La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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venerdì 21 settembre 2018

Parole vuote di chi non ha nulla da dire?

 
Chi è alla ricerca di un rimedio per l’insonnia potrebbe provare a usare l’Instrumentum laboris, o «documento di lavoro», per la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si terrà a Roma il mese prossimo sul tema Giovani, fede e discernimento vocazionale.
Che il ponderoso documento possa aiutare chi soffre d’insonnia non lo dico io: lo dice George Weigel (QUI), il quale, su First Things, non esita a definire il testo «un mattone», un grosso e noiosissimo «fermaporta»  pieno di luoghi comuni sociologici ma del tutto carente di intuizioni spirituali o teologiche.
 
L’Instrumentum  laboris, in effetti, dice poco o nulla sulla fede e sembra uscito dalla penna di qualcuno che prova un certo imbarazzo di fronte all’insegnamento cattolico.
 
Il filo conduttore è l’ascolto: la Chiesa non dovrebbe far altro che ascoltare. Ma a quale scopo? La risposta è che si tratta di aiutare a discernere, accompagnare e camminare insieme ai giovani. Tuttavia non si dice mai, o si dice in modo assai contorto, dove tutto questo ascolto, questo discernere, questo accompagnare e questo camminare dovrebbero condurre.
«Un testo gigantesco come questo – osserva Weigel – non può seriamente essere considerato una base di discussione per il sinodo. Nessun testo di oltre trentamila parole, anche se scritto in uno stile scintillante e irresistibile, può essere una guida alla discussione».
In effetti qui di scintillante non c’è niente. In compenso c’è un refrain che torna in continuazione, una sorta di mantra che il documento vuole inculcare nella mente del malcapitato lettore: quello della «Chiesa in uscita». Ma che cosa significa?
Uno dei passi in cui sembra arrivare una spiegazione (siamo nella sezione Il discernimento come stile di una Chiesa in uscita) si esprime così: «In questa prospettiva, “scegliere” non significa dare risposte una volta per tutte ai problemi incontrati, ma innanzi tutto individuare passi concreti per crescere nella capacità di compiere come comunità ecclesiale processi di discernimento in vista della missione».
Chiaro, no?
Ed ecco qui la spiegazione della spiegazione: «In questo movimento la Chiesa non potrà che assumere il dialogo come stile e come metodo, favorendo la consapevolezza dell’esistenza di legami e connessioni in una realtà complessa ma che sarebbe riduttivo considerare composta di frammenti, e la tensione verso una unità che, senza trasformarsi in uniformità, permetta la confluenza di tutte le parzialità salvaguardando l’originalità di ciascuna e la ricchezza che essa rappresenta per il tutto».
 
Ha ragione Weigel: fa dormire. Ma fa anche venire il mal di testa.
Quindi, si chiede Weigel (e il sottoscritto con lui) che cosa potrebbero fare i partecipanti al sinodo del prossimo ottobre per avere una discussione degna di questo nome e non la semplice ripetizione di formule sulla Chiesa in uscita, il discernimento e l’accompagnamento?
Beh, prima di tutto potrebbero sfidare l’affermazione, ripetuta nell’Istrumentum laboris fino alla nausea, secondo la quale i giovani vogliono una «Chiesa che ascolti». Che i giovani, ma anche i meno giovani, vogliano una Chiesa capace di ascoltare è del tutto ovvio, ma soprattutto vorrebbero una Chiesa capace di dare risposte. Ciò che i giovani, ma anche i meno giovani, desiderano, specie in un’epoca così confusa come la nostra, è che la Chiesa insegni chiaramente, indichi che cos’è la santità, dica in modo rigoroso e onesto qual è la strada per la salvezza eterna.
 
I partecipanti al sinodo, suggerisce poi Weigel, potrebbero anche sottolineare che i giovani d’oggi non sono attratti dalle analisi in sociologhese (nelle quali si avverte il retrogusto del linguaggio usato dai figli del Sessantotto), ma da un insegnamento pienamente cattolico, specie sui temi della vita. E cattolico vuol anche dire pulito, fresco, privo di ambiguità, diverso dall’incoerenza e dalla confusione dilaganti.
Purtroppo, al contrario, l’Instrumentum laboris «tradisce un inacidito senso di incapacità, persino di insuccesso», e in effetti sembra scritto da qualcuno che non crede, o crede molto poco, alla possibilità che la Chiesa abbia davvero qualcosa da dire ai giovani.
In nessuna pagina si trovano motivi di speranza, né si dice mai che i giovani del nostro tempo non chiedono un generico accompagnamento, ma risposte solide in termini dottrinali e morali, così da poter davvero orientare la propria vita. E non si fa menzione delle tante esperienze spirituali che giovani di ogni parte del mondo vivono proprio all’insegna di una ricerca spirituale seria, consapevole, fondata non sulla sociologia ma sulla legge divina.
 
Quando il documento parla di identità sembra quasi che se ne vergogni, per cui ecco l’espressione «identità dinamica». Ma che vuol dire?  Sentiamo: l’identità dinamica è quella che «spinge la Chiesa in direzione del mondo, la rende Chiesa missionaria e in uscita, non abitata dalla preoccupazione di essere il centro, ma da quella di riuscire, con umiltà, a essere fermento anche al di là dei propri confini, consapevole di avere qualcosa da dare e qualcosa da ricevere nella logica dello scambio di doni».
Essere fermento di che cosa e per che cosa? Quali i doni da dare e da scambiare? Perché andare in direzione del mondo? Per arrivare a che cosa? Non si dice.
 
Al centro del sinodo ci sarà, o ci dovrebbe essere, l’idea di vocazione. Dal documento preparatorio, dunque, uno si aspetterebbe espressioni tali da far apprezzare la chiamata di Dio. E invece ecco come una parola bella e ricca quale «vocazione» viene spenta e resa quasi antipatica dalla prosa in sociologhese: «Nella fase della giovinezza prende corpo la costruzione della propria identità. In questo tempo, segnato da complessità, frammentazione e incertezza per il futuro, progettare la vita diventa faticoso, se non impossibile. In questa situazione di crisi, l’impegno ecclesiale è molte volte orientato a sostenere una buona progettualità. Nei casi più fortunati e laddove i giovani sono più disponibili, questo tipo di pastorale li aiuta a scoprire la loro vocazione, che rimane, in fondo, una parola per pochi eletti e dice il culmine di un progetto».
Viene voglia di fare coraggio all’anonimo estensore del documento: ehi amico, forza, non abbatterti, in fondo la vocazione è una cosa bella! Sursum corda!
Ma è inutile aspettarsi qualche sprazzo di entusiasmo. Al lettore sono propinate soltanto formule da Comitato centrale del Pcus buonanima. Tipo questa: «Per essere generativo l’accompagnamento al discernimento vocazionale non può che assumere una prospettiva integrale». Applausi dei compagni delegati. E mal di testa in aumento.
 
Domanda: e se invece di produrre questo mattone indigeribile, questo Instrumentum doloris,  si fosse pubblicata la vita di una santo, o magari di più santi? Certamente i giovani avrebbero capito molto meglio che cos’è la vocazione e quanto possa essere bella.
 
Il documento stesso, proprio alla fine, in un  sussulto di resipiscenza (sebbene con il solito stile da grigio comunicato del Soviet supremo), lo riconosce: «Merita anche ricordare che accanto ai “Santi giovani” vi è la necessità di presentare ai giovani la “giovinezza dei Santi”. Tutti i Santi, infatti, sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile».
Oh, ecco! Bastava dire questo (magari con un pochino di entusiasmo in più) e il gioco era fatto, senza ricorrere a trentamila sfumature di grigio.
Ma forse sarebbe sembrato un messaggio un po’ troppo cattolico.
 
Aldo Maria Valli QUI
 

lunedì 17 settembre 2018

Il Papa: è supremo pastore

E’ incontestabile che Gesù abbia voluto un capo per la sua Chiesa e che lo scelse nella persona di Pietro. A tal riguardo l’episodio di cesarea di Filippo è chiarissimo:  “Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...A te darò le chiavi del regno dei cieli, e quanto tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e quanto tu scioglierai sopra la terra sarà sciolto nei cieli.” (Matteo 16, 13-19).
Ma vediamo però se i Vangeli in altre loro parti confermano questa scelta. 
 
- Prima della sua Passione, Gesù avverte gli apostoli che Satana tenderà loro gravi insidie ma aggiunge però di aver pregato per la fede di Pietro, garantendo che questa non verrà mai meno, perché a Pietro è affidato l’incarico di confermare nella fede gli altri apostoli. Più chiaro di così.
 
Pietro ha il compito di confermare nella fede: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli.” (Luca 22, 15-17)
 
- Dopo la resurrezione, Gesù conferma Pietro capo della Chiesa, malgrado questi lo avesse rinnegato per tre volte (poi faremo una considerazione su questo). Infatti, Gesù chiede per tre volte a Pietro se lo amasse davvero e Pietro per ben tre volte risponde affermativamente. Ma le parole interessanti ai fini di ciò che stiamo dicendo è quando Gesù gli dà l’incarico di “pascere le sue pecorelle”; parole queste che chiaramente alludono ad un potere di giurisdizione da parte di Pietro: “Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?’ Gli rispose: ‘Certo, Signore, tu lo sai che ti amo .’ Gli disse ‘Pasci i miei agnelli.’ Gli disse di nuovo: ‘Simone di Giovanni, mi ami?’ Gli rispose: ‘Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.? Gli disse: ‘Pasci le mie pecorelle’. Gli disse per la terza volta: ‘Simone di Giovanni, mi ami?’ Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: ‘Mi ami?’, e gli disse: ‘Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo .’ Gli rispose Gesù: ‘Pasci le mie pecorelle.” (Giovanni 21, 15-17)
 
Ma -ci chiedevamo- i Vangeli davvero sviluppano la loro narrazione confermando questa scelta di Pietro come capo della Chiesa? La risposta è senz’altro affermativa. Si può dire che la posizione preminente di Pietro è chiara in ogni pagina del Vangelo laddove si parla degli apostoli.
 
- Quando gli Apostoli vengono elencati, il nome di Pietro compare sempre per primo. Da san Matteo è chiamato chiaramente “il primo”, malgrado non sia stato il primo ad essere stato scelto come apostolo da Gesù. (cfr. Matteo 10, 2)
 
- Nei quattro Vangeli e negli Atti, Pietro viene nominato ben 195 volte. Giovanni è nominato solo 29 volte e gli altri apostoli ancora meno.
 
- Gesù fa l’onore di salire sulla barca di Pietro, di abitare nella sua casa e di pagare il tributo per sé e per lui.
 
- Pietro parla spesso a nome di tutti gli apostoli.
 
Dunque i Vangeli a tal riguardo sono molto chiari. Adesso però andiamo ad indagare fino a che punto e da quando si è esercitato il cosiddetto “primato  petrino”. Chi infatti lo vuole negare, afferma che esso è venuto fuori nella storia come una sorta di “invenzione posticcia”. Vediamo come stanno davvero le cose.
 
- I primi dodici capitoli degli Atti degli Apostoli dimostrano che Pietro sin dal primo giorno agì come capo della Chiesa e come capo fu riconosciuto da tutti.  E’ Pietro che subito dopo l’Ascensione di Gesù propone di sostituire Giuda con un altro apostolo, che poi sarà Mattia. (cfr. Atti 1, 15-26) E’ Pietro che fa il primo discorso il giorno di Pentecoste e converte circa tremila persone. (Cfr. Atti 2, 14-36) E’ Pietro che per primo compie miracoli (la guarigione dello storpio alla porta del Tempio). (Cfr. Atti 3, 1-10) E’ sempre Pietro che rivendica dinanzi ai membri del Sinedrio il diritto da parte degli apostoli di evangelizzare. (cfr. Atti 4, 1-12) E’ a Pietro che il Signore annuncia -con una visione- che è ormai venuto il tempo di accogliere i gentili nella Chiesa. (Cfr. Atti 10, 11-15) E’ Pietro che per primo li accoglie battezzando il centurione Cornelio e la sua famiglia. (Cfr. Atti 10, 48) E’ Pietro che parla per primo (e tutti acconsentono alle sue parole) al Concilio di Gerusalemme. (cfr. Atti 11, 1-18) E’ Pietro che visita (oggi potremmo dire “ispeziona”) le chiese fondate dagli altri apostoli. E’ Pietro che viene cercato da Paolo affinché questi si senta autorizzato ad iniziare la sua predicazione.
 
- I Vescovi di Roma si sono sempre ritenuti e hanno sempre dichiarato di essere i successori di Pietro. Inoltre, nessuno ha mai affermato nell’antichità che il successore di Pietro fosse qualcun altro e non il vescovo di Roma.
 
- Ancora non si è alla fine del I secolo, che papa Clemente (terzo successore di Pietro), in una sua lettera ai cittadini di Corinto, interviene per decidere dall’alto della sua autorità una grossa questione sorta in quella città. Scrive:“Se vi saranno alcuni che non obbediranno a ciò che il Cristo ha detto per mezzo nostro, sappiano che si espongono a una colpa e un pericolo grave.” (I lettera ai Corinzi, 63, 2-3) E questo -badate bene- quando ancora era vivo l’apostolo Giovanni.
 
- Papa Vittore (II secolo) impone a tutte le chiese la sua decisione nella controversia riguardante la celebrazione della Pasqua.
 
- Papa Stefano (metà del III secolo) s’impone a tutti nella controversia riguardante il battesimo degli eretici.
 
- Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, verso l’anno 110, mentre viene condotto prigioniero a Roma, scrive da Smirne una lettera nella quale afferma chiaramente il primato della Chiesa di Roma su tutte le altre chiese. Egli parla della Chiesa di Roma come la Chiesa che “presiede alla purezza della fede e alla carità universale.”(Lettera ai Romani, Prologo)
 
- Nel II secolo, sant'Ireneo, vescovo di Lione, così scrive nella sua opera Adversus haereses: “E’ con la Chiesa di Roma, a causa dell’alta sua preminenza, che si deve accordare ogni altra Chiesa, ed è per mezzo della comunione con essa che i fedeli di ogni paese hanno conservato la Tradizione apostolica.” (III, 3, 2)
 
- San Cipriano (metà del III secolo) afferma che la chiesa di Roma è radice e madre di tutte le chiese.
 
- Costantemente si ricorreva ai Vescovi di Roma (paradossalmente anche da parte degli eretici) per la soluzione di controversie che di volta in volta venivano a crearsi. Controversie non solo nelle comunità occidentali, ma anche in quelle dell’oriente.
 
- Tutti gli antichi concili ecumenici (tutti, anche quelli in cui il Papa non fu presente) affermano il primato del Vescovo di Roma. Quello famoso di Nicea (325) affermò che la Chiesa di Roma aveva sempre avuto il primato. Quel concilio fu presieduto dai legati di papa Silvestro. Il settimo concilio ecumenico (che ebbe luogo sempre a Nicea nel 787) dichiarò: “La sede di Pietro tiene il primato su tutta la terra e sta a capo di tutte le chiese di Dio.”
 
- Questo primato del Vescovo di Roma venne riconosciuto tutte le volte che (anche se per breve tempo) le chiese scismatiche d’oriente si riunirono con la Chiesa cattolica. Ci riferiamo al Concilio di Lione del 1274 e al Concilio di Firenze del 1439.
 
- Per finire va detto che il riconoscimento universale del primato del Vescovo di Roma su tutti gli altri vescovi durò per ben dieci secoli. Certamente, con la scelta di Costantinopoli a capitale dell’Impero, fatta da Costantino nel 330, i vescovi di quella città iniziarono ad ambire al titolo di “patriarca” pretendendo di avere nella Chiesa universale il secondo posto in dignità dopo quello del Vescovo di Roma. Ma ciò è ben altra cosa dal negare il Primato Petrino.
 
Chiediamoci adesso: ma Pietro è stato davvero a Roma? Ci sono prove a riguardo? Senz’altro. Pochi anni dopo la resurrezione di Gesù, precisamente nell’anno 41, Pietro arrivò a Roma e ne divenne il primo vescovo. Dopo 20 anni di attività, fu martirizzato sul colle Vaticano durante la persecuzione di Nerone. Lo storico Eusebio di Cesarea ci racconta che Pietro, non ritenendosi degno di fare la stessa morte di Gesù, chiese ed ottenne di essere crocifisso a testa in giù. Il suo corpo fu riposto sullo stesso colle Vaticano in un cimitero che già esisteva. In corrispondenza della sepoltura fu costruito l’altare prima della Basilica costantiniana poi di quella michelangiolesca. Tra gli anni ’50 e ’60, grazie al prezioso lavoro dell’archeologa Margherita Guarducci, è stato ritrovato il corpo dell’Apostolo dando conferma definitiva alla tradizione.
 
Adesso tocchiamo un altro argomento. La questione dell’infallibilità del Papa. Prima di capire in che cosa essa consista, diciamo subito che non è affatto un’“invenzione” della Chiesa così come si afferma da molti parti, tanto protestantiche quanto laiciste.
 
Torniamo all’episodio di Cesarea di Filippo. Gesù loda chiaramente Pietro dicendogli: “Beato te, Simone figlio di Giovanni, perché queste cose non te le ha rivelate né il sangue né la carne, ma il padre mio che è nei cieli.” Il che vuol dire che Simone, se avesse voluto dire queste cose da se stesso, si sarebbe trovato nelle stesse difficoltà di rispondere in cui si sono trovati i suoi compagni. Egli tanto ha risposto esattamente perché glielo ha rivelato Dio. Dunque, Pietro, all’interno del collegio apostolico, è oggetto di una particolare rivelazione da parte di Dio, una particolare rivelazione che gli altri apostoli non hanno. E subito dopo Gesù aggiunge: “E io ti dico che tu sei cefa ecc…” Ora, queste parole sono chiaramente un’attestazione dell’infallibilità di Pietro e dei suoi legittimi successori. Attenzione però. Lo stesso Pietro arriverà a rinnegare Gesù per ben tre volte: peccato gravissimo. Ebbene, Gesù, dopo la resurrezione, riconfermerà Pietro capo della Chiesa. Questo vuol dire che il Vangelo stesso distingue tra infallibilità dottrinale e fallibilità comportamentale. Il Papa è sì infallibile dottrinalmente (in alcune condizioni che adesso vedremo) ma non a livello comportamentale. Anzi, da questo punto di vista –Dio non voglia- un papa potrebbe anche dannarsi.
 
Ma adesso vediamo perché, in che cosa e quando il Papa è infallibile.
Prima di tutto perché il Papa è infallibile.
 
- Per esplicita volontà di Gesù. Egli infatti l’ha posto come pietra fondamentale della sua Chiesa (Cfr. Matteo 16, 16), come supremo pastore del gregge cristiano (Cfr. Giovanni 20, 15-17) e come colui che deve confermare nella fede i suoi fratelli senza che (particolare importante) la sua fede possa venir meno. (cfr. Luca 22, 32)
 
- La stessa struttura della Chiesa richiede l’infallibilità del suo capo. Se infatti il Papa potesse errare, la Chiesa lo dovrebbe seguire e dunque cadrebbe in errore. Allora -dovremmo chiederci- perché Gesù è arrivato a dire che la Chiesa poggia sulla pietra di Pietro?
 
Veniamo a conoscere quando il Papa è infallibile.
 
- Quando vuole chiaramente “definire” una verità che ha relazione con la fede e i costumi.
- Quando parla in qualità di pastore e maestro supremo di tutti i cristiani.
 
A chi obietta dicendo che alcuni papi si sono comportati in maniera indegna, bisogna rispondere ciò che abbiamo già detto, ovvero che un conto è l’infallibilità dottrinale altro la fallibilità comportamentale.
 
Adesso leggiamo il testo con cui il 18 luglio 1870 il Concilio Vaticano I decretò l’infallibilità pontificia: “Definiamo che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, vale a dire quando, compiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani e facendo uso della sua suprema autorità apostolica, definisce doversi tenere da tutta la Chiesa una dottrina circa la fede e i costumi, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, gode della stessa infallibilità di cui il divin Redentore volle fosse munita tutta la Chiesa.”
 
Corrado Gnerre
Tratto da  QUI

lunedì 13 agosto 2018

Il fine soprannaturale della Chiesa di Cristo

(...)questo fine, infatti, altro non è se non la “salus animarum”, ossia a promozione della fede nella verità rivelata da Cristo e della fedeltà alla legge di Cristo da parte dei singoli.
 
L’esito positivo o negativo della pastorale, quale che sia la forma che essa assume nelle diverse circostanze di tempo e di luogo, è celato nell’intimo della coscienza individuale, nelle libere scelte che ciascun battezzato compie, momento per momento, pro o contro Cristo.
 
Nella vita privata di ciascuno – anche negli atti o nelle omissioni che nessun rilevamento sociologico può registrare – si gioca la salvezza della sua anima, come dell’anima di tutti gli altri uomini  di ieri, di oggi e di domani per i quali Dio ha mandato a noi il suo Figlio, Gesù Cristo, il Cristo Redentore del mondo.
 
L’efficacia del sacrificio della Croce, che «è per molti», è garantita dalla grazia di Cristo, il quale  opera invisibilmente per mezzo del suo santo Spirito nell’anima dei battezzati, e opera visibilmente, anche dopo l’Ascensione al Cielo, per mezzo degli Apostoli ai quali ha affidato il compito di agire nel suo Nome come Maestro, Re e Sacerdote.
 
La grazia e l’autorità divina del papa e dei vescovi a lui uniti garantiscono l’indefettibilità della Chiesa di Cristo, ragione per cui nessuna crisi pubblicamente rilevabile deve far pensare che Dio lasci qualcuno, senza sua colpa, privo della possibilità di conoscere la dottrina della fede (perché i documenti del dogma infallibilmente enunciato dal Magistero sono sempre reperibili), privo della possibilità di adorare Gesù nel Sacramento dell’Altare, privo della possibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale nella Confessione.
 
I difetti e i vizi del clero, come  anche la cattiva pastorale della Gerarchia, sono certamente motivi di allarme, ma si deve sempre sapere che, come ricordava Benedetto XVI, «la Chiesa è di Cristo», e Cristo fa sì che l’infedeltà personale dei suoi ministri non arrivi mai a sbarrare la strada a chi sinceramente cerca l’unione con Cristo con la fede nella sua Parola, con l’obbedienza ai suoi comandamenti e con il ricorso alla sua grazia, che in via ordinaria è offerta a tutti con i sacramenti.
 
Mons. Antonio Livi
L'articolo intero QUI
 

mercoledì 8 agosto 2018

Oltraggi all'Eucarestia

L’Eucarestia è sempre stata il bersaglio preferito di chi odia la Chiesa. L’Eucarestia, infatti, riassume la Chiesa. Essa, come osserva un teologo passionista, «compendia tutte le verità rivelate, è l’unica sorgente della grazia, è anticipazione della beatitudine, riepilogo di tutti i prodigi dell’Onnipotenza» (Enrico Zoffoli, Eucarestia o nulla, Edizioni Segno, Udine 1994, p. 70).
 
Gli attuali attacchi al Sacramento dell’Eucarestia erano stati previsti dalla Madonna a Fatima nel 1917. Alla Cova da Iria la Vergine esortò i tre pastorelli a pregare «Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui Egli è offeso». E, prima ancora, nella primavera del 1916, l’Angelo era apparso ai bambini tenendo nella sua mano sinistra un calice, sul quale era sospesa un’ostia. Diede la santa Ostia a Lucia e il Sangue del calice a Giacinta e Francesco, che rimasero in ginocchio, mentre diceva: «Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».
 
Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, nella sua prefazione al bel libro di don Federico Bortoli, 'La distribuzione della Comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali' (Edizioni Cantagalli, Siena 2017), afferma che questa scena «ci indica come noi dobbiamo comunicare al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo».
 
Secondo il Cardinale, «gli oltraggi che Gesù riceve nell’Ostia santa» sono, in primo luogo «le orribili profanazioni, di cui alcuni ex-satanisti convertiti hanno dato notizia e raccapricciante descrizione»; ma anche «le Comunioni sacrileghe, ricevute non in grazia di Dio, o non professando la fede cattolica».  Inoltre: «Tutto ciò che potrebbe impedire la fruttuosità del Sacramento, soprattutto gli errori seminati nelle menti dei fedeli perché non credano più nell’Eucaristia».
 
Ma il più insidioso attacco diabolico consiste «nel cercare di spegnere la fede nell’Eucaristia, seminando errori e favorendo un modo non confacente di riceverla; davvero la guerra tra Michele e i suoi Angeli da una parte e Lucifero dall’altra continua nel cuore dei fedeli: il bersaglio di satana è il Sacrificio della Messa e la Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata».
 
Questo attacco segue a sua volta due binari: il primo è «la riduzione del concetto di ‘presenza reale’», con la vanificazione del termine “transustanziazione”. Il secondo è «il tentativo di togliere dal cuore dei fedeli il senso del sacro».
 
Scrive il cardinale Sarah:
 
«Mentre il termine “transustanziazione” ci indica la realtà della Presenza, il senso del sacro ce ne fa intravedere l’assoluta peculiarità e santità. Che disgrazia sarebbe perdere il senso del sacro proprio in ciò che è più sacro! E come è possibile? Ricevendo il cibo speciale allo stesso modo di un cibo ordinario».
Poi ammonisce: «Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione, rifiutando o maltrattando coloro che desiderano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua: veniamo come i bambini e riceviamo umilmente in ginocchio e sulla lingua il Corpo di Cristo».
 
Le osservazioni del cardinale Sarah sono più che giuste, ma vanno inquadrate in un processo di secolarizzazione della liturgia che ha la sua origine nell’equivoco Novus Ordo Missae di Paolo VI del 3 aprile 1969, di cui l’anno prossimo ricorderemo l’infausto cinquantenario. Questa riforma liturgica, come scrivevano i cardinali Ottaviani e Bacci, presentando il loro Breve esame critico, ha rappresentato «sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino». Alla teologia tradizionale della Messa se ne è sostituita una nuova, che ha rimosso la nozione di sacrificio e ha illanguidito, nella prassi, la fede nell’Eucarestia.
 
D’altra parte, l’apertura ai divorziati risposati, incoraggiata dall’Esortazione 'Amoris laetitia' e l’intercomunione con i protestanti, auspicata da molti vescovi, cosa sono se non oltraggi all’Eucarestia? Il sacerdote bolognese don Alfredo Morselli ha ben illustrato le radici teologiche che legano l’Amoris laetitia e l’intercomunione con gli evangelici.
Aggiungiamo che l’attacco all’Eucarestia è divenuto oggi un attacco all’Ordine Sacro, per lo stretto legame che unisce i due Sacramenti. La costituzione visibile della Chiesa è fondata sull’Ordine, il sacramento che rende il battezzato partecipe del sacerdozio di Cristo; il sacerdozio è esercitato principalmente nell’offerta del Sacrificio eucaristico, che esige il prodigio della transustanziazione, dogma centrale della fede cattolica.
 
Se la presenza di Cristo nel Tabernacolo non è reale e sostanziale e la Messa è ridotta a semplice memoria, o simbolo, di quel che avvenne sul Calvario, non c’è bisogno di sacerdoti che offrano il sacrificio e poiché nella Chiesa la gerarchia è fondata sul sacerdozio, viene meno la costituzione della Chiesa e il suo Magistero. In questo senso l’ammissione all’Eucarestia dei divorziati risposati e dei protestanti ha un nesso con la possibilità di attribuire il sacerdozio a laici sposati e di conferire gli ordini sacri minori alle donne. L’attacco all’Eucarestia è attacco al sacerdozio.
 
Non c’è nulla di più grande, di più bello, di più commovente, della misericordia di Dio nei confronti del peccatore. Quel Cuore che ha tanto amato gli uomini, per l’intercessione del Cuore Immacolato di Maria, a cui è inscindibilmente legato, vuole portarci a godere la felicità eterna in Paradiso e nessuno, neanche il peccatore più incallito, può dubitare di questo amore salvifico. Per questo non dobbiamo mai perdere la fiducia in Dio, ma conservarla fino all’estremo della nostra vita, perché mai nessuno è stato ingannato da questa ardente fiducia. Il Signore non ci inganna, ma noi possiamo cercare di ingannare Lui e possiamo ingannare noi stessi. E non c’è inganno più grande di far credere che è possibile salvarsi senza pentirsi dei propri peccati e senza professare la fede cattolica.
 
Chi pecca o vive nel peccato, se si pente, si salva; ma se presume di ingannare Dio, non si salva. Non è Dio che lo condanna, è egli stesso che, accostandosi indegnamente ai Sacramenti, mangia e beve il cibo della propria condanna. È san Paolo che lo spiega ai Corinti, con queste gravi parole: «Chi mangia il pane, o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Che ciascuno esamini se stesso, prima di mangiare di quel pane e bere di quel calice; poiché chi mangia e beve indegnamente, se non distingue il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor. 11,27-29). San Paolo constatava poi che, nella chiesa di Corinto, in seguito a comunioni sacrileghe, molti erano i casi di persone che misteriosamente si ammalavano e morivano (1 Cor 11,30).
 
Triste è la sorte di chi non si accosta ai Sacramenti, perché si ostina a vivere nel peccato. Peggiore è il destino di chi si accosta sacrilegamente ai Sacramenti, senza essere in grazia di Dio.
 
Più grave ancora è il peccato di chi incoraggia i fedeli a comunicarsi in stato di peccato e amministra loro illecitamente l’Eucarestia. Sono questi gli oltraggi che feriscono e trafiggono più profondamente il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria. Sono questi i peccati che esigono la nostra riparazione, la nostra presenza accanto al Tabernacolo, la nostra difesa pubblica dell’Eucarestia contro ogni genere di profanatori. Così facendo ci assicureremo la nostra salvezza e quella del nostro prossimo e accelereremo l’avvento del Regno di Gesù e di Maria sulla società, che non tarderà ad instaurarsi sulle macerie del mondo moderno.

martedì 7 agosto 2018

Una visione non ideologica di Gesù Cristo e del Cattolicesimo

In altri ambienti è di moda, quando si tocca la questione sociale, mettere anzitutto da parte la Divinità di Gesù Cristo, e poi parlare soltanto della sua sovrana mansuetudine, della sua compassione per tutte le miserie umane, delle sue pressanti esortazioni all’amore del prossimo e alla fraternità.
Certo, Gesù ci ha amati di un amore immenso, infinito, ed è venuto sulla terra a soffrire e a morire affinché, riuniti attorno a Lui nella giustizia e nell’amore, animati dai medesimi sentimenti di carità reciproca, tutti gli uomini vivano nella pace e nella felicità.
Ma, per la realizzazione di questa felicità temporale ed eterna, Egli ha posto, con un’autorità sovrana, la condizione che si faccia parte del suo gregge, che si accetti la sua dottrina, che si pratichi la virtù e che ci si lasci ammaestrare e guidare da Pietro e dai suoi successori.
Inoltre, se Gesù è stato buono con gli smarriti e con i peccatori, non ha rispettato le loro convinzioni erronee, per quanto sincere sembrassero; li ha tutti amati per istruirli, per convertirli e per salvarli.
Se ha chiamato a Sé, per consolarli, quanti piangono e soffrono, non è stato per predicare loro l’invidia di un’uguaglianza chimerica.
Se ha sollevato gli umili, non è stato per ispirare loro il sentimento di una dignità indipendente e ribelle all’ubbidienza.
Se il suo Cuore traboccava di mansuetudine per le anime di buona volontà, ha saputo ugualmente armarsi di una santa indignazione contro i profanatori della casa di Dio, contro i miserabili che scandalizzano i piccoli, contro le autorità che opprimono il popolo sotto il carico di pesanti fardelli, senza muovere un dito per sollevarli.
Egli è stato tanto forte quanto dolce; ha rimproverato, minacciato, castigato, sapendo e insegnandoci che spesso il timore è l’inizio della saggezza e che a volte conviene tagliare un membro per salvare il corpo.
Infine, non ha annunciato per la società futura il regno di una felicità ideale, da cui sarebbe bandita la sofferenza; ma, con le sue lezioni e i suoi esempi, ha tracciato il cammino della felicità possibile sulla terra e della felicità perfetta in Cielo: la via regale della Croce.
Sono insegnamenti che si avrebbe torto ad applicare soltanto alla vita individuale in vista della salvezza eterna; sono insegnamenti eminentemente sociali e ci mostrano in Nostro Signore Gesù Cristo una realtà ben diversa da un umanitarismo senza consistenza e senz’autorità.
Sua Santità San Pio X
Lettera apostolica 'Notre charge apostolique'
del 25 agosto 1910

giovedì 2 agosto 2018

Misericordia di Dio e perdono di Assisi

 

 
Sant'Alfonso Maria Dè Liguori (QUI sul mio blog 'Mittite Rete' una piccola nota biografica)così ha scritto sulla misericordia di Dio:
 
“Dio è di misericordia”. Ecco il terzo inganno comune de’ peccatori, per cui moltissimi si dannano. Scrive un dotto autore che ne manda più all’inferno la misericordia di Dio, che non ne manda la giustizia; perché questi miserabili, confidano temerariamente alla misericordia, non lasciano di peccare, e così si perdono. Iddio è di misericordia, chi lo nega; ma ciò non ostante, quanti ogni giorno Dio ne manda all’inferno! Egli è misericordioso, ma è ancora giusto, e perciò è obbligato a castigare chi l’offende. Egli usa misericordia, ma a chi? A chi lo teme. “Misericordia sua super timentes se...Misertus est Dominus timentibus se” (Ps. 102. 11. 13). Ma con chi lo disprezza e si abusa della sua misericordia per più disprezzarlo, Egli usa giustizia. E con ragione; Dio perdona il peccato, ma non può perdonare la volontà di peccare. 
 
Sant'Alfonso, nella sua vita di pastore, fu animato da grande zelo per la salvezza del popolo a lui affidato e non mancò mai al suo mandato di prendersi cura della anime nel modo più alto e secondo il Cuore di Dio. Per questo scrisse anche una serie di libretti di ascetica tra cui 'Apparecchio alla morte' (lo si può leggere QUI, frutto delle sue predicazioni aventi il tema dei Novissimi, con lo scopo di risvegliare tra i battezzati la fede ed il desiderio di una vita santa in vista della morte, del giudizio di Dio e della salvezza eterna.
 
La Santa Madre Chiesa ci dona sempre la possibilità di fare ordine nella nostra vita per poter essere in pace con Dio, vivendo nella Sua grazia, nel rispetto dei Comandamenti e di tutta la Sua Santa Legge, con l'unico scopo di avere salva la vita alla fine del nostro percorso terreno, in cui saremo protagonisti assoluti del nostro destino eterno: la salvezza o la dannazione. Per questo ci viene incontro, tramite gli ausilii della grazia dei sacramenti della confessione e dell'Eucarestia, con le indulgenze plenarie e parziali. Oggi in particolare ricorre il 'Perdono di Assisi' (QUI) e possiamo ottenere l'indulgenza plenaria alle seguenti condizioni:
 
  • confessione sacramentale entro sette giorni
  • comunione eucaristica, possibilmente con Santa Messa
  • preghiera secondo le intenzioni del sommo pontefice(almeno un Padre nostro, un Ave ed un Gloria)
  • visita alla Porziuncola o alla propria chiesa parrocchiale 
 
 

venerdì 27 luglio 2018

Populismo???



Nei tempi che corrono il termine POPULISMO va molto di moda, soprattutto nei salotti dell'alta politica, abusato, distorto e brandito come spada per disprezzare e stigmatizzare il comportamento di un legittimo governo di una Nazione che si prefigge di:
 
- proteggere la propria identità e la propria storia, compresa quella religiosa,
 
- difendere la vita e la famiglia,
 
- curarsi dei concittadini poveri,
 
- evitare il multiculturalismo fallimentare,
 
- non considerare la società multireligiosa come un esito deterministico della storia.
 
 È un grave errore chiamare populismo o nazionalismo quanto è invece recupero della dimensione naturale del diritto e della politica.
 
Oggi la cultura di riferimento della Commissione europea demonizza ed emargina questi valori, ma sbaglia ed è un peccato che la Chiesa la segua.
(Prof. Stefano Fontana)
 
L'intero articolo QUI

mercoledì 25 luglio 2018

Humanae vitae im Licht von Casti connubii lesen

 
In den vergangenen Jahrzehnten erlebte der Westen eine familienfeindliche Revolution, die in der Geschichte beispiellos ist. Ein Eckpfeiler dieses Zersetzungsprozesses der Institution Familie war die Trennung der beiden primären Ehezwecke: der Fortpflanzung und der Vereinigung.
Der Fortpflanzungszweck, von der ehelichen Verbindung getrennt, führte zur In-vitro-Fertilisation und zur Leihmutterschaft.
 
Die von der Zeugung losgelöste Vereinigung führte zur Apotheose der freien Liebe, ob heterosexuell oder homosexuell. Ein Ergebnis dieser Verirrungen ist der Rückgriff von homosexuellen Paaren auf die Leihmutterschaft, um eine groteske Karikatur der natürlichen Familie zu verwirklichen.
Der Enzyklika Humanae Vitae von Paul VI., deren Veröffentlichung sich am 25. Juli 2018 zum 50. Mal jährt, kommt das Verdienst zu, die Untrennbarkeit der beiden Bedeutungen der Ehe zu bekräftigen und mit Deutlichkeit die künstliche Empfängnisverhütung zu verurteilen, die in den 60er Jahren des 20. Jahrhunderts durch die Vermarktung der Pille des Physiologen Pincus möglich wurde.
Dennoch trägt auch Humanae Vitae eine Verantwortung: Nicht mit derselben Klarheit die Hierarchie der Zwecke, das heißt, den Vorrang der Fortpflanzung gegenüber der Vereinigung bekräftigt zu haben. Zwei Grundsätze oder Werte stehen niemals auf der derselben Gleichheitsebene. Einer ist immer dem anderen untergeordnet.
Das gilt für das Verhältnis zwischen Glaube und Vernunft, zwischen Gnade und Natur, zwischen Kirche und Staat und so weiter. Das sind zwar untrennbare Realitäten, aber voneinander verschieden und hierarchisch geordnet. Wenn die Reihenfolge dieser Beziehungen nicht definiert wird, entstehen Spannungen und Konflikte, die bis zur Umkehrung der Grundsätze führen können. Ein Grund für den moralischen Zerfallsprozeß in der Kirche ist, unter diesem Gesichtspunkt betrachtet, auch die fehlende Klarheit in der Definition des Hauptzwecks der Ehe durch die Enzyklika von Paul VI.
Die Ehelehre der Kirche wurde von Papst Pius XI. in seiner Enzyklika Casti Connubii vom 31. Dezember 1930 als endgültig und verbindlich bestätigt. In diesem Dokument erinnert der Papst die ganze Kirche und die ganze Menschheit an die grundlegenden Wahrheiten über das Wesen der Ehe, die nicht von den Menschen, sondern von Gott selbst gestiftet wurde, und über die Segnungen und Vorteile, die der Gesellschaft aus ihr erwachsen.
Der erste Zweck ist die Fortpflanzung:
 
Das bedeutet nicht, nur Kinder in die Welt zu setzen, sondern sie intellektuell, moralisch und vor allem geistlich zu erziehen, um sie zu ihrer ewigen Bestimmung zu führen, die der Himmel ist.
 
Der zweite Zweck ist die gegenseitige Unterstützung zwischen den Ehepartnern, die weder eine nur materielle Unterstützung noch eine nur sexuelle oder sentimentale Übereinkunft ist, sondern in erster Linie eine geistliche Unterstützung meint und ein geistlicher Bund ist.
Die Enzyklika enthält eine klare und kräftige Verurteilung der Verwendung von Verhütungsmitteln, die als „etwas Schimpfliches und innerlich Unsittliches“ bezeichnet ist. Deshalb: „Jeder Gebrauch der Ehe, bei dessen Vollzug der Akt durch die Willkür der Menschen seiner natürlichen Kraft zur Weckung neuen Lebens beraubt wird, verstößt gegen das Gesetz Gottes und der Natur, und die solches tun, beflecken ihr Gewissen mit schwerer Schuld„.
Pius XII. bestätigte in vielen Ansprachen die Lehre seines Vorgängers. Das ursprüngliche Schema über die Familie und die Ehe des Zweiten Vatikanischen Konzils, das im Juli 1962 von Johannes XXIII. approbiert, aber zu Beginn der Arbeiten von den Konzilsvätern abgelehnt wurde, bekräftigte diese Doktrin und verurteilte ausdrücklich „Theorien, die in Umkehrung der richtigen Werteordnung den Hauptzweck der Ehe zugunsten der biologischen und persönlichen Werte der Ehegatten in den Hintergrund rücken und in derselben objektiven Ordnung die eheliche Liebe als Hauptzweck nennen„(Nr. 14).
Der Fortpflanzungszweck, objektiv und in der Natur verwurzelt, wird immer fortbestehen. Der Vereinigungszweck, subjektiv und auf dem Willen der Ehegatten gegründet, kann verschwinden. Der Vorrang des Fortpflanzungszweckes rettet die Ehe, der Vorrang der Vereinigung setzt sie ernsten Gefahren aus.
Außerdem dürfen wir nicht vergessen, daß die Ehezwecke nicht zwei, sondern drei sind, weil es nachgeordnet auch die Abhilfe gegen die Begierde gibt. Von diesem dritten Zweck der Ehe spricht niemand mehr, weil die Bedeutung des Begriffs Begierde verlorengegangen ist, der heute meist – auf lutherische Weise – mit der Sünde verwechselt wird.
Die Begierde, die in jedem Menschen vorhanden ist, außer in der allerseligsten Jungfrau, die von der Erbsünde ausgenommen ist, erinnert uns daran, daß das Leben auf Erden ein unablässiger Kampf ist, denn wie der heilige Johannes sagt: „Denn alles in der Welt ist Begierde des Fleisches, Begierde der Augen und Begierde des Besitzes„( 1 Joh 2,16).
Die Verherrlichung der Sexualtriebe – der herrschenden Kultur durch die Lehren von Marx und Freud eingeimpft – ist nichts anderes als die Verherrlichung der Begierde, und damit der Erbsünde.
Diese Verkehrung der ehelichen Bestimmung, die unweigerlich zu einer Explosion der Begierden in der Gesellschaft führt, zeigt sich im Schreiben Amoris laetitia von Papst Franziskus vom 8. April 2016, wo wir in der Nummer 36 lesen:  „Andererseits haben wir häufig die Ehe so präsentiert, daß ihr Vereinigungszweck – nämlich die Berufung, in der Liebe zu wachsen, und das Ideal der gegenseitigen Hilfe – überlagert wurde durch eine fast ausschließliche Betonung der Aufgabe der Fortpflanzung„.
Diese Worte wiederholen fast wörtlich jene, die Kardinal Leo-Joseph Suenens in seiner Rede am 29. Oktober 1964 In der Konzilsaula sagte, und die Paul VI. skandalisierten:
 
Es kann sein“, so der Kardinal und Erzbischof von Brüssel, „daß wir die Worte der Schrift, ‚Wachst und mehret euch‘, etwas überbetont haben, so sehr, daß ein anders göttliches Wort im Schatten blieb: ‚Und die beiden werden ein Fleisch sein‘ […] Die Kommission wird uns sagen, ob wir den ersten Zweck, die Fortpflanzung, nicht zu sehr betont haben, zu Lasten eines ebenso imperativen Zweckes, dem Wachstum in der ehelichen Einheit.“
Kardinal Suenens erweckt den Eindruck, daß der Hauptzweck der Ehe nicht darin besteht, zu wachsen und sich zu vermehren, sondern darin, daß „die zwei ein Fleisch sind“.
 
Von einer theologischen und philosophischen Definition wird zu einer psychologischen Beschreibung der Ehe gewechselt, die nicht als eine in der Natur verwurzelte Bindung dargestellt wird, die der Vermehrung der Menschheit dient, sondern als eine intime Gemeinschaft, deren Zweck die gegenseitige Liebe der Ehepartner ist.
Sobald aber die Ehe auf eine Liebesgemeinschaft reduziert ist, wird die Geburtenkontrolle, ob natürlich oder künstlich, als ein Gut angesehen und verdient, unter dem Namen „verantwortete Elternschaft“, gefördert zu werden, da sie dazu beiträgt, das Hauptgut der ehelichen Vereinigung zu stärken. Die unvermeidliche Folge ist, daß in dem Moment, in dem diese innige Gemeinschaft scheitert, die Ehe sich auflösen sollte.
Mit der Umkehrung der Zwecke geht die Umkehrung der Rollen innerhalb des Ehebundes einher.
 
Das psychophysische Wohlbefinden der Frau tritt an die Stelle ihres Auftrages als Mutter.
 
Die Geburt eines Kindes wird als etwas gesehen, das die innige Liebesgemeinschaft des Paares stören kann.
 
Das Kind kann als ungerechter Aggressor gegen das Familiengleichgewicht gesehen werden, gegen den man sich mit Verhütung und notfalls auch Abtreibung verteidigen muß.
Die Interpretation, die wir den Worten von Kardinal Suenens gegeben haben, tut ihnen keinen Zwang an.
 
In Übereinstimmung mit seiner Rede führte der Primas von Belgien 1968 den Aufstand der Bischöfe und der Theologen gegen Humanae vitae an. Die Erklärung des belgischen Episkopats vom 30. August 1968 gegen die Enzyklika von Paul VI. war zeitgleich mit jener des deutschen Episkopats1) die erste, die von einer Bischofskonferenz ausgearbeitet wurde und anderen Episkopaten als Vorbild diente.
Den Erben dieses Protestes, die eine Neuinterpretation von Humanae vitae im Licht von Amoris laetitia anstreben, antworten wir daher mit Entschiedenheit, daß wir die Enzyklika von Paul VI. weiterhin im Licht von Casti connubii und des immerwährenden Lehramtes der Kirche lesen werden.

Rileggiamo Humanae Vitae alla luce di Casti connubii

(di Roberto de Mattei)
 
Tratto da QUI
 
Negli ultimi decenni l’Occidente ha conosciuto una Rivoluzione anti-familiare senza precedenti nella storia. Uno dei cardini di questo processo di disgregazione dell’istituto familiare è stato la separazione dei due fini primari del matrimonio, quello procreativo e quello unitivo.
Il fine procreativo, separato dall’unione coniugale, ha portato alla fecondazione in vitro e all’utero in affitto.
 
Il fine unitivo, emancipato dalla procreazione, ha condotto all’apoteosi del libero amore, etero ed omosessuale.
 
Uno dei risultati di queste aberrazioni è il ricorso delle coppie omosessuali all’utero in affitto per realizzare una grottesca caricatura della famiglia naturale.
L’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, di cui il 25 luglio 2018 ricorre il cinquantesimo anniversario, ha avuto il merito di ribadire l’inseparabilità dei due significati del matrimonio e di condannare con chiarezza la contraccezione artificiale, resa possibile negli anni Sessanta del Novecento dalla commercializzazione della pillola del dottor Pinkus.
Tuttavia, anche l’Humanae Vitae ha una responsabilità: quella di non avere affermato con altrettanta chiarezza la gerarchia dei fini, ovvero il primato del fine procreativo su quello unitivo. Due princìpi, o valori, non sono mai su un medesimo piano di uguaglianza. Uno è sempre subordinato all’altro.
Così accade per i rapporti tra la fede e la ragione, tra la grazia e la natura, tra la Chiesa e lo Stato, e così via. Si tratta di realtà inseparabili, ma distinte e gerarchicamente ordinate. Se l’ordine di queste relazioni non viene definito, ne seguiranno tensioni e conflitti, fino ad arrivare ad un capovolgimento dei princìpi. Sotto quest’aspetto, il processo di disgregazione morale interno alla Chiesa, ha tra le sue cause anche la mancanza di una chiara definizione del fine primario del matrimonio da parte dell’enciclica di Paolo VI.
La dottrina della Chiesa sul matrimonio fu affermata come definitiva e vincolante da papa Pio XI nella sua enciclica Casti Connubii del 31 dicembre 1930.
 
In questo documento, il Papa richiama la Chiesa intera e tutto il genere umano alle verità fondamentali sulla natura del matrimonio, istituito non dagli uomini, ma da Dio stesso, e sulle benedizioni e i vantaggi che da esso derivano per la società. 
Il primo fine è la procreazione:
 
che non significa solo mettere al mondo dei figli, ma educarli, intellettualmente, moralmente e soprattutto spiritualmente, per avviarli al loro destino eterno, che è il Cielo.
 
Il secondo fine è la mutua assistenza tra gli sposi, che non è un’assistenza solo materiale, né un’intesa solo sessuale o sentimentale, ma è prima di tutto un’assistenza e un’unione spirituale.
L’enciclica contiene una chiara e vigorosa condanna dell’uso dei mezzi anticoncezionali, definito «un’azione turpe e intrinsecamente disonesta». Perciò: «Qualsivoglia uso del matrimonio in cui per umana malizia l’atto sia destituito dalla sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura e coloro che osino commettere tali azioni si rendono rei di colpa grave».
Pio XII confermò in molti discorsi l’insegnamento del suo predecessore. Lo schema originario sulla famiglia e il matrimonio del Concilio Vaticano II, approvato da Giovanni XXIII nel luglio 1962, ma bocciato all’inizio dei lavori dai Padri conciliari, ribadì questa dottrina, condannando esplicitamente «le teorie che invertendo l’ordine giusto dei valori, mettono il fine primario del matrimonio in secondo piano rispetto a valori biologici e personali dei coniugi e che, nello stesso ordine oggettivo, indicano l’amore coniugale quale fine primario» (n. 14).
Il fine procreativo, oggettivo e radicato nella natura, non viene mai meno. Il fine unitivo, soggettivo e fondato sulla volontà degli sposi, può scomparire. Il primato del fine procreativo salva il matrimonio, il primato del fine unitivo lo espone a gravi rischi.
Non bisogna dimenticare inoltre che i fini del matrimonio non sono due, ma tre, perché esiste pure, in subordine, il rimedio alla concupiscenza. Di questo terzo fine del matrimonio nessuno parla, perché si è perso il significato della nozione di concupiscenza, spesso confusa col peccato, alla maniera luterana.
La concupiscenza, presente in ogni uomo, tranne che nella Beatissima Vergine, immune dal peccato originale, ci ricorda che la vita sulla terra è una lotta incessante, perché come dice san Giovanni, «nel mondo non esiste che concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e orgoglio della vita» (1 Gv 2,16).
L’esaltazione degli istinti sessuali, inoculata nella cultura dominante dal marx-freudismo, non è altro che la glorificazione della concupiscenza e, conseguentemente, del peccato originale.
Questa inversione dei fini matrimoniali, che conduce inevitabilmente all’esplosione della concupiscenza nella società, affiora nella esortazione di papa Francesco Amoris laetitia, dell’8 aprile 2016, al cui numero 36 leggiamo: «Spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione».  
Queste parole ripetono quasi testualmente quelle pronunciate il 29 ottobre 1964 nell’aula conciliare dal cardinale Leo-Joseph Suenens in un discorso che scandalizzò Paolo VI.
 
«Può darsi – disse il cardinale arcivescovo di Bruxelles – che abbiamo accentuato la parola della Scrittura: ‘Crescete e moltiplicatevi’ fino al punto di lasciare nell’ombra l’altra parola divina: ‘I due saranno una sola carne’. (…) Spetterà alla Commissione dirci se non abbiamo sottolineato troppo il fine primo, che è la procreazione, a scapito di una finalità altrettanto imperativa, che è la crescita nell’unità coniugale».
Il cardinale Suenens insinua che la finalità primaria del matrimonio non è quella di crescere e moltiplicarsi, ma quella che «i due siano una sola carne». Si passa da una definizione teologica e filosofica ad una descrizione psicologica del matrimonio, presentato non come un vincolo radicato nella natura e dedicato alla propagazione dell’umanità, ma come un’intima comunione, finalizzata all’amore reciproco degli sposi.
Ma una volta ridotto il matrimonio ad una comunione di amore, il controllo delle nascite, naturale o artificiale che sia, è visto come un bene e merita di essere incoraggiato, sotto il nome di “paternità responsabile”, in quanto contribuisce a rafforzare il bene primario dell’unione coniugale. La conseguenza inevitabile è che, nel momento in cui questa intima comunione venisse a mancare, il matrimonio dovrebbe dissolversi.  
All’inversione dei fini si accompagna l’inversione dei ruoli all’interno dell’unione coniugale.
 
Il benessere psico-fisico della donna si sostituisce alla sua missione di madre.
 
La nascita di un figlio è vista come un elemento che può turbare l’intima comunione di amore della coppia.
 
Il bambino può essere considerato come un ingiusto aggressore dell’equilibrio familiare, da cui difendersi con la contraccezione e, in casi estremi, con l’aborto.
L’interpretazione che abbiamo dato delle parole del cardinale Suenens non è una forzatura. In coerenza con quel discorso, il cardinale primate del Belgio, nel 1968, capeggiò la rivolta dei vescovi e dei teologi contro la Humanae vitae. La Dichiarazione dell’episcopato belga, del 30 agosto 1968, contro l’enciclica di Paolo VI, fu, con quella dell’episcopato tedesco, una delle prime elaborate da una Conferenza episcopale e servì come modello di protesta ad altri episcopati.
Agli eredi di quella contestazione, che ci propongono di reinterpretare l’Humanae Vitae alla luce dell’Amoris laetitia, rispondiamo dunque con fermezza che continueremo a leggere l’enciclica di Paolo VI alla luce della Casti connubii e del Magistero perenne della Chiesa.