La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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sabato 11 luglio 2020

Parole profetiche


Ma che cosa significa essere omofobi? In realtà, nessuno può dirlo con precisione, perché l'omofobia è un'invenzione ideologica. È una trovata da codice penale sovietico, che permetterà a pubblici ministeri e giudici di perseguire le condotte più diverse, nel trionfo più grottesco della giurisprudenza creativa.
 
L'omofobia presuppone che il mondo sia fatto da eterosessuali e da omosessuali, oltre che da altre categorie eventualmente definibili con riferimento alla sfera sessuale. Ma già il concetto di eterosessualità è fasullo: infatti, quando uomo e donna compiono atti sessuali sono semplicemente persone normali. Il resto è anormalità. Una volta accettata la categoria giuridica dell'omofobia, questa affermazione non potrà più essere fatta pubblicamente senza rischiare di essere perseguiti dalla magistratura. La stessa cosa può dirsi di un professore o di una maestra che insegnino ai loro alunni che i rapporti fra persone dello stesso sesso non sono normali, o che avere due padri o due madri è dannoso per i figli. Una denuncia penale penderà come una spada di Damocle anche sulla testa di qualunque sacerdote o catechista che definisca gli atti omosessuali un peccato contro natura, e dunque peccato "che grida vendetta al cospetto di Dio".
 
L'omofobia è una categoria dell'assurdo. Se una persona viene aggredita o insultata, l'ordinamento giuridico prevede già sanzioni, applicabili a tutti in base al principio di eguaglianza. Inventarsi nuove pene per il caso in cui la vittima sia omosessuale (o dichiari di esserlo, perché poi come si può verificarlo?) significa inaugurare una potenziale infinita proliferazione di categorie a protezione rafforzata da parte dell'ordinamento penale. Si potrebbero ipotizzare leggi per punire più severamente la "grassofobia", per tutelare gli obesi dalle prese in giro di colleghi e compagni di scuola; oppure la "tabaccofobia", per difendere i fumatori da chi li discrimina per le loro condotte polmonari; o ancora, la "calvofobia", per porre fine all'indegna discriminazione delle persone con pochi capelli. Come si vede, non esiste un limite a questa demenziale gara di proliferazione dei diritti civili.
Una nazione che introduce nelle sue leggi la categoria dell'omofobia accetta inevitabilmente l'ideologia del gender. Che cosa significa questo? Secondo la teoria del gender, il sesso di una persona non è un fatto che discende inesorabilmente dalla natura – si nasce uomo, oppure donna, e tertium non datur – ma ogni individuo sceglie, e non una volta per tutte, se vuole essere uomo o donna, a prescindere dal suo corpo e dalla genetica.
 
L'omofobia certifica per via giuridica la distruzione del sesso come identità naturale, trasformandolo in una scelta individuale arbitraria. Sarò uomo o donna così come può decidere di mangiare marmellata di pesche o di ciliegie. L'uomo letteralmente "si fa da sé", portando a compimento il progetto di devastazione antropologica e sociale iniziato dai pensatori illuministi e rivoluzionari come Rousseau. Progetto che si riassume nella ribellione totale a Dio, che culmina nel rigettare i vincoli sessuali imposti dal corpo e dai suoi organi. E che si fa beffe del progetto divino sull'uomo "crescete e moltiplicatevi".
 
Deve essere chiaro fin da subito che, una volta fatta una legge sull'omofobia, qualunque essa sia, il passaggio successivo automatico sarà una legge sui matrimoni gay. E in seguito non mancherà la legalizzazione delle adozioni di coppie omosessuali e l'accesso delle medesime alla fecondazione artificiale.
 
Insomma, gli effetti della legge sull'omofobia sono apocalittici. In Italia, sarebbe stata del tutto normale una reazione durissima del mondo cattolico, della Chiesa, della Conferenza episcopale italiana, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali, del principale quotidiano cattolico. E invece tutto tace. [...]
 
(Tratto da uno scritto del Prof. Mario Palmaro, rip)
QUI il resto del testo

venerdì 8 marzo 2019

Digiuni diversi

(....) il nostro digiuno e quello dei musulmani non sono la stessa cosa.  Prima di tutto, mentre per i musulmani il Ramadan ricorda la consegna del Corano al Profeta da parte di Allah, i quaranta giorni di penitenza prima della Pasqua (Quaresima) sono segno dei quaranta giorni che Gesù trascorse nel deserto, in preghiera e penitenza, prima della predicazione. E poi c’è proprio una differenza intrinseca. Lo spiega molto bene il padre Samir Khalil Samir, nell’Islam, dove c’è identità tra etica e legalità (Aldo Maria Valli)

 

“chi non digiuna durante il mese di Ramadan commette un delitto e va in prigione (in molti Paesi). Se osserva il digiuno previsto, dall’alba al tramonto, è perfetto, anche se dopo il tramonto mangia fino all’alba del giorno seguente, più e meglio del solito: si mangiano le cose migliori e in abbondanza, come mi dicevano alcuni amici egiziani musulmani. Sembra non esserci altro significato nel digiuno se non ubbidire alla legge stessa del digiuno. Il Ramadan diventa il periodo in cui i musulmani mangiano di più, e mangiano le cose più prelibate. L’indomani, dato che per mangiare nessuno ha dormito, nessuno lavora. Però, dal punto di vista formale, tutti hanno digiunato per alcune ore. È un’etica legalista: se fai questo, sei nel giusto. Un’etica esteriore.
 
Il digiuno cristiano è invece qualcosa che ha come scopo l’avvicinarsi al sacrificio di Gesù, alla solidarietà con i poveri e non c’è il momento in cui si recupera quanto uno non ha mangiato”.
 

 


 

lunedì 17 settembre 2018

Il Papa: è supremo pastore

E’ incontestabile che Gesù abbia voluto un capo per la sua Chiesa e che lo scelse nella persona di Pietro. A tal riguardo l’episodio di cesarea di Filippo è chiarissimo:  “Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...A te darò le chiavi del regno dei cieli, e quanto tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e quanto tu scioglierai sopra la terra sarà sciolto nei cieli.” (Matteo 16, 13-19).
Ma vediamo però se i Vangeli in altre loro parti confermano questa scelta. 
 
- Prima della sua Passione, Gesù avverte gli apostoli che Satana tenderà loro gravi insidie ma aggiunge però di aver pregato per la fede di Pietro, garantendo che questa non verrà mai meno, perché a Pietro è affidato l’incarico di confermare nella fede gli altri apostoli. Più chiaro di così.
 
Pietro ha il compito di confermare nella fede: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli.” (Luca 22, 15-17)
 
- Dopo la resurrezione, Gesù conferma Pietro capo della Chiesa, malgrado questi lo avesse rinnegato per tre volte (poi faremo una considerazione su questo). Infatti, Gesù chiede per tre volte a Pietro se lo amasse davvero e Pietro per ben tre volte risponde affermativamente. Ma le parole interessanti ai fini di ciò che stiamo dicendo è quando Gesù gli dà l’incarico di “pascere le sue pecorelle”; parole queste che chiaramente alludono ad un potere di giurisdizione da parte di Pietro: “Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?’ Gli rispose: ‘Certo, Signore, tu lo sai che ti amo .’ Gli disse ‘Pasci i miei agnelli.’ Gli disse di nuovo: ‘Simone di Giovanni, mi ami?’ Gli rispose: ‘Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.? Gli disse: ‘Pasci le mie pecorelle’. Gli disse per la terza volta: ‘Simone di Giovanni, mi ami?’ Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: ‘Mi ami?’, e gli disse: ‘Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo .’ Gli rispose Gesù: ‘Pasci le mie pecorelle.” (Giovanni 21, 15-17)
 
Ma -ci chiedevamo- i Vangeli davvero sviluppano la loro narrazione confermando questa scelta di Pietro come capo della Chiesa? La risposta è senz’altro affermativa. Si può dire che la posizione preminente di Pietro è chiara in ogni pagina del Vangelo laddove si parla degli apostoli.
 
- Quando gli Apostoli vengono elencati, il nome di Pietro compare sempre per primo. Da san Matteo è chiamato chiaramente “il primo”, malgrado non sia stato il primo ad essere stato scelto come apostolo da Gesù. (cfr. Matteo 10, 2)
 
- Nei quattro Vangeli e negli Atti, Pietro viene nominato ben 195 volte. Giovanni è nominato solo 29 volte e gli altri apostoli ancora meno.
 
- Gesù fa l’onore di salire sulla barca di Pietro, di abitare nella sua casa e di pagare il tributo per sé e per lui.
 
- Pietro parla spesso a nome di tutti gli apostoli.
 
Dunque i Vangeli a tal riguardo sono molto chiari. Adesso però andiamo ad indagare fino a che punto e da quando si è esercitato il cosiddetto “primato  petrino”. Chi infatti lo vuole negare, afferma che esso è venuto fuori nella storia come una sorta di “invenzione posticcia”. Vediamo come stanno davvero le cose.
 
- I primi dodici capitoli degli Atti degli Apostoli dimostrano che Pietro sin dal primo giorno agì come capo della Chiesa e come capo fu riconosciuto da tutti.  E’ Pietro che subito dopo l’Ascensione di Gesù propone di sostituire Giuda con un altro apostolo, che poi sarà Mattia. (cfr. Atti 1, 15-26) E’ Pietro che fa il primo discorso il giorno di Pentecoste e converte circa tremila persone. (Cfr. Atti 2, 14-36) E’ Pietro che per primo compie miracoli (la guarigione dello storpio alla porta del Tempio). (Cfr. Atti 3, 1-10) E’ sempre Pietro che rivendica dinanzi ai membri del Sinedrio il diritto da parte degli apostoli di evangelizzare. (cfr. Atti 4, 1-12) E’ a Pietro che il Signore annuncia -con una visione- che è ormai venuto il tempo di accogliere i gentili nella Chiesa. (Cfr. Atti 10, 11-15) E’ Pietro che per primo li accoglie battezzando il centurione Cornelio e la sua famiglia. (Cfr. Atti 10, 48) E’ Pietro che parla per primo (e tutti acconsentono alle sue parole) al Concilio di Gerusalemme. (cfr. Atti 11, 1-18) E’ Pietro che visita (oggi potremmo dire “ispeziona”) le chiese fondate dagli altri apostoli. E’ Pietro che viene cercato da Paolo affinché questi si senta autorizzato ad iniziare la sua predicazione.
 
- I Vescovi di Roma si sono sempre ritenuti e hanno sempre dichiarato di essere i successori di Pietro. Inoltre, nessuno ha mai affermato nell’antichità che il successore di Pietro fosse qualcun altro e non il vescovo di Roma.
 
- Ancora non si è alla fine del I secolo, che papa Clemente (terzo successore di Pietro), in una sua lettera ai cittadini di Corinto, interviene per decidere dall’alto della sua autorità una grossa questione sorta in quella città. Scrive:“Se vi saranno alcuni che non obbediranno a ciò che il Cristo ha detto per mezzo nostro, sappiano che si espongono a una colpa e un pericolo grave.” (I lettera ai Corinzi, 63, 2-3) E questo -badate bene- quando ancora era vivo l’apostolo Giovanni.
 
- Papa Vittore (II secolo) impone a tutte le chiese la sua decisione nella controversia riguardante la celebrazione della Pasqua.
 
- Papa Stefano (metà del III secolo) s’impone a tutti nella controversia riguardante il battesimo degli eretici.
 
- Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, verso l’anno 110, mentre viene condotto prigioniero a Roma, scrive da Smirne una lettera nella quale afferma chiaramente il primato della Chiesa di Roma su tutte le altre chiese. Egli parla della Chiesa di Roma come la Chiesa che “presiede alla purezza della fede e alla carità universale.”(Lettera ai Romani, Prologo)
 
- Nel II secolo, sant'Ireneo, vescovo di Lione, così scrive nella sua opera Adversus haereses: “E’ con la Chiesa di Roma, a causa dell’alta sua preminenza, che si deve accordare ogni altra Chiesa, ed è per mezzo della comunione con essa che i fedeli di ogni paese hanno conservato la Tradizione apostolica.” (III, 3, 2)
 
- San Cipriano (metà del III secolo) afferma che la chiesa di Roma è radice e madre di tutte le chiese.
 
- Costantemente si ricorreva ai Vescovi di Roma (paradossalmente anche da parte degli eretici) per la soluzione di controversie che di volta in volta venivano a crearsi. Controversie non solo nelle comunità occidentali, ma anche in quelle dell’oriente.
 
- Tutti gli antichi concili ecumenici (tutti, anche quelli in cui il Papa non fu presente) affermano il primato del Vescovo di Roma. Quello famoso di Nicea (325) affermò che la Chiesa di Roma aveva sempre avuto il primato. Quel concilio fu presieduto dai legati di papa Silvestro. Il settimo concilio ecumenico (che ebbe luogo sempre a Nicea nel 787) dichiarò: “La sede di Pietro tiene il primato su tutta la terra e sta a capo di tutte le chiese di Dio.”
 
- Questo primato del Vescovo di Roma venne riconosciuto tutte le volte che (anche se per breve tempo) le chiese scismatiche d’oriente si riunirono con la Chiesa cattolica. Ci riferiamo al Concilio di Lione del 1274 e al Concilio di Firenze del 1439.
 
- Per finire va detto che il riconoscimento universale del primato del Vescovo di Roma su tutti gli altri vescovi durò per ben dieci secoli. Certamente, con la scelta di Costantinopoli a capitale dell’Impero, fatta da Costantino nel 330, i vescovi di quella città iniziarono ad ambire al titolo di “patriarca” pretendendo di avere nella Chiesa universale il secondo posto in dignità dopo quello del Vescovo di Roma. Ma ciò è ben altra cosa dal negare il Primato Petrino.
 
Chiediamoci adesso: ma Pietro è stato davvero a Roma? Ci sono prove a riguardo? Senz’altro. Pochi anni dopo la resurrezione di Gesù, precisamente nell’anno 41, Pietro arrivò a Roma e ne divenne il primo vescovo. Dopo 20 anni di attività, fu martirizzato sul colle Vaticano durante la persecuzione di Nerone. Lo storico Eusebio di Cesarea ci racconta che Pietro, non ritenendosi degno di fare la stessa morte di Gesù, chiese ed ottenne di essere crocifisso a testa in giù. Il suo corpo fu riposto sullo stesso colle Vaticano in un cimitero che già esisteva. In corrispondenza della sepoltura fu costruito l’altare prima della Basilica costantiniana poi di quella michelangiolesca. Tra gli anni ’50 e ’60, grazie al prezioso lavoro dell’archeologa Margherita Guarducci, è stato ritrovato il corpo dell’Apostolo dando conferma definitiva alla tradizione.
 
Adesso tocchiamo un altro argomento. La questione dell’infallibilità del Papa. Prima di capire in che cosa essa consista, diciamo subito che non è affatto un’“invenzione” della Chiesa così come si afferma da molti parti, tanto protestantiche quanto laiciste.
 
Torniamo all’episodio di Cesarea di Filippo. Gesù loda chiaramente Pietro dicendogli: “Beato te, Simone figlio di Giovanni, perché queste cose non te le ha rivelate né il sangue né la carne, ma il padre mio che è nei cieli.” Il che vuol dire che Simone, se avesse voluto dire queste cose da se stesso, si sarebbe trovato nelle stesse difficoltà di rispondere in cui si sono trovati i suoi compagni. Egli tanto ha risposto esattamente perché glielo ha rivelato Dio. Dunque, Pietro, all’interno del collegio apostolico, è oggetto di una particolare rivelazione da parte di Dio, una particolare rivelazione che gli altri apostoli non hanno. E subito dopo Gesù aggiunge: “E io ti dico che tu sei cefa ecc…” Ora, queste parole sono chiaramente un’attestazione dell’infallibilità di Pietro e dei suoi legittimi successori. Attenzione però. Lo stesso Pietro arriverà a rinnegare Gesù per ben tre volte: peccato gravissimo. Ebbene, Gesù, dopo la resurrezione, riconfermerà Pietro capo della Chiesa. Questo vuol dire che il Vangelo stesso distingue tra infallibilità dottrinale e fallibilità comportamentale. Il Papa è sì infallibile dottrinalmente (in alcune condizioni che adesso vedremo) ma non a livello comportamentale. Anzi, da questo punto di vista –Dio non voglia- un papa potrebbe anche dannarsi.
 
Ma adesso vediamo perché, in che cosa e quando il Papa è infallibile.
Prima di tutto perché il Papa è infallibile.
 
- Per esplicita volontà di Gesù. Egli infatti l’ha posto come pietra fondamentale della sua Chiesa (Cfr. Matteo 16, 16), come supremo pastore del gregge cristiano (Cfr. Giovanni 20, 15-17) e come colui che deve confermare nella fede i suoi fratelli senza che (particolare importante) la sua fede possa venir meno. (cfr. Luca 22, 32)
 
- La stessa struttura della Chiesa richiede l’infallibilità del suo capo. Se infatti il Papa potesse errare, la Chiesa lo dovrebbe seguire e dunque cadrebbe in errore. Allora -dovremmo chiederci- perché Gesù è arrivato a dire che la Chiesa poggia sulla pietra di Pietro?
 
Veniamo a conoscere quando il Papa è infallibile.
 
- Quando vuole chiaramente “definire” una verità che ha relazione con la fede e i costumi.
- Quando parla in qualità di pastore e maestro supremo di tutti i cristiani.
 
A chi obietta dicendo che alcuni papi si sono comportati in maniera indegna, bisogna rispondere ciò che abbiamo già detto, ovvero che un conto è l’infallibilità dottrinale altro la fallibilità comportamentale.
 
Adesso leggiamo il testo con cui il 18 luglio 1870 il Concilio Vaticano I decretò l’infallibilità pontificia: “Definiamo che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, vale a dire quando, compiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani e facendo uso della sua suprema autorità apostolica, definisce doversi tenere da tutta la Chiesa una dottrina circa la fede e i costumi, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, gode della stessa infallibilità di cui il divin Redentore volle fosse munita tutta la Chiesa.”
 
Corrado Gnerre
Tratto da  QUI

mercoledì 6 giugno 2018

Cari sacerdoti: tornate ad indossare la talare!

 
Ritengo di attirare la attenzione su un problema, che sta diventando della massima importanza: quello dell'abito ecclesiastico.... Di fatto si sta assistendo alla più grande decadenza dell'abito ecclesiastico....
 
L'abito condiziona fortemente e talvolta forgia addirittura la psicologia di chi lo porta . L'abbigliamento, infatti, impegna per la vestizione, per la sua conservazione, per la sostituzione. È la prima cosa che si vede, l'ultima che si depone. Esso ricorda impegni, appartenenze, decoro, colleganze, spirito di corpo, dignità! Questo fa in modo continuo. Crea pertanto dei limiti alla azione, richiama incessantemente tali limiti, fa scattare la barriera del pudore, del buon nome, del proprio dovere, della risonanza pubblica, delle conseguenze, delle malevoli interpretazioni.....
 
L'abito non fa il monaco al 100%, ma lo fa certamente in parte notevole; in parte maggiore, secondo che cresce la sua debolezza di temperamento.....Per tale motivo la questione della divisa ingigantisce nel campo ecclesiastico e si impone alla attenzione di quanti vogliono salvare vocazioni, perseveranza negli accettati doveri, disciplina, pietà, santità!
 
Succede che in talune città d'Italia (non citiamo ovviamente i nomi, ma siamo ben sicuri di quello che diciamo) per l'assenza di ritegno imposto dalla sacra divisa si arriva ai divertimenti tuttavia proibiti dal Codice di Diritto Canonico, ai night clubs, alle case malfamate e peggio. Sappiamo di retate di seminaristi fatte in cinema malfamati ed in altri non più consigliabili locali. Tutto per colpa dell'abito tradito!
 
Il bilancio che ne consegue eccolo:
- disistima;
- sfiducia;
- insinuazioni facili e talvolta gravi;
- preti che, cominciando dall'abito e dallo smantellamento della prima umile difesa, finiscono dove finiscono...
- crisi sacerdotali, del tutto colpevoli, perché cominciate col rifiuto delle necessarie cautele, richieste dal Diritto Canonico e dal consiglio dei Vescovi, con risultati disgraziati e spostati...
- seminari che si svuotano e non resistono; mentre nel mondo, tanto in Europa che in America, rigurgitano i seminari, ordinati secondo la loro genuina origine, col rigoroso abito ecclesiastico, nella vera obbedienza al Decreto conciliare Optatam totius;
- anime che si trascinano innanzi senza più alcuna capacità decisionale, dopo la loro contaminazione col mondo.
 
Credo difficile possa esistere nel nostro tempo, proprio per le sue caratteristiche, lo spirito ecclesiastico senza il desiderio e il rispetto dell'abito ecclesiastico.
 
Qui non parliamo solo di «abito ecclesiastico», ma di talare. E guardiamo bene le cose in faccia, senza alcun timore di quel che si può dire. Alcuni, per boicottare l'uso della talare o per giustificarsi nell'aver ceduto alla moda corrente contraria all'abito talare, affermano: «Tanto la talare è un abito liturgico», volendo così esaurire l'eventuale uso della talare alla sola liturgia. Questo è apertamente falso e capziosamente ipocrita!
 
Francamente è chiaro che il clergyman non è la soluzione più desiderata.
 
Chi non ama la sua talare resisterà ad amare il suo servizio a Dio?
 
Il prossimo non sostituisce Dio!
 
Non è soldato chi non ama la sua divisa.
 
L'indirizzo da darsi è:
- che anche se la legge ammette il clergyman, esso non rappresenta in mezzo al nostro popolo la soluzione ideale;
- che chi intende avere l'integro spirito ecclesiastico deve amare la sua talare; 
- che la difesa della talare è la difesa della vocazione e delle vocazioni.
 
Il mio dovere di Pastore mi obbliga a guardare assai lontano. Ho dovuto constatare che la introduzione del clergyman oltre la legge e le depravazioni dell'abito ecclesiastico sono una causa, probabilmente la prima, del grave decadimento della disciplina ecclesiastica in Italia. Chi vuol bene al sacerdozio, non scherzi con la sua divisa!  
[Testo tratto da: Card. Giuseppe Siri, A Te sacerdote, vol. II, Frigento: Casa Mariana, 1987, pp. 67-73].
 
Tratto dal sito CORSIA DEI SERVI, QUI

giovedì 31 maggio 2018

Cristianesimo: salvezza o liberazione?

Traggo questo testo dall'ottimo ed interessante blog 'Oltre il giardino' di Sabino Paciolla.
(clicca qui SabinoPaciolla)
 
Riporto la relazione, libera, tenuta a braccio al convegno del 07 aprile 2018, “Chiesa cattolica, dove vai?”, dal prof. Marcello Pera, ordinario di Filosofia della scienza presso la università di Pisa, già presidente del Senato dal 2001 al 2006. E’ autore con l’allora card. Joseph Ratzinger del libro intitolato “Senza radici” , sulla questione delle radici cristiane dell’Europa. Infine nel 2008 ha scritto un libro intitolato: “Perché dobbiamo dirci cristiani”, nel quale esprime la sua preoccupazione per la nostra civiltà occidentale minata dal relativismo e dal nichilismo.

La relazione che segue è la mia trascrizione della registrazione audio e non è stata rivista dall’autore.
 
 
Grazie, buonasera a tutti, in dieci minuti mi è stato chiesto un intervento molto breve, cercherò di essere brevissimo, anche se gli argomenti che sono già stati trattati che sono qui in discussione sono tutti molto complessi e meriterebbero tutti quanti un grande approfondimento, ma mi limiterò ad alcune brevi osservazioni. Intanto una prima che considero di buon auspicio di essere invitato a parlare, e di ricordare il card. Caffarra, che era amico molto caro mio, come tutti voi. Di buon auspicio anche la sua importanza perché sono il terzo a parlare, perciò siccome Brandmuller è cardinale, direi che il mio amico Burke è cardinale, ed io sono il terzo e perciò posso ancora sperare nella carriera successiva.
 
Diceva il cardinale Caffarra che la situazione nella Chiesa è confusa, che solo un cieco potrebbe non vederla. Il cardinale Burke, Brandmuller e molti altri hanno aggiunto un altro aggettivo che la situazione è alquanto confusa e anche molto grave, e molto pericolosa. E io concordo con loro. Dalla mia prospettiva che, evidentemente, non è quella loro, una prospettiva di forte interesse e di attenzione, e non intendo aggiungere niente agli elementi in discussione che riguardano la confusione su questo o quel tema, è confuso ciò che si dice oggi sul matrimonio, è confuso quello che si dice sul sacerdozio, sull’etica sessuale, sui diritti non negoziabili, su una serie di cose che sono diventate apparentemente erano chiare e sono diventate confuse, no io voglio fare una domanda molto più alle spalle di queste singole confusioni, cioè in che cosa consiste veramente la confusione oggi, nella Chiesa cattolica, per coloro che naturalmente la denunciano come confusione, e da cosa nasce e da dove viene fuori questa confusione. Non ho tempo di parlare del secondo argomento, faccio solo un breve riferimento, se uno pensa, secondo me, che l’attuale confusione sia derivata o responsabilità primaria ed esclusiva  di papa Francesco, secondo me commette un errore storico, perché la confusione, quella confusione, almeno a quella a cui faccio riferimento, è anche anteriore a quella che papa Francesco aveva portato di suo contributo.
 
La confusione la dico un pò brevemente, anche un po’ schematicamente, per questo di ciò mi scuso, la confusione riguarda la natura del messaggio cristiano.
 
E la pongo con questa domanda alternativa: il messaggio cristiano è un messaggio di salvezza o è un messaggio di liberazione?
 
E’ un linguaggio escatologico o è un linguaggio ideologico?
 
Voi capite che la differenza è profonda. Un messaggio di salvezza, intanto riguarda tutti e ciascuno, e tutti e ciascuno allo stesso modo. Non fa distinzione. Il cardinale Burke citava Paolo ai Galati, è proprio Paolo ai Galati dice che non c’è giudeo non c’è schiavo né padrone, non c’è uomo né donna, e perciò non c’è ricco né povero, perciò non c’è immigrato né residente, e così via e così via. Il messaggio di salvezza riguarda tutti, ed è il medesimo per tutti. Il messaggio di liberazione è un’altra cosa. Il messaggio di liberazione riguarda alcuni, e non tutti allo stesso modo, perchè non tutti devono essere o possono essere egualmente liberati. Si libera la donna, non l’uomo. Si libera il debole, non il potente; il povero non il ricco; l’immigrato non il residente. Il linguaggio della liberazione fa una distinzione, e concepisce il destinatario del messaggio di Cristo in maniera diversa. Non è che rifiuti la salvezza, ma dice un’altra cosa. Il messaggio inteso come liberazione dice che la incarnazione di Cristo, e quindi la rivelazione di Dio, ha una funzione che riguarda questo mondo, o come si diceva, hoc saeculum, e non riguarda soltanto l’altro mondo.
 
E anzi, ciò che si fa in questo mondo, le ingiustizie che si tolgono da questo mondo, le sofferenze che si tolgono da questo mondo, le uguaglianze che si creano in questo mondo, tutto questo serve per la salvezza nell’altro mondo. Questo vuol dire interpretare il cristianesimo in una maniera mondana, in una maniera secolare, in una maniera rivolta al secolo e non all’altro mondo. Tanto che chi ritiene che il messaggio cristiano sia il messaggio della salvezza, ha anche la consapevolezza, la cruda consapevolezza, che il cristiano non può togliere le ingiustizie o le sofferenze dal mondo, non è compito suo.
 
Perché ha questa consapevolezza? Perché egli sa che  precipitato in questo secolo a motivo della ribellione a Dio, e cioè del peccato originale, che non è compito più suo togliere dal mondo in cui è precipitato quelle ingiustizie che non possono non esserci, perché il mondo del secolo è esattamente il mondo precipitato. Alla consapevolezza, alla amara consapevolezza, egli è impotente, anzi, a togliere le ingiustizie dal mondo, è impotente, e in questa interpretazione, è impotente anche Dio. Il quale tollit peccata mundi, ma non significa che le toglie, le elimina perché ha creato il mondo proprio per il mondo del peccato, cioè il mondo è caduto. Quindi non toglie, le prende su di sé, le assume sopra di sé. E consente a coloro che credono in lui di riscattarsi, pur nelle ingiustizie e pur nelle sofferenze.
 
Rovesciate la interpretazione, e adesso pensate non più alla escatologia, ma pensate alla ideologia, cioè pensate a che cosa fa il linguaggio del cristiano nel mondo nella prospettiva non della salvezza e vedrete che fa esattamente le cose opposte. Il cristiano si impegna a togliere le ingiustizie. Ascolta la voce del mondo, il grido del mondo che soffre, e ritiene di poter andare incontro alle ingiustizie ed alle sofferenze, traducendo il messaggio cristiano in un messaggio che è secolare o politico. E’ così che la Chiesa, non soltanto di Bergoglio, che è l’ultimo dei protagonisti di questa evoluzione o involuzione, è così che la Chiesa ha accolto le richieste del mondo secolare e le ha fatte proprie. E’ così che la Chiesa ha riconosciuto i diritti inderogabili della donna, dell’uomo, del bambino, dell’immigrato, dell’insofferente, cioè ha trasferito il messaggio dal terreno della salvezza al terreno della liberazione, con la convinzione che chi si impegna nella liberazione si acquisiscono meriti per la salvezza.
 
C’era un tempo in cui questa idea, cioè che si acquisiscono meriti per la salvezza impegnandosi con le proprie forze e con i propri sforzi nel mondo, c’era un tempo in cui questa cosa si chiamava pelagianesimo, ed era considerata una eresia.
 
Vedo che in questi ultimi tempi si sollevano domande nei confronti del papa Francesco a proposito di alcuni elementi di confusione che sfortunatamente lui ha introdotto anche su questo argomento, sulla esistenza dell’inferno, e tutti vorrebbero sapere dal papa se lui creda o no all’inferno. Io vorrei fare un’altra domanda che mi pare forse più decisiva di quella dell’esistenza dell’inferno. E cioè
 
Santità, la Chiesa oggi crede nel peccato originale?
 
Crede che il peccato originale non sia redimibile se non mediante la grazia di Dio?
 
Crede che dal peccato originale non si può essere redenti con le opere di giustizia, politiche o di carità?
 
Io credo che la confusione sia qui. Perché ci sono delle espressioni, delle prese di posizione che a me fanno pensare alla eresia pelagiana, alla convinzione che io mi salvo davanti a Dio perché mi impegno ad eliminare con le mie forze una ingiustizia del mondo.
 
Questa è secondo me è una visione ideologica che oggi è molto diffusa negli atteggiamenti, nelle parole, negli obiter dicta di questo pontefice, ma che sfortunatamente, a me pare, ha colpito la Chiesa negli ultimi tempi, non soltanto in questo secolo.
 
Oggi si dicono parole dentro la Chiesa, e si accolgono parole che fino ad ottanta, novanta anni fa erano considerate eresie.
 
Che cosa sta accadendo? Penso che stiamo attraversando una di queste fasi, una di queste fasi così rischiose, con la confusione e la gravità, ci stiamo trasformando, noi cristiani, in una filosofia largamente umanitaria, con connotazioni scritturali vaghe, interpretate quasi sempre ad hoc, tradotte quasi sempre ad usum Delphini e noi stiamo accettando questa forma di umanesimo che però non è, secondo il mio punto di vista, la religione, il messaggio cristiano della salvezza che dovrebbe caratterizzare tutti noi se non vogliamo diventare semplicemente una setta, o una classe o una sottospecie di una filosofia della liberazione come tante si sono avute.
 

martedì 10 aprile 2018

Galeotta fu la lettera.....

E' una vergognosa pagina in casa cattolica. Una storia intessuta con sotterfugi, falsità, raggiri ed una buona dose di faccia tosta. I personaggi sono diversi, quelli animati, tutti in tonaca, chi bianca chi nera, quelli inanimati parole, lettere e libretti.
 
C'è una collana di undici volumetti di altrettanti autori, finalizzata a "mostrare la profondità delle radici teologiche del pensiero, dei gesti e del ministero di papa Francesco". C'è Monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione. C'è Jorge Mario Bergoglio, alias Francesco, alias vescovo di Roma. C'è Benedetto XVI, alias papa emerito. C'è una lettera di Viganò a Benedetto XVI in cui si chiede una presentazione dei volumetti, una "breve e densa pagina teologica", elogiandone ovviamente il contenuto.  C'è una lettera di risposta, personale riservata. Che però è un secco no. Benedetto XVI non solo rifiuta di scrivere alcunché, ma dice di non aver letto quei libretti e di non volerli leggere neppure in futuro, anche perché tra i loro autori c'è chi, come il tedesco Peter Hünermann, s'è opposto frontalmente agli ultimi papi, da Paolo VI a lui, nel campo della dottrina morale. QUI  C'è una conferenza di presentazione degli undici volumetti, in cui si legge la lettera di risposta di Benedetto XVI, col diniego. C'è una manovra atta a nascondere parti scomode della famosa lettera. C'è un polverone mediatico. C'è una lettera di dimissioni, di Viganò, senza una minima parola di ravvedimento per l'inaudita macchinazione compiuta alle spalle di Benedetto XVI.
Così che il 17 marzo Viganò è costretto a pubblicare il testo completo della lettera e poi a dimettersi da prefetto della segreteria per le comunicazioni. O meglio, a recitare tale parte, perché il papa non lo congeda affatto, anzi, lo copre di elogi e gli rinnova il mandato di portare a compimento la sua missione, istituendo un assessorato ad hoc. QUI 
Infatti è sempre più evidente che Francesco non ha affatto licenziato o punito monsignor Dario Edoardo Viganò. Al contrario, ne ha confermato e persino rafforzato i poteri, rinnovandogli esplicitamente il mandato di portare presto a termine l'accorpamento di tutti i media vaticani, compreso "L'Osservatore Romano", in un "unico sistema comunicativo" tutto controllato da lui, in filo diretto col papa e finalizzato a curarne l'immagine di pastore esemplare e ora anche di colto teologo. QUI
 
La collana degli undici volumetti è già nelle librerie. Tra gli autori compaiono nomi di spicco del campo teologico progressista, o comunque sostenitori del "cambio di paradigma" messo in moto da Francesco, come gli argentini Carlos Galli e Juan Carlos Scannone, i tedeschi Peter Hünermann e Jürgen Werbick, gli italiani Aristide Fumagalli, Piero Coda, Marinella Perroni e Roberto Repole, il gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik, quest'ultimo apprezzato artista oltre che teologo, nonché da qualche tempo direttore spirituale dello stesso Viganò. QUI
 
Ma chi è Peter Hünermann?
 
Di lui, Benedetto VXI scrive nella lettera di risposta a Mons. Viganò, che "partecipò in misura rilevante al rilascio della 'Kölner Erklärung', che, in relazione all'enciclica 'Veritatis splendor', attaccò in modo virulento l'autorità magisteriale del papa specialmente su questioni di teologia morale".
 
In effetti, la "Dichiarazione di Colonia" fu un attacco frontale sferrato nel 1989 da numerosi teologi, in prevalenza tedeschi, contro l'insegnamento di Giovanni Paolo II e del suo prefetto di dottrina Joseph Ratzinger, soprattutto in materia di teologia morale.
 
A far da detonatore di quella protesta fu la nomina ad arcivescovo di Colonia del cardinale Joachim Meisner, lo stesso che nel 2016 è stato tra i firmatari dei "dubia" sottoposti a papa Francesco riguardo ad "Amoris laetitia" e sul quale nel 2017, nel giorno della sua sepoltura, Benedetto XVI ha scritto parole profonde e toccanti.
 
Tra i firmatari della "Dichiarazione di Colonia" c'era il Gotha del progressismo teologico, da Hans Küng a Bernhard Häring, da Edward Schillebeeckx a Johann Baptist Metz. E c'erano due degli autori degli odierni undici volumetti sulla teologia di papa Francesco: Hünermann e Werbick.
 
Alle tesi della "Dichiarazione di Colonia" Giovanni Paolo II reagì nel 1993 con l'enciclica "Veritatis splendor".
La quale però non è mai citata da Francesco in "Amoris laetitia". Mentre viceversa "Amoris laetitia", nei paragrafi 303-305, riprende e fa proprie alcune tesi della "Dichiarazione di Colonia", specie là dove, nel suo terzo e ultimo punto, questa assegna il giudizio nelle scelte morali alla coscienza e alla responsabilità dei singoli.
In quel medesimo terzo punto la "Dichiarazione di Colonia" attacca frontalmente l'enciclica di Paolo VI "Humanae vitae" e rivendica la liceità dei contraccettivi. E anche su questo punto il pontificato di Bergoglio si sta muovendo nella stessa direzione. QUI
 
Hünermann conosce Bergoglio. Lo aveva incontrato a Santa Marta nel maggio del 2015. Ma quella non è stata la prima chiacchierata tra i due. Hünermann e Bergoglio, infatti, si conobbero per la prima volta nel 1968, anno nel quale il teologo tedesco soggiornò a Buenos Aires nel collegio dei gesuiti. I colloqui e gli scambi epistolari intercorsi dopo l’elezione al soglio di Pietro dell’argentino, poi, avrebbero riguardato la necessità di un “cambio di paradigma” teologico. Alla base di “Amoris Laetita”, la discussa esortazione del papa che ha sollevato i dubia di quattro cardinali (Burke, Brandmueller, Caffarra e Meisner) e di larga parte del mondo tradizionalista, ci potrebbe essere proprio una certa visione aperturista promossa da Hünermann e avallata da Bergoglio.
 
Solo un cieco potrebbe dire che tra Hünermann e Bergoglio non esista una perfetta coincidenza teologica. QUI

mercoledì 7 febbraio 2018

Chi è Silvana De Mari?

 
Un medico plurispecialista dall'appassionata immaginazione!!!
E cosa può fare un medico plurispecialista dall'appassionata immaginazione?
 Scrivere libri, elementare Watson!

I suoi libri, del genere Epico, però di ovvio non hanno assolutamente nulla. La De Mari, con una scrittura avvincente ed originale, spesso arricchita da un piacevole senso dell'umorismo (che ha preso in prestito da Guareschi, come lei stessa mi ha riferito nell'intervista), ha arricchito questo genere letterario di una caratteristica nuova. I suoi racconti descrivono un mondo dove si combatte contro il male, l'ingiustizia, il dolore degli innocenti, ma in questo mondo, a tratti atroce, la malvagità può nascondersi nel tratto quotidiano, a volte banale, nel cuore meno incline al male, in un volto anonimo.
 
Le sue storie, anche quelle più sanguinose e cupe, dove pare dominino in assoluto il male e la morte, sono stemperate dalla cura per i grandi valori come la speranza, l'amicizia, l'amore, la tenerezza, l'attenzione alla vita, ai bambini non nati, agli ammalati; valori che possono diventare: esperienza gratificante, marchio indelebile che rende l'uomo umano e simile a Dio, segno dell'invincibile positività della vita vissuta alla presenza del Bene, del Vero, del Bello, banco di prova per fortificare gli animi, per non arrendersi al Male e pegno di eterna felicità. Gli eroi della dottoressa Silana De Mari, che esistono in ogni storia epica di tutto rispetto, ci insegnano ad avere coraggio, a non perdere mai la speranza, a guardare, a viso aperto il Male per poterlo combattere da creature libere e dal cuore grande e generoso, per il bene di tutti.
 
"La dottoressa Silvana De Mari ci dice che il Male è ben presente nel mondo e nella storia; incombe su di noi, corrompe i nostri cuori, rovescia i troni, cancella le dinastie; si diverte in particolare ad infierire sui piccoli e sugli innocenti. Tuttavia il Male non ha l'ultima parola. Deve essere fermato. Bisogna combattere coraggiosamente contro di esso." (Paolo Gulisano)
 
https://www.silvanademari.it/
 
Silvana De Mari, come i suoi eroi, sta combattendo la sua personale battaglia all'avanzare del Male odierno (che vuole l'uomo contemporaneo asservito ai demoni della più cieca viltà che impedisce di alzare lo sguardo verso il cielo) e lo sta facendo con determinazione, coraggio e vivida consapevolezza perché sa che il rispetto per la vita umana passa sempre attraverso la legge naturale inscritta nel cuore degli uomini e che obbedisce all'unica e certa verità capace di interporsi tra l'uomo e la menzogna, salvarlo dal fango del Male e renderlo veramente libero. Libero, soprattutto di rifiutare il Male con le sue schiavitù e di scegliere il Bene sempre e comunque. Da tempo ella infatti è bersaglio di duri ed ingiusti attacchi personali a causa delle sue idee politicamente "scorrette", in particolare su aborto, eutanasia, gender, omosessualità, ma come il suo eroe preferito Arduin, ha scelto, di guardare in alto (e credetemi i suoi incantevoli occhi di cielo, dallo sguardo acuto, penetrante ma anche tanto soavi, ne sono la prova inconfutabile!) ha rifiutato di conformarsi al Male, l'unica via percorribile per restare umana, quella del Bene.
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Chi fosse interessato a conoscere le sue battaglie ecco QUI una serie interessante di articoli su temi scottanti ed attuali.

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"Le fiabe nascono da sole, nessuno sa dove, corali e anonime; si evolvono a pezzi e a bocconi, viaggiano attraverso i secoli e attraverso i luoghi, subendo tutte le modifiche possibili, ma restando sempre uguali a se stesse. Le fiabe hanno protagonisti fantastici e magici e non devono superare lo spazio di un pomeriggio passato accanto al fuoco e, soprattutto, quello di una sera, perché il loro compito principale è riempire il "prima di andare a letto", così che il bambino possa scivolare nel sonno, cullato dalla voce dell'adulto, senza che i mostri che vivono dentro al buio possano disturbarlo." (Silvana De Mari)
Testo tratto da QUI

 
  






venerdì 22 dicembre 2017

La Grande Sporcizia


Il Vaticano ha deciso di creare un nuovo portale di comunicazione chiamato Vatican News e per la realizzazione ha chiamato la prestigiosa multinazionale della web-solution per le imprese, Accenture. Ma di che cosa si tratta? Si tratta di un’impresa ai vertici nel campo della gestione di portali internet e non solo, che però ha aderito come molte altre multinazionali al credo Lgbt come elemento distintivo di un nuovo modo di lavorare e rapportarsi con il dipendente e il cliente.
 
A notare il "dettaglio" è il portale spagnolo Infovaticana in un articolo del suo direttore Gabriel Ariza, che non manca di sottolineare come Accenture sia una realtà imprenditoriale molto coinvolta con i “valori” Lgbt. Un esempio? Non è difficile trovare nel suo sito espressioni come questa: «Siamo impegnati a sensibilizzare e educare le nostre persone al rispetto verso la nostra comunità LGBT, sostenendo allo stesso tempo tutti i nostri dipendenti e fornendo loro un luogo di lavoro che garantisca sempre una positiva integrazione».
Che strano, sarà un caso ma nel portale non compaiono iniziative simili di sostegno alla famiglia.
E ancora, una pagina in cui si elencano tutte le attività a sostegno della causa gay: «Per aumentare il coinvolgimento dei nostri colleghi LGBT nelle singole realtà locali, sponsorizziamo il global Pride in Accenture Network e offriamo un network LGBT globale ed una comunità di supporto per i colleghi transgender. Gestiamo anche un LGBT Ally Program per creare consapevolezza e inclusione su temi LGBT».
Insomma: ad Accenture sono così avanti con i diritti che organizzano persino una sorta di Gay pride aziendale. Poteva il Vaticano sapere che a gestire la propria comunicazione, lautamente pagata, c'era una realtà che promuove valori in contrasto con la dottrina e la visione della vita che il Vaticano dovrebbe difendere di questi tempi? Difficile dare una risposta, anche se per scoprire di quale azienda si tratta basta dare una veloce scorsa al suo sito internet per trovare tutte le informazioni possibili. Possibile che sia sfuggito questo piccolo dettaglio? Anche qui difficile, dato che lo sdoganamento di esponenti di primo piano della cultura Lgbt sembra essere anch’esso un “credo” del nuovo corso Vaticano in fatto di comunicazioni.
A capo di tutto il sistema comunicativo d’oltretevere, e anche della scelta di Accenture dato che è stata presentata ai giornali proprio da lui, c’è monsignor Dario Edoardo Vigano. Chi è don Viganò?
"Mondano, mondanissimo. Con frequentazioni molto particolari, per un prete...".
Mi sono venute in mente queste ed altre frasi analoghe, confidate sottovoce da uomini di chiesa, professori universitari, giornalisti ed impiegati Rai... quando ho letto l'articolo di Marco Tosatti, su La Nuova BQ, intitolato Radio Vaticana e le ospitate reciproche con l'icona gay.
In questo articolo si parla del convegno "Interferenze", organizzato dall'Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede e dalla Segreteria vaticana per la Comunicazione il 15 dicembre 2017 a Palazzo Borromeo a Roma, con la regia di mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede.
Effettivamente, quanto alla mondanità, monsignor Viganò non nasconde nulla: non serve fare chissà quali ricerche per trovare decine di foto del monsignore, sempre in ghingheri, accanto a uomini e donne di spettacolo e di mondo. Festival del cinema di Cannes? Viganò presente! Festa del Circolo Canottieri Aniene? Viganò sorridente al fianco di Flavio Briatore, Gianni Letta, Giovanni Malagò, Bianca Berlinguer, i manager Massimo Angelini e Mario Benedetto, Enrico Testa, presidente di Sorgenia...
A giovargli, nel rapporto con un certo mondo non propriamente "da prete", deve essere l'elasticità mentale, che si svela non soltanto nell'abbigliamento (il colletto romano sembra quasi un collier, da come lo porta bene), ma anche nella grande tolleranza che lo anima.
 
Ricorda Luca Telese: "Tra gli addetti ai lavori fa scalpore -nel 2002 -il suo voto a favore de "L'ora di religione" di Marco Bellocchio, che alcuni membri laici della commissione volevano vietare ai minori di 18 anni per la celebre scena della bestemmia rivolta da un personaggio minore a Sergio Castellitto: "Noi non siamo una commissione censura: le opere di valore artistico, anche quelle controverse, si discutono ma non si vietano" (Il Foglio, 30/4/2014).
Come non ricordare poi la sua idea di trasformare, nel giorno dell’apertura del Giubileo della Misericordia, la facciata di San Pietro in Disneyland (Il Tempo, 20 dicembre 2015)?
Se andiamo indietro con gli anni, troviamo monsignor Viganò responsabile di sale e cinema della diocesi di Milano, finchè scende a Roma, dove ottiene un insegnamento altisonante in Laterano: Professore ordinario di Teologia della comunicazione! Sì esiste anche questa disciplina, in cui Gesù Cristo non doveva essere molto versato se la sua comunicazione ebbe l'esito nefasto che tutti conosciamo: non gli applausi di un festival di Cannes, ma la crocifissione e l'ignominia.
Negli ultimi mesi di Benedetto XVI, nel 2013, sul palcoscenico romano ne succedono di tutti i colori: prima, nel gennaio, Viganò viene scelto da Bertone alla guida del Centro televisivo Vaticano, poi, nel febbraio, Marco Simeon, chiacchieratissimo pupillo di Bertone, da molti considerato il killer, insieme all'ex cardinale di Genova, di Carlo Maria Viganò e di Ettore Gotti Tedeschi (troppo intenti a fare pulizia al Governatorato e allo Ior) viene silurato da Rai Vaticano perchè divenuto troppo imbarazzante, come racconta Alberto Statera su la Repubblica.
Il 27 giugno 2015 il balzo di carriera: Viganò diventa Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, accentrando su di sè una quantità di incarichi sino ad allora divisi tra svariate persone. Da allora, le accuse e le invidie nei suoi confronti si sprecano.
Ma al di là dei malumori dei collaboratori esterni di Radio Vaticana, di qualche giornalista dell'Osservatore Romano che teme la chiusura, Viganò è chiacchierato anche per altri motivi: il grande spazio che concede a personalità che esprimono idee piuttosto contigue all'ideologia LGBT.
 
Proprio l'articolo citato di Tosatti mette in luce due fatti.
 
Il primo: Viganò è colui che "ha nominato consultore della Segreteria della Comunicazione padre James Martin  sj", noto per le sue aperture ciclopiche nei confronti del mondo LGBT. Sembra che non abbia altra missione che mutare il pensiero della Chiesa in questo campo.
 Il secondo: tra gli ospiti di Interferenze c'è Pierluigi Diaco, conduttore di RTL 102.5, che su twitter dimostra una notevole familiarità con Viganò. Scrive Tosatti: "Pierluigi Diaco è un collega molto noto, che all’inizio di novembre ha celebrato la sua unione civile con il suo partner, e che ha annunciato in maniera molto mediatica la sua omosessualità. Ora, tutto questo non c’entra niente con la sua professionalità, è ovvio. Ma la curiosità resta di sapere come mai fra centinaia di colleghi della radio e della televisione la scelta sia caduta proprio su di lui, che le vicende personali hanno naturalmente trasformato in un’icona della battaglia LGBT". Anche perchè Diaco si è dichiarato favorevole anche all'adozione per le coppie gay, se vi fosse una "legislazione adeguata".
Martin e Diaco, sussurrano i maligni, sono solo due, tra i tanti.
Si dice infatti, nei corridoi, che mons. Nunzio Galantino sia stato nominato proprio su consiglio di Viganò: Galantino è quello che ha dato una lettura dell'episodio biblico di Sodoma non proprio fedele al testo biblico, ed è stato, inoltre, il principale avversario del Family day e di Massimo Gandolfini all'epoca dello scontro sulla legge Cirinnà. Un altro caso, come la nomina di Martin e le trasmissioni con Diaco? Potrebbe essere.
Ma come si sa, le malelingue cercano sempre conferme alle loro illazioni. E notano che Viganò, onnipresente, ha diretto dal 2013 al 2017 il master in giornalismo digitale alla Lateranense insieme ad Emilio Carelli, che svariati siti gay auspicano faccia, quanto prima, coming out (da qui). Di più: nel 2016 i due hanno codiretto insieme il master in giornalismo alla Lumsa, e dall'inizio del 2017 codirigono il master “Social media management” alla Lateranense (che sembra essere un po' il giardino di casa di Viganò).
Di Carelli wikipedia dice così: "Nel 2009 è oggetto di gossip per alcune fotografie compromettenti scattate all'uscita di alcuni locali pubblici. Nel Febbraio 2010 [Carelli] ammette di aver pagato per riavere le foto che erano state recapitate ad alcune testate giornalistiche e per evitarne la diffusione" (si veda anche qui).

Foto di cosa? Difficile pensare che non ci sia nulla di compromettente. Fatto sta, per concludere, che le frequentazioni di monsignor Viganò destano molte critiche ed illazioni: il quotidiano romano Il Tempo, per fare un solo esempio, due anni fa suggeriva che monsignor Krzysztof Charamsa, quello famoso del coming out pre Sinodo, proprio prima delle sue esternazioni sulla propria omosessualità, stesse "per diventare vescovo, grazie anche alla rete delle sue relazioni, tra cui spicca quella con don Dario Viganò, prefetto della Comunicazione"(Il Fatto quotidiano,12.10.2015 e qui).
 
(Articolo di Francesco Agnoli)
Tratto da QUI