Abito la Terra di Mezzo, in servizio permanente effettivo, tra un fonendo ed una tazza, di ricetta in ricetta
La mia Terra di Mezzo
Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....
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martedì 22 ottobre 2019
lunedì 21 ottobre 2019
Circa l'Eucaristia
"IL CORPO DI GESÙ DATO A TUTTI, SENZA DISCERNIMENTO"
Oggi, certi preti trattano l'eucaristia con sovrano disprezzo. Vedono la messa come un rumoroso banchetto nel quale i cristiani fedeli all'insegnamento di Gesù, i divorziati risposati, gli uomini e le donne in situazione di adulterio, i turisti non battezzati che partecipano alle celebrazioni eucaristiche delle grandi folle anonime possono avere accesso al corpo e al sangue del Cristo, senza distinzioni.
La Chiesa deve esaminare con urgenza l'opportunità ecclesiale e pastorale di queste immense celebrazioni eucaristiche composte da migliaia e migliaia di partecipanti. C'è un grande pericolo di trasformare l'eucaristia, "il grande mistero della fede", in una banale kermesse e di profanare il corpo e il sangue prezioso del Cristo. I preti che distribuiscono le sacre specie e non conoscono nessuno e danno il corpo di Gesù a tutti, senza discernimento tra i cristiani e i non cristiani, partecipano alla profanazione del santo sacrificio eucaristico. Coloro che esercitano l'autorità nella Chiesa diventano colpevoli, per una forma di complicità volontaria, lasciando che si compia il sacrilegio e la profanazione del corpo del Cristo in queste gigantesche e ridicole autocelebrazioni, in cui davvero pochi percepiscono che "voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga" (1 Cor 11, 26).
Dei preti infedeli alla "memoria" di Gesù insistono più sull'aspetto festivo e sulla dimensione fraterna della messa che sul sacrificio di sangue del Cristo sulla croce. L'importanza delle disposizioni interiori e la necessità di riconciliarci con Dio accettando di lasciarci purificare dal sacramento della confessione non sono più di moda oggi. Ogni giorno di più occultiano il monito di san Paolo ai Corinti: "Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi" (cf. 1 Cor 11, 27-30).
di Robert Sarah
da "La force du silence", Fayard, 2016
La Chiesa deve esaminare con urgenza l'opportunità ecclesiale e pastorale di queste immense celebrazioni eucaristiche composte da migliaia e migliaia di partecipanti. C'è un grande pericolo di trasformare l'eucaristia, "il grande mistero della fede", in una banale kermesse e di profanare il corpo e il sangue prezioso del Cristo. I preti che distribuiscono le sacre specie e non conoscono nessuno e danno il corpo di Gesù a tutti, senza discernimento tra i cristiani e i non cristiani, partecipano alla profanazione del santo sacrificio eucaristico. Coloro che esercitano l'autorità nella Chiesa diventano colpevoli, per una forma di complicità volontaria, lasciando che si compia il sacrilegio e la profanazione del corpo del Cristo in queste gigantesche e ridicole autocelebrazioni, in cui davvero pochi percepiscono che "voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga" (1 Cor 11, 26).
Dei preti infedeli alla "memoria" di Gesù insistono più sull'aspetto festivo e sulla dimensione fraterna della messa che sul sacrificio di sangue del Cristo sulla croce. L'importanza delle disposizioni interiori e la necessità di riconciliarci con Dio accettando di lasciarci purificare dal sacramento della confessione non sono più di moda oggi. Ogni giorno di più occultiano il monito di san Paolo ai Corinti: "Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi" (cf. 1 Cor 11, 27-30).
di Robert Sarah
da "La force du silence", Fayard, 2016
mercoledì 2 ottobre 2019
Saremo giudicati dal tribunale di Dio!
«Dio citerà in giudizio ogni tua azione, anche ciò che è
occulto, bene o male».(Qo 12,14). Una domanda possiamo fare adesso: Dove
avverrà il giudizio particolare, alla nostra morte? Ecco la risposta di
sant’Alfonso de’ Liguori: «È sentimento comune dei teologi, che nel luogo e
all’ora stessa in cui avverrà la separazione dell’anima dal corpo s’innalzerà
il tribunale di Cristo; lì si farà il giudizio e Dio pronunzierà la sentenza».
Appare chiaro che la cosa più importante per un migliore incontro
con Dio subito dopo la morte è la preparazione (sia prossima che remota) con
l’assistenza alla persona inferma che muore. Chi è vicino alla morte deve
ricordare le parole di Gesù che dice:
* «Beati coloro che
muoiono nel Signore» (Ap 14,13), ossia che muoiono con la grazia di Dio
nell’anima (e non con la “disgrazia” del peccato mortale nell’anima!).
* «Entrate per la
porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla
perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e
angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt
7,13-14).
* «Se il padrone di
casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si
lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora
che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà» (Mt 24,43-44).
* «Vegliate dunque
perché non sapete né il giorno, né l’ora» (Mt 25,13).
Queste parole di
Gesù, questi insegnamenti e questi richiami così importanti che Egli ha fatto scrivere
agli Evangelisti non possono lasciare indifferente soprattutto chi si trova
infermo, al terminale della propria esistenza, preoccupato, senza scampo, della
penosa resa dei conti di tutta la vita, da sottoporre al Giudice supremo,
Cristo Gesù nostro Signore.
Si sa che san
Francesco d’Assisi, grandissimo predicatore evangelico, scrisse nella Regola
serafica che tutti i suoi frati predicatori evangelizzassero le anime
predicando costantemente sulle cose più fondamentali per la vita cristiana e
per la salvezza eterna delle anime, ossia la predica sui «vizi e le virtù, la
pena e la gloria».
Quanta sapienza divina in questa norma del Serafico Padre e
quale immensità di grazie si avrebbe se venisse sempre messa in pratica da
tutti i predicatori francescani! La predica sui “vizi”, da combattere e
sradicare, infatti, fa capire bene che a causa di essi si meriterà la “pena”
(che potrà essere anche quella dell’Inferno eterno!). La predica sulle “virtù”,
da acquistare e praticare, invece, fa capire bene che con esse si merita la
gloria del Paradiso con la beatitudine eterna.
Questa è la vera,
l’autentica formazione cristiana, che san Francesco d’Assisi dava con la sua
predicazione e che stabilì anche per tutti i suoi frati, volendo appunto che
tutti possano conoscere il Vangelo della salvezza per la vita cristiana
genuina, che è quella vissuta lottando contro i vizi che portano alla
perdizione eterna e sforzandosi, al contrario, di acquistare le sante virtù che
fanno meritare la gloria eterna del Paradiso di Dio.
Capire queste cose è
di primaria importanza e di massimo interesse per ogni uomo, mentre non capirle
e trascurarle può farci vivere con il rischio della rovina di una vita intera
vissuta per nulla o per le miserie di questo mondo che sta tutto «sotto il
potere di satana» (1Gv 5,19), come ha scritto san Giovanni l’Evangelista. Guai
a chi è vissuto secondo il mondo di Satana e dovrà affrontare il Giudizio di
Dio!
Beato, invece, chi vive secondo la vita e il Vangelo di nostro Signore
Gesù Cristo!
DIO CITERA' IN GIUDIZIO OGNI TUA AZIONE, ANCHE CIO' CHE E'
OCCULTO!
Meditazioni sui Novissimi di p. Stefano Maria Manelli, fondatore dei
Francescani dell'Immacolata.
martedì 25 giugno 2019
Atto di riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù
Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblìo, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi prostrati dinanzi ai tuoi altari intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l’amantissimo tuo Cuore.
Ricordando però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la tua misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che errando lontano dalla via della salute, o ricusano di seguire Te come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.
E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro Te e i tuoi Santi, gli insulti lanciati contro il tuo Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da Te fondata.
Oh! potessimo noi lavare col nostro sangue questi affronti! Intanto, come riparazione dell’onore divino conculcato, noi Ti presentiamo — accompagnandola con le espiazioni della Vergine Tua Madre, di tutti i Santi e delle anime pie — quella soddisfazione che Tu stesso un giorno offristi sulla croce al Padre e che ogni giorno rinnovi sugli altari: promettendo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto sarà in noi e con l’aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l’indifferenza verso sì grande amore con la fermezza della fede, l’innocenza della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica specialmente della carità, e d’impedire inoltre con tutte le nostre forze le ingiurie contro di Te, e di attrarre quanti più potremo al tuo sèguito. Accogli, Te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della Beata Vergine Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci fedelissimi nella tua ubbidienza e nel tuo servizio fino alla morte col gran dono della perseveranza, mercé il quale possiamo tutti un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli.
Così sia.
LETTERA ENCICLICA 'MISERENTISSIMUS REDEMPTOR' SULL'ATTO DI RIPARAZIONE
AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ
AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ
Dato a Roma, presso San Pietro, l’8 maggio 1928
da Sua Santità Pio XI
domenica 23 giugno 2019
Sacro Cuore di Gesù: in attesa della festa/3
Un bellissimo compendio delle prerogative del Sacro Cuore si trova nello scritto di un anonimo certosino di Treviri risalente al XV secolo: “Se volete completamente e facilmente purificarvi dei vostri peccati, liberarvi delle vostre passioni e arricchirvi di tutti i beni… mettetevi alla scuola dell’eterna carità. Riponete, immergete spesso in ispirito... tutto il vostro cuore e la vostra mente nel Cuore dolcissimo di Nostro Signor Gesù Cristo in croce. Quel Cuore è pieno d’amore... Mediante lui noi abbiamo accesso al Padre nell’unità di spirito; egli abbraccia d’un immenso amore tutti gli eletti... In quel Cuore dolcissimo si trova ogni sorta di virtù, la fonte della vita, la consolazione perfetta, la vera luce che illumina ogni uomo, ma soprattutto chi ha fatto devotamente ricorso a Lui in ogni afflizione e necessità.
Tutto il bene che si può desiderare lo si attinge abbondante in lui; ogni salvezza e ogni grazia ci vengono da quel Cuore dolcissimo, e non da altrove. Esso è il focolare dell’amore divino che brucia sempre del fuoco dello Spirito Santo, che purifica, consuma e trasforma in sé tutti coloro che Gli sono uniti e che desiderano attaccarsi a Lui”.
Continua l’anonimo certosino: “Ora, come ogni bene ci viene da questo Cuore dolcissimo di Gesù, così pure tutto dovete riferirvi... tutto restituirgli senza nulla attribuire a voi... In quello stesso Cuore confesserete i vostri peccati, domanderete perdono e grazia, loderete e ringrazierete... Per questo bacerete spesso con riconoscenza quel Cuore piissimo di Gesù inseparabilmente unito al Cuore divino, dove sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio, un’immagine, voglio dire, sia di quel Cuore, sia del Crocifisso. Aspirerete senza posa a contemplarlo faccia a faccia confidandogli le vostre pene; attirerete così nel vostro cuore il suo spirito e il suo amore, le sue grazie e le sue virtù; a Lui ricorrerete nei beni e nei mali, in Lui avrete fiducia, a Lui vi attaccherete, in Lui abiterete, affinché, in cambio, si degni di porre la sua dimora nel vostro cuore; e qui infine dormirete dolcemente e riposerete nella pace.
Poiché anche se i cuori di tutti i mortali vi abbandonassero, quel Cuore fedelissimo non vi ingannerà e non vi abbandonerà mai. E non trascurerete di onorare devotamente e di invocare anche la gloriosa Madre di Dio e dolcissima Vergine Maria, perché si degni di impetrarvi dal Cuore dolcissimo del suo Figliolo tutto quanto vi sarà necessario. In cambio, voi offrirete tutto al Cuore di Gesù attraverso le sue mani benedette”.
Padre Giorgio Maria Farè
venerdì 21 giugno 2019
Sacro Cuore di Gesù: in attesa della festa/2
Vi è uno stretto legame tra il Cuore di Gesù e la Santissima Eucarestia. Quando si dice che il Sacramento supremo è scaturito dal Cuore di Gesù, viene spontaneo intendere questa espressione metaforicamente, a significare che l’istituzione dell’Eucarestia è il vertice della manifestazione dell’amore di Gesù per gli uomini. In realtà bisognerebbe applicare questa frase anche in senso letterale. I medici chiamati a stabilire la veridicità di diversi miracoli eucaristici hanno dovuto attestare che le Ostie si erano trasformate in tessuto umano e precisamente in miocardio: il caratteristico tipo di muscolo che costituisce le pareti del cuore (Si veda, ad esempio, l’analisi comparata di cinque miracoli eucaristici approvati dalla Chiesa in: Franco Serafini, Un cardiologo visita Gesù. I miracoli eucaristici alla prova della scienza, Edizioni Studio Domenicano, 2018).
I Vangeli ci rivelano che nella sua Passione il Signore Gesù ha sparso tutto il suo Sangue per noi, effondendone le ultime gocce dal suo Cuore trafitto dalla lancia. Questi miracoli eucaristici ci dicono che, quando Gesù ci dona il suo Corpo nell’Eucarestia, è del suo Cuore che ci nutre!
Padre Giorgio Maria Farè
mercoledì 19 giugno 2019
Sacro Cuore di Gesù: in attesa della festa.
Nella festa liturgica del Sacro Cuore, che quest’anno cade il 28 giugno, la Chiesa ci propone di onorare il Cuore di Gesù, sia in quanto tale, sia come simbolo vivente della sua carità. “Adorare il Cuore di Gesù significa adorare per così dire, nel suo principio, nel suo fulcro, la vita di sacrificio e d’immolazione del nostro Salvatore. Significa adorare il prezioso ricettacolo in cui le ultime gocce del sangue divino hanno atteso, per effondersi, che venisse a colpirlo la lancia di Longino. Quel cuore squarciato rimane per sempre come la testimonianza d’una vita che si è data interamente per la salvezza del mondo” (Dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 413-417).
Allo stesso tempo, il Cuore di Cristo rappresenta la sede degli affetti del Dio fatto uomo, come egli stesso disse apparendo a Santa Margherita Maria Alacoque: “Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino a esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo Amore”. E Gesù prosegue, chiedendo espressamente che venga istituita la festa liturgica del Sacro Cuore: “In segno di riconoscenza, però, non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini per le loro tante irriverenze, i loro sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi che essi mi usano in questo Sacramento d’Amore. Ma ciò che più mi amareggia è che ci siano anche dei cuori a me consacrati che mi trattano così. Per questo ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini, sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa Comunione e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri”.
Le prime due cerimonie in onore del Sacro Cuore, presente la mistica francese, si celebrarono nel Noviziato delle Suore della Visitazione di Paray-le-Monial (Parigi) il 20 luglio 1685 e il 21 giugno 1686.
Nel 1765 Papa Clemente XIII approvò la solennità del Sacro Cuore e, nel 1856, Papa Pio IX la rese universale. La data della festa è variabile poiché, in ossequio alla richiesta di Gesù, essa viene celebrata il venerdì dopo la solennità del Corpus Domini. Pio XI, con l’enciclica Miserentissimus Redemptor dell’8 maggio 1928 compose il testo dell’Ammenda chiesta da Gesù, cioè l’Atto di riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù da recitarsi il giorno della festa, al quale sono annesse indulgenze. Su esortazione dello stesso Pio XI si diffusero gli Atti di consacrazione al Cuore di Gesù della famiglia e delle nazioni.
Padre Giorgio Maria Farè
giovedì 6 giugno 2019
La lavanda dei piedi
Anche se il “tempo” in cui riviviamo questa pagina di Vangelo è trascorsa, ci farà bene riflettere sopra e ragionare con serenità sull’insegnamento magisteriale e patristico. In questi ultimi cinque anni si è data vita ad una nuova “tradizione” della “lavanda dei piedi“. Nella Tradizione di sempre, come conclusione della Messa – in Coena Domini – c’era (e c’è) la reposizione di Gesù-Ostia-Santa nei cosiddetti “Sepolcri”, organizzati e preparati negli Altari della “Reposizione”, a significare il triste tempo in cui si entra: quello dell’arresto di Gesù, una notte di processi farsa, vituperio, oltraggi alla Sua Persona. Alle ore 12,00 del Venerdì Santo Gesù viene “portato via” da questi Altari, viene “nascosto” per così dire, si segue tutta la Passio, gli ultimi interrogatori di Pilato ed infine la condanna, la Via Crucis e la Crocifissione, con l’adorazione della Croce da parte della Chiesa, con i Fedeli.
Orbene, nella nuova “tradizione” avviata da papa Francesco la prima parte qui descritta: la reposizione di Gesù-Ostia-Santa con la conseguente adorazione, anche notturna, è finita, non c’è più, per lui. La Messa in Coena Domini (della Cena del Signore) è stata trasformata nella messa della “lavanda dei piedi”, e l’ adorazione a Gesù portato nell’Altare della Reposizione, questo Papa non la fa più. Papa Francesco saluta i fedeli come se nulla fosse, mentre prima i Papi, terminata la sacra funzione si ritiravano in silenzio proprio per lasciare spazio e tempo all’Unico e vero Protagonista, da quel momento fatto oggetto di un processo montato ad arte per condannarlo a morte.
Per capire cosa abbia in mente papa Francesco bisogna risalire indietro nel tempo. Non che abbia mai rilasciato una catechesi o una lectio sulla “sua lavanda dei piedi”, ma i tanti gesti che l’hanno caratterizzata da quando era arcivescovo di Buenos Aires, fanno capire bene, purtroppo, che per lui Gesù è più PRESENTE e vivo nei “poveri o emarginati, gli scartati” che non nell’Eucaristia. Ci crede nella Presenza reale, ma..... però.....
“Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro. Voi siete puri ma non tutti” (Gv.13,1-11)
Con queste parole di Gesù – il rito della lavanda dei piedi – entra all’interno dei fatti accaduti in quel “Giovedì Santo” ricordati nella Tradizione viva della Chiesa, i cui pilastri teologici e dottrinali sono due: l’istituzione dell’Eucaristia e l’istituzione del Sacerdozio (il Sacramento dell’Ordine Sacro). Per comprendere la reazione di Pietro che rifiuta in un primo momento di farsi lavare i piedi, occorre capire che questo era un gesto vietato persino ai servi ebrei nei confronti dei loro padroni, essendo considerato troppo umiliante e quindi da riservare agli schiavi stranieri, cioè lavare loro i piedi.
Ebbene, a cosa allude Cristo attraverso questa distinzione che ha un evidente valore simbolico? Molti Padri della Chiesa hanno distinto tra il “bagno” del battesimo e la “lavanda” dei peccati successivamente commessi durante l’esistenza cristiana, attraverso la penitenza-riconciliazione-confessione delle colpe (vedi Matteo 16,19; 18,18; Giovanni 20,23).
Infatti i Padri mettono anche in risalto che Gesù, con la lavanda dei piedi, ha voluto rappresentare simbolicamente la sua donazione sacrificale per la redenzione-salvezza dell’umanità nell’umiliazione della morte in croce, insita in un potere straordinario e divino ora trasmesso AGLI APOSTOLI nell’Ultima Cena con l’Istituzione del loro sacerdozio e dell’Eucaristia, con il potere di rimettere i peccati. Non per nulla dice a Pietro che, qualora egli rifiuti questo dono, «non avrà parte con lui» nel regno futuro.
Pietro aveva equivocato e ritenuto che Gesù volesse introdurre un nuovo rituale di purificazione. È per questo che Cristo ribadisce riproponendo il senso profondo di quell’atto: il lavacro battesimale completo ha sempre bisogno dell’atto della donazione estrema di Cristo nella sua morte redentrice, raffigurato proprio nel gesto di umiliazione della lavanda dei piedi. La redenzione, come la stessa remissione dei peccati, passa dal Cristo, per questo “Il più grande tra voi sia vostro servo…”(Mt.23,11)
Nel gesto della lavanda dei piedi, quindi, caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre che veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) posti al di fuori della zona dove ci si riuniva per mangiare, diventa ora segno e simbolo del vero servizio nella Chiesa. Per gli Apostoli è il servizio liturgico e sacramentale. Spiega Benedetto XVI:
- “La richiesta di fare ciò che ha fatto Gesù non è un’appendice morale al mistero o addirittura qualcosa di contrastante con esso….. Questa dinamica essenziale del dono, ….. appare in modo particolarmente chiaro nella parola di Gesù: «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,12)… La novità può derivare soltanto dal dono della comunione con Cristo, del vivere in Lui. (..) solo se ci lasciamo ripetutamente lavare, «rendere puri» dal Signore stesso, possiamo imparare a fare insieme con Lui ciò che Egli ha fatto. ” cliccare qui.
Fin dai Padri della Chiesa e dalle loro spiegazioni, questo gesto della lavanda dei piedi ha così diversi significati inscindibili fra loro:
- il primo è il senso salvifico all’interno della Chiesa, è Gesù che salva e si sacrifica per noi (istituzione dell’Eucaristia), per i suoi stessi Apostoli: “se non ti lavo”, ossia se non ti lasci purificare da me, non potrai aver parte di Me;
- il secondo senso è battesimale (Gv.17,14-17) “Sapete ciò che vi ho fatto?” domanda loro Gesù e che spiega poi il gesto, invitando i Suoi a fare altrettanto fra di loro, FRA I BATTEZZATI esprimendo il concetto della conversione nell’umiltà, con un gesto di umiltà: “non solo per questi ma anche per quelli che sulla loro parola crederanno in me”. Nei testi dei Padri si pone in parallelo la lavanda con il battesimo, considerandola la “illuminazione” degli apostoli. Il battesimo, come morte dell’uomo vecchio e resurrezione dell’uomo nuovo, è la condizione essenziale per poter partecipare all’Eucaristia. Così Gesù lava i piedi ai discepoli “per avere parte con Lui”. Sono pronti, cioè, a mangiare la Pasqua nuova.
- il terzo senso è emulativo, di conversione, è importante perché i discepoli possano aver parte con Lui e questa azione li libera dal peccato, li rende puri. Per i Padri della Chiesa, la santa lavanda non è intesa a “lavare le macchie del corpo, ma a santificare misticamente l’anima”, per questo è sempre stata pensata all’interno del collegio apostolico. I Vescovi lavavano i piedi dei propri sacerdoti (il presbiterio), da loro consacrati e associati al ministero nella propria diocesi; nei monasteri gli Abati lavavano i piedi agli umili frati…
Il significato è chiaro. Il Re è venuto per servire e non per essere servito. Pietro non accetta lo “scandalo” della lavanda dei piedi, come in precedenza, proprio subito dopo che Gesù lo aveva eletto “pietra di fondazione della Chiesa”, non aveva accettato lo scandalo della croce. In quella occasione Pietro aveva chiamato in disparte Gesù per rimproverarlo per quel discorso da “fallito”, da “vinto”. Ma Gesù, per tutta risposta, davanti a tutti lo scaccia come “satana” perché non ragiona secondo Dio ma secondo gli uomini. Dopo quella brutta figura, la reazione di Pietro al gesto sconvolgente di Gesù è meno “aggressiva” e più remissiva. Anzi quando gli dice: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” Pietro non oppone altra resistenza, anzi chiede addirittura che gli venga fatto il bagno… (1) E’ solo in questo contesto che si avvia, nella vera Tradizione della Chiesa, questo rito della lavanda dei piedi, DENTRO IL COLLEGIO APOSTOLICO.
E così siamo arrivati al dicembre 2014 quando, Papa Francesco, dispose la modifica delle regole che disciplinano liturgicamente il tradizionale rito della “lavanda dei piedi”, nella messa “in Coena Domini” del Giovedì Santo, prevedendo che per ricevere la lavanda dei piedi – che ricorda il gesto fatto da Gesù la sera dell’Ultima Cena con gli apostoli – non debbano più essere scelti solo maschi, ma anche le donne… Anche il numero, quindi, non dovrà essere più obbligatoriamente di 12, ma “un gruppetto”.
Lasciando perdere per un momento la questione delle “donne” che è pura ideologia, altrettanto ideologia è che poi, papa Francesco, vi abbia aggiunto anche i non battezzati, coloro che non sono solo semplicemente al di fuori della Chiesa, ma che probabilmente non hanno neppure alcuna intenzione di aderirvi, perché magari musulmani!! Ora è onesto anche dire che fu sempre quello “spiritello” del Concilio ad avanzare aperture e stranezze in campo liturgico! Bergoglio non sta facendo altro che attualizzarle perché “altri” glielo hanno permesso di fare!
Spiegava così Benedetto XVI:
- “Teniamo innanzitutto presente che la lavanda dei piedi – come abbiamo visto – non è un sacramento particolare, ma significa la totalità del servizio salvifico di Gesù: il sacramentum del suo amore, nel quale Egli ci immerge nella fede e che è il vero lavacro di purificazione per l’uomo. Ma in questo contesto la lavanda dei piedi acquista, tuttavia, al di là del suo simbolismo essenziale ancora un significato più concreto, che rimanda alla prassi della vita della Chiesa primitiva. Di che cosa si tratta? Il «bagno completo» presupposto non può riferirsi che al battesimo, col quale l’uomo una volta per tutte è immerso in Cristo e riceve la sua nuova identità dell’essere in Cristo.” (vedi qui)
In conclusione: cosa dovrebbe fare papa Francesco? e perché avrebbe sbagliato a cambiare la tradizione?
Prima di tutto perchè il senso di Bergoglio è molto ideologico, prima l’apertura alle donne (che c’entrano nel collegio apostolico? Gesù non lavò i piedi alla Madre! forse che la Madre non prese parte di Lui alla gloria eterna?); secondo perché è più facile lavare i piedi ad un carcerato, ad un musulmano (con tanto di fotografi e telecamere piazzate) che non – per esempio – umilmente inginocchiarsi per lavarli al cardinale Rayomond Leo Burke…
Papa Francesco dovrebbe riprendere la Tradizione e lavare i piedi ai sacerdoti, ai vescovi e cardinali da lui trattati male durante l’anno, dovrebbe lavare i piedi a Padre Stefano Maria Manelli… e ribadire in tal senso il concetto dell’autentico umile servizio a cui allude il Cristo nei fatti riportati dai Vangeli.
Infine dovrebbe riportare al centro – nella Messa del Giovedì Santo – l’EUCARISTIA, i Santi Sepolcri, l’Adorazione al termine della Messa in Coena Domini, che non è la “messa della lavanda dei piedi”…
Laudetur Jesus Christus
____________________
venerdì 17 maggio 2019
Prove talmudiche del sacrificio di Gesù Cristo
Esistono prove extrabibliche ed irrefutabili circa il valore redentivo del sacrificio di Cristo?
Il primo di questi miracoli riguarda la scelta casuale del “lotto” (sorteggio), che veniva effettuato nel Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Il sorteggio determinava quale di due caproni sarebbe stato “per il Signore”, e che sarebbe stato il capro “Azazel” o “capro espiatorio”. Durante i due secoli prima del 30 d.C., quando il Sommo Sacerdote sorteggiava una pietra fra due, anche questa selezione era governata dal caso, e ogni anno il prete avrebbe sorteggiato una pietra nera o una pietra bianca, indistintamente e con la stessa frequenza. Ma per 40 anni di fila, a partire dal 30 d.C., il Sommo Sacerdote sortì sempre la pietra nera!
Sì esistono. E, paradossalmente, ci derivano proprio dal popolo che fu artefice di quel delitto, cioè dal popolo giudaico.
In effetti, il loro libro principale, che certamente non è la Torah, bensì il Talmud contiene prove esplicite che rimandano inequivocabilmente al sacrificio di Cristo.
Con la sua Morte in Croce, il Divino Redentore ha pagato una volta per tutte per il debito di Adamo e per tutti i peccati: ragion per cui tutti i sacrifici compiuti presso l’Antico Israele non hanno più ragion d’essere. Essi, infatti, trovavano la loro motivazione in vista di ciò che avrebbe compiuto il Redentore. Essi stessi erano prefigurazione, immagine profetica e tipo di quell’unico e definitivo Sacrificio d’espiazione per i peccati, per cui, una volta giunta quella realtà, tutte le prefigurazioni non avevano più ragion d’essere. Dovevano cessare.
Il Talmud, tanto quello nella sua versione babilonese quanto in quella gerosolomitana, ha registrato puntualmente che quei riti e sacrifici, da quarant’anni prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme, non si sono più realizzati ( sacrifici ed i riti dell’Antica Alleanza erano prefigurazione e tipo di quell’unico sacrificio ed ottenevano l’effetto -la giustificazione- non in quanto tali, ma, appunto, in vista e come immagine, prefigurazione di quell’unico e vero sacrificio).
Cos’era successo quarant’anni prima?
Cos’era successo quarant’anni prima?
Era il 30 d.C., anno che gli studiosi accreditano come anno della morte di Cristo.
Prove talmudiche relative al Messia nel 30 d.C.
Nei secoli successivi alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), il popolo ebraico ha iniziato a scrivere due versioni del suo pensiero, della sua storia religiosa e dei suoi commentari. Una versione è stata scritta in Palestina e divenne nota come il Talmud di Gerusalemme. L’altra è stato scritta a Babilonia ed era conosciuta come il Talmud babilonese.
E' scritto nel Talmud di Gerusalemme:
“Quaranta anni prima della distruzione del Tempio, la luce occidentale si spense, il filo cremisi rimase cremisi, e il lotto per il Signore avvenne sempre con la mano sinistra. Avrebbero chiuso le porte del tempio di notte e si sarebbero alzati la mattina trovandole aperte” (Jacob Neusner, il Yerushalmi, p. 156-157). [la distruzione del Tempio nel 70 d.C.]
Un passaggio simile nel Talmud babilonese afferma:
“I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio (lotto) [‘per il Signore’] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole” (Soncino versione, Yoma 39b).
Quali sono questi passi di cui si parla? Poiché entrambi i Talmud riportano le stesse informazioni, ciò indica che la conoscenza di questi eventi era stata accettata dalla diffusa comunità ebraica.
Il miracolo del lotto
Il primo di questi miracoli riguarda la scelta casuale del “lotto” (sorteggio), che veniva effettuato nel Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Il sorteggio determinava quale di due caproni sarebbe stato “per il Signore”, e che sarebbe stato il capro “Azazel” o “capro espiatorio”. Durante i due secoli prima del 30 d.C., quando il Sommo Sacerdote sorteggiava una pietra fra due, anche questa selezione era governata dal caso, e ogni anno il prete avrebbe sorteggiato una pietra nera o una pietra bianca, indistintamente e con la stessa frequenza. Ma per 40 anni di fila, a partire dal 30 d.C., il Sommo Sacerdote sortì sempre la pietra nera!
Il sorteggio di Azazel, la pietra nera, contrariamente a tutte le leggi del caso, è avvenuta per 40 volte di fila dal 30 d.C. al 70 d.C.! Questo evento è stato considerato un evento terribile e significava che qualcosa era cambiato radicalmente in questo rituale Yom Kippur. Questa assegnazione per sorte è accompagnata anche da un altro miracolo che viene descritto di seguito.
Il miracolo della Striscia Rossa
Il secondo miracolo riguarda la striscia cremisi (rosso) o un panno legato al capro Azazel (il capro espiatorio). Una porzione di questo panno rosso veniva rimosso dal capro e legato alla porta del Tempio. E ogni anno il panno rosso sulla porta del Tempio diventava bianco come a significare che l’espiazione del Yom Kippur era accettabile al Signore. Questo evento annuale accadde fino al 30 d.C. A partire da quella data ogni anno e fino al tempo della distruzione del Tempio, il panno rimase color cremisi. Questo senza dubbio causò molta agitazione e costernazione tra gli ebrei. Questa pratica tradizionale è legata alla confessione da parte di Israele dei suoi peccati e al trasferimento cerimoniale dei peccati di questa nazione sul capro Azazel. Il peccato veniva poi rimosso dalla morte di questo capro. Il peccato era rappresentato dal colore rosso del panno (il colore del sangue). Ma il panno rimasto cremisi significava che i peccati d’Israele non erano stati perdonati e che non erano stati resi “bianchi”. L’indicazione chiara è che tutta la comunità aveva perso l’attenzione del Signore in relazione a qualcosa che si era verificato nel 30 d.C. L’espiazione annuale raggiunta attraverso la tipica osservanza dello Yom Kippur non era stata realizzata come previsto. Apparentemente l’espiazione era da ottenere in qualche altro modo. Chi o che cosa avrebbe fornito l’espiazione per un altro anno?
Per quanto riguarda la striscia cremisi, anche se non menzionato nelle Scritture e molto prima del 30 d.C., durante i 40 anni in cui Simone il Giusto era sommo sacerdote, un filo cremisi che era stato associato con la sua persona diventava sempre bianco quando lui entrava nella parte più interna del Tempio, il Santo dei Santi. Le persone notarono questo. Inoltre osservarono che “la sorte del Signore” (il lotto bianco) si produsse per 40 anni consecutivi nel corso del sacerdozio di Simone. Notarono pure che il “lotto” scelto dai sacerdoti dopo Simone a volte era nero, e a volte bianco, e che il filo cremisi a volte diventava bianco, altre volte no. Gli ebrei giunsero a credere che se il filo cremisi diventava bianco, Dio aveva approvato i rituali della Giornata di Espiazione e che Israele poteva essere certo che Dio avesse perdonato i loro peccati. Ma dopo il 30 d.C., il filo cremisi non è più diventato bianco per 40 anni, fino alla distruzione del Tempio e la cessazione di tutti i rituali del Tempio!
Che cosa ha fatto la nazione ebraica nel 30 d.C. per meritare un tale cambiamento al Yom Kippur? Secondo alcuni, il 5 aprile del 30 d.C. (vale a dire, il 14 di Nisan, il giorno del sacrificio pasquale) il Messia, Gesù, è stato tagliato fuori da Israele, lui stesso messo a morte come un sacrificio per il peccato. Per questo evento vi è un trasferimento dell’espiazione ora non più ottenuta attraverso i due capri come offerti a Yom Kippur. Come un innocente agnello pasquale, il Messia è stato messo a morte senza che fosse trovata colpa in Lui! Ma a differenza dei sacrifici del Tempio o gli eventi dello Yom Kippur (come spiegati sopra) dove il peccato è espiato solo per un dato lasso di tempo, il sacrificio messianico è dato con la promessa del perdono dei peccati attraverso la grazia data da Dio a coloro che accettano un rapporto personale con il Messia. Si tratta essenzialmente di un evento irripetibile per tutta la vita di ogni persona e non di una serie continua di osservanze annuali e di sacrifici animali. Il meccanismo che procura il perdono dei peccati cambiò nel 30 d.C.
Il miracolo delle porte del tempio
Il miracolo successivo, che le autorità ebraiche riconobbero, è quello delle porte del Tempio che tutte le sere si spalancavano spontaneamente. Anche questo si verificò per quarant’anni, a partire dal 30 d.C. La principale autorità ebraica di quel tempo, Yohanan ben Zakkai, dichiarò che questo era un segno di morte imminente, che lo stesso tempio sarebbe stato distrutto.
Il Talmud di Gerusalemme afferma:
“Disse Rabban Yohanan Ben Zakkai al Tempio, ‘O Tempio, perché ci spaventi? Sappiamo che tu finirai distrutto. Per questo è stato detto, ‘Apri le tue porte, o Libano, che l’incendio possa divorare i tuoi cedri’ (Zaccaria 11:1)” (Sota 6:3).
Yohanan Ben Zakkai era il capo della comunità ebraica durante il periodo successivo alla distruzione del Tempio nel 70 d.C., quando il governo ebraico venne trasferito a Jamnia, una trentina di km a ovest di Gerusalemme.
Forse le porte si aprirono anche a significare che ora tutti possono entrare nel Tempio, anche nelle sue parti sante più interne. Le evidenze sostenute dai miracoli di cui sopra suggeriscono che la presenza del Signore si era allontanato dal Tempio. Questo non era più un luogo solo per sommi sacerdoti, ma le porte si erano aperte a tutti per entrare nella casa di culto del Signore.
Il miracolo della lampada occidentale del Tempio
Il quarto miracolo era che la lampada più importante delle sette candele della Menorah nel Tempio si spense, e non brillò più. Ogni notte per 40 anni (oltre 12.500 notti di fila), la lampada principale del Tempio candelabro (menorah) si spegneva spontaneamente nonostante i tentativi e le precauzioni prese dai sacerdoti per tutelarsi contro questo evento!
Ernest Martin afferma:
“ Ma cosa successe nei quaranta anni e l’anno stesso che il Messia disse che il Tempio fisico sarebbe stato distrutto? Ogni notte per quarant’anni la lampada occidentale si spegneva e questo nonostante i sacerdoti ogni sera la preparassero in modo speciale affinché rimanesse costantemente accesa per tutta la notte!” (Il significato dell’anno 30 d.C., Ernest Martin, Ricerca Aggiornamento, aprile 1994, p. 4).
Anche in questo caso, le probabilità che la lampada si spenga continuamente sono astronomiche.
Qualcosa di straordinario stava succedendo. La “luce” della Menorah rappresenta il contatto con Dio. Il suo Spirito e la sua presenza era ora rimossa. Questa speciale dimostrazione si verificò a partire dalla crocifissione del Messia!
Dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente ragionevole che non esiste un modo naturale per spiegare tutti questi quattro segni connessi con l’anno 30 d.C. L’unica spiegazione possibile, deve essere soprannaturale.
Dopo il 30 d.C., e la morte del Messia, cominciarono a intervenire grandi difficoltà e prove impressionanti sulla nazione ebraica. Gesù stesso predisse ciò. Come Egli fu condotto via per essere crocifisso, Gesù mise in guardia le donne di Gerusalemme:
“Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: 'Figlie di Gerusalemme, non piangete su di Me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Già, perché verranno giorni nei quali si dirà, ‘Beate le sterili, i grembi che non hanno portato e i seni che non hanno allattato!’. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’. E ai colli: ‘Copriteci!’. Perché se fanno queste cose al legno verde, che cosa sarà fatto a quello secco?'.” (Luca 23:28-31).
mercoledì 13 marzo 2019
Sei anni di devastante operato + 50.....
Siamo testimoni ormai da tempo nel pontificato di Papa Bergoglio di una serie di scandali che si susseguono a velocità impressionante: quando si pensa di aver toccato il fondo ecco il presentarsi di ulteriori fatti o atti clamorosi che producono un ulteriore sprofondamento nella spaventosa crisi di fede che si manifesta ormai in tutta la sua evidenza.
Inutile elencare la lunga serie di oscenità che ha prodotto e continua tutt'ora a produrre tale disfacimento del Cattolicesimo e lo sfacelo da esso generato nelle anime di molti fedeli condotti al disorientamento da una pastorale che predica e realizza l'esatto opposto dell'insegnamento di Nostro Signore;
(...) la crisi della Chiesa è talmente chiara che solo un cieco può non riconoscerla, come ebbe a confermare anche il compianto cardinale Carlo Caffarra, autore, con altri tre cardinali, dei famosi Dubia rivolti a Papa Francesco affinché il Pontefice facesse chiarezza su alcuni temi controversi, generati della sua esortazione apostolica Amoris laetitia, in materia dottrinale della Chiesa.
A questi Dubia si sono affiancati altri documenti o prese di posizione di esponenti cattolici - chierici e laici, ritenuti conservatori e difensori della Tradizione della Chiesa - in aperto contrasto con le prese di posizione e il modus operandi dell'attuale pontefice. Vi è di più: molti di questi “oppositori” accusano proprio il papa argentino quale responsabile principale della crisi in atto nella chiesa e non perdono dunque occasione per sottolineare gli errori, e spesso le gravità, di alcuni suoi atti in tema di dottrina e uniformità al Magistero perenne della Chiesa.
Errori e gravità che sono certamente palesi in tutta la loro drammaticità dal momento che sono provocati dalla più alta autorità che dovrebbe conservare e difendere il deposito della fede, ma non è francamente credibile soffermarsi al particolare tempo del pontificato bergogliano trascurando una visione di insieme che evidenzia il fatto che il papa argentino non si è materializzato dal nulla ma, come lui stesso afferma, la sua elezione e il suo programma vanno letti nel segno di una perfetta continuità con quelli dei suoi più recenti predecessori.
Trascurando ciò si finisce per provocare, da chi intende in un certo qual modo difendere l'ortodossia del Magistero, un danno ancora più grande alla Chiesa perché ancora una volta la Verità passa di mano in mano rimanendo ostaggio di una visione pressoché ideologica e non oggettiva della realtà.
La resistenza ad un pontificato ritenuto non in linea con l'insegnamento della Tradizione della Chiesa non è altro che una farsa se poggia su una visione parziale della realtà, e che perciò si trasforma in tragedia se il risultato è quello di rafforzare quella crisi che si afferma di voler contrastare.
Se si pensa infatti, e veniamo al punto, che il solo Bergoglio sia l'origine dei mali che sta flagellando il Corpo Mistico di Nostro Signore, significa affermare una clamorosa falsità in quanto ci si limita ad evidenziare e riconoscere della crisi in atto nella chiesa solo gli effetti ma non le cause.
Di fatto è una forzatura affermare o dare a intendere che quello di papa Bergoglio sia il pontificato che ha generato la crisi della Chiesa poiché tale crisi perdura da più di 50 anni ossia da quello che quei presunti conservatori e difensori della Tradizione se ne guardano bene dal menzionare o mettere in discussione: il Concilio Vaticano II, con la sua nuova liturgia, la sua nuova dottrina e la sua nuova pastorale.
Ci rendiamo ben conto che i modi del papa argentino possano risultare urticanti e assai spicci non essendo quelli di chi ama agire di fino e in punta di piedi (come se si è spesso fatto nel recente passato adottando l'ambiguità più velenosa per scardinare il Magistero) sicché al posto di un fioretto viene preferito l'uso di una mannaia, ma, al di là delle modalità, il risultato e il fine da perseguire è il medesimo, punto per punto, dei suoi predecessori pontefici tutti “ispirati” dai nuovi imput imposti in nome del Vaticano II.
Papa Bergoglio ha semmai acuito la crisi della chiesa, mettendoci certamente del suo (come non sottolineare ad esempio la sua azione improntata alla soppressione di ogni parvenza di spiritualità nell'animo umano...) col risultato di imprimere un'accelerazione al programma conciliare già ben avviato da chi lo ha preceduto al soglio di Pietro con atti altrettanto e talvolta assai più gravi poiché volti ad intaccare la fede e persino a corromperla. Senza Bergoglio la chiesa sarebbe dunque in piena salute? Non prendiamoci in giro.
I fatti, storici e oggettivi, raccontano di Papa Giovanni XXIII che ha voluto fortemente portare all'interno della chiesa il cavallo di Troia del modernismo mascherato sotto il vessillo di un concilio, il Vaticano II;
di Paolo VI che ha inflitto un fendente mortale alla sacra liturgia realizzando sorprendentemente l'obiettivo che i nemici della Chiesa hanno sempre tentato invanamente di centrare: la soppressione della Messa di sempre;
di Giovanni Paolo II che ha umiliato la regalità di Cristo con le adunanze di Assisi sdoganando un falso quanto malevolo ecumenismo;
di Benedetto XVI che, oltre alle sue sconcertanti dimissioni, ha indetto il Summorum Pontificum per ridare vigore alla liturgia ma a patto che si riconosca e si accetti incondizionatamente il Vaticano II che proprio alla Sacra Liturgia è in ferma opposizione...
Considerare quindi il devastante operato di Papa Francesco dimenticando al tempo stesso quello dei suoi predecessori significa chiudersi in una contraddizione dalla quale non si vuole uscire perché svelerebbe delle responsabilità evidenti e scandalose da parte di quel clero e di quei laici che hanno assecondato e difeso per anni senza se e senza ma l'operato dei pontefici conciliari ante Bergoglio.
Con queste premesse, è bene non farsi illusioni: la crisi della Chiesa è destinata ulteriormente a peggiorare poiché è un continuo avvitarsi su se stessa; umanamente si è giunti ad un punto tale che è pressoché impossibile sbrogliare una matassa così ingarbugliata.
Nonostante ciò, resta il dovere di vivere da cattolici, di resistere al clima avverso, di perseverare nella preghiera, di testimoniare la Verità, di affermare l'appartenenza alla nostra unica salvezza: Nostro Signore Gesù Cristo. Costi quel che costi.
La Redazione di Corsia dei Servi QUI
venerdì 11 gennaio 2019
Il parto mistico della Vergine Maria
Ecco la straordinaria testimonianza di Santa Brigida, relativa alla nascita di Gesù, descritta in seguito ad un'esperienza mistica avuta a Betlemme, dove la Vergine Maria le mostrò apertamente come aveva partorito il suo glorioso Figlio.
.....................
Mentre ero nel Presepe del Signore in Betlemme, vidi una bellissima Vergine gestante, vestita d'un mantello bianco e di una tunica sottile, attraverso la quale potevano vedersi le sue carni virginee. Il suo grembo era ingrossato e molto tumido, perché prossima al parto. Con lei era un certo dignitosissimo vecchio e con loro due, un bove e un asino. Ed entrarono nella grotta. Quel vecchio, legati il bove e l'asino alla mangiatoia, uscì fuori e portò alla Vergine un lume acceso e lo fissò al muro e uscì fuori per non essere presente al parto. Quella Vergine dunque si tolse allora i calzari dai piedi e il mantello bianco, di cui era coperta, rimosse il velo dal capo e, tutto ciò deposto là presso, rimase con la semplice tunica, con i capelli bellissimi, biondi come oro, sparsi sopra le spalle. Mise allora fuori due sottili pannolini di lino e due bianchissimi pannolini di lana, che portava con sé per avvolgervi il bambino e due altri più piccoli per coprirlo e fasciargli il capo: e se li pose vicino per potersene servire a suo tempo.
Quando tutto fu pronto, la Vergine si mise con grande devozione in preghiera in ginocchio, avendo il dorso verso la mangiatoia, il volto invece rivolto al cielo, verso oriente. Alzando quindi le mani e con gli occhi fissi al cielo, stava come estatica e sospesa in contemplazione, inebriata da divina dolcezza.
E così stando lei in preghiera, vidi allora muoversi Colui che giaceva nel grembo di lei e subito, d'un tratto, all'istante, partorì il Figlio, dal quale usciva tanta ineffabile luce e tanto splendore, da non poterglisi paragonare il sole, né quel lume, posto dal vecchio, non dava luce alcuna, sopraffatta totalmente com'era la sua luce materiale da quello splendore divino. Fu così improvviso e istantaneo quel parto, ch'io non potei avvertirne e comprenderne il modo e il luogo. Ma vidi subito giacer in terra e splendidissimo quel glorioso Bambino, le cui carni erano monde da ogni macchia o immondizia. Vidi anche presso di lui deposta e piegata e molto splendente la placenta. Udii allora il canto degli Angeli di meravigliosa soavità e di grande dolcezza. E subito il ventre della Vergine, che prima del parto era tumidissimo, si ritrasse e si vedeva ora il suo corpo mirabilmente bello e delicato.
Quando dunque la Vergine s'accorse d'aver partorito, chinò il capo e, congiunte le mani con grande dignità e devozione, adorò il Bambino e gli disse: 'Benvenuto, Dio mio e Signor mio e Figlio mio'. E il bambino allora gemendo e un po' tremante per il freddo e per la durezza del pavimento ove giaceva, si voltava un poco e stendeva le membra, come cercando sollievo; la Madre allora lo prese fra le mani e se lo strinse al petto e lo riscaldava col petto e con la guancia, con grande gioia e tenera compassione materna.
Seduta in terra, si pose il Figlio suo in grembo e ne prese fra le dita l'ombelico, che subito si staccò, senza che ne uscisse alcun liquido né sangue. E subito cominciò ad avvolgerlo diligentemente. Dapprima con i pannolini di lino, poi con quelli di lana, fasciandogli il corpicino, le gambe e le braccia con una fascia tessuta in quattro punti della parte superiore d'uno dei pannolini di lana. Poi lo ravvolse, fasciando la testa del bambino con i due pannolini di lino, che aveva per l'appunto preparati.
Ciò fatto, entrò il vecchio e, prostratosi con le ginocchia a terra, lo adorò, sospirando dalla gioia. Né al parto s'era la Vergine cambiata di colore né apparve spossata né le mancarono le forze, come suole accadere alle altre partorienti; solo che da tumido che era, tornò al suo stato naturale il grembo, nel quale era stato concepito il Bambino.
Alzatosi allora, avendo fra le braccia il Bambino, insieme, lei cioè e Giuseppe, lo adorarono con immensa gioia e letizia.
(Rivelazioni di santa Brigida di Svezia)
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martedì 25 dicembre 2018
Gloria in excelsis Deo!
venerdì 21 dicembre 2018
L' "ecumenismo" di san Tommaso
Il 21 dicembre il calendario del Vetus Ordo ricorda san Tommaso,
l’Apostolo che dubitò della Resurrezione di Gesù Cristo (Gv 20, 24-29).
Quanti oggi dubitano e sono increduli di fronte ad una Chiesa che non annuncia
più la Buona Novella e non chiede più alle persone di convertirsi a Cristo,
bensì all’ecumenismo, al pluralismo, al globalismo, alla multietnicità? San
Tommaso vide e toccò le piaghe del Salvatore, poi credette.
Nella situazione in cui ci troviamo sarebbe più semplice credere nella
resurrezione di Cristo, come hanno fatto le moltitudini di generazioni di
cristiani, dopo secoli e secoli di attesa dell’arrivo del Messia in terra da
parte del popolo eletto, piuttosto che credere nell’ecumenismo che dal Concilio
Vaticano II accademici e teologi, compresi i Pontefici, cercano di propinare in
tutti i modi alle anime, ora più che mai assetate di Verità, serietà, certezze
evangeliche, unità in Colui che è il Figlio di Dio, Uno e Trino. Infatti i
fautori dell’ecumenismo continuano a lamentare una mancanza di risultati.
Parole vuote ed erronee si sono accumulate a dismisura in questi
cinquant’anni, perciò la gente continua ad essere distante da queste
argomentazioni, così come risulta dal libro di don Vincent Chukwumamkpam Ifeme
(docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Redemptoris Mater
di Ancona e direttore dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo
interreligioso), prefato da Riccardo Burigana, Direttore del Centro Sudi per
l’Ecumenismo in Italia (Venezia).
Il testo non è propositivo, ma impositivo, come risulta già dal titolo:
L’ecumenismo non è opzionale (San Paolo), che si propone di spiegare in
maniera divulgativa il concetto ecumenico per metterlo in pratica, diffonderlo
e, quindi, farne oggetto di missione.
Si legge nella prefazione che Papa «Francesco ha moltiplicato incontri e
interventi per promuovere la crescita della comunione come primo e
irrinunciabile passo per la costruzione dell’unità visibile. Le sue parole e i
suoi gesti hanno aperto nuovi orizzonti […]. Va sottolineato che le nuove
prospettive di una testimonianza ecumenica potranno coinvolgere anche le altre
religioni nella costruzione di una cultura dell’accoglienza, radicata
nell’ascolto e nel dialogo, e della pace, fondata sulla riconciliazione della
memoria e sull’esercizio della giustizia.»
La Chiesa è missionaria quando insegna la dottrina e il catechismo, non
quando stabilisce interscambi con false religioni, comprese quelle protestanti.
Quando san Tommaso riconobbe Gesù andò a predicare il Vangelo e a convertire,
mettendo a rischio la propria vita: se Cristo era stato messo a morte per aver
rivelato la Verità, gli apostoli del tempo e quelli futuri, chiamati a predicare
e a battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, fino alla
fine del mondo, venivano e saranno sempre chiamati a seguire il loro Maestro a
discapito anche della propria vita, come hanno fatto i tanti e tanti martiri
della Storia della Chiesa.
Cristo e i suoi discepoli non hanno mai perso tempo nell’ascoltare i pagani o
i credenti di altre religioni: hanno utilizzato il prezioso tempo in terra per
convertire, e quando si sono fermati in questa missione cristologica lo hanno
fatto unicamente perché è stato loro impedito con la forza. Tommaso, dopo la sua
conversione, seminò la Verità che ormai possedeva e, misericordiosamente, andò a
gridarla oltre i confini dell’Impero romano, in Persia e in India, dove fondò la
prima comunità cristiana.
(Articolo di Cristina Siccardi)
L'intero articolo con la bella storia della vita di san Tommaso Apostolo QUI
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