La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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martedì 26 marzo 2019

The Railway Man

E' questo un film tratto dall'omonimo libro autobiografico -Le due vie del destino- scritto da Eric Lomax e pubblicato nel 1995 in cui vengono descritti i crimini commessi dai Giapponesi nel Sudest asiatico, nella seconda guerra mondiale, durante la costruzione della 'Ferrovia della morte' (Thailandia-Birmania-1942-1945), con l'intento di portare a conoscenza crimini orribili che altrimenti sarebbero rimasti occultati.  
Il libro però, non è una semplice descrizione di questi fatti storici ma è un drammatico spaccato di vita che l'autore ha vissuto in prima persona, come giovane prigioniero di guerra e che lo vede preda indifesa di crudeli aguzzini, tra atroci sevizie, privazioni, maltrattamenti e torture.

Eric Lomax ritorna a casa ma la sua orribile esperienza, che ha provocato indelebili ferite nell'anima e nella psiche, lo accompagnerà per cinquantanni, tanto da condizionarne e segnarne la vita e soprattutto la quotidianità accanto alla moglie, alla quale non aveva mai raccontato la natura dei suoi incubi e del suo disagio, fino a quando si rende conto di non poter più reprimere i dolorosi ricordi, la rabbia, l'istinto omicida, che è necessario affrontarli, spinto dal desiderio di vendetta ma anche da un pressante desiderio di guarigione interiore. Si mette così alla ricerca del suo principale aguzzino, un certo Nagase che riconoscerà in una foto sul ‘Japan Times’ e che incontrerà, insieme alla moglie, nel 1993 in Birmania. 
E. Lomax ai tempi della prigionia
   
Nel film vediamo Lomax intraprendere da solo il suo primo viaggio in Birmania e affrontare Nagase cogliendolo di sorpresa. Seguirà un secondo viaggio insieme alla moglie.

Nella realtà vi fu un unico viaggio preparato con cura per quasi due anni e i Lomax furono ospiti dei coniugi Nagase prima in Birmania, poi in Giappone, perchè questi ultimi vollero che gli ospiti prolungassero il viaggio in Giappone, per mostrare loro la propria casa e i ciliegi nel momento della massima fioritura. 
L'incontro con Nagase ed i giorni trascorsi in sua compagnia hanno dell'incredibile, tanto da far scrivere a Lomax:

"Ero sicuro di aver ottenuto un risultato che non avrei mai immaginato. Se non fossi riuscito a dare un nome a uno degli uomini che mi avevano ferito, se non avessi scoperto che dietro quel volto c’era un’altra vita rovinata, gli incubi provenienti da un passato senza senso non sarebbero mai cessati. E avevo dimostrato a me stesso che ricordare non serve a nulla se si limita ad alimentare l’odio".
Aveva scoperto di avere di fronte a sé un uomo ormai profondamente cambiato, sinceramente pentito, che implorava il suo perdono per trovare pace: "(…) non vedevo più una ragione per punire Nagase rifiutandomi di perdonarlo".

Anche Lomax era cambiato, già al momento di intraprendere il viaggio aveva abbandonato ogni proposito di vendetta, non più prigioniero dell'odio verso i suoi torturatori e verso i Giapponesi in generale.
 
“Viene un momento in cui l’odio deve finire.”

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martedì 16 maggio 2017

Tolkien: il segreto per un matrimonio felice


di Sonia Ritondale
J.R.R. Tolkien era un romantico. Quando incontrò la sua futura moglie, Edith, all'età di 16 anni, s'innamorò all'istante e iniziò mmediatamente un corteggiamento informale, invitandola regolarmente nelle sale da tè locali. Quando il sacerdote che gli faceva da tutore scoprì la sua storia d'amore, tuttavia, gli proibì di avere contatti con Edith sino all'età di 21anni, per non farlo distogliere dai suoi studi. Tolkien seppur a malincuore obbedì. Per 5 lunghi anni, attese l'unica donna certo che fosse la sua anima gemella. La sera del suo 21.mo compleanno, scrisse una lettera a Edith, dichiarandole il suo amore e chiedendola in sposa. Una settimana dopo, erano fidanzati in attesa del matrimonio.
 
Durante la sua vita, Tolkien scrisse poesie d'amore alla moglie e, nelle sue lettere agli amici, scrive di lei in maniera brillante. Ma forse il più famoso e intramontabile contributo alla sua amata sposa fu l'intrecciare la sua storia d'amore con la mitologia del Middle Earth nella storia di Beren e Luthien.
 
Scrisse al figlio, Christopher: "Non l'ho mai chiamata Edith Luthien - ma ella fu la fonte della storia che a quel tempo divenne la parte principale del Silmarillion. Fu all'inizio pensata in una piccola foresta, una radura traboccante di cicuta a Roos nello Yorkshire (dove fui per un breve periodo al comando di un avamposto di Humber Garrison nel 1917, e lei poté vivere con me per un pò). In quei giorni i suoi capelli color corvino, la sua carnagione chiara, i suoi occhi più brillanti come non li avevo visti mai......."
 
Neppure dopo la morte, Tolkien avrebbe lasciato la sua Edith. Fu seppellito accanto a lei e sotto un'unica lapide erano scritti i nomi di Beren e Luthien.
 
J.R.R. Tolkien fu felicemente sposato per 55 anni. Che cosa aveva Tolkien che molti matrimoni non hanno? Come lo fece funzionare? La risposta è semplice: capì che il vero amore implica l'abnegazione.
 
La nozione moderna di amore è puro sentimento e si focalizza soprattutto sull'io. Se qualcuno ti eccita, se ti fa palpitare allora si che puoi dire di essere innamorato secondo le definizioni moderne.
Proprio perché era profondamente legato a sua moglie Tolkien rigettava questa idea squallida sull'amore. Egli abbracciava invece l'idea cattolica del vero amore fondato sull'altro- qualcosa che richiede il sacrificio degli istinti naturali e un'azione determinata sulla volontà.
 
 
In una lettera al figlio Michael scrisse: 
"Nessun uomo può amare la sua sposa in anima e corpo senza un esercizio consapevole e deliberato della volontà, senza abnegazione. Ho sentito questo troppe poche volte in Chiesa, quasi mai fuori...
Quando il fascino finisce, o semplicemente le cose non vanno al meglio, l'uomo pensa di aver fatto un errore, che la vera anima gemella sia ancora da trovare. In realtà, la vera anima gemella risulterà essere solo la prima persona sessualmente attraente che gli capiterà davanti...
In realtà, la "vera anima gemella" è quella che hanno sposato... In questo mondo decaduto abbiamo come nostre uniche guide la prudenza, la saggezza (così poca in gioventù, troppo tardi nella vecchiaia), un cuore puro e la fedeltà nella verità..." 
 
Lo sforzo per la castità e la fedeltà non finisce mai...
L'essenza dell'amore è un atto di volontà. I sentimenti vanno e vengono nel matrimonio. Quelli che hanno matrimoni felici sono quelli che scelgono- scelgono di amare le loro mogli più di se stessi, che scelgono di sacrificare i loro desideri "a breve termine" per una felicità a lungo termine, quelli che "scelgono di dare invece che di prendere".
 
La vera gioia e la felicità senza fine nel matrimonio sono possibili. Innumerevoli matrimoni, incluso quello di Tolkien dimostrano il fatto. Ma non troveremo mai la gioia se siamo concentrati su noi stessi. Il paradosso è che ti devi dimenticare di te stesso per trovare la felicità che cerchi.
 
 
 Titolo originale: Tolkien: il segreto per un matrimonio felice
Fonte: Aleteia, 31/07/2015
 
TOLKIEN E IL SEGRETO PER UN MATRIMONIO FELICE
La vera gioia senza fine nel matrimonio è possibile, ma non la troveremo mai se siamo concentrati su noi stessi.

Nota di BastaBugie:
per leggere la biografia di Tolkien clicca QUI
Per approfondimenti sul Signore degli Anelli e Lo Hobbit, i capolavori di Tolkien, clicca QUI
 
 
 

giovedì 3 novembre 2016

Adaline - L'eterna giovinezza

Adaline Bowman è una giovane donna bella ed affascinante, nata nel 1908. Si sposa con un giovane ingegnere e dà alla luce una bambina di nome Flemming. Dopo pochi anni di felice matrimonio suo marito muore. Trascorsi dieci mesi dalla prematura perdita, la ventinovenne Adaline è vittima di un incidente automobilistico da cui si salva miracolosamente ma, a motivo di una particolare condizione meteorologica (quella notte imperversava un terribile temporale con tuoni e fulmini), si verifica in lei un fenomeno inspiegabile che rende il suo corpo insensibile al passare del tempo; infatti, da quel giorno in poi, ella smette di invecchiare, mentre il resto del mondo continua ad andare avanti. A causa di questo strano fenomeno Adaline è costretta a cambiare nome, luogo, casa, lavoro e vita ogni dieci anni, a non avere legami sentimentali e a vedere la figlia invecchiare. Così Adeline passa tanti decenni a 'scappare' dalla sua stessa vita, ogni volta che qualcuno comincia ad accorgersi che ha sempre lo stesso aspetto fisico o inizia a nutrire dei sentimenti verso di lei. La sua è una vita di solitudine, le tiene compagnia solo un cane, nonostante durante lo scorrere dei decenni abbia conosciuto tante persone anche famose e partecipato ad eventi importanti.
 
Quando nella città di San Francisco, Adaline, che ci vive col nome di Jennifer Larson e lavora in una biblioteca, incontra l'affascinante Ellis Jones, il quale è attratto da lei fin dal primo sguardo, decide che è tempo di lasciare quella città, rendersi ancora una volta impenetrabile ai sentimenti.
Questo incontro però la sconvolgerà e la coinvolgerà oltre il previsto, costringendola a ricordare il passato e a fare una scelta definitiva che ci regalerà un imprevisto colpo di scena.
 
E' un bel film che ci spinge a meditare sul senso della vita e del tempo che passa, su chi siamo e su chi vorremmo essere, su ciò che è importante nella vita, sull'amore e sui nostri rapporti con gli altri.
Da non perdere!
 
 
  
 

 

giovedì 20 ottobre 2016

L'autunno di Thomas Kinkade


Detto 'il pittore della luce' Thomas Kinkade nasce a Sacramento (California Stati Uniti d'America)  il 10 gennaio del 1958. Si sposa con Nanette, l'amore della sua vita, che gli dona quattro figlie. E' il pittore americano più collezionato al mondo ed anche uno dei più boicottati dalla critica, perché ritenuto da arte commerciale priva di sostanza. Possiamo definirlo un impressionista contemporaneo che imprime nella tela, con colori brillanti e caldi, le emozioni suscitate dall'osservazione e dalla contemplazione di un paesaggio, nel tentativo di portare nel mondo valori positivi e belli (Egli stesso aveva detto che chi compra i suoi quadri “sceglie di appendere alle pareti i valori in cui crede: fede, famiglia, casa, semplicità di vita, la bellezza della natura, quiete, tranquillità, pace, gioia, speranza").  Si tratta di trarre ispirazione dal fascino della bellezza che emana la natura tutta in quanto porta l'impronta di Dio creatore. Thomas Kinkade cristiano convinto lascia trasparire questo suo sguardo amoroso e meravigliato sulla creazione nelle pennellate precise, nei colori pastello saturi e nei riflessi luminosi, come volesse lasciar emergere il sigillo di Dio dalla tela. Nasce un'opera gentile e delicata che racconta di paesaggi freschi ed ubertosi, che trovano riflesso in uno scenario interiore altrettanto fresco ed ubertoso. Ma l'opera di Kinkade non si esaurisce nella rappresentazione della natura, anche se è vero che tante opere spesso ritraggono idilliaci giardini, corsi d'acqua, case in pietra, fari ma non mancano le famose Main Streets, la sua città natale Placerville e vari temi cristiani, tra cui la croce e le chiese, nonché varie allusioni alla Bibbia. Nel novembre del 2008 è uscito in DVD un film autobiografico ed autoprodotto dal titolo Thomas Kinkade's Christmas Cottage
 
Purtroppo l'artista muore  improvvisamente il 6 aprile 2012, a soli 54 anni, nella sua casa in California.
 
Thomas Kinkade è stato un artista sui generis, ha posto l'accento sul valore dei piaceri semplici ed il suo intento era quello di comunicare, attraverso il suo lavoro, ispirazione e messaggi di affermazione della vita. Ha maturato la sua ispirazione dalla sua fede cristiana ed il suo lavoro era destinato a contenere una dimensione morale più grande. Egli ha anche detto che il suo obiettivo come artista è stato quello di toccare persone di tutte le fedi, di portare pace e gioia nella loro vita attraverso le immagini da lui create. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Da notare la grande N che campeggia sul cammino nella prima foto. Thomas Kinkade la inserisce in tutti i suoi dipinti: è un omaggio d'amore a Nanette, sua moglie. 

 
 

 
 

 
 
 
 
 

venerdì 24 aprile 2015

Fu vero genocidio!

 
E' il 24 aprile 1915, esattamente cento anni fa. A Costantinopoli (l'odierna Istanbul, Turchia) una retata di intellettuali, scrittori, artisti e politici armeni, che furono prelevati dalle loro case e messi a morte, inizia la prima fase del genocidio degli Armeni ad opera del regime dei Giovani Turchi. Intanto però la persecuzione, la deportazione e l'eccidio delle comunità armene cristiane in Turchia era già iniziata da mesi. Si contano 1 milione e 400mila cristiani Armeni uccisi a causa della loro fede e della loro esistenza. L’insofferenza turca verso la comunità armena ebbe una sua prima fase tra il 1894 e il 1897 cui seguirono nel 1909 i cosiddetti “Vespri di Cilicia”, con oltre 30mila vittime.  L’obiettivo era semplicemente eliminare l’elemento estraneo.
Quello degli Armeni è stato il primo genocidio del Novecento e tale crimine si è consumato nel silenzio della comunità internazionale.
 
Genocidio non è mero sinonimo di “massacro”, è un neologismo, coniato ad hoc per supplire alle carenze della lingua di fronte a quel che i nazionalsocialisti fecero agli Ebrei: che non era un eccidio, come i tanti purtroppo narratici dalla storia, ma il progetto cosciente e preciso di annientare per sempre un’intera porzione del genere umano e la sua relativa messa in atto.
Genocidio significa sterminio sistematico rivolto contro un’intera etnia. 
Il Santo Padre Francesco domenica 12 aprile, nel saluto prima della Messa in San Pietro per i fedeli di rito armeno, proclamando dottore della Chiesa l’armeno san Gregorio di Narek (951-1003), alla presenza del presidente dell’Armenia Serž Sargsyan, del Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II, del Catholicos della Grande Casa di Cilicia Aram I e del Patriarca di Cilicia degli armeni cattolici Nerses Bedros XIX, ha ricordato solennemente il Metz Yeghérn (“Il grande male”), ovvero l’olocausto degli Armeni compiuto dai Giovani Turchi tra 1915 e 1923. Il Papa ha definito «genocidio» quell’eccidio, ricordando (in sintonia con san Giovanni Paolo II) che è stato il primo del Novecento, presupponendo che nella storia ce ne sono stati altri, sia prima che dopo quello armeno.
L'Ottocento finisce col genocidio della Vandea, una regione dell’Ovest francese identitariamente cattolica, il Novecento comincia con quello gli Armeni (e insieme a loro la follia genocida turca ha massacrato anche siri cattolici e ortodossi, assiri, caldei e quei greci che amano ancora definirsi antiocheni), prosegue con gli ebrei per continuare indisturbato in Russia, Ucraina, Cambogia, Ruanda, Burundi, Bosnia. Una scia di violenza, di morti e di sangue, che continua ancora oggi, nel nostro giovane secolo, per volontà di tiranni comunisti, di terroristi islamici o di governi che identificano come nemici della Nazione un popolo con un'altra identità religiosa o culturale.   
 
Oggi gli Armeni di tutto il mondo ricorderanno il centenario del genocidio del loro popolo commesso per mano della Turchia ottomana. Un genocidio che fa fatica a guadagnarsi lo status di verità storica e che la comunità internazionale fa fatica ad accettare, soprattutto le autorità del governo turco che, dopo le parole pronunciate dal Papa sul genocidio degli Armeni, hanno reagito duramente, richiamando il proprio ambasciatore presso il Vaticano e convocando il nunzio della Santa Sede ad Ankara Antonio Lucibello per esprimere il «disappunto» e la protesta del governo turco.
 
Il presidente dell’Armenia Sargsyan in occasione della Messa del Santo Padre il 12 aprile ha detto: «Il Santo Padre ha lanciato un vigoroso messaggio alla comunità internazionale» che «i genocidi non condannati rappresentano un pericolo per l’intera umanità».
 
Basterà riconoscere e condannare un genocidio per evitare che altri ne vengano commessi?
 
UN PO' DI STORIA
Su tutte valga la testimonianza del Console italiano Giovanni Gorrini che così scrisse: "Dal 24 giugno non ho più dormito ne mangiato. Ero preso da crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all'esecuzione di massa di quegli innocenti ed inermi persone. Le crudeli cacce all'uomo, le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne  ed i bambini caricati a bordo delle navi e poi fatti annegare, le deportazioni nel deserto: questi sono i ricordi che mi tormentano l'anima e quasi fanno perdere la ragione."
Anche l'intervento della Santa Sede tramite il Papa Benedetto XV non produsse alcun effetto, in funzione anche del fatto che i turchi avevano proclamato la guerra santa.
Successivamente, approfittando degli sconvolgimenti in corso in Russia a causa della rivoluzione, gli armeni sotto il controllo dell'impero zarista si ribellano e, il 28 maggio 1918, dichiarano la propria indipendenza. In seguito, dopo la presa di alcuni territori nell'Armenia turca, verrà proclamata la nascita della Repubblica Armena. Durante i lavori del Trattato di Sevrès venne perfino riconosciuta l'indipendenza al popolo armeno e la sua sovranità su gran parte dei territori dell'Armenia storica ma, come altre volte in futuro, tutto resterà solo sulla carta. Infatti il successivo Trattato di Losanna (1923) annullerà il precedente negando alle popolo armeno persino il riconoscimento della sua stessa esistenza. La caduta del regime turco alla fine della Grande Guerra e la seguente ascesa alla guida del paese di Kemal Ataturk non cambiò la situazione. Infatti, tra il 1920 ed il 1922, con l'attacco alla Cilicia armena ed il Massacro di Smirne, il nuovo governo portò a compimento il genocidio. Dopo questi ultimi crimini non un solo armeno vivo lasciò traccia in Turchia.(Tratto da  qui).
 
QUELLA STRADA CHIAMATA PARADISO E MAYRIG
Entrambi i film in lingua originale francese, uno il seguito dell'altro, raccontano la storia di una famiglia benestante armena, i Zhakharian, rifugiatasi in Francia a Marsiglia dopo essere sfuggita al genocidio. Entrambi i film si possono considerare un'autobiografia del regista stesso, che racconta in modo appassionato, raffinato, delicato la bellissima storia della sua famiglia (padre, madre, due zie materne), costretta a fuggire in Francia, dopo aver perso i familiari e tutti i beni, unita dall'amore e dal reciproco dono di sé nella quotidianità fatta di sacrifici, rinunce e desiderio di riscatto, nel continuo nostalgico ricordo dei familiari uccisi e della terra perduta. 
 
Qui il genocidio è trattato a margine della storia però è un film che consiglio perché è davvero stupendo. La maestria degli attori protagonisti (Omar Sharif e Claudia Cardinale) è insuperabile. Purtroppo la pellicola non si trova in lingua italiana, io sono riuscita a registrarla su cassetta VHS (roba da preistoria!) tanti anni fa quando la RAI l'aveva mandata in onda. Un film(considero le due pellicole insieme) magistrale, commovente, per me uno tra i più belli; il mio preferito in assoluto.   
I due film, nonostante l'importanza storica del tema trattato, hanno avuto scarsa diffusione in Italia.
 
LA MASSERIA DELLE ALLODOLE
Turchia, 1915. In una cittadina vive la benestante famiglia armena degli Avakian. Nel giorno in cui vengono colpiti dal lutto per la morte del patriarca anche il generale Arkan, capo della guarnigione turca, è presente alle esequie. È il segno di un rapporto, se non di amicizia, di reciproco rispetto tra le due comunità. Ma i Giovani Turchi hanno già pronto un piano per creare la Grande Turchia in cui non ci sarà posto per i ricchi e ‘traditori' Armeni.
Nessuna mediazione si rivela possibile. Dalla capitale partono per ogni dove gruppi di militari con l'ordine di uccidere sul posto i maschi (di qualunque età essi siano) e di deportare le donne e le bambine per poi massacrarle nei pressi di Aleppo. La famiglia Avakian viene smembrata e la giovane e vitale Nunik farà di tutto per salvaguardare la vita delle più piccole. Il film dei fratelli Taviani è liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan. Di questo film invece è possibile acquistare il DVD in italiano.

giovedì 4 dicembre 2014

La tregua di Natale 1914

Quest'anno la follia della prima guerra mondiale conta i suoi primi cento anni. Fu una guerra cruenta che lasciò sui campi di battaglia centinaia di migliaia di morti; una guerra nel cuore dell'Europa, una guerra fratricida che, fra tanto sangue e dolore, può annoverare un momento di forte commozione, di fraternità, di umanità, avvenuto sul fronte occidentale, dopo quattro mesi di combattimenti e già centinaia di migliaia di morti: la tregua della notte di Natale.
 
Ecco il racconto di Emanuele Boffi, su 'Tempi' del 20 dicembre 2007.
 
'La notte di Natale del 1914, sul fronte nord-occidentale, nelle trincee delle Fiandre, a sud di Ypres, in Belgio, i soldati tedeschi, francesi e inglesi si accordarono per una tregua. Il cessate il fuoco non fu ordinato dai comandi dei due schieramenti, ma avvenne per l’iniziativa dei semplici soldati. Francesi, inglesi e tedeschi uscirono allo scoperto e si incontrarono nella terra di nessuno. Si parlarono, si strinsero la mano, si abbracciarono, seppellirono i caduti. Si celebrò una Messa e una funzione funebre. I nemici che fino ad un attimo prima sparavano per uccidere, fumarono e cantarono insieme, si scambiarono auguri e doni, capi di vestiario e bottoni delle divise, cibo, tabacco, fotografie di mogli, figli e amici, ricordi vari del tempo di pace.'
 
Di quella notte hanno parlato anche alcuni storici, tra cui Michael Jurgs nel suo libro La piccola pace nella grande guerra,  Edizioni Il Saggiatore, 2005: «All’inizio c’è soltanto uno che canticchia Stille Nacht, Heilige Nacht. La canzone della nascita di Gesù risuona lieve e si disperde lentamente nel paesaggio spettrale delle Fiandre. Poi, però, quel canto si diffonde come un’ondata, da un riparo all’altro, e dall’intera linea scura delle trincee risuonò Schlaf in himmlischer Ruh. Dall’altra parte del fronte, a cento metri di distanza, nelle postazioni degli inglesi, rimane tutto tranquillo. Ma i soldati tedeschi sono in vena, e canzone dopo canzone, danno vita a un concerto di migliaia di voci umane, da ogni dove. Fino a che, dopo Es ist ein Ros entsprungen, rimangono senza fiato. Svanita l’ultima nota, gli uomini che si trovano dall’altra parte aspettano ancora un minuto, poi cominciano ad applaudire e a gridare; “Good, old Fritz”, e “more, more”. Bis, bis. I Fritz tanto elogiati rispondono con “Merry Christmas, Englishmen” e “We not shoot, you not shoot”, e quello che dicono lo pensano davvero. Infilano alcune candele sugli spuntoni dei loro parapetti, che si protendono per quasi un metro dal bordo delle trincee, e le accendono. (.)
 
Tedeschi ed inglesi decidono spontaneamente, francesi e belgi non senza esitazione, di non spararsi più addosso per Natale. Fino ad allora non si era mai verificata nella storia di una guerra una simile pace dal basso. E non si verificherà più.' L’episodio fu all’epoca assai criticato da un caporale tedesco, tale Adolf Hitler, che temeva che simili episodi avrebbero potuto instillare nei cuori dei soldati il dubbio che sull’altro fronte non si trovassero dei “nemici”, ma esseri umani come loro.
All’episodio è dedicato anche un film (
Joyeux Noel – Una verità dimenticata dalla storia, 2005, candidato all’Oscar come miglior film straniero).

Il video è uno spot  pubblicitario che è stato realizzato  dai magazzini inglesi Sainsbury’s, in collaborazione con la Royal British Legion.  La pubblicità prende le mosse proprio dall'episodio storico della tregua di Natale del 1914.

 
Lo spot è davvero bello e significativo con l’unica pecca di aver dimenticato un particolare non di poco conto di quella tregua, e cioè che i soldati tedeschi e inglesi parteciparono assieme a una Messa, riconoscendo così il vero “senso” per cui, almeno in quel giorno, nessun colpo aveva motivo di essere sparato. Si fermarono e non uccisero per amore di Gesù!

Leggi di Più: Lo spot di Sainsbury’s sulla tregua di Natale | Tempi.it

mercoledì 11 giugno 2014

Dell'amor la forma /2

 

Shrek è un orco solitario, brutto, asociale, puzzolente ma buono, che vive nella foresta, in una casa di legno in una palude. Un giorno scopre che tutti i personaggi delle fiabe sono stati cacciati fuori dal regno di Duloc da Lord Farqaad un uomo cattivo e crudele che vuole salire al potere come re.
Uno dei personaggi esiliati, Ciuchino, un mulo, diventa suo amico
e decide di andare ad alloggiare a casa sua. Però le cose si complicano quando tutti gli altri personaggi banditi dalla foresta si riversano in casa di Shrek essendo stati sfrattati dalle proprie case e quindi Shrek, per ritrovare la tranquillità, decide di andare a cercare Lord Farquaad con l'aiuto di Ciuchino.
Insieme si dirigono a Duloc, nella grande dimora del perfido Lord, dove scoprono che questi è intenzionato a divenire un giorno sovrano del regno e che, per diventarlo, bisogna che sposi una principessa. La prescelta è la bellissima Fiona
 la quale però è prigioniera in cima all'altissima torre di un castello, sorvegliata da un drago. Per averla, Lord Farqaad dovrà riuscire a liberarla dal drago e, non essendone in grado, organizza un torneo per scegliere l'eroe che dovrà liberare la sua futura sposa al suo posto e il vincitore risulta essere proprio Shrek. Questi accetta di tentare l'impresa, purché il Lord faccia in modo di mandare via tutti i personaggi delle fiabe lontano dalla sua palude.
Farquaad acconsente e così Shrek parte, insieme al fedele amico Ciuchino, verso la torre dove è imprigionata la principessa Fiona. Dopo la liberazione comincia il viaggio per portarla da Lord Farqaad, ma durante il tragitto verso Duloc, nonostante le iniziali ostilità e divergenze, tra Shrek e la principessa sboccia l'amore. Poco prima dell'ingresso a Duloc, una notte, Ciuchino scopre la principessa sotto un altro aspetto, ovvero quello di un orco. Fiona rivela così la verità su di lei, unica a nascere al mondo così, senza nessun altro uguale: da piccola nacque con un incantesimo per cui ogni notte, al calar del sole, si trasforma in un orco, per tornare una bellissima principessa il mattino seguente. L'incantesimo può essere spezzato solo dal bacio del vero amore; per questo Fiona si prepara al matrimonio credendo che, sposando Lord Farquaad, prima che il sole possa calare di nuovo e il suo sposo venga a sapere delle sue trasformazioni notturne, con un suo bacio si possa rompere finalmente l'incantesimo e lei possa finalmente ritornare bellissima e con fattezze umane.
Ma Shrek, innamorato della principessa Fiona, decide di raggiungerla e rivelarle i suoi sentimenti; così nel momento del bacio tra Fiona e Lord Farqaad, il colpo di scena: questa si rifiuta e decide di baciare Shrek, perchè anche lei è innamorata di lui, scegliendo così di rimanere un orco, per poter prendere definitivamente 'dell'amor la forma'. Così Shrek finalmente bacia Fiona, trasformandola in un'orchessa felicissima ed innamorata.
Il film si conclude con il matrimonio dei due orchi celebrato insieme a tutti i personaggi delle fiabe.

guarda su you tube

Le mie meditazioni su 'dell'Amor la forma' continuano
la prima parte qui
la terza parte qui




 

lunedì 10 febbraio 2014

UP, per sognare un pò....

 
Carl è un anziano signore, intristito e burbero, vedovo e senza figli, che vive ormai nel ricordo della sua dolce Ellie e col desiderio di avventurarsi in Sud America per raggiungere le Cascate Paradiso. Purtroppo la vita sembra non offrire più a Carl abbastanza tempo per realizzare il sogno di questo  avventuroso viaggio che sin dalla giovinezza aveva desiderato compiere e poi condiviso con  Ellie, nei lunghi anni trascorsi insieme, tra gioie e dolori.
Infatti proprio quando Carl riesce ad acquistare i biglietti per il viaggio, Ellie si ammala e muore. Ancora una volta le circostanze della vita gli hanno impedito di realizzare il sogno. Carl vive giorni tristi e desolati: la sua casa è nel bel mezzo di una serie di lavori che hanno completamente distrutto il suo vecchio quartiere ed inoltre, siccome ostacola i lavori, rifiutandosi di lasciare la sua vecchia casa, che dovrebbe essere demolita per far posto al nuovo, viene obbligato al ricovero in casa di riposo.
Così Carl pensa di sottrarsi a questa decisione ed ha l'idea di andar via con la sua casa, facendola volare via utilizzando tantissimi palloncini colorati.
 

Finalmente Carl ha l'opportunità di intraprendere il viaggio, tanto desiderato da una vita intera e lo farà, suo malgrado, con Russell, un piccolo boy-scout, impertinente ed invadente, orfano e con un padre sempre assente per affari. Grazie a Russel, Carl ritroverà il sorriso e la gioia di amare, insieme alle Cascate Paradiso, dopo un avventuroso e fortunoso viaggio! Un film d'animazione che credo faccia bene anche agli adulti. Io ne sono rimasta affascinata. In questo film si ride, si piange e ci si appassiona. E' un concentrato della vita di una coppia che si ama  lungo una vita intera, che vive con le aspettative ed i sogni di tutti, che soffre, gioisce e spera e che sa sostenersi nei momenti più bui e tristi della vita come quello della perdita di un figlio. Sempre insieme, uniti nell'amore e nel rispetto reciproco. Il viaggio di Carl diventa così il viaggio di Carl ed Ellie, ancora insieme per realizzare finalmente il sogno della loro vita. Diventa un viaggio per dare la possibilità a Carl di continuare a dimostrare l'amore verso Ellie che continua oltre la morte ed oltre i confini di un mondo conosciuto. Carl, nonostante sia diventato vecchio, solo e triste, in questo modo riacquista la capacità di saper sorridere e stupirsi per la bellezza della vita e di gioire per la giovinezza del cuore, che è sempre giovane se non perde la capacità di amare. 
 
  

martedì 10 settembre 2013

Film festival di Venezia 2013

Va di scena la distruzione della famiglia! Miss Violence, La moglie del poliziotto, Gerontophilia, Moebius,  tutti film attraverso i quali i registi hanno voluto presentare un'immagine distorta e negativa dell'ambiente familiare tra sesso, degrado morale, abusi di ogni genere, soprusi, violenza, pedofilia, incesto, descrivendo famiglie dove i comportamenti dei componenti, dettati dall'istinto, dall'egoismo, dalla cattiveria, dall'odio, da un falso amore e dalla vendetta,  sconfinano nella più brutale e cieca disumanità. Mi sembra questo, un maldestro e palese tentativo degli autori di presentare la vita nella famiglia come una realtà degenerata e viziosa, dove le debolezze dei singoli hanno il sopravvento sull'amore, il rispetto ed il buonsenso.
Inoltre merita particolare attenzione il film Gerontophilia che ha lo scopo di convincere l'opinione pubblica che è possibile l'amore tra due uomini, un ventenne ed un ottantennne, descrivendolo come normale relazione scaturita da un vero sentimento che può nascere, senza limiti di sorta, tra due uomini dove c’è anche una evidente differenza d’età. I media, facendosi promotori di tali ideologie nefaste, continuano la loro 'riforma' del pensiero, della vita, della morale, delle abitudini e delle convinzioni dell'intera società, nella consapevolezza che è solo questione di tempo, forse di qualche decennio e l'intero tessuto sociale sarà piegato alle nuove ideologie, barbare e perverse, alla moda del politicamente corretto, tra un'imperversante ondata radical-chic e di buonismo e, casomai ce ne fosse bisogno, per i recalcitranti retrogradi e tradizionalisti difensori della famiglia 'vecchio' stampo, ci penserà lo Stato a punirli e a rieducarli!       

giovedì 18 luglio 2013

Miracolo a Le Havre


Marcel Marx è uno scalcinato lustrascarpe che vive una vita serena e modesta  a Le Havre con la moglie Arletty e la cagnolina Laika. Assiduo frequentatore del bar del quartiere e della stazione dei treni, dove esercita di preferenza il proprio lavoro, un giorno si trova contemporaneamente di fronte a due novità di segno opposto: la scoperta che l'amata e dolce Arletty è malata gravemente e l'incontro con Idrissa, un ragazzino immigrato dall'Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia. Con l'aiuto dei vicini di casa - la fornaia, il fruttivendolo, la barista - e la pazienza di un detective sospettoso ma non inflessibile, Marcel si prodiga per aiutare Idrissa a passare la Manica e raggiungere la madre in Inghilterra. Marcel Marx, nome di certo non casuale, è un ex bohémien ottimista e generoso, candido ma tutt'altro che sciocco, che non esita a prendersi cura di un ragazzino sconosciuto anche a rischio di sottrarre del tempo alla moglie malata, che nel silenzio e nella totale dedizione ha saputo incarnare con modestia, riservatezza e gentilezza l'ideale di  sposa virtuosa.
 
E' un bel film, a tratti lenti e sornioni che si dipana tra speranza e disincanto, tra la realtà della malattia e della fragilità umana e la consapevolezza che ogni desiderio di bene si possa concretizzare con sacrificio e costanza, tanto da assumere l'aspetto e la gratificazione di un miracolo, per chi compie il bene e per chi lo riceve. In definitiva, al di sopra di ogni dolore, di ogni paura, di ogni solitudine, c'è il bene in ciascuno di noi, che ci fa elevare gli occhi al Cielo e compiere miracoli. 
Tutto ciò che ci resta sono i miracoli! 
Grazie a Dio! 
 

giovedì 27 dicembre 2012

Lo Hobbit


I miei giorni di Natale sono trascorsi in serena tranquillità; ho privilegiato la Santa Messa, il raccoglimento, la preghiera ma ho anche preparato piatti nuovi, ispirandomi a varie ricette, copiate su libri e riviste, che purtroppo non ho potuto fotografare e, di conseguenza, non potrò pubblicare sul mio blog di cucina, a meno chè non le ripeterò. Il clima non è stato dei migliori: siamo stati per quattro giorni immersi nella nebbia più fitta, da mane a sera, senza alcuna tregua. Oggi invece fa capolino un debole sole e la temperatura è sottozero: fa fede la mia macchina parcheggiata fuori che è ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio! In questi giorni non ho guardato quasi mai la televisione, ma sono andata al cinema. Ho scelto il film 'Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato' ispirato all'omonimo libro di J.R.R. Tolkien. Il regista è lo stesso del film 'Il Signore degli Anelli'. Qui la trama risulta essere meno complessa e assai più breve permettendo al regista Peter Jackson di curare i dettagli, di seguire il testo tolkieniano a tratti letteralmente e là dove invece riassume sceglie con cura i dialoghi, le battute e persino le parole, che così risultano sempre giuste, tonde, misurate; l'ambientazione scelta è sempre quella mozzafiato della Nuova Zelanda; si ritrovano i personaggi de 'Il Signore degli Anelli', Gandalf, Gollum, Bilbo Baggins, il Re e la Regina degli Elfi, Sauron, pressoché identici a come li avevamo visti descritti nelle pagine di J.R.R. Tolkien, ma anche personaggi nuovi come i Troll, o Thorin Scudodiquercia, il maestoso, forte e coraggioso Re dei Nani che lotta per riconquistare il suo Regno e le sue Terre, dove il terribile drago Smaug ha posto la sua dimora incontrastata. Per vedere tutta la storia dovremo aspettare qualche anno perché questo è solo l'inizio della trilogia. Questo film io l'ho trovato troppo lungo (dura tre ore!), a tratti noioso e ripetitivo nelle battaglie sempre uguali, molto rumorose e truculente. Nel complesso, però, mi è piaciuto.  
   


lunedì 26 novembre 2012

¡Viva Cristo Rey!

 
 
Nel 1910 in Messico il Presidente Porfirio Diaz, di tendenze liberali, subisce una insurrezione di indole giacobina e socialista capeggiata da Francisco Madero. Ha così inizio la Rivoluzione Messicana, di stampo violentemente anticlericale, che si fa colpevole di numerosissime persecuzioni soprattutto nei confronti di sacerdoti e religiosi. Nel 1917 venne promulgata una nuova Costituzione, a firma del Presidente Don Venusiano Carranza, ispirata a principi anticlericali e che toglieva alla Chiesa ogni tipo di sussistenza (un esempio: si proibiva l'educazione religiosa). A partire dal 1924 il Presidente Plutarco Elías Calles inasprì le norme contro i cattolici del Paese tanto da farne scaturire una fase di violenta persecuzione religiosa che ebbe il suo epilogo nella CRISTIADA, guerra civile dei Cristeros che, al grido di 'Viva Cristo Re!', intendevano difendere la propria libertà religiosa, contro il governo massonico ed anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles. La risposta del Presidente fu brutale, il 14 giugno 1926 con le cosidette 'Leyes Calles', la Chiesa Cattolica veniva messa fuorilegge. Tutte le istituzioni religiose furono chiuse, i sacerdoti stranieri espulsi ed in alcune regioni i sacerdoti furono costretti a prendere moglie. Così il primo agosto del 1926 la guerra civile appare inevitabile. 'L'armata cattolica'al comando del Generale Enrique Gorostieta, è forte e conta 50.000 combattenti ai quali si associa la formazione paramilitare femminile delle Brigadas Santa Juana de Arco, che conta 25.000 membri.  La vittoria sembrava ormai a portata di mano. Purtroppo così non avvenne perchè in seguito ad incontri fra i vertici della Chiesa e del Governo, il 21 giugno 1929 vennero firmati gli Arreglos (Accordi) che imponevano ai Cristeros di deporre le armi in cambio dell'immunità e di concessioni alla Chiesa Cattolica. Il Governo rivoluzionario non rispettò gli Arreglos e non appena i Cristeros deposero le armi ne vennero massacrati più di 5.000.


In Messico soltanto quest'anno si è riformato l'art. 24 della Costituzione affinchè venisse riammessa la libertà di religione.
La Cristiada messicana ha lasciato sul campo una miriade di martiri che il Santo Padre Giovanni Paolo II ha provveduto ad innalzare agli onori degli altari. Per maggiori informazioni cliccate qui nel bel sito di don Luciano  che ne scrive ampiamente.  
    
Alla fine dell'Anno Santo 1925 il Papa Pio XI proclamò la Solennità di Cristo Re. Pochi mesi dopo, in Messico, ebbe inizio la 'Cristiada', che proprio in nome di Cristo Re difendeva la sovranità di Cristo nel mondo, nella società e nel cuore dell'uomo!
 
Proprio quest'anno è stato presentato il film sui Cristeros messicani. Il produttore Pablo J. Barroso è un imprenditore messicano e fervente cattolico.   

venerdì 7 settembre 2012

Bella addormentata

E' il film di Marco Bellocchio, sulla storia di Eluana Englaro. Riporto alcuni spezzoni della recensione fatta da Assuntina Morresi, perchè io il film non l'ho visto e non ho intenzione di farlo, neanche per pura e mera curiosità!  Il perchè è presto detto: il regista è dichiaratamente anti-cattolico, dalle idee 'politicamente corrette' e segue la scia disfattista, nevrotica e mortifera di chi ha bandito Dio dalla propria vita, credendo di poter risolvere tutto senza di Lui e nel modo più congeniale ai propri desideri e convinzioni. Il film, dunque, plaude all'eutanasia, approvando la scelta fatta dal padre di Eluana, contro ogni buon senso, contro il rispetto dovuto alla figlia bisognosa di cure e protezione.
 
"La nota ossessione anticattolica di Bellocchio, per la quale i preti e le suore hanno sempre un’aria cupa o, nel migliore dei casi insignificante, e spuntano continuamente da tutte le parti insieme a simboli sacri e a preghiere e canti dai toni vagamente mortiferi, fa da sfondo alle diverse storie che si intrecciano negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro, ripercorsi in spezzoni di telegiornali e notiziari trasmessi in tv, ai quali assistiamo insieme agli attori. Ma le storie raccontate hanno tutte il sapore del dejà vu, con i loro percorsi banalmente corretti.

I rapporti familiari sono tutti tragici o almeno molto problematici – a partire da “I pugni in tasca”, per Bellocchio la famiglia non è mai stata una risorsa .


Chi dice di credere, secondo Bellocchio, non crede veramente ma prega per fissazioni nevrotiche – come l’attrice – e comunque nei momenti importanti della vita, di fronte al grande dolore o al grande amore, non segue la Chiesa e si comporta come fanno tutti (lo dice sempre pure Marco Pannella): la donna in fin di vita chiede l’eutanasia subito dopo aver ricevuto i sacramenti; la ragazza pro-life abbandona la recita del rosario per raggiungere l’innamorato e ha cura, appena prima di fare l’amore, di girarsi dietro la schiena il crocefisso appeso alla sua catenina, come per buttarsi alle spalle qualcosa di inutile. Tutte trovate francamente grossolane e talvolta anche un po’ ridicole, che appiattiscono i protagonisti su stereotipi che sanno di stantìo.

La rappresentazione della politica è banalmente in linea con tutto il resto: i politici sono tutti depressi e cinici, Berlusconi è onnipresente, il Pdl è il partito in cui si cura innanzitutto l’immagine, chi vota a favore della legge per salvare Eluana lo fa pressato dal partito, per compiacere Berlusconi ed essere ancora eletto.

Non poteva mancare il fervorino pro-Beppino Englaro.
Miglior attore non protagonista, Gaetano Quagliariello nella parte di se stesso, riproposto nella famosa scena al Senato in cui dice che Eluana non è morta, è stata ammazzata”, unica traccia della grande, generosa e nobile battaglia pubblica, politica e culturale, che ha segnato veramente quei giorni drammatici. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo, e nessun guizzo di sceneggiatura, né di regia. La storia di Eluana aspetta ancora di essere raccontata".