La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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venerdì 2 marzo 2018

Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno

Sembra essere una realtà della psicologia umana che, quando si avvicina la morte, il cuore dell’uomo esprima parole d’amore a coloro che gli sono più vicini e più cari: non vi è ragione di pensare che fosse stato diverso per il Cuore dei cuori. Se egli parlò secondo una sequenza graduale a coloro che amò maggiormente, allora possiamo aspettarci di trovare le sue prime tre parole secondo l’ordine del suo amore e affetto. Le sue prime parole erano rivolte ai suoi nemici: «Padre, perdonali...»; le seconde, ai peccatori: «...oggi sarai con me nel paradiso»; le terze, ai santi: «Donna, ecco tuo figlio...». Nemici, peccatori e santi: questo è l’ordine dell’Amore divino e della sua sollecitudine.
Gli spettatori aspettavano ansiosi la sua prima parola. I suoi carnefici aspettavano le sue grida, come avevano fatto tutti coloro che erano stati appesi alla croce prima di lui. Seneca racconta che coloro che venivano crocifissi maledivano il giorno della loro nascita, i loro carnefici, le loro madri; sputavano persino su chi li guardava. Cicerone ci dice che a volte era necessario tagliare loro la lingua, per frenare le loro terribili bestemmie. Quindi i carnefici di Gesù si aspettavano di udire un grido, ma certo non quel tipo di grido che di fatto udirono. Anche gli scribi e i farisei si aspettavano delle grida ed erano sicuri che Gesù, che aveva predicato l’amore verso i propri nemici e di fare del bene a chi ci odia, avrebbe dimenticato questo suo vangelo quando gli sarebbero stati forati le mani e i piedi. Essi pensavano che la terribile e straziante sofferenza avrebbe disperso al vento la forza d’animo che Gesù avrebbe potuto darsi per salvare le apparenze. Tutti, insomma, si aspettavano di sentirlo gridare ma nessuno, ad eccezione dei tre ai piedi della croce, pensava di ascoltare quel grido. Come quegli alberi profumati che lasciano il loro profumo sulla scure che li abbatte, così il grande Cuore appeso all’albero dell’amore esalò dal più profondo di se stesso non un grido, ma una preghiera. La soave, dolce, umile preghiera del perdono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».
Perdonare chi? Perdonare quali nemici? Il soldato nel palazzo di Caifa che lo schiaffeggiò; Pilato, l’uomo politico che preferì condannare Dio per poter rimanere amico di Cesare; Erode, che avvolse la Sapienza con il manto della stoltezza; i soldati che innalzarono il Re dei re su di un albero, fra cielo e terra: perdonarli? Perdonarli, perché? Perché sanno quello che fanno? No, perché non sanno quello che fanno. Se avessero saputo quello che stavano facendo e tuttavia avessero persistito nel farlo, se avessero saputo quale terribile crimine stavano commettendo condannando la Vita a morte; se avessero saputo quale perversione della giustizia era stata quella di aver scelto Barabba al posto di Cristo; se avessero saputo che crudeltà era quella di prendere quei piedi, che avevano camminato sulle colline eterne, per inchiodarli su di un albero; se solo avessero saputo ciò che stavano facendo e tuttavia avessero persistito nel farlo, incuranti del fatto di sapere che quel sangue che stavano versando poteva redimerli, non sarebbero mai stati salvati! Perché? Perché se non fossero stati ignari di quanto terribile fosse quell’azione che stavano commettendo, crocifiggendo Cristo, sarebbero stati dannati eternamente! È solo grazie alla loro inconsapevolezza della gravità del crimine che stavano commettendo che poterono rientrare nell’ambito di coloro che udirono quel grido dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!
Non vi è redenzione per gli angeli caduti; quei grandi spiriti capeggiati dal «Portatore della luce», Lucifero, dotato di un’intelligenza tale che la nostra, comparata alla sua, sembrerebbe quella di un bambino, conoscevano così chiaramente le conseguenze di ogni loro decisione, quanto noi sappiamo che due più due fa quattro. Il prendere una decisione era per loro una cosa irrevocabile; non vi era nessuna possibilità di tornare indietro, per questo per gli angeli non vi può essere redenzione. Poiché sapevano ciò che facevano furono esclusi dal numero di coloro che ascoltarono il grido di perdono che veniva dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!
 
Allo stesso modo, se noi sapessimo che cosa terribile sia il peccato e, malgrado ciò, continuassimo a peccare; se sapessimo quanto amore vi è nell’incarnazione e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di nutrirci del Pane di vita; se sapessimo quanto amore espiatorio ci sia stato nel sacrificio sulla croce e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di riempire il calice del nostro cuore con il suo amore; se sapessimo quanta misericordia vi sia nel sacramento della penitenza e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di piegare il ginocchio davanti alla mano che ha il potere di sciogliere i nostri peccati sia in cielo che in terra; se sapessimo quanta vita ci sia nell’eucaristia e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di mangiare il Pane che dà la vita eterna e rifiutassimo di bere il Vino che genera e alimenta i vergini; se conoscessimo tutta la verità che si trova nella Chiesa, il corpo mistico di Cristo e, malgrado ciò, le voltassimo le spalle come fece Pilato; se fossimo consapevoli di tutte queste cose e tuttavia rimanessimo lontani da Cristo e dalla sua Chiesa, saremmo perduti!
 
Non è la conoscenza che ci salva, ma l’ignoranza! L’unica cosa che può giustificarci di non essere dei santi è la nostra inconsapevolezza di quanto buono sia Dio!

'Le ultime sette parole'.

Meditazioni per la Quaresima.

Mons. Fulton John Sheen

mercoledì 21 febbraio 2018

Non voglio avere la sapienza del mondo

O Gesù! Non voglio avere la sapienza del mondo; non voglio conoscere come vengono forgiati i fiocchi di neve o dove si nascondono le tenebre o dove si trova il grembo da cui nascono i ghiacci; non voglio sapere perché l’oro cade pesantemente in terra, mentre il fuoco si eleva leggero al cielo; non mi interessano né la letteratura né la scienza, non m’importa conoscere le quattro dimensioni dell’universo in cui viviamo; non voglio sapere quanti anni luce misura l’universo, non voglio conoscere l’ampiezza della danza che compie la terra attorno al carro solare; nemmeno la distanza delle stelle, quelle piccole, nivee candele notturne; non intendo sapere quanto sia profondo il mare, né conoscere i segreti dei suoi abissi. Voglio ignorare tutto questo pur di conoscere la lunghezza, l’ampiezza, l’altezza e la profondità dell’amore del nostro Salvatore e Redentore, morto sulla croce. Voglio essere ignorante di tutto quello che riguarda il mondo, pur di conoscere te, Gesù. Allora, per un oltremodo strano paradosso, possederò la vera sapienza!

"LE ULTIME SETTE PAROLE-MEDITAZIONI PER LA QUARESIMA"
 di Mons. Fulton Sheen
 


 
 

 

lunedì 5 giugno 2017

Imparare ad amare


Un'antica consuetudine pone il mese di giugno al centro della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Ecco un breve pensiero tratto  dal libretto “Il Sacro Cuore – Mese al Sacro Cuore di Gesù-” del Salesiano don Giuseppe Tomaselli:
 
"Le richieste che Gesù fece a Santa Margherita furono diverse; la più importante, anzi quella che tutte le racchiude, è la richiesta dell’amore. La devozione al Cuore di Gesù è devozione di amore.
Amare e non essere ricambiati nell’amore, è cosa che rattrista. Fu questo il lamento di Gesù: vedersi trascurato e disprezzato da coloro che tanto ha amato e tanto continua ad amare. Per spingerci ad innamorarci di Lui, presentò il Cuore fiammeggiante.
 
Il Cuore! … Nel corpo umano il cuore è il centro della vita; se non pulsa, c’è la morte. Esso è preso come simbolo di amore. – Ti offro il cuore! – si dice a persona amata, volendo significare: Ti offro quanto ho di più prezioso, tutto il mio essere!
 
Il cuore umano, centro e sorgente degli affetti, deve battere prima di tutto per il Signore, Sommo Bene. Quando un dottore della legge chiese: Maestro, qual è il più grande comandamento? – rispose Gesù: Il primo e massimo comandamento è questo: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente … (S. Matteo, XXII – 3G).
L’amore di Dio non esclude altri amori. Gli affetti del cuore possono anche dirigersi al nostro simile, ma sempre in rapporto a Dio: amare il Creatore nelle creature.
E’ ottima cosa quindi amare i poverelli, amare i nemici e pregare per loro. Benedice il Signore gli affetti che uniscono i cuori degli sposi: dà gloria a Dio l’amore che i genitori portano ai figli ed il loro ricambio.
Se il cuore umano si lascia senza freno, facilmente vi sorgono gli affetti disordinati, che talora sono pericolosi e talvolta gravemente peccaminosi. Il demonio sa che il cuore, se è preso da ardente amore, è capace del più grande bene o del più grande male; perciò quando vuol trascinare un’anima all’eterna perdizione, comincia a legarla con qualche affetto, dicendole dapprima che quell’amore è lecito, anzi doveroso; poi le fa comprendere che non è un gran male ed in fine, vedendola debole, la getta nell’abisso del peccato. È facile conoscere se l’affetto ad una persona è disordinato: nell’anima resta l’inquietudine, si soffre di gelosia, si pensa di frequente all’idolo del cuore, col pericolo di svegliare le passioni. Quanti cuori vivono nell’amarezza, perché il loro amore non è secondo la volontà di Dio!
Il cuore non può essere pienamente appagato in questo mondo; cominciano a pregustare la sazietà del cuore, preludio della felicità eterna, soltanto coloro che rivolgono gli affetti a Gesù, al suo Sacro Cuore. Quando Gesù regna sovrano in un’anima, questa trova la pace, la vera gioia, avverte nella mente una luce celeste che l’attrae sempre più al ben operare. I Santi amano fortemente Dio e sono felici anche nelle inevitabili pene della vita. San Paolo esclamava: Sovrabbondo di gioia in ogni mia tribolazione … Chi può separarmi dall’amore di Cristo? … (II Corinti, VII-4). I devoti del Sacro Cuore devono nutrire sempre affetti santi e tendere all’amore di Dio. L’amore si alimenta col pensare la persona amata; perciò si rivolga spesso il pensiero a Gesù e s’invochi con fervorose giaculatorie. Quanto piace a Gesù l’essere pensato! Diceva un giorno alla sua Serva Suor Benigna Consolata: Pensami, pensami spesso, pensami di continuo!"
 
Tratto da QUI

lunedì 27 febbraio 2017

Riflesso del 'saeculum'


"Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo”.
 
(Josef Zverìna, teologo cecoslovacco)
 
 
Queste parole sono alquanto sconcertanti nella loro verità. Perché quando un cristiano non è più sale né luce della terra diventa un banale, pericoloso e pallido riflesso del mondo secolarizzato (il saeculum) dal quale si è fatto plasmare a sua immagine e somiglianza. Il cristiano che non annuncia la verità di Cristo tutta intera, ripete, come eco stonata e cacofonica, le parole del mondo che  lo hanno attirato a sé come sirena nel mare della desolazione, popolato dagli spettri di chi vive avviluppato nel proprio io.  Il cristiano che non ama la legge del Signore e le parole che escono dalla sua bocca, sarà strumento utilissimo alla causa di chiunque desideri cancellare per sempre l'immagine di Dio Creatore nell'essere umano, per sostituirsi a lui quale moderno demiurgo.
 
Un cristiano che non accetta più la Via, la Verità e la Vita ha fatto morire Dio prima nel suo cuore e poi nel cuore degli altri.
 

venerdì 16 dicembre 2016

Natale: invito alla conversione

Come si fa a sentire la dolcezza infinita del Natale di Cristo se non si avverte tutto il bisogno di misericordia che abbiamo? La tenerezza della bontà di Dio, che scende sulla terra, è avvertita da chi sente il cocente bisogno di essere perdonato e riedificato. Per questo il Natale è un grande invito alla conversione.

Che senso avrebbe contemplare la bontà di Dio per noi, la sua tenerezza per noi nel Dio-Bambino che nasce a Betlemme, dimenticando che Lui è qui per liberarci dal peccato e dalla morte? E che senso avrebbe considerare la sua opera di salvezza per noi, non domandando perdono dei nostri peccati? Nostro Signore viene nel mondo per liberarci dal peccato e noi gli diremo che non abbiamo peccato? Viene nel mondo l'Eterno, per liberarci dall'abisso del male e noi gli diremo che il nostro peccato non è poi così grave? Questo equivarrebbe al rifiuto di Cristo stesso.
Questo mondo, che non chiede perdono perché ha perso il senso del peccato, non può capire il Natale cristiano e infatti ne fa un gran “pasticcio”. Ne siamo sempre più convinti, il mondo non si divide tanto in giusti e ingiusti, ma sopratutto si divide tra chi intona il “Miserere” e chi continua a non farlo.  È questa la grande separazione che passa nel mondo. E oggi passa terribilmente anche dentro la Chiesa.
Difronte ai fatti che accadono chi ancora domanda perdono per i propri peccati? E cosa deve ancora accadere perché si intoni il Miserere? Catastrofi naturali, gravi situazioni sociali non ci inducono al dolore dei peccati.
E il Natale nell'anno dei terremoti e delle leggi più immorali che la storia abbia mai conosciuto, passerà edulcorato nella solita falsificazione.
È questa la malattia del mondo, che non avendo il senso di Dio ha perso il senso del peccato; è questa la malattia che è entrata potentemente nella Chiesa grazie all'aggiornamento; e la chiesa aggiornata si appresta anch'essa a “pasticciare” per l'ennesima volta col Natale perché non ricorda più che Gesù viene a liberare l'uomo dal tremendo suo peccato.
È proprio sorto un “nuovo cristianesimo” che non sa cosa sia la compunzione e la penitenza.
Eppure tutta la Rivelazione parla invece di un invito urgente alla conversione. Nostro Signore non dice che questo, e la sua misericordia sta proprio nell'intimare la conversione e nell'ottenerci con la sua Incarnazione - Passione e Morte, la grazia necessaria perché il nostro cambiamento accada.
Per chi si scandalizza del nostro scrivere citiamo solo uno dei tanti passaggi del Vangelo dove l'appello al pentimento risuona:

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»” (Lc 13, 2-4).
Non si tratta di fare gli “avvoltoi” sulle sofferenze degli altri; piove sui giusti e sugli ingiusti; i santi sono chiamati a portare croci come i peccatori. Si tratta però di rendersi conto che il mondo ed anche la natura sono sconvolti dal peccato degli uomini. Si tratta di sentire il dolore del proprio male mentre scorgi il male diffuso nel mondo: umanamente sembri non centrare nulla, ma soprannaturalmente centra eccome, perché il mio peccato contribuisce sempre al male del mondo intero.Eppure tutto accade senza che si intoni il Miserere! E quanto deve ancora accadere perché il cuore si risvegli dentro un salutare dolore? Quando i Pastori della Chiesa, Vescovi e sacerdoti, torneranno ad essere guide del popolo nella verità, intimando la pubblica penitenza a tutto il popolo? Quando per primi, dopo essere stati l'eco fedele del richiamo di Cristo alla conversione, per primi precederanno il popolo in questa pubblica penitenza?
Difronte agli avvenimenti dolorosi, che siano terremoti o violenze umane, la Chiesa deve ricordare l'appello alla conversione, deve intonare pubblicamente il suo Miserere, altrimenti tradisce il suo compito, e questo è terribile!

Nei secoli, in tutti i secoli, ma proprio tutti, il popolo cristiano ha fatto così: guidato dai suoi pastori si è affidato all'intercessione dei santi per chiedere a Dio misericordia... perché ha assaggiato già in questo mondo le conseguenze del suo peccato. Ma al popolo cristiano oggi mancano pastori così, che abbiano il coraggio di bandire la pubblica penitenza, e così i pastori finiscono per abbandonare il popolo al suo destino. Ma al popolo cristiano rischiano di mancare anche i santi, quelli veri, cui affidare la propria penitenza difronte a Dio: abbiamo cercato nuovi santi, quelli di un cristianesimo facile fatto di esperienza spirituale senza dolore dei peccati, senza compunzione. Abbiamo tolto dalla vita dei nuovi santi la penitenza, ingombrante retaggio di una cristianità che fu. I pastori ammodernati e i santi edulcorati non fanno penitenza e non fermano il male, e saranno presto rigettati come inutili: ma quanto deve ancora accadere perché ci si risvegli?
Fare un Natale senza rispettare lo spessore del mistero del male sarebbe banalizzare la venuta di Cristo in mezzo a noi.

Fare un Natale senza penitenza e domanda di conversione sarebbe misconoscere perché Cristo nasce a Betlemme.

Non c'è un Gloria senza Miserere, almeno nel cristianesimo.L'anno santo è terminato, ma se non ci ha invitati alla penitenza è stato vano: chiediamo alla misericordia di Dio che così non sia.
 

giovedì 15 dicembre 2016

Con gli occhi dell'amore


“L’amore è la preghiera più alta. Se la preghiera è regina delle virtù, allora l’amore cristiano è Dio, perché Dio è amore.
 
Guardate al mondo solo attraverso l’amore, e i vostri problemi scompariranno: vedrete dentro di voi il Regno di Dio, nell’uomo un’icona, nella bellezza terrena l’ombra del paradiso”.
 
(Padre Alipj, al secolo Ivan Voronov, namestnik del monastero delle Grotte di Pskov, morto il 12 marzo 1975)

martedì 29 novembre 2016

Al di là di Dio e dell'uomo


-Se Dio non esistesse, se fosse progressivamente liberata la mente umana da questo retaggio arcaico, l’uomo vivrebbe meglio e il mondo raggiungerebbe una condizione ideale-
 
Più o meno questo ha dichiarato uno dei tanti intellettuali “parigini”, sazi e soddisfatti come certi borghesi tratteggiati impareggiabilmente dal genio di Balzac. Lascio da parte, la critica alle grandi e tragiche ideologie atee novecentesche, si commentano da sole, come si commenta e ”suicida” l’illusione positivista. Preferisco guardare al singolo uomo.
Per comprendere e rispondere ad una simile provocatoria battuta, del tutto infondata, rispondo subito con un’altra battuta, questa volta solida: senza Dio semplicemente non esisterebbe l’uomo.
 
Non chiamo in causa a sostegno della mia tesi tutta l’antropologia religiosa o la mirabile analisi di Eliade e molteplici altri colleghi, che chiamano l’uomo, Homo religiosus, come dire: dove sta l’uomo sta Dio.
Sia sufficiente qui osservare come Dio si affacci nella mente e nel cuore umani, come esigenza; se non avessimo bisogno di Lui che senso avrebbe parlarne?
Dio non deve essere dimostrato, come non deve essere dimostrata la fame di “pane che perisce,” tutti i desideri mondani stanno li a confermarla, mi chiedo piuttosto se esista una fame di “pane che non perisce”, che mai si consuma. Direi di si. Ogni atto d’amore, la storia di tutte le arti e scienze non anela che a questo.
 
L’uomo cerca Dio, come cerca un riparo quando fuori gela, l’uomo cerca Dio perché lo sguardo umano penetra troppo la natura, non si limita ad ammirarla. L’occhio dell’uomo è più di un ” occhio fisico”, è “occhio” morale, “occhio” poetico, “occhio” che ama, “occhio” di giustizia, “occhio” che non si accontenta. Chi cerca Dio ha un occhio più grande, vede di più e per questo soffre di più; perché il mondo visto per quello che è realmente non basta. I semplici animali invece stanno nella natura perfetti, ma come ciechi.
Anche chi nega Dio a volte ha un “occhio grande”, ma esso si ferma alla presa d’atto delle troppe incongruenze della vita. E allora ” l’occhio” diventa cieco e nega Dio, con ciò in realtà affermandone la necessità. Non dice forse Gesù: ” io sono venuto a dare la vista ai ciechi e a toglierla a coloro che dicono di vedere”. Questo è ” il grande gioco della vita”, la Divina Commedia.
Da questo gioco restano fuori i superficiali, quelli che non sono ne caldi ne freddi, e perciò verranno vomitati, come recita la Bibbia.

Se neghi Dio, lo devi sostituire, con un surrogato, quello che la scrittura chiama idolo. Per eliminare Dio dal cuore dell’uomo devi dunque abbassare l’uomo, in primo luogo convincendolo che esso è solo natura nella natura. Cieco anche lui, occupato a fissare la materia e l’energia e ad usarle. Utile, ma non basta.
Se vuoi liberarti di Dio devi rimpicciolire i desideri umani, renderli terrigni, brevi, veloci, infiniti e perciò mai paghi, devi sostituire ad un solo Grande Desiderio, ad una sola grande Nostalgia, la moltitudine degli stimoli nervosi. Con sommo gaudio degli psichiatri.
Devi dar vita, in una parola, alla società dei consumi senza fondo; tutto deve durare poco, tutto deve avere una scadenza. Per questo il pensiero stesso di Dio, da fastidio ed è di fatto estirpato dalla logica del fare e del produrre. Dio non ha scadenza. Il Padre nostro è sempre lo stesso, anche quando si accomodino le parole per renderlo al passo con i tempi. Dio è il contemporaneo ma non è al passo con i tempi. Nella realtà basta un piccolo frammento di amore, un dolore che vuole risposta, basta l’innocenza di un bambino che ti guarda, basta una poesia, o un brano musicale e l’intero apparato materialista vacilla.
Per cancellare Dio, ripeto, deve sparire l’uomo; non vogliono forse questo i “falsi profeti” del trans-umanesimo? Negare ogni natura, per riscrivere tutto. Nella polvere della loro disperazione.

(Articolo scritto da Marco Luscia e tratto da qui)

mercoledì 21 settembre 2016

Cose di cui non si parla più

VERGINITA'
 
(...)Si tratta di una vocazione sublime, che deve continuare ad essere ritenuta in altissima considerazione nella vita della Chiesa e che deve essere custodita e preservata educando senza paura i giovani al valore della verginità, non avendo nessunissimo timore di opporsi con forza, coraggio e sante motivazioni alla “sessolatria” dominante e ricordando che la verginità è custodia non solo di un’eventuale futura scelta di vita consacrata, ma anche della santità dei matrimoni, che hanno la pienezza della divina benedizione solo quando entrambi gli sposi, dominandosi, sanno portare all’altare il giglio della verginità, donando l’uno all’altra proprio questa perla preziosissima: l’illibatezza di un corpo inviolato, illibato, incontaminato, che da nessun altro sarà conosciuto se non da chi diventerà per sempre una cosa sola col coniuge. Cosa ci può essere di più bello, di più desiderabile, di più autentico di un tale (vero) amore? Che prima di dire il “sì” per sempre, ha saputo custodirlo con tanti “no”, anche a costo di non poche rinunce e sacrifici?

PUDICIZIA
 
Diversa dalla verginità è la pudicizia, che consiste nella capacità di mantenere la decenza e il pudore in tutti gli atti della persona, non solo in quelli a contenuto direttamente sessuale, ma anche in tutti quelli che, in qualche modo evocano questo mondo. Il pudore spinge a trattare il proprio corpo con “santità e rispetto” (1Ts 4,4) e non come oggetto da ostentare per provocare, sedurre ed eccitare, come purtroppo ormai quasi dovunque vediamo accadere.
 
Sia la donna che l’uomo hanno il dovere di non indurre le altre persone al peccato ostentando in maniera maliziosa il proprio corpo, evitando vesti indecenti o inappropriate, così come qualunque artificio che in qualche modo possa suscitare o risvegliare la concupiscenza nel prossimo.
In questo campo ha grandissima importanza l’educazione, tanto più quanto maggiormente i costumi contemporanei sono scivolati verso un’immodestia pressoché generalizzata, che non poche volte scade in volgarità o addirittura oscenità, che a loro volta sono tanto più gravi quanto più disinvoltamente e provocatoriamente ostentate ai quattro venti. (....
 
(....) senza (ovviamente) cadere in fanatismi o esagerazioni, in inutili anacronismi o in estremismi controproducenti, è necessario riscoprire il rispetto del proprio e dell’altrui corpo, una sana e santa eleganza nel vestirsi, il sentirsi a proprio agio (da parte delle donne) nella loro sacrosanta e benedetta femminilità, il riscoprire la vera dignità del corpo umano, tempio dello Spirito Santo e abitazione terrena dell’anima immortale, destinato ad essere rivestito e coronato di gloria nella misura in cui in questa vita avrà concorso alla santità di ogni singola persona, sarà stato custodito con dignità e rispetto, sarà stato trampolino di elevazione, abbellimento e nobilitazione dell’uomo e non strumento per la sua degradazione, avvilimento e abbassamento.
 

martedì 12 aprile 2016

La virtù dell' intolleranza

 
Tolleranza: di solito, oggi, si dà a questa parola un senso elogiativo. Quando diciamo che qualcuno è “tollerante”, affermiamo implicitamente che è una persona di grande anima, cuore generoso, larghe vedute, disinteressata, comprensiva, simpatica, giudiziosa, benevola e via dicendo. Al contrario, il qualificativo di “intollerante” porta con sé una lunga scia di rimproveri: spirito grezzo, temperamento bilioso, malevolo, incline alla diffidenza, odioso, vendicativo, pieno di risentimento, ecc.
 
In realtà, nulla di più unilaterale. Infatti, se vi sono casi in cui la tolleranza può essere un bene, vi sono altri casi in cui è un male. E può costituire perfino un crimine. Quindi, nessuno merita plauso per il fatto di essere metodicamente tollerante, oppure intollerante, bensì per essere l’uno o l’altro secondo le circostanze.
Il problema, quindi, si sposta. Non si tratta di sapere se dobbiamo essere tolleranti o intolleranti, come norma. Si tratta, piuttosto, di chiederci quando dobbiamo essere l’uno o l’altro. Innanzitutto, va notato che vi è una situazione in cui il cattolico deve essere sempre intollerante. E questa regola non ammette eccezioni. È quando, o per compiacere qualcuno o per evitare un male maggiore, gli si chiede di commettere un peccato. Ogni peccato è un’offesa a Dio. Ed è assurdo pensare che vi siano situazioni in cui Dio possa essere virtuosamente offeso. Così, ad esempio, con il pretesto di riscuotere la loro simpatia, nessuno ha il diritto di essere tollerante nei confronti di amici che vestono in modo immorale, hanno una vita dissoluta, vantano atteggiamenti licenziosi o frivoli, difendono idee temerarie o sbagliate e via dicendo. Un altro esempio: un cattolico ha un dovere di lealtà nei confronti della filosofia scolastica. Non gli è lecito, con il pretesto di attirare la simpatia di un determinato ambiente, professare un’altra filosofia. È una forma di tolleranza inammissibile. Pecca contro la verità chi professa un sistema di pensiero nel quale sa che vi sono errori, anche se non sono direttamente contro la Fede.
In tali casi, i doveri dell’intolleranza vanno oltre. Non è sufficiente astenersi dal fare il male. Non bisogna mai approvarlo, sia per azioni sia per omissioni.
Un cattolico che, di fronte al peccato o all’errore, assume un atteggiamento di simpatia o di indifferenza, pecca contro la virtù dell’intolleranza. Questo succede, per esempio, quando assiste con un sorriso, senza restrizioni, a una conversazione o una scena immorale, o quando, in una discussione, riconosce che l’altro ha il diritto di professare qualsiasi punto di vista in tema di religione. Questo non è rispettare l’avversario, bensì acconsentire ai suoi errori e suoi peccati. Qui si sta approvando il male. E questo non è mai lecito per un cattolico.
(Plinio Corrêa de Oliveira)
Tratto da qui
 
 
 
 
 
 
 
 

 

giovedì 15 ottobre 2015

¡Solo Dios basta!

Oggi è la festa liturgica di santa Teresa d'Avila, vergine e dottore della Chiesa e proprio quest'anno, dato che ricorre il 500.mo anniversario della sua nascita (28 marzo 1515), è dedicato in modo particolare a lei.  Santa Teresa è stata donna di eccezionali talenti dei quali si è avvantaggiato il mondo intero. Già, perché un santo appartiene a tutta l'umanità e la sua azione attraversa il mondo da nord a sud, da est ad ovest, senza esclusioni, anche se dovesse restare confinato in un luogo qualunque della terra, in una casa, in un monastero, da qui l'irradiazione della grazia raggiungerà il mondo intero.
 
Il Santo appartiene a Dio, è figura di Dio, opera in nome di Dio perché ha donato se stesso a Dio. Il Santo è strumento attraverso il quale Dio agisce nel mondo e sul mondo. Unico scopo del Santo è amare e servire Dio attraverso l'uomo e unico scopo di Dio è amare e salvare l'uomo anche attraverso il Santo.
Perché un Santo ci attira, ci entusiasma e ci interessa? Perché lo preghiamo al fine di ottenere una grazia?  Perché il Santo ci mostra Dio; attraverso la sua figura, le sue opere, le sue parole, i suoi miracoli traspare Dio con la Sua bontà ed onnipotenza. E' Dio che cerchiamo quando ci appassioniamo ad un Santo, in risposta ad un richiamo di Dio, ed è Dio che ci cerca quando preghiamo un Santo. E' la luce dell'Eternità che ci illumina quando ci lasciamo entusiasmare dalla vita di un Santo.
Qui si vede l'interdipendenza che esiste tra Dio e la sua creatura, tra Dio ed il Santo che è la creatura che meglio risponde alla Sua chiamata.
In fondo il nostro cuore sa di cosa ha bisogno la nostra vita per essere piena e felice.
E' solo Dio che cerchiamo......il suo fascino ci prende e ci attira proprio mentre ammiriamo il fascino che emana la personalità di un Santo. In quel corpo reale noi cerchiamo la realtà di Dio. Nei suoi occhi noi cerchiamo lo sguardo umano di Dio. Nel suo cuore noi cerchiamo la bontà di Dio ed il suo amore per noi. Nelle sue parole e nelle sue opere noi cerchiamo il Dio fatto Uomo che compie miracoli e prodigi nella quotidianità.
Dio non si vede ma si manifesta attraverso i Santi! Dio non smette mai di parlare al mondo e lo fa attraverso i Santi. Egli ci chiama, ci attira a Sé e noi, attirati misteriosamente dal fascino del Cielo, rispondiamo a questo richiamo d'amore lasciandoci affascinare dal Santo, perché nel Santo noi vediamo Dio che non disdegna di mostrarsi a noi nel Santo.............      

martedì 4 agosto 2015

Vivere e vivacchiare

Essere e vivere da cattolici comporta un impegno non indifferente. A volte esso ha i contorni di una sfida e di una battaglia! Spesso è una sfida con noi stessi, altre volte col mondo intero. Ciò implica una vigilanza, un'attenzione, l'essere pronti, in gamba, informati. Non è ammesso essere ignoranti sulle verità di fede e su come gira il mondo. La cosa più importante però è amare e seguire il Signore Gesù, perché essere cristiani cattolici non vuol dire imparare, seguire e rispettare delle regole ma mettersi alla sequela del Maestro che è Cristo Gesù, nella Chiesa, attraverso il Magistero e l'esempio dei santi.
 
Non sempre è facile, anzi! In alcuni territori del mondo, dove la fede cristiana è minoranza, può diventare molto arduo o perfino pericoloso parlare o addirittura mostrarsi come cristiani, pena la morte, il linciaggio o l'accusa di blasfemia. Lo scenario però non è migliore nei nostri civilissimi Paesi d'Europa dove la testimonianza richiede coraggio sotto ogni profilo, perché qui stiamo rischiando la nostra stessa sussistenza dato che soffiano forti i venti delle ideologie. Ancora una volta, ancora, ancora nei nostri Paesi così evoluti, civili, sempre più laicizzati e lontani da Dio e per questo così disperati e senza senso. La storia, ancora intrisa del sangue versato negli ultimi due secoli, si prepara ad un'altra battaglia contro l'essere umano e la fede cristiana. Questa volta la battaglia da affrontare è sul terreno della famiglia, dei valori cristiani, dei principi non negoziabili, del rispetto per la vita umana. 
 
Siano di sprone le parole del beato Pier Giorgio Frassati che danno coraggio e forza per testimoniare la bellezza dell'essere cristiani cattolici alla sequela di Cristo, Salvatore del mondo:
    
 “Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare........Anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordare che siamo gli unici che possediamo la Verità”.
 
(Beato Pier Giorgio Frassati)

venerdì 24 luglio 2015

Nulla è impossibile a Dio!


È proprio una prostituta che Dio desiderava?
Sì, una prostituta: cioè la nostra natura!
 
Eppure, Lui, tanto grande e alto ha desiderato una prostituta. Perché? Per trasformarla da prostituta in vergine, perché Lui potesse diventare il suo Sposo (....)
 
Poi le chiede:
    “Non ti avevo piantata in Paradiso?”
    Gli risponde: “Sì”.
    “E come sei caduta di là?”
    “È venuto il diavolo e mi ha presa dal Paradiso!”
    “Sei stata piantata in Paradiso e lui ti ha messa fuori.
Ecco, io ti pianterò in me stesso. L'altro non osa avvicinarsi a me! Ti tiene il pastore e il lupo non viene più!”
 
    “Ma”, risponde, “io sono peccatrice e impura!”
    “Non ti preoccupare: io sono medico!”
 
Prima lei era figlia dei demoni, figlia della terra, indegna della terra; ora è divenuta figlia del Re! E questo perché così ha voluto Colui che di lei si è innamorato. Perché l'innamorato non bada alle maniere. L'amore non vede la bruttezza. Per questo, d'altronde, si chiama amore, perché molte volte ama anche i brutti.
 
Anche Cristo ha fatto così: ha visto la brutta, e innamoratosi di lei la rinnova! L'ha presa come Sua donna e come figlia Sua la ama e come Sua serva se ne prende cura, come vergine la protegge e come paradiso la cinge, come membra del Proprio corpo la cura e quale suo capo provvede per lei, come radice la pianta e come pastore la guida e come sposo la prende sua sposa, come vittima espiatoria la perdona e quale pecora si sacrifica, come sposo ne mantiene e cura la bellezza e come coniuge provvede perché non le manchi niente.
 
    Oh! Tu Sposo, che fai bella la bruttezza della sposa!
 
(San Giovanni Crisostomo)

lunedì 20 luglio 2015

Autocensura ingannevole


Se è vero che bisogna essere molto attenti a non parlare mai male del prossimo, però bisogna anche guardarsi dall'estremo opposto, in cui cadono alcuni, i quali, per paura di fare della maldicenza, lodano e dicono bene del vizio. 
Se ti imbatti in un maldicente senza pudore, per scusarlo, non dire che è una persona libera e franca;
di una persona apertamente vanesia, non dire che è generosa e senza complessi;
le libertà pericolose non chiamarle semplicità e ingenuità;
non camuffare la disobbedienza con il nome di zelo, l'arroganza con il nome di franchezza, la sensualità con il nome di amicizia.
 
Cara Filotea, per fuggire il vizio della maldicenza, non devi favorire, accarezzare, e nutrire gli altri vizi; 
ma con semplicità e franchezza, devi dire male del male e biasimare le cose da biasimare; solo se agiamo in questo modo diamo gloria a Dio.
 
San Francesco di Sales
Filotea

mercoledì 3 giugno 2015

La luce, lo specchio e la perfezione perduta


La luce mette in rilievo le forme e ne definisce i contorni, ma nel contempo mette in risalto le ombre.
Mostra ogni dettaglio, di ogni oggetto svela la forma. Il colore viene esaltato nella sua brillantezza, il nero viene stemperato nella sua oscurità. La luce ha la capacità di mostrare la bellezza ma anche di rivelare la difformità e gli implacabili difetti. Ogni cosa alla luce del sole ha un aspetto veritiero, ogni cosa si mostra così com'è. Quando ci guardiamo allo specchio, la luce ci fa sembrare così come siamo. Niente rimane nascosto, ogni difetto, ogni ruga balzano allo scoperto. Guardandoci allo specchio ci vediamo così come siamo. Ci possiamo piacere oppure no. Possiamo vedere più difetti che tratti apprezzabili per bellezza. Eppure siamo noi stessi, è il nostro corpo che si mostra e ci parla, senza veli, senza ombre né oscurità e ci svela il senso del nostro vivere ed il segreto del tempo che passa. Ma il nostro corpo non è solo, non vive da solo, esso alimenta la nostra esistenza con la presenza dell'anima e, così come il corpo ha bisogno della luce per farci scoprire tutto della nostra dimensione corporea, così l'anima, che lo accompagna nel corso di tutta l'esistenza, ha bisogno della luce per farci scoprire il mistero delle cose che non  si vedono. La luce che alimenta l'anima non è luce di sole nè luce di lampada.
E' la luce di Dio, la Sua divina Presenza. Una luce che mai si spegne ed al cospetto della quale l'anima riesce a vedere tutte le sue imperfezioni che si riverberano nei pensieri, nelle parole e nelle opere del corpo che la custodisce. La luce divina è talmente potente e chiara che chi si lascia illuminare resta abbagliato, attratto da tanto splendore e bellezza. Certo si resta smarriti nel vedere ogni piega della propria anima messa a nudo, piena di crepe e zone impervie ed aspre da bonificare, ma davanti alla luce di Dio l'anima prende il sopravvento sul corpo, lo domina, lo educa, lo disciplina, lo indirizza verso il bene, gli mostra la via da seguire e riempie la volontà di desideri santi ed alti. Così come il corpo ha bisogno anche dello specchio per realizzare la sua presenza fisica, così l'anima ha bisogno del Signore Gesù Cristo per specchiarsi ed identificarsi nella sua dimensione spirituale. Gesù Cristo è l'immagine che l'anima necessita trovarsi di fronte. Non desidera vedere se stessa riflessa nello specchio -come spesso accade al nostro corpo- ma ha la necessità di trovarsi di fronte solo la fonte della Bellezza e della Santità, Dio solo!
 
E' vero che se ci mettiamo davanti alla luce del Signore, che tutto illumina e scopre, resteremo come sconfitti, vedendo l'immagine della nostra anima abbruttita e buia a causa dei peccati, ma è pur vero che la luce ci mostrerà tutto ciò che in noi è da scartare, da pulire, da ristrutturare, da tagliare. I Santi sapevano mettersi davanti la luce del Signore, sicuramente ne avevano timore, perché erano consapevoli di essere creature peccatrici, ma sapevano anche confidare nella Sua grande misericordia, desiderosi di diventare puri, di imitare proprio Lui, il Signore Gesù Cristo, vera luce del mondo. Sapevano infatti che l'umiltà ed il coraggio di farsi abbagliare le tenebre dell'anima avrebbero dato loro la possibilità di procedere nel cammino di perfezione, alla fine del quale si sarebbero trovati al cospetto di Dio nella gioia del Paradiso.
Mettersi al cospetto della luce di Dio esige volontà di migliorarsi, di non peccare, di procedere sulla via dei suoi comandamenti, di fare scelte anche difficili o controcorrente, di avere coraggio, di essere forti, umili, di avere la volontà di amarLo, di seguirLo e di riconoscerLo in ogni circostanza della vita, nel dolore, nella malattia o nella gioia. Soprattutto vuol dire rendersi conto di essere peccatori e bisognosi di cure, di Dio che ci risana e può rendere la nostra anima pura e bianca come la neve immacolata che alla luce del sole risplende ancor di più. Bisogna volerlo con tutto il cuore. Bisogna desiderare la luce del Signore perché solo così, noi, viandanti sulle strade della perfezione perduta, troveremo la via che ci conduce a Casa.          

lunedì 16 marzo 2015

Intrattenetevi col cielo


 
 
È da tanto che voglio scrivere: osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete. 
(Pavel Florenskij ai figli)

mercoledì 4 marzo 2015

Schiavi dell'istinto

 
 
«Una libertà ridotta a puro parere, opinione e istintività, snerva nell’uomo la creatività produttrice di bene e lo rende schiavo dell’istinto, cioè ultimamente del potere, che in ogni epoca fissa regole e valori a seconda delle sue convenienze momentanee», con queste parole don Giussani metteva in risalto il netto contrasto che esiste tra la libertà intesa come anelito al bene, al bello, al buono e quel surrogato di libertà che affumica la bellezza della persona, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, per asservirla al potere dell'ideologia, soggetta a mutamenti e a condizionamenti. La schiavitù dell'istinto, sembra dia all'essere umano, con la capacità di mutare forma, di 'costruirsi' la propria immagine, il proprio 'io' in piena libertà, senza regole, né leggi, l'ebbrezza della libertà, dello scioglimento di ogni vincolo e legame, da Dio, dalle convenzioni sociali, dalla legge: l'uomo che crea l'uomo a sua immagine e somiglianza. Senza rendersene conto si mettono in contrasto tra loro corpo e psiche: una contrapposizione che lacera e ferisce la natura umana; una discrepanza tra la realtà oggettiva del corpo ed il vissuto esperienziale soggettivo che può creare una condizione di disagio.
 
La storia dei popoli sulla terra si alimenta spesso di miti e quello dall'attuale secolo potrebbe essere quello della libertà assoluta. Una libertà che sta generando chimere, e fiaccando le menti. In tutta questa libertà c'è posto per la verità? Si è ancora capaci di guardare il mondo con occhi limpidi, senza le suggestioni dei pregiudizi sulla realtà, la verità della fede e su Dio?
 
Questo detto arabo (se non mi sbaglio):
 
"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità.
Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero"

 mi pare possa gettare una luce per comprendere meglio i dati odierni dove mi sembra proprio che si stia cercando di cambiare la realtà e la verità per adattarla al proprio pensiero.

Perdendo il senso della realtà, alla quale dobbiamo restare saldamente ancorati, per non smarrire il significato e lo scopo della vita e dell'esistenza umane, si perde, poco a poco, tutto: fede, speranza, dignità, libertà..........
e quando si arriverà sull'orlo del baratro, lucidamente si sceglierà di saltarlo per lasciarsi ingoiare dal nulla.

E Gilbert Keith Chesterton lo aveva capito quando disse:  
 
'Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione.
Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione'.
 

giovedì 12 febbraio 2015

Un debole uccellino coraggioso

 
Come può un'anima così imperfetta come la mia aspirare a possedere la pienezza dell'Amore?
O Gesù, mio primo, mio solo Amico, tu che io amo unicamente,
dimmi che mistero è questo?
Perché non riservi queste immense aspirazioni alle grandi anime, alle Aquile che si librano nelle altezze?
 
Io mi considero invece un debole uccellino coperto solo da una leggera lanugine.
 
Non sono un'aquila: dell'aquila ho semplicemente gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell'Amore, e il mio cuore sente dentro di sé tutte le aspirazioni dell'Aquila.
 
L'uccellino vorrebbe volare verso il Sole brillante che affascina i suoi occhi, vorrebbe imitare le Aquile sue sorelle che vede elevarsi fino al focolare divino della Trinità Santissima.
 
Ahimè, tutto ciò che riesce a fare è sollevare le sue piccole ali! Ma alzarsi in volo, questo non è nelle sue piccole possibilità!
Che ne sarà di lui? Morirà dal dispiacere nel vedersi così impotente?... Oh, no! L'uccellino non si affliggerà nemmeno.
 
Con abbandono audace, vuole restare a fissare il suo Sole divino.
 
Niente potrebbe spaventarlo: né il vento, né la pioggia.
 
E se nubi oscure vengono a nascondere l'Astro dell'Amore, l'uccellino non cambia posto, sa che al di là delle nubi il Sole brilla sempre, che il suo splendore non potrebbe eclissarsi neanche un momento.
 
('Storia di un'anima' di Santa Teresa di Gesù Bambino)

giovedì 22 gennaio 2015

Il giardino delle delizie


Hieronimus Bosch
Quanto sta accadendo ai giorni nostri nella società mi lascia esterrefatta. Ciascun singolo avvenimento sia esso di terrore o di ordinaria amministrazione, mi interroga e mi spinge a cercare per cogliere il senso delle cose, il vero senso delle cose. Mi sembra di vivere in un mondo in via di dissoluzione, capovolto, sottosopra. Non c'è struttura umana, politica, economica, religiosa e sociale che non risenta di un certo livello di barbarie, dove regnano l'ignoranza, la violenza ideologica, la dissoluzione della morale, la corruzione. Mi pare non esista un campo dell'umana convivenza che non presenti vasti lembi che non siano in avanzato stato di decomposizione ed il fetore dei suoi liquami venga scambiato per profumo inebriante. Un grande e fortemente aggressivo cancro sta avanzando in seno all'umana costruzione, devastandone le coscienze, il buon senso, l'intelligenza. Cosa sta accadendo? L'autodissoluzione avanza attraverso l'omosessualizzazione forzata, la droga, la pedofilia, l'eutanasia, l'eugenetica, l'aborto, l'animalismo, il mondialismo, la persecuzione e l'uccisione dei cristiani, il terrorismo islamico e cristianofobico, le ideologie contrarie alla legge morale naturale, e poi, vogliamo dimenticare, in questo velenoso minestrone, la crisi economica, le mafie, la disoccupazione, le mode più o meno discutibili, l'Unione Europea formato dittatura, le tasse elevate, la politica disorganizzata, i costi elevatissimi della spesa pubblica, dei favoritismi, dei privilegi e della corruzione, la denatalità? 
Questo cancro aggressivo si chiama peccato, allontanamento da Dio e tutto il male può essere ricondotto a questo. L'allontanamento parte da molto lontano, dall'esperienza storica dell'essere umano di poter fare a meno di Dio, di potersi autogestire ed emanciparsi dalla Provvidenza per non dover dire a Dio grazie per ogni cosa. Nell'orecchio della storia risuona il sibilo velenoso dell'antico tentatore, il Signore del Male: 'diventereste come Dio' (Gen 3:5). La tentazione antica è sempre moderna ed attuale e conserva immutato il medesimo scopo: l'allontanamento da Dio, verso il luogo della perdizione, una sorta di giardino delle delizie, dell'affanno sterile e controproducente, della cloaca del mondo perduto dove i miasmi continuano inesorabilmente a stordire i sensi e la coscienza dell'essere umano caduto in questa appiccicosa e mortifera trappola.