La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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mercoledì 15 luglio 2020

Il messaggio di un vescovo

 
MISERICORDIA E VERITA' SI INCONTRERANNO
 
Riflessioni e preoccupazioni pastorali
sulla proposta di legge contro i reati di omo e transfobia
 
La memoria liturgica dei Santi Carlo Lwanga e Compagni Martiri, celebrata il 3 giugno scorso, ha suscitato nel mio animo l’idea e l’esigenza di intervenire sul dibattito in corso per l’approvazione di una legge contro i reati di omofobia. L’argomento merita, soprattutto in campo ecclesiale, peculiare attenzione e speciale chiarezza a tutela della libertà della Chiesa in ordine alla propria missione evangelizzatrice ed educativa. 
I santi martiri ugandesi subirono il martirio nel 1886 per ordine del kabaka Mwanga II, re di Buganda (Uganda), infastidito anche per il rifiuto di quei suoi sudditi di soddisfare le sue pulsioni omosessuali. La loro condizione di cristiani non solo non consentiva di cedere alle richieste immorali del sovrano, ma li portava a dichiararne illecite le imposizioni.
Il progetto di legge che vorrebbe sanzionare le accuse di omo e trans-fobia, interpella la mia coscienza di pastore. Per amore della verità che “rende liberi” (Gv 8,32) e alla quale ho consacrato la mia vita, ritengo opportuno e doveroso intervenire, riaffermando alcuni concetti fondamentali della dottrina cattolica.
 
L’insegnamento della Chiesa
 
Innanzitutto, desidero richiamare con forza e determinazione il valore del rispetto della dignità di ogni uomo e la condanna per ogni gesto o atto di discriminazione e violenza verso chi si trovi a vivere una peculiare condizione. Dice al riguardo una nota della Congregazione della Dottrina della Fede del 1986:
“Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”.
A questa affermazione, segue una precisazione importante: 
“Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano”.
 
La Sacra Scrittura prega così in un Salmo: “Misericordia e verità si incontrerannoGiustizia e pace si baceranno (Salmo 85, 11). L’intuizione profetica e ispirata fonda la ricchezza del Magistero della Chiesa, che in sé tiene insieme il rispetto per ogni essere umano e l’annuncio della verità dell’uomo. Come sa bene chi ha a cuore il bene di una persona, amare non significa sostenere tutto ciò che fa l’altro, ma volere il meglio, aiutarlo e orientarlo, soprattutto se rischia di sbagliare.
Chi, invece, sbrigativamente e semplicisticamente accusa la Chiesa di omofobia e di oscurantismo, non rende un buon servizio alla verità delle cose.
 
D’altra parte, i cristiani renderebbero un parziale servizio all’uomo se si limitassero alla proclamazione della misericordia, dimenticando di annunciare tutta la verità: essa infatti costituisce la prima ed ineludibile forma di carità e di attenta benevolenza. 
È dovere di ogni persona, soprattutto in relazioni e dinamiche educative, testimoniare e trasmettere la verità onestamente riconosciuta dalla propria coscienza evitando di piegarla a convenienze, condizionamenti e ricatti. Un cristiano non può sottrarsi al dovere di proclamare la verità conosciuta e in ogni situazione non deve dimenticare che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 4, 29).
 
Una legge non necessaria
 
In riferimento alla proposta di legge, dall’esame delle relazioni emerge una duplice premessa che ne vorrebbe motivare l’urgente necessità di approvazione: da una parte il bisogno di colmare un vuoto normativo; dall’altra una emergenza sociale, cioè una significativa quantità di offese, anche gravi, tale da giustificare una risposta punitiva mirata.
Al riguardo, illustri giuristi hanno ampiamente evidenziato come non ci sia alcuna lacuna normativa nel nostro ordinamento poiché già contiene tutta una articolata serie di norme in grado di tutelare da qualsiasi tipo di offesa alla persona (i delitti contro la vita, contro l’incolumità personale, contro l’onore, contro la personalità individuale, contro la libertà personale, contro la libertà morale).
Anche per quanto riguarda l’emergenza sociale dei cosiddetti hate crimes in Italia, i dati del Ministero dell’Interno, rilevati dall’OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori), rilevano la bassissima incidenza (tra il 2010 e il 2018 le discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono 212, pari cioè a 26,5 segnalazioni all’anno). Pur nella convinzione che anche un solo gesto è degno di essere condannato e stigmatizzato, mi pare tuttavia evidente che non emerga una situazione di emergenza sociale o di diffuso sentimento discriminatorio, tale da giustificare una legge speciale.
 
Mi pare doveroso ribadire, ancora una volta, che le persone vulnerabili debbano essere tutelate in quanto persone, non in quanto appartenenti ad un gruppo specifico. Ed è certamente indubbio che le persone che si definiscono “LGBT” godono della dignità e dei diritti propri di tutte le persone. Non è ampliando il novero delle caratteristiche da proteggere, che si possa raggiungere l’obiettivo di un rispetto adeguato della dignità personale. La repressione non è mai stata un valido strumento educativo.  
 
Una legge pericolosa
 
A queste considerazioni, si aggiunge invece il rischio, assai più concreto e pericoloso che deriva dall’approvazione di una legge di questo tipo, la quale introdurrebbe nel sistema normativo uno squilibrio nel rapporto tra la libertà di opinione e il rispetto della dignità umana, che può dar luogo a derive liberticide.
Si dice, infatti, che la nuova invocata legge dovrà punire “l’istigazione a commettere atti di discriminazione o di violenza, non mere opinioni”. Ma il problema sta proprio nell’individuare la differenza tra una opinione e una reale discriminazione, il che verrebbe affidato ad una serie di valutazioni in capo ad un giudice, tenuto conto delle “condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da precedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico protetto”.
 
Come hanno evidenziato osservatori attenti, questa impostazione permetterebbe tranquillamente che un genitore, un vescovo, un parroco, un catechista, che nell’adempimento della loro naturale missione, abbiano esposto secondo la propria coscienza e le proprie convinzioni una valutazione educativa circa determinate condotte o promozioni di costume, possano essere sottoposti a un procedimento penale, in cui sarà da dimostrare che l’opinione o intervento formativo non conteneva in sé intento discriminatorio, per stabilire di volta in volta se sia stato superato il confine fra “opinione” e discriminazione.
 
La legislazione proposta inciderebbe ancora più gravemente su questioni concernenti la gestione di enti ecclesiastici o di ispirazione cristiana (come, ad esempio, la possibilità di licenziare dipendenti dei predetti enti che tengano nella vita privata un comportamento non conforme alla dottrina, la necessità di evitare ogni espressione o misura organizzativa che distingua gli uomini dalle donne – ad esempio nei bagni o negli spogliatoi, nelle classi scolastiche o anche nelle competizioni sportive – essendo una siffatta distinzione “binaria” contraria al divieto di discriminazione basato sull’identità di genere).
Qui si introduce il tema della verità delle questioni in gioco. Com’è noto, orientamento sessuale e identità di genere sono al centro di un dibattito che va avanti da molti anni, e non solo in Italia, sulla libertà educativa e sulla famiglia. Si tratta di questioni rispetto alle quali come cristiani dobbiamo conservare e promuovere il diritto ad una diversità e libertà di pensiero.
 
In questo si manifesta anche tutta la fatica della testimonianza di una verità antropologica, biblicamente fondata e incentrata sul progetto di amore che Dio ci ha consegnato nella creazione e che non possiamo dimenticare o mettere a tacere, soltanto perché non collima con il “pensiero del mondo”.
 
L’esperienza di altri Stati nei quali sono state introdotte disposizioni c.d. anti-omofobe ci attesta che le conseguenze per i cristiani sono state dure. In Spagna, ad esempio, nel 2014 il cardinale Fernando Sebastián Aguilar è stato indagato da una Associazione LGBT per “omofobia” per aver rilasciato un’intervista su un quotidiano nel corso della quale, sulla premessa che la sessualità è orientata alla procreazione, faceva presente che in una relazione omosessuale tale finalità è preclusa. In Francia la c.d. legge Taubira è stata applicata, anche con arresti, verso persone ree di indossare in pubblico una felpa recante il logo della Manif pour tous, cioè un disegno con le sagome di un papà, di una mamma e di due bambini.
Per non dire degli attacchi e degli insulti che si registrano continuamente sui media e sui social nei confronti di preti o altre persone che esprimono semplicemente la dottrina o la loro opinione sui temi che abbiamo detto. E questo senza che ci sia ancora una legge che potrebbe arrivare a punire penalmente queste libere manifestazioni di “pensiero”.
 
Un appello
 
Da tempo, e a ragion veduta, si parla infatti, della cosiddetta “dittatura del pensiero unico”. Un modo di sentire “politicamente corretto”, che piace ai media e ai salotti televisivi, ma che dimentica di andare in fondo alla verità delle cose, in nome del relativismo, per il quale ogni opinione può diventare legge. Ma se questo è sotto gli occhi di tutti, mi spaventa ancora di più, come pastore, pensare che articoli stessi del Catechismo e passi della Bibbia possano da un giorno all’altro diventare perseguibili per legge.
Desidero rivolgere, pertanto, un appello accorato a tutti politici cattolici e a coloro che perlomeno si ispirano a principi cristiani, affinché facciano sentire la loro voce e nel dibattito politico in corso rivendichino la libertà di pensiero di tutti e dei cristiani. 
Non si può accettare infatti che una legge, perseguendo un obiettivo “ideologico”, metta a rischio la possibilità di annunciare con libertà la verità dell’uomo, sia pur con l’obiettivo di prevenire forme di discriminazione contro le quali, come già ricordato, è sufficiente applicare le disposizioni già in vigore, unitamente ad una seria prevenzione, non necessariamente penale, per scongiurare l’offesa alla persona, chiunque essa sia.
 
Sanremo, 8 giugno 2020
 
+ Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo
 
Tratto da QUI

sabato 11 luglio 2020

Parole profetiche


Ma che cosa significa essere omofobi? In realtà, nessuno può dirlo con precisione, perché l'omofobia è un'invenzione ideologica. È una trovata da codice penale sovietico, che permetterà a pubblici ministeri e giudici di perseguire le condotte più diverse, nel trionfo più grottesco della giurisprudenza creativa.
 
L'omofobia presuppone che il mondo sia fatto da eterosessuali e da omosessuali, oltre che da altre categorie eventualmente definibili con riferimento alla sfera sessuale. Ma già il concetto di eterosessualità è fasullo: infatti, quando uomo e donna compiono atti sessuali sono semplicemente persone normali. Il resto è anormalità. Una volta accettata la categoria giuridica dell'omofobia, questa affermazione non potrà più essere fatta pubblicamente senza rischiare di essere perseguiti dalla magistratura. La stessa cosa può dirsi di un professore o di una maestra che insegnino ai loro alunni che i rapporti fra persone dello stesso sesso non sono normali, o che avere due padri o due madri è dannoso per i figli. Una denuncia penale penderà come una spada di Damocle anche sulla testa di qualunque sacerdote o catechista che definisca gli atti omosessuali un peccato contro natura, e dunque peccato "che grida vendetta al cospetto di Dio".
 
L'omofobia è una categoria dell'assurdo. Se una persona viene aggredita o insultata, l'ordinamento giuridico prevede già sanzioni, applicabili a tutti in base al principio di eguaglianza. Inventarsi nuove pene per il caso in cui la vittima sia omosessuale (o dichiari di esserlo, perché poi come si può verificarlo?) significa inaugurare una potenziale infinita proliferazione di categorie a protezione rafforzata da parte dell'ordinamento penale. Si potrebbero ipotizzare leggi per punire più severamente la "grassofobia", per tutelare gli obesi dalle prese in giro di colleghi e compagni di scuola; oppure la "tabaccofobia", per difendere i fumatori da chi li discrimina per le loro condotte polmonari; o ancora, la "calvofobia", per porre fine all'indegna discriminazione delle persone con pochi capelli. Come si vede, non esiste un limite a questa demenziale gara di proliferazione dei diritti civili.
Una nazione che introduce nelle sue leggi la categoria dell'omofobia accetta inevitabilmente l'ideologia del gender. Che cosa significa questo? Secondo la teoria del gender, il sesso di una persona non è un fatto che discende inesorabilmente dalla natura – si nasce uomo, oppure donna, e tertium non datur – ma ogni individuo sceglie, e non una volta per tutte, se vuole essere uomo o donna, a prescindere dal suo corpo e dalla genetica.
 
L'omofobia certifica per via giuridica la distruzione del sesso come identità naturale, trasformandolo in una scelta individuale arbitraria. Sarò uomo o donna così come può decidere di mangiare marmellata di pesche o di ciliegie. L'uomo letteralmente "si fa da sé", portando a compimento il progetto di devastazione antropologica e sociale iniziato dai pensatori illuministi e rivoluzionari come Rousseau. Progetto che si riassume nella ribellione totale a Dio, che culmina nel rigettare i vincoli sessuali imposti dal corpo e dai suoi organi. E che si fa beffe del progetto divino sull'uomo "crescete e moltiplicatevi".
 
Deve essere chiaro fin da subito che, una volta fatta una legge sull'omofobia, qualunque essa sia, il passaggio successivo automatico sarà una legge sui matrimoni gay. E in seguito non mancherà la legalizzazione delle adozioni di coppie omosessuali e l'accesso delle medesime alla fecondazione artificiale.
 
Insomma, gli effetti della legge sull'omofobia sono apocalittici. In Italia, sarebbe stata del tutto normale una reazione durissima del mondo cattolico, della Chiesa, della Conferenza episcopale italiana, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali, del principale quotidiano cattolico. E invece tutto tace. [...]
 
(Tratto da uno scritto del Prof. Mario Palmaro, rip)
QUI il resto del testo

venerdì 20 settembre 2019

Delirio progressista-alimentar-ecologista!

 
Everything is a lie, tutto è menzogna, è un programma televisivo internazionale venduto a decine di canali in tutte le lingue. Raccoglie i contenuti più sorprendenti della rete, quelli che, come si dice, diventano virali. Di recente il format ha dato voce ai creatori di “Anime Vegane”, un autoproclamato “santuario animale” che divulga proclami contro il consumo di uova. Non vogliamo che violentino le galline, è uno degli slogan. Attraverso Twitter, il gruppo spiega che “le uova provengono dalle galline”, meritevoli di una “vita tranquilla e dignitosa”, e quindi gli attivisti, quasi tutte ragazze, le separano dai galli “perché non vogliamo che siano violentate”. Mangiare uova, asseriscono, porta allo sfruttamento delle galline. I polli sono separati per sesso, e quando la gallina non “si concede più”, è uccisa. Questa è una conseguenza diretta del nostro consumo, insistono.
 
Secondo i fondatori dell’associazione, i consumatori di uova sono complici dell’oppressione. Uno dei militanti intervistati afferma che gli allevamenti sono campi di concentramento e gli avversari delle loro idee sono persone fasciste e “transfobiche”. “Noi non crediamo nel genere maschile-femminile e crediamo che gli esseri umani siano molto diversi. Si sta banalizzando un problema molto serio”, denunciano, ribadendo che “mangiare le uova è rubarle e finanziare la schiavitù degli animali. Ogni giorno uccidono milioni di animali e, con esso, distruggono il pianeta. Mangiare prodotti animali è fascista”, concludono. Tutti i salmi finiscono in gloria.
 
Non vi è dubbio che quelle esposte siano tesi estreme di gruppi isolati, ma esprimono un clima diffuso, una modalità di pensiero che, in forme più attenuate, si va diffondendo tra molti giovani occidentali. Si tratta di una prova in più che il progressismo liberal ha vinto, insieme con la guerra delle parole, la battaglia delle mentalità. Non è solo che il centro politico, quel magico cinque tra uno e dieci si è spostato “a sinistra”. Il fatto è che hanno segnato l’idea di progresso, un fatto capitale per la progettazione della politica e per ciò che significa in termini di senso comune, agenda economica e sociale, istruzione e cultura. Termini come civile e civilizzato sono associati a obiettivi di sinistra, mentre è barbaro o arretrato chi non li condivide.
  
Nell’idea contorta ma accettata di progresso vi è al centro la questione del “pianeta verde”. L’ambientalismo di ultima generazione ha diffuso un linguaggio largamente condiviso, fortemente sentimentale e aggressivo, sottilmente moralistico, in cui non è ammesso contraddittorio, dove i dati statistici convergono sempre con le parole d’ordine poiché vengono forniti o manipolati da organizzazioni sovvenzionate da un potente grumo di interessi politici ed economici. Quel linguaggio, quegli slogan, sono passati dai media alle scuolee al discorso politico, diventando dogmi.
 
L’obiettivo di questo piano è una completa trasformazione sociale e antropologica, costruire l’Uomo Nuovo nella Nuova Società. Il viaggio è lungo, attraversa le generazioni, e gli ecologisti radicali ritengono che il modo migliore per avanzare verso quel futuro sia vincere la battaglia del linguaggio – obiettivo in gran parte conseguito – del desiderio collettivo (pochi osano manifestare apostasia dal verbo ambiental-progressista) e della politica.
 
Il business consiste in quella che chiamano trasformazione ecologica, cioè la sostituzione delle attuali forme di produzione con altre proclamate più sostenibili. Stesso capitalismo ma un po’ meno inquinante, più cool. Per questo l’agenda è condivisa, anzi guidata, dalle stesse centrali oligarchiche che hanno sin qui appestato il pianeta. Esse sanno meglio di ogni altro di dover cambiare strategia; allo scopo, hanno costruito e imposto a livello planetario una nuova ideologia, il pianeta verde, inventando senza vergogna un’improbabile eroina (....)che parla con toni messianici alle Nazioni Unite, ai potenti del mondo, al papa.....
 
Intero articolo Qui

martedì 17 luglio 2018

L'ecologia integrale e la svolta antropologica della Chiesa Cattolica

 
Nel discorso rivolto da papa Francesco ai partecipanti all’Assemblea Generale della 'Pontificia Accademia per la Vita' è interessante notare come la “bioetica globale” sia considerata «una specifica modalità per sviluppare la prospettiva dell’ecologia integrale che è propria dell’Enciclica Laudato si’». E sempre citando la Laudato si’ si richiama a una «visione olistica della persona» che richiede di «articolare con sempre maggiore chiarezza tutti i collegamenti e le differenze concrete in cui abita l’universale condizione umana». Il Papa richiama espressamente i nr. 16 e 155 dell’enciclica dove si sottolinea l’interconnessione tra la persona umana e tutte le creature, nonché la relazione diretta del nostro corpo «con l’ambiente e con gli altri esseri viventi».
 
Si tratta di un linguaggio nuovo, che permette anche di mettere a fuoco un aspetto dell’enciclica Laudato Si’ passato un po’ sotto silenzio, ovvero lo spostamento nell’approccio antropologico. L’ecologia integrale che diventa chiave di interpretazione di ogni fenomeno – in questo caso la bioetica – sottende una concezione dell’uomo come parte del tutto, un «paradigma olistico» da cui metteva in guardia molti anni fa un corposo documento dei Pontifici consigli della Cultura e per il Dialogo interreligioso, “Gesù Cristo portatore dell’acqua viva – Una riflessione cristiana sul New Age”.
 
Più specificamente questa concezione di ecologia integrale si avvicina molto ai princìpi della Carta della Terra, un documento concepito e adottato in ambito Onu alla fine del XX secolo e fondamento delle politiche globali. Come si afferma nel sito ufficiale «la Carta della Terra è una dichiarazione di principi etici fondamentali per la costruzione di una società globale giusta, sostenibile e pacifica nel 21° secolo. La Carta si propone di ispirare in tutti i popoli un nuovo sentimento d’interdipendenza globale e di responsabilità condivisa per il benessere di tutta la famiglia umana, della grande comunità della vita e delle generazioni future». E ancora: «La Carta riconosce che gli obiettivi della protezione ecologica, dello sradicamento della povertà, lo sviluppo economico equo, il rispetto per i diritti umani, la democrazia e la pace sono interdipendenti e indivisibili». QUI
 
Dal punto di vista antropologico la novità consiste nel fatto che l’uomo si concepisce all’interno di una più ampia «comunità vivente». «L’umanità – dice il testo della Carta della Terra - è parte di un grande universo in evoluzione. La Terra, nostra casa, è viva e ospita un'unica comunità vivente». Una concezione che riecheggia in tanti interventi del Papa a proposito di «casa comune».
 
In questo modo però l’uomo perde la sua specificità ontologica (vedi il Salmo 8 «…Che cosa è l’uomo perché te ne curi?»), il suo essere vertice della Creazione, per diventare una sorta di “primus inter pares”, primo fra uguali. Più evoluto delle altre specie viventi, ma per questo chiamato a una responsabilità maggiore, oltre ad essere l’unico che mette a rischio la sopravvivenza del pianeta.

Del resto da molto tempo anche nel mondo cattolico è cresciuto un pensiero che indica nell’antropocentrismo giudaico-cristiano la radice degli squilibri ambientali, accusandolo di giustificare la spoliazione delle risorse della terra, che invece appartengono a tutte le creature.
 
In realtà si tratta di una visione distorta del pensiero cattolico: riconoscere che l’uomo è vertice della Creazione, l’unico essere vivente creato a immagine e somiglianza di Dio, significa anzitutto che la chiave dell’equilibrio sta nel rapporto tra l’uomo e Dio. Quando è vissuto in modo corretto, secondo la Rivelazione cristiana, anche il rapporto con il resto del Creato diventa sano.

Non per niente, in un colloquio con i sacerdoti della diocesi di Bolzano, spiegando magistralmente questo punto Benedetto XVI ebbe a dire che la minaccia più grave per l’ambiente è l’ateismo, e che quindi «istanze vere ed efficienti contro lo spreco e la distruzione del creato possono essere realizzate e sviluppate, comprese e vissute soltanto là, dove la creazione è considerata a partire da Dio».

Il rischio di inseguire un linguaggio mutuato da agenzie internazionali che riflettono sull’ambiente negando all’origine il Creatore, è proprio quello di ridurre il riferimento a Dio a un sostegno etico o a un pensiero spirituale, negandogli la forza di un giudizio.
 
Articolo di Riccardo Cascioli tratto da QUI

mercoledì 2 maggio 2018

«Tutto questo è folle!»

Parla il medico che ha visitato Alfie Evans
«In Germania un bambino nelle sue condizioni sarebbe a casa già da un anno», dice il professore Nikolaus Haas. Lo stesso che il giudice Hayden ha attaccato citando a sproposito papa Francesco.
 
Articolo del 26 aprile 2018 Tratto da TEMPI
 
Ieri il quotidiano tedesco Die Welt ha pubblicato sul suo sito una intervista al professor Nikolaus Haas, direttore del dipartimento di Cardiologia pediatrica e terapia intensiva all’ospedale dell’Università Ludwig-Maximilian di Monaco, che secondo il giornale è «furioso» per il caso di Alfie Evans. Il professor Haas «ha visitato personalmente» il bambino e le sue valutazioni sono agli atti del processo che ha sancito la sospensione dei sostegni vitali per il piccolo paziente dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool. Come ha ricordato su tempi.it Assuntina Morresi, è proprio per rispondere alla sua perizia che il giudice Anthony Hayden ha pensato bene di citare una frase di papa Francesco sul fine vita. Il magistrato aveva trovato «provocatorio e inappropriato» il seguente argomento utilizzato da Haas: «Per via della nostra storia in Germania, abbiamo imparato che ci sono cose che non bisogna fare con bambini fortemente handicappati. Una società deve essere pronta a prendersi cura di questi bambini molto handicappati, e non decidere che i sostegni vitali siano interrotti contro la volontà dei genitori, se non c’è certezza di cosa sentano i bambini, come in questo caso».
 
IL CONTATTO. Con la Welt, il professore ricostruisce il suo coinvolgimento nella vicenda. «La famiglia ci ha contattati», racconta Haas, dopo che «i medici avevano detto loro che non volevano fare più niente per il bambino e intendevano sospendere i sostegni vitali. Ai genitori era stato vietato anche il trasporto in un altro ospedale, per la ragione che il bambino era troppo malato e la cosa lo avrebbe messo in pericolo». Così i genitori, prosegue il medico tedesco, hanno cercato un servizio di trasporto adatto ai pazienti come Alfie, trovandolo presso la struttura di Monaco, che possiede la tecnologia adatta, secondo Haas, per trasportare bambini in terapia intensiva di tutte le età in tutto il mondo. «Gli inglesi non ce l’hanno un servizio del genere?», domanda il giornalista. «Certo», risponde Haas. «Ma non vogliono che la famiglia Evans lo utilizzi».
 
IL RIFIUTO. I colleghi di Liverpool, però, da subito si sono mostrati mal disposti verso i tedeschi. Appresa la richiesta, da parte dei genitori di Alfie, di un consulto dei tedeschi (finalizzato all’ipotesi del trasporto), «l’ospedale ha detto apertamente: non vogliamo che un altro medico visiti il bambino. Perciò la famiglia ha deciso di portare dentro il signor Hübner [aiuto primario di Haas, ndr] come un amico». Peccato che quando l’équipe locale ha scoperto che si trattava di un professionista, «si è rifiutata di parlargli». Dunque Hübner ha visitato Alfie per conto proprio e ha potuto vedere solo «la documentazione clinica che gli hanno messo a disposizione i genitori».
 
FIT TO FLY. Fortunatamente il medico di Monaco, secondo il suo superiore, aveva abbastanza esperienza per farsi un’idea corretta senza bisogno di compulsare troppe carte. Ebbene, secondo Hübner «Alfie Evans all’epoca era del tutto stabile», lo stesso stato che Haas successivamente ha potuto verificare di persona. «Alfie era ventilato in modo corretto, non si muoveva, aveva solo crisi epilettiche occasionali. Perciò il signor Hübner ha messo per iscritto: il bambino è “adatto al volo” [fit to fly, ndt]. Ma questo naturalmente all’ospedale non è piaciuto affatto». Dopo di che sono seguiti i passaggi che tutto il mondo conosce. Le offerte di ricovero da strutture di diversi paesi esteri. La cittadinanza italiana. Gli appelli del Papa. «E adesso un giudice dice che gli Evans possono andare a casa, ma non possono lasciare il paese per far curare il bambino altrove a proprie spese? Tutto questo è folle!», osserva Haas.
 
«QUALUNQUE GRANDE CLINICA…». In Germania, un caso incurabile come Alfie Evans sarebbe seguito anche dopo l’esclusione di ogni possibile terapia, spiega Haas al quotidiano. «Questi pazienti non devono restare nell’unità di terapia intensiva, tuttavia devono essere curati al meglio». Che questo avvenga in una struttura specializzata o a casa dipende dalla volontà dei genitori, dice il medico. Quello di cui avrebbe bisogno Alfie una volta fuori dall’ospedale sono procedure e attrezzature «standard» secondo Haas:

«Qualunque grande clinica pediatrica ha dozzine di bambini in situazione simile, che sono altrettanto gravemente disabili e perciò sono assistiti in casa di cura o in famiglia. È pura routine. In Germania per la nostra valutazione Alfie sarebbe a casa già da un anno con una assistenza del genere».
 
LA VACCA SACRA. Riguardo al motivo per cui tutto questo nel sistema britannico non è possibile, «io posso solo fare speculazioni», spiega il professore. «Per come l’ho capita io, il National Health Service è la vacca sacra in Inghilterra. I medici dicono: quello che facciamo noi è giusto, punto. E poi ovviamente il trattamento di un paziente intensivo di questo tipo all’esterno della clinica costa circa tre volte quanto costerebbe all’interno. Se si crea un precedente, si scatena una valanga che comporta costi notevoli».
 
IL DOVERE DELLA SOCIETÀ. Per Alfie Evans, conferma Haas, non ci sono speranze di miglioramento, dal punto di vista medico, «e probabilmente non c’è nessuna terapia che possa guarirlo. La domanda è però come comportarsi con lui fino alla fine della sua vita. E nessuno sa nemmeno quanto a lungo potrebbe vivere. Con il sostegno adeguato potrebbe vivere ancora sei mesi, forse di meno, forse di più. In Germania – ma anche in altri paesi del mondo – diremmo soltanto: “Come andare avanti con lui, è anche una decisione personale della famiglia”. Se i genitori dicono di volere accompagnare il processo di morte del bambino a casa loro, allora una società deve essere in grado di renderlo possibile e di accettarlo. Tanto più se non ha altro da offrire». In Inghilterra e in particolare nel caso di Alfie, invece, «il sistema dice: noi abbiamo sempre ragione ed è meglio che questo bambino muoia, piuttosto che se ne occupi qualcun altro. Per me questo non è comprensibile», insiste Haas.
 
«DOV’È LA LOGICA?». Il professore tedesco nota anche qualche «interessante» contraddizione nella posizione dei colleghi di Liverpool, per altro fatta propria dalla sentenza del giudice Hayden: «Dicono che il paziente sia in uno stato neurovegetativo. Questo significa che non riceve stimoli dal suo ambiente e non prova nemmeno dolore». Ma quindi «dov’è la logica?», si domanda Haas. Perché sarebbe nel suo interesse impedire ai genitori portarlo altrove per provare altre strade? «Se non prova alcun dolore, che cosa si può fare di sbagliato?». Eppure, concede il professore, lo stato della medicina dei bambini in Inghilterra è «eccellente». Ma rispetto alla Germania c’è una differenza di «impostazione», soprattutto nei casi di disabilità grave come quello di Alfie Evans. «Credo che la nostra visione etica sia diversa, grazie a Dio». Quello che per Haas è proprio «inconcepibile» è la logica in base alla quale per il bambino sarebbe meglio morire, e che il sistema sanitario non voglia sentire ragioni diverse.

Best interest e stoltezza giuridica!

Abbiamo già evidenziato in articoli precedenti che i giudici inglesi avevano ordinato allo staff medico dell’Alder Hey di compiere un atto eutanasico, seppur vietato sul suolo inglese, e non di astenersi da una terapia che configurava accanimento terapeutico.
 
L’ordine si fondava sul "miglior interesse" di Alfie.
La categoria giuridica del best interest non è stata inventata lì per lì dai magistrati, ma vanta una sua tradizione giurisprudenziale ed è stata anche codificata dal General Medical Council (Gmc), un ente pubblico nato per contribuire «alla protezione del paziente ed al miglioramento della pratica medica nel Regno Unito».
 
Il Gmc ha stilato alcune 'Linee guida deontologiche' per la buona pratica medica di cui una si intitola «0-18 anni: linee guida per tutti i medici». Andiamo alla sezione “Valutazione del miglior interesse” del minore e leggiamo cosa c’è scritto riferendolo al caso Alfie: «Una valutazione del miglior interesse tiene conto di quanto è clinicamente indicato in un dato caso». Per giudicare quale sia il vero miglior interesse del minore però non ci si può arrestare alla diagnosi e prognosi clinica ma «si devono altresì considerare:
 
a. le opinioni del bambino o del giovane, se riescono ad esprimerle, comprese anche le preferenze precedentemente manifestate».

E fin qui nulla quaestio perché Alfie era impossibilitato ad esprimere volontà chiare, seppur tutta la sua persona comunicava voglia di vivere. Poi il Gmc aggiunge che, sempre in merito alla corretta valutazione del best interest, si devono tenere in considerazione

«b. le opinioni dei genitori».

Questo criterio non è stato tenuto in considerazione perché la volontà di non staccare il respiratore e di portarlo via dall’Adler espressa dai genitori di Alfie è stata scartata a più riprese da giudici e medici.
 
Altro punto:

«c. le opinioni di altre persone vicine al bambino».

Qui il riferimento non è ad altri medici, bensì a parenti, amici, conoscenti stretti etc. Superfluo dire che mezzo mondo – Papa Francesco incluso – non volevano la morte di Alfie. Anche questo punto, che concorre a definire il miglior interesse del minore, non è stato tenuto in considerazione dai giudici.
Passiamo alla lettera

d. «i valori culturali e religiosi del bambino o dei suoi genitori».

Appare evidente che i valori cristiani professati da Thomas e Kate non suggerivano di uccidere il proprio figlio.
 
Altro criterio rifiutato esplicitamente dai giudici e dai medici utile per individuare il reale miglior interesse del piccolo paziente:

«e. le opinioni di altri professionisti della salute chiamati a prendersi cura del bambino, o di altri professionisti che abbiano comunque un interesse nel suo benessere».

I medici del Bambin Gesù di Roma non hanno mai detto che l’interruzione della ventilazione era nel miglior interesse di Alfie, piuttosto hanno fatto comprendere che il suo best interest era la cura presso la loro struttura per procedere ad una diagnosi più accurata e per iniziare diverse terapie. La lettera f. indica poi che il miglior interesse risiede anche in quella «opzione […] che limiterà il meno possibile le chances future del bambino». Uccidere Alfie ha eliminato per lui qualsiasi possibilità di miglioramento e quindi la morte non poteva essere nel suo miglior interesse.
Dopo l’elenco di questi punti le Linee guida aggiungono una nota che sembra scritta proprio per Alfie:

«Questo elenco non è esaustivo. Il peso che si attribuirà a ciascun punto dipenderà dalle circostanze e si dovrà prendere in considerazione qualsiasi altra informazione pertinente al caso». Tornano di nuovo in mente i pareri di moltissimi specialisti che sono rimasti inascoltati. Ma ecco l’annotazione più importante che fa il Gmc:

«Non si dovrebbero formulare supposizioni ingiustificate in merito al superiore interesse di un bambino o di un giovane sulla base di fattori irrilevanti o discriminatori, come il loro comportamento, il loro aspetto o la loro disabilità».

E dunque la disabilità di Alfie non doveva entrare nella valutazione del suo miglior interesse perché sarebbe stata una valutazione discriminatoria. Invece Alfie è stato eliminato proprio perché disabile.
In sintesi nessuno di questi criteri indicati dal Gmc sono stati tenuti in considerazione per comprendere quale doveva essere il "miglior interesse" di Alfie, espressione che comunque è erronea perché rimanda ad un’etica utilitarista e non ad un’etica fondata sul personalismo ontologico, ossia sulla dignità personale che mai può essere violata. Queste Linee guida ovviamente non sono vincolanti per i giudici (per i medici lo sono un poco di più), però rappresentano un sicuro orientamento a cui si dovevano attenere i magistrati a motivo dell’autorità dell’organo che le ha emesse.
 
Pare paradossale, ma lo stesso Gmc si era espresso a favore della morte di Alfie. Infatti, quando il piccolo paziente inglese era ancora vivo, molti avevano chiesto al Gmc di scendere in campo per difendere la sua vita, ma la risposta che il Gmc diede faceva riferimento al buon operato dei medici dell’Alder, i quali stavano facendo bene il loro lavoro perché applicavano al meglio le linee guida deontologiche proprio laddove specificano cosa sia il miglior interesse del minore. Per suffragare questo loro giudizio allegarono a chi li aveva interpellati esattamente la sezione della Linee guida che abbiamo appena esaminato, quelle stesse che, adducendo sei motivazioni differenti, avrebbero vietato di staccare il respiratore ad Alfie.
 
Nell’Enciclopedia Treccani si può rinvenire questa definizione di “follia”: Stato di alienazione, di grave malattia mentale, mancanza di senno, stoltezza, orgogliosa o leggera sconsideratezza».

(Tommaso Scandroglio)
Tratto da QUI

martedì 1 maggio 2018

Dichiarazioni inaccettabili!

Il cardinale di Westminster, Vincent Nichols, dice di credere che tutto il possibile è stato fatto per aiutare Alfie Evans; e ha criticato – senza specificare a chi si riferisse – coloro che hanno “cercato vantaggi politici” dalla tragedia, “senza conoscere i fatti”. Il porporato si trovava in Polonia, come inviato papale, e ha parlato all’agenzia KAI.
Il cardinale, con una visione tutta personale del catechismo e della situazione di Alfie, ha detto: “È importante ricordare che l’Alder Hey Hospital si è occupato di Alfie non solo per due settimane o due mesi, ma per diciotto mesi, consultandosi con i migliori specialisti del mondo – così che la posizione dei suoi dottori, secondo cui non poteva essere dato nessun aiuto medico ulteriore era molto importante. La Chiesa dice molto chiaramente che non abbiamo un obbligo morale di continuare una severa terapia quando non ha nessun effetto, mentre il Catechismo della Chiesa inegna anche che le cure palliative, che non sono una negazione di aiuto, possono essere un atto di pietà. Un’azione razionale, purificata dall’emozione, può essere un’espressione di amore; sono sicuro che Alfie ha ricevuto questo tipo di attenzione”.
Nichols era a Gniezno, come rappresentante del Pontefice per il sesto centenario della sede primaziale polacca. Ha detto che molti dei medici e delle infermiere che si sono occupati di Alfie erano cattolici, e che sono rimasti “profondamente offesi” dalle accuse mosse contro di loro, e ha detto di essere stato felice che i genitori del bambino alla fine abbiano raggiunto “accordo e armonia” con l’Alder Hey. Evidentemente non sa proprio nulla dell'epilogo della vicenda.
“È molto difficile - ha proseguito Nichols facendo propria l'ideologia del "miglior interesse" - agire nel miglior interesse di un bambino quando questo non è sempre quello che i genitori desiderano, ed è per questo che un tribunale deve decidere quello che è meglio non per i genitori, ma per il bambino”.
 
Ha aggiunto: “La saggezza ci mette in grado di prendere decisioni basate sulla piena informazione, e molte persone hanno preso posizione sul caso di Alfie nelle settimane passate senza avere tali informazioni e non hanno agito per il bene di questo bambino. Sfortunatamente ci sono state anche persone che hanno usato la situazione per scopi politici”. In realtà a non essere informato sembra proprio il cardinale.
Il cardinale non ha spiegato – forse non gli è stato chiesto come fosse possibile che la diocesi e i vescovi ignorassero che Tom e Alfie fossero cattolici (l’hanno scritto nel comunicato), così come non si è espresso sulla proibizione imposta ai genitori, nonostante l’intervento del Pontefice, del Bambin Gesù e dell’Italia, di portare Alfie a Roma. Una proibizione che molti anche nella Chiesa – il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin proprio oggi – hanno giudicato, e giudicano incomprensibile. E che alimenta, ovviamente, ogni genere di sospetti sull’Alder Hey Hospital. A questo punto c’è anche da chiedersi quali siano i motivi che portano la diocesi di Liverpool e la Chiesa di Inghilterra e Galles a schierarsi con tanta veemenza a fianco dell’ospedale. Coinvolto in passato in numerosi clamorosi scandali, relativi anche alla cura dei bambini.
 
(Marco Tosatti QUI)

lunedì 30 aprile 2018

Il passo avanti verso il niente da Charlie ad Alfie

Se con l'assassinio di Stato di Charlie Gard si è inaugurato il totalitarismo relativista, con Alfie Evans il totalitarismo relativista pretende di assorbire in sé oltre che i corpi, anche le anime.

Il giudice Hayden, inserendo in una sentenza legittimata dal potere politico il riferimento ad una delle più importanti autorità religiose del pianeta (se non la più importante), ha di fatto affermato l'assolutezza dell'autorità politica su qualsiasi altra istanza comunitaria e personale. Tutto rientrerebbe sotto la sua giurisdizione. Non ci sarebbe luogo abbastanza profondo dove nascondersi alla sua vista.

Non è un novità. Da quando Gesù di Nazareth ha pronunciato le parole "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" nel mondo si sono fatte strada la libertà, la libertà di coscienza e riconosciuti i limiti del potere politico e religioso.
Da quel giorno una nuova civiltà ha avuto inizio. Il medioevo cristiano ha sintetizzato nella teoria dei due soli di Dante la distinzione fra potere temporale e potere spirituale.
Quel falso dio che è il potere non si è mai rassegnato a quelle parole del Cristo. Così, nelle storie personali come nella storia di tutti i popoli, continuamente è stata e viene mossa guerra a quelle parole.

A Ratisbona Benedetto XVI ha dato l'ultimo allarme, prima che la cittadella Europa fosse presa. Oggi vediamo come la pretesa dell'Islam radicale di "dare tutto a dio" coincida con la pretesa della dittatura del relativismo di "dare tutto Cesare": Teo-crazia=Crato-teia.

Ognuno si prepari alla difesa della cittadella della propria coscienza, per la quale è sempre lecito brindare! Ognuno "guardi di non cadere" e non si insuperbisca, consapevole che non aver provato a difendere gli indifesi sarà un carico veramente pesante. Quanto "una macina da mulino."
L'imperatore di Solov'ëv ad un certo punto esclama: "Cari fratelli cattolici! Oh, come capisco il vostro modo di vedere e come vorrei appoggiare la mia potenza sull'autorità del vostro capo spirituale!"
Nella confusione, senza particolare clamore, quasi per caso, parlando d'altro, per bocca di un giudice qualunque: l'imperatore ha fatto la sua mossa.

Non praevalebunt.
 
(Pietro Gargiulo)

La società che ha condannato Alfie Evans ha vita breve

Nelle vicende accadute al piccolo Alfie Evans, che tutti seguono con grande apprensione e partecipazione, colpisce e preoccupa il fatto che i comportamenti corretti da assumere fossero molto chiari e che, nonostante ciò, ci si sia accaniti a non metterli in atto. In questo caso il giudizio morale si imponeva senza molti margini di discrezionalità: la vita del bambino doveva essere salvata e tutti gli interessati, familiari e personale sanitario, avrebbero dovuto aiutarlo a vivere, pur nella estrema precarietà della sua situazione clinica. Certo, la situazione era ed è complessa, per il convergere di tante situazioni di tensione emotiva, di pena e di umana compassione. Mal dal punto di vista del giudizio morale non era e non è complessa, in quanto si dà il dovere di aiutare a vivere. Né gli interventi medici nei suoi confronti erano qualificabili come accanimento terapeutico. A maggior ragione, quindi, stupisce e preoccupa l’atteggiamento di non tenere conto di queste elementari considerazioni di buon senso etico e di costruire degli artificiosi e contradditori paradigmi morali secondo i quali il “bene” del bambino avrebbe dovuto consistere nella sospensione della ventilazione, ossia nella sua morte. Come provocare la morte possa essere fatto in vista del “bene” di un bimbo innocente rimane una contraddizione logica ed etica difficile da spiegare.
 
C’è poi un altro elemento in questa triste vicenda che risulta molto chiaro al buon senso naturale, vale a dire che lo Stato, nemmeno tramite le sue magistrature come sono i giudici nei tribunali, può sostituirsi al diritto naturale.
 
La sentenza che ha ordinato la morte di Alfie tramite un atto eutanasico non ha rispettato il diritto naturale almeno in due punti:
ha decretato la morte di un innocente, cosa che la coscienza di tutti i popoli ha sempre condannato come immorale, e
 
ha sottratto il bambino alla potestà dei genitori, affidandolo allo Stato che, in qualche modo, è diventato “padrone” del piccolo.
 
Si tratta di due aspetti molto preoccupanti, che gettano una luce torva sul futuro di noi tutti. Lo Stato, attraverso i suoi magistrati, e nonostante la legge britannica non preveda l’eutanasia per i minori, si è sostituto alla volontà dei genitori, ha come segretato il bambino, ha impedito il suo trasferimento e infine ha messo in atto la sospensione della ventilazione. E’ chiaro che un simile potere non può appartenere a nessun Stato e se così fosse tutti sarebbero in pericolo.
 
Il giudizio morale da darsi e il corretto comportamento da assumere erano e sono quindi chiari e privi di incertezze. Proprio questo però rende molto allarmante il fatto di non averli seguiti. Ciò sta a significare che in questo caso si è perso il contatto con la realtà e la coscienza, con le verità del senso comune, dimenticando cosa sia il bene in senso oggettivo.
 
Più le verità sono ovvie e più preoccupa se non vengono rispettate e seguite perché significa che le nostre categorie mentali e morali stanno cambiando in peggio.
 
Davanti a simili fatti, chi si occupa di Dottrina sociale della Chiesa, di giustizia e pace nella società umana, sperimenta come un fallimento. Nel lettino del piccolo Alfie tutti i principi della Dottrina sociale della Chiesa sembrano naufragati.
 
Il bene comune svanisce se si uccide un innocente, non come fatto accidentale ma come obiettivo voluto e ufficialmente decretato dall’autorità. Non c’è sussidiarietà se lo Stato si impossessa di una bimbo sottraendolo ai genitori. Non c’è solidarietà se il bene di Alfie è stabilito da un giudice secondo le proprie categorie di qualità della vita. Non c’è scelta preferenziale per i poveri se è proprio un povero bambino ad essere assassinato. Non c’è dignità della persona umana se la vita viene così calpestata.
 
La sentenza su Alfie ha eliminato il diritto naturale, ha fatto piazza pulita del diritto a fare obiezione di coscienza, ha raso al suolo il concetto di oggettività del bene. Rimane solo l’oggettività del potere del nuovo Leviatano. Anche a tutto ciò si sono opposti coloro che, in varie forme, hanno manifestato la loro solidarietà al piccolo Alfie e alla sua famiglia, tra cui anche il Santo Padre Papa Francesco.

Ma non sarà la sentenza di un giudice, né l’azione di un governo, né la decisione di un ospedale a cambiare la verità e il bene. La sentenza inglese e quanto ne è seguito e ne segue non tengono conto né della verità né del bene, ma così ne testimoniano ugualmente in forma negativa la necessità e l’urgenza. La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve, bisogna continuare a preparare il futuro.
 
Arcivescovo Giampaolo Crepaldi
Vescovo di Trieste
Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
 
Tratto da QUI

BISOGNA DIRE LA VERITÀ: ALFIE È STATO UCCISO!


"Alfie è stato ucciso. Su questo non ci devono essere equivoci. È stato ucciso nel momento in cui gli è stato tolto il sostegno vitale della ventilazione. Non c’è neanche bisogno di pensare che nelle ultime ore gli sia stato fatto qualcosa per accelerarne la morte, anche se il sospetto è forte. Poche ore prima della morte era stato detto a Tom e Kate che lo avrebbero lasciato andare a casa, l’ultima beffa. In realtà avevano deciso che non sarebbe dovuto uscire vivo dall’ospedale e così è stato. Lo hanno ucciso, non si provi a barare. E il pensiero in questo momento corre alle migliaia e migliaia di malati inguaribili che vivono solo grazie a sostegni vitali: chi legittima la morte di Alfie firma anche la condanna a morte di costoro". (Riccardo Cascioli)

giovedì 26 aprile 2018

Quando i cuori sono induriti

 
«Che vantaggio trae l’umanità dalle migliaia di disgraziati che ogni anno vengono al mondo, dai sordi e dai muti, dagli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili, tenuti in vita artificialmente fino a raggiungere l’età adulta?...Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina».

Qualcuno potrebbe pensare che queste parole siano state pronunciate da qualche gerarca nazista. E invece no, risalgono a ben prima del nazismo: si trovano nel libro “L’enigma della vita”, scritto nel 1904 da Ernst Haeckel. Conosciuto come il fondatore dell’ecologia, Haeckel è soprattutto un entusiasta discepolo di Charles Darwin e delle sue teorie sulla selezione naturale. E quindi di Francis Galton (1822-1911), cugino di Darwin e padre della Eugenetica. Galton porta alle estreme conseguenze la teoria darwiniana sulla selezione naturale: poggiandosi anche sulla recente scoperta dell’ereditarietà dei geni si pone la domanda sul come “guidare” questa selezione in modo da migliorare la razza umana.
 
Nascono così le Società di Eugenetica nei primissimi anni del ‘900. All’inizio si parlava soprattutto di Eugenetica “positiva”, ovvero attraverso matrimoni selettivi privilegiando quelli tra i migliori elementi della società. Ma ben presto si passa a quella “negativa”, cioè il divieto ai deboli di riprodursi. Non per niente leggi eugenetiche (con sterilizzazioni forzate dei “non adatti”) tra il 1910 e il 1925 vengono approvate e applicate in diversi paesi nord-europei e in gran parte degli stati degli USA.
È un quadro che aiuta meglio a inquadrare quanto sta avvenendo all’ospedale Alder Hey Liverpool dove il piccolo Alfie Evans viene trattato come uno “scarto” da eliminare.

Molti in questi giorni, leggendo anche le agghiaccianti sentenze dei giudici britannici, hanno rievocato le leggi naziste sulla selezione della razza.
Se il regime tedesco ebbe certamente la possibilità di applicare certe idee, è riduttivo e alla fine fuorviante ridurre la mentalità eugenetica al nazismo. Al contrario, è proprio la Gran Bretagna di fine ‘800-inizio ‘900 all’origine di quel movimento razzista e di quella “cultura dello scarto” (come direbbe papa Francesco) che ebbe poi massimo fulgore nel Terzo Reich. E la Germania nazista forse non avrebbe avuto la possibilità di implementare certi programmi se non fosse stato per i generosi finanziamenti delle grandi fondazioni americane e britanniche e per il grande consenso che riscuotevano in Europa. Il professore Ernst Rudin, psichiatra nazista e teorico delle leggi razziali, potè aprire il suo Istituto Kaiser Guglielmo per l’Antropologia, l’Eugenetica e la Genetica Umana (Monaco, 1927) grazie ai fondi della famiglia Rockefeller. E del resto Hitler poteva contare sull’amicizia e sulla solidarietà di altri capi di governo, anch’essi appartenenti alle Società Eugenetiche, come ad esempio il premier britannico Arthur Neville Chamberlain e il primo ministro collaborazionista francese Henri-Philippe Pétain.
 
Dunque non è la Germania nazista l’origine del problema ma proprio quella Gran Bretagna liberale che oggi ci fa inorridire.
Non è corretto neanche parlare di un “ritorno”. In realtà il movimento eugenetico non se ne è mai andato; si è solo trasformato perché alla fine della Seconda Guerra Mondiale e a causa di quanto avvenuto in Germania, la parola “eugenetica” non godeva più di buona fama. Così pian piano le Società di Eugenetica si trasformano, anzitutto in società di ricerca genetica o di biologia, ma anche semplicemente cambiano nome per rendersi più presentabili.

È il caso della Società di Eugenetica britannica: non ha mai smesso la sua attività, semplicemente oggi si chiama Galton Institute e soprattutto attraverso la sua annuale “Galton Lecture” valorizza gli studi sulla genetica che vanno nella direzione della costruzione dell’uomo “su misura”. Tanto per fare un esempio, la Galton Lecture 2018 vedrà protagonista la professoressa Jennyfer Doudna, autrice di una ricerca – eticamente molto controversa – sull’editing del genoma. Scopo di tanti studi del Galton Institute è quello di arrivare alla “costruzione” di individui con le caratteristiche volute, fisiche e morali.
Quello che attribuiamo al nazismo, dunque, è in realtà una cultura ben radicata nel Regno Unito (e non solo), tuttora molto seguita. Anzi, come dimostra il caso di Alfie Evans, essa viene ormai apertamente praticata negli ospedali e proclamata nelle aule di tribunale senza che nessun settore della società muova un dito, faccia un sobbalzo o almeno trovi qualcosa di sinistro in tutto ciò.
 
(Riccardo Cascioli)
'Alfie "scartato", la radice del male sta in Inghilterra'
Tratto da QUI

Quando i cuori sono induriti.....2

 
Nei giorni della speranza e dell’angoscia per Alfie Evans, nei giorni dei colloqui e delle preghiere, delle proteste e delle lacrime, c’è un terribile silenzio che sconcerta e amareggia, in Inghilterra: quello di Buckingham Palace. Nessuna parola è stata spesa da parte di Elisabetta II per il suo piccolo suddito. Eppure la Sovrana era stata chiamata in causa nei giorni scorsi direttamente dai genitori di Alfie: con un linguaggio commovente e perfino dal sapore arcaico, gli Evans avevano chiesto la “protezione della vita e della libertà del vostro suddito di ventitre mesi Alfie Evans”.
 
Veniva ricordato alla grande sovrana del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord che dei giudici delle Corti di Sua Maestà hanno dato l’ordine di uccidere Alfie mediante l’attuazione di un protocollo  e di respingere ogni tentativo di liberarlo dall’ospedale in cui è trattenuto contro la volontà dei suoi genitori, ordini “crudeli”, scrivevano gli Evans, mai autorizzati da un parlamento democratico. “Questi giudici pretendono di esercitare l’antica giurisdizione autocratica di Vostra Maestà sulla vita e la morte dei suoi sudditi”.
 
Concludevano la lettera con questo appello commovente e grandioso: “Come sudditi leali, ci rifiutiamo di credere che Vostra Maestà abbia mai comandato che tali azione malvagie siano compiute, e denunciamo la condanna a morte e l’imprigionamento di Alfie come un’usurpazione sediziosa contro Vostra Maestà”. Una conclusione straordinaria: gli Evans segnalano alla Regina che dei giudici- dei suoi collaboratori nell’amministrare la giustizia nel Regno- la stanno tradendo, stanno tradendo il più nobile spirito della giustizia britannica.
Sembra di trovarsi in un racconto antico, uscito dalle pagine di un Robert Benson: dei sudditi leali e fedeli vogliono mettere in guardia la Regina dal male che si sta commettendo alle sue spalle.
Sembra di rivivere il dramma di Tommaso Moro, del vescovo John Fisher, di quei cattolici inglesi che amavano la loro patria ma ancor di più amavano la Verità. Elisabetta II, di fronte a questo atto di amore e di devozione, ha taciuto. Ha taciuto nel giorno del suo compleanno, quando un atto di clemenza sarebbe stato visto come un grande gesto di giustizia e di misericordia, degno di colei che è anche Capo della Chiesa di Inghilterra, massima autorità religiosa.
 
Poteva farlo il 23 aprile, Festa di San Giorgio, antico Patrono di Inghilterra. Questo atto di clemenza non è venuto. Il silenzio impenetrabile di Buckingham Palace non è stato rotto dalla voce di una sovrana che è rimasta indifferente di fronte al dramma del suo piccolo suddito e dei suoi genitori. Un silenzio che lascia sconcertati. Perché un sovrano deve essere necessariamente il Re di tutti, garantendo a tutti la giustizia. Molto più di un Presidente della Repubblica, che è sempre e comunque un uomo di parte, se non di partito, e in Italia Giorgio Napolitano ne diede ampia prova nel caso del tentativo di salvare Eluana Englaro. Una regina no: è stata educata e formata per proteggere il proprio popolo.
 
Ma Elisabetta, che sarà l’ultima vera monarca di Inghilterra, ha mostrato tutta la fragilità e l’inconsistenza morale della sua dinastia, quella degli Hannover, che tre secoli fa venne messa sul Trono di Londra da una classe dirigente economica e finanziaria, da una aristocrazia avida e rapace, che non ne voleva sapere dei sovrani legittimi, i cattolici Stuart.
 
Misero al posto degli Stuart dei re travicelli, per poter fare i propri comodi nel reggere le leve del potere. Oggi, dopo tre secoli, questo potere, che si esprime in ambito anche giudiziario, non intende certo farsi mettere in discussione da una povera famiglia papista di Liverpool, e la Regina assiste muta a questo scempio.
 
(Paolo Gulisano) Tratto da QUI
 
'L'inconsistenza morale di Elisabetta II, muta nello scempio'

Quando i cuori sono induriti.....3

Ancora una volta, a proposito della questione morale relativa alla vicenda del piccolo Alfie Evans, i pastori della Chiesa cattolica, ossia i vescovi, hanno saputo dire solo due cose: che la sfida è complessa e che bisogna uscirne trovando un consenso tra tutti gli interessati. Ci si chiede: per ricordarci due cose così vuote sono proprio necessari dei pastori? Per così poco siamo troppo perfino noi poveri fedeli laici.

E poi ancora: ad affermazioni di questo tipo, così evanescenti, che tipo di obbedienza, o di ossequio, o di semplice ascolto dobbiamo? A cosa servono le innumerevoli cattedre di teologia morale delle istituzioni accademiche cattoliche, pontificie e non, se poi l’indicazione davanti alla vita o alla morte, davanti allo Stato-padrone che procede come un Dio, un Uomo, un Animale, una Macchina e decreta chi è degno di vivere o no, si riduce a dire che la realtà è complessa e che bisogna procedere concordi?
Da tempo nella Chiesa si nota una grande attenzione pastorale per come si agisce piuttosto che per i contenuti dell’agire stesso. È così che diventa assolutamente prioritario agire concordi e condividere. Fare una certa cosa “insieme” diventa più importante di stabilire se quella cosa è buona o meno buona. È uno dei tanti modi in cui oggi si preferisce la pastorale alla dottrina.
Mi viene in mente una famosa frase di don Lorenzo Milani: «Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia». È una frase che non ho mai capito. Sortirne insieme è proprio anche di una banda di briganti, se eliminiamo il contenuto di quel sortirne insieme. Sortirne insieme non basta a rendere buona una azione. L’azione è buona o non è buona in sé, indipendentemente da quanti raggiungono un accordo su di essa. Non è mai il consenso a stabilire la bontà e la verità delle cose e farle insieme dice solo che si sono fatte insieme, niente altro.
A proposito di Alfie Evans, mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha dichiarato: «Date le soluzioni comunque problematiche che si prospettano nell’evoluzione delle circostanze, riteniamo importante che si lavori per procedere in modo il più possibile condiviso. Solo nella ricerca di un’intesa tra tutti, un’alleanza d’amore tra genitori, famigliari e operatori sanitari, sarà possibile individuare la soluzione migliore per aiutare il piccolo Alfie in questo momento così drammatico della sua vita».
Una convergenza d’amore è senz’altro auspicabile. Ma l’amore è guidato o meno dalla verità. Per qualcuno anche uccidere il piccolo Alfie potrebbe essere riconducibile ad un atto d’amore. Anche il giudice che ha emesso la sentenza potrebbe essere stato spinto da un atto d’amore, evitando ad Alfie di proseguire una vita che secondo lui era senza senso.
Procedere in modo il più possibile condiviso è pure una cosa apprezzabile, ma per fare cosa? Ammettiamo per assurdo che tutti e tre i soggetti in causa – genitori, giudici, sanitari – fossero concordi nel far morire il piccolo Alfie: quel consenso sarebbe apprezzabile? O sarebbe meglio che qualcuno avesse dissentito, rompendo una colpevole armonia di vedute? “Sortirne da soli” talvolta è meglio che “sortirne insieme”, non sono gli accordi a fare la verità, ma il contrario.
Lo stesso concetto lo abbiamo più o meno ritrovato nella dichiarazione resa pubblica dai vescovi inglesi, perfino con una notevole aggravante: «Noi affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che stanno prendendo decisioni angosciose riguardanti la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, secondo come lo vedono».

Qui addirittura il concordismo è svincolato da una minima ricerca della verità e del bene, perché il bene di Alfie può essere visto da più punti di vista. Quindi non solo l’essere concordi viene proposto come un bene, indipendentemente dai contenuti ma solo per il fatto di concordare, ma si sostiene anche che si agisce concordi anche quando si opera in base a diverse concezioni del bene. Chiamiamolo un concordismo nella discordanza. Perché mai un fedele inglese dovrebbe ascoltar5e i suoi vescovi? E se i vescovi non si meritano l’ascolto dei fedeli a cosa servono?
Il concordismo, con questa sua smania appiccicosa per il condividere e per il consenso, elimina ogni residuo riferimento all’oggettività del bene. I pastori ricorrono al concordismo come unica indicazione da dare nella comp0lessità delle situazioni. Come se la luce del Verbo incarnato ci avesse lasciato sperduti e ciechi dentro situazioni indecifrabili anziché farci vedere la verità, che nel caso di Alfie Evans era addirittura lampante, altro che complessità.
Al concordismo e alla condivisione bisogna ormai fare obiezione di coscienza, rifiutarsi di “sortirne insieme” e avere il coraggio in certi casi di “sortirne da soli”.
 
(Stefano Fontana) Tratto da QUI