzato ad iniziare la sua predicazione.
 
- I Vescovi di Roma si sono sempre ritenuti e hanno sempre dichiarato di essere i successori di Pietro. Inoltre, nessuno ha mai affermato nell’antichità che il successore di Pietro fosse qualcun altro e non il vescovo di Roma.
 
- Ancora non si è alla fine del I secolo, che papa Clemente (terzo successore di Pietro), in una sua lettera ai cittadini di Corinto, interviene per decidere dall’alto della sua autorità una grossa questione sorta in quella città. Scrive:“Se vi saranno alcuni che non obbediranno a ciò che il Cristo ha detto per mezzo nostro, sappiano che si espongono a una colpa e un pericolo grave.” (I lettera ai Corinzi, 63, 2-3) E questo -badate bene- quando ancora era vivo l’apostolo Giovanni.
 
- Papa Vittore (II secolo) impone a tutte le chiese la sua decisione nella controversia riguardante la celebrazione della Pasqua.
 
- Papa Stefano (metà del III secolo) s’impone a tutti nella controversia riguardante il battesimo degli eretici.
 
- Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, verso l’anno 110, mentre viene condotto prigioniero a Roma, scrive da Smirne una lettera nella quale afferma chiaramente il primato della Chiesa di Roma su tutte le altre chiese. Egli parla della Chiesa di Roma come la Chiesa che “presiede alla purezza della fede e alla carità universale.”(Lettera ai Romani, Prologo)
 
- Nel II secolo, sant'Ireneo, vescovo di Lione, così scrive nella sua opera Adversus haereses: “E’ con la Chiesa di Roma, a causa dell’alta sua preminenza, che si deve accordare ogni altra Chiesa, ed è per mezzo della comunione con essa che i fedeli di ogni paese hanno conservato la Tradizione apostolica.” (III, 3, 2)
 
- San Cipriano (metà del III secolo) afferma che la chiesa di Roma è radice e madre di tutte le chiese.
 
- Costantemente si ricorreva ai Vescovi di Roma (paradossalmente anche da parte degli eretici) per la soluzione di controversie che di volta in volta venivano a crearsi. Controversie non solo nelle comunità occidentali, ma anche in quelle dell’oriente.
 
- Tutti gli antichi concili ecumenici (tutti, anche quelli in cui il Papa non fu presente) affermano il primato del Vescovo di Roma. Quello famoso di Nicea (325) affermò che la Chiesa di Roma aveva sempre avuto il primato. Quel concilio fu presieduto dai legati di papa Silvestro. Il settimo concilio ecumenico (che ebbe luogo sempre a Nicea nel 787) dichiarò: “La sede di Pietro tiene il primato su tutta la terra e sta a capo di tutte le chiese di Dio.”
 
- Questo primato del Vescovo di Roma venne riconosciuto tutte le volte che (anche se per breve tempo) le chiese scismatiche d’oriente si riunirono con la Chiesa cattolica. Ci riferiamo al Concilio di Lione del 1274 e al Concilio di Firenze del 1439.
 
- Per finire va detto che il riconoscimento universale del primato del Vescovo di Roma su tutti gli altri vescovi durò per ben dieci secoli. Certamente, con la scelta di Costantinopoli a capitale dell’Impero, fatta da Costantino nel 330, i vescovi di quella città iniziarono ad ambire al titolo di “patriarca” pretendendo di avere nella Chiesa universale il secondo posto in dignità dopo quello del Vescovo di Roma. Ma ciò è ben altra cosa dal negare il Primato Petrino.
 
Chiediamoci adesso: ma Pietro è stato davvero a Roma? Ci sono prove a riguardo? Senz’altro. Pochi anni dopo la resurrezione di Gesù, precisamente nell’anno 41, Pietro arrivò a Roma e ne divenne il primo vescovo. Dopo 20 anni di attività, fu martirizzato sul colle Vaticano durante la persecuzione di Nerone. Lo storico Eusebio di Cesarea ci racconta che Pietro, non ritenendosi degno di fare la stessa morte di Gesù, chiese ed ottenne di essere crocifisso a testa in giù. Il suo corpo fu riposto sullo stesso colle Vaticano in un cimitero che già esisteva. In corrispondenza della sepoltura fu costruito l’altare prima della Basilica costantiniana poi di quella michelangiolesca. Tra gli anni ’50 e ’60, grazie al prezioso lavoro dell’archeologa Margherita Guarducci, è stato ritrovato il corpo dell’Apostolo dando conferma definitiva alla tradizione.
 
Adesso tocchiamo un altro argomento. La questione dell’infallibilità del Papa. Prima di capire in che cosa essa consista, diciamo subito che non è affatto un’“invenzione” della Chiesa così come si afferma da molti parti, tanto protestantiche quanto laiciste.
 
Torniamo all’episodio di Cesarea di Filippo. Gesù loda chiaramente Pietro dicendogli: “Beato te, Simone figlio di Giovanni, perché queste cose non te le ha rivelate né il sangue né la carne, ma il padre mio che è nei cieli.” Il che vuol dire che Simone, se avesse voluto dire queste cose da se stesso, si sarebbe trovato nelle stesse difficoltà di rispondere in cui si sono trovati i suoi compagni. Egli tanto ha risposto esattamente perché glielo ha rivelato Dio. Dunque, Pietro, all’interno del collegio apostolico, è oggetto di una particolare rivelazione da parte di Dio, una particolare rivelazione che gli altri apostoli non hanno. E subito dopo Gesù aggiunge: “E io ti dico che tu sei cefa ecc…” Ora, queste parole sono chiaramente un’attestazione dell’infallibilità di Pietro e dei suoi legittimi successori. Attenzione però. Lo stesso Pietro arriverà a rinnegare Gesù per ben tre volte: peccato gravissimo. Ebbene, Gesù, dopo la resurrezione, riconfermerà Pietro capo della Chiesa. Questo vuol dire che il Vangelo stesso distingue tra infallibilità dottrinale e fallibilità comportamentale. Il Papa è sì infallibile dottrinalmente (in alcune condizioni che adesso vedremo) ma non a livello comportamentale. Anzi, da questo punto di vista –Dio non voglia- un papa potrebbe anche dannarsi.
 
Ma adesso vediamo perché, in che cosa e quando il Papa è infallibile.
Prima di tutto perché il Papa è infallibile.
 
- Per esplicita volontà di Gesù. Egli infatti l’ha posto come pietra fondamentale della sua Chiesa (Cfr. Matteo 16, 16), come supremo pastore del gregge cristiano (Cfr. Giovanni 20, 15-17) e come colui che deve confermare nella fede i suoi fratelli senza che (particolare importante) la sua fede possa venir meno. (cfr. Luca 22, 32)
 
- La stessa struttura della Chiesa richiede l’infallibilità del suo capo. Se infatti il Papa potesse errare, la Chiesa lo dovrebbe seguire e dunque cadrebbe in errore. Allora -dovremmo chiederci- perché Gesù è arrivato a dire che la Chiesa poggia sulla pietra di Pietro?
 
Veniamo a conoscere quando il Papa è infallibile.
 
- Quando vuole chiaramente “definire” una verità che ha relazione con la fede e i costumi.
- Quando parla in qualità di pastore e maestro supremo di tutti i cristiani.
 
A chi obietta dicendo che alcuni papi si sono comportati in maniera indegna, bisogna rispondere ciò che abbiamo già detto, ovvero che un conto è l’infallibilità dottrinale altro la fallibilità comportamentale.
 
Adesso leggiamo il testo con cui il 18 luglio 1870 il Concilio Vaticano I decretò l’infallibilità pontificia: “Definiamo che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, vale a dire quando, compiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani e facendo uso della sua suprema autorità apostolica, definisce doversi tenere da tutta la Chiesa una dottrina circa la fede e i costumi, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, gode della stessa infallibilità di cui il divin Redentore volle fosse munita tutta la Chiesa.”
 
Corrado Gnerre
Tratto da  QUI