La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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mercoledì 7 febbraio 2018

Chi è Silvana De Mari?

 
Un medico plurispecialista dall'appassionata immaginazione!!!
E cosa può fare un medico plurispecialista dall'appassionata immaginazione?
 Scrivere libri, elementare Watson!

I suoi libri, del genere Epico, però di ovvio non hanno assolutamente nulla. La De Mari, con una scrittura avvincente ed originale, spesso arricchita da un piacevole senso dell'umorismo (che ha preso in prestito da Guareschi, come lei stessa mi ha riferito nell'intervista), ha arricchito questo genere letterario di una caratteristica nuova. I suoi racconti descrivono un mondo dove si combatte contro il male, l'ingiustizia, il dolore degli innocenti, ma in questo mondo, a tratti atroce, la malvagità può nascondersi nel tratto quotidiano, a volte banale, nel cuore meno incline al male, in un volto anonimo.
 
Le sue storie, anche quelle più sanguinose e cupe, dove pare dominino in assoluto il male e la morte, sono stemperate dalla cura per i grandi valori come la speranza, l'amicizia, l'amore, la tenerezza, l'attenzione alla vita, ai bambini non nati, agli ammalati; valori che possono diventare: esperienza gratificante, marchio indelebile che rende l'uomo umano e simile a Dio, segno dell'invincibile positività della vita vissuta alla presenza del Bene, del Vero, del Bello, banco di prova per fortificare gli animi, per non arrendersi al Male e pegno di eterna felicità. Gli eroi della dottoressa Silana De Mari, che esistono in ogni storia epica di tutto rispetto, ci insegnano ad avere coraggio, a non perdere mai la speranza, a guardare, a viso aperto il Male per poterlo combattere da creature libere e dal cuore grande e generoso, per il bene di tutti.
 
"La dottoressa Silvana De Mari ci dice che il Male è ben presente nel mondo e nella storia; incombe su di noi, corrompe i nostri cuori, rovescia i troni, cancella le dinastie; si diverte in particolare ad infierire sui piccoli e sugli innocenti. Tuttavia il Male non ha l'ultima parola. Deve essere fermato. Bisogna combattere coraggiosamente contro di esso." (Paolo Gulisano)
 
https://www.silvanademari.it/
 
Silvana De Mari, come i suoi eroi, sta combattendo la sua personale battaglia all'avanzare del Male odierno (che vuole l'uomo contemporaneo asservito ai demoni della più cieca viltà che impedisce di alzare lo sguardo verso il cielo) e lo sta facendo con determinazione, coraggio e vivida consapevolezza perché sa che il rispetto per la vita umana passa sempre attraverso la legge naturale inscritta nel cuore degli uomini e che obbedisce all'unica e certa verità capace di interporsi tra l'uomo e la menzogna, salvarlo dal fango del Male e renderlo veramente libero. Libero, soprattutto di rifiutare il Male con le sue schiavitù e di scegliere il Bene sempre e comunque. Da tempo ella infatti è bersaglio di duri ed ingiusti attacchi personali a causa delle sue idee politicamente "scorrette", in particolare su aborto, eutanasia, gender, omosessualità, ma come il suo eroe preferito Arduin, ha scelto, di guardare in alto (e credetemi i suoi incantevoli occhi di cielo, dallo sguardo acuto, penetrante ma anche tanto soavi, ne sono la prova inconfutabile!) ha rifiutato di conformarsi al Male, l'unica via percorribile per restare umana, quella del Bene.
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Chi fosse interessato a conoscere le sue battaglie ecco QUI una serie interessante di articoli su temi scottanti ed attuali.

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"Le fiabe nascono da sole, nessuno sa dove, corali e anonime; si evolvono a pezzi e a bocconi, viaggiano attraverso i secoli e attraverso i luoghi, subendo tutte le modifiche possibili, ma restando sempre uguali a se stesse. Le fiabe hanno protagonisti fantastici e magici e non devono superare lo spazio di un pomeriggio passato accanto al fuoco e, soprattutto, quello di una sera, perché il loro compito principale è riempire il "prima di andare a letto", così che il bambino possa scivolare nel sonno, cullato dalla voce dell'adulto, senza che i mostri che vivono dentro al buio possano disturbarlo." (Silvana De Mari)
Testo tratto da QUI

 
  






mercoledì 8 novembre 2017

Gertrud von Le Fort, la baronessa scrittrice

Gertrud Auguste Lina Elsbeth Mathilde Petrea Freiin von le Fort è una delle grandi figure letterarie di convertiti del ventesimo secolo. Nata l'11 ottobre del 1876 a Minden in Westfalia (Germania, era figlia del barone Lothar, luterano e discendente di un’antichissima famiglia savoiarda che nel XVI secolo era diventata calvinista emigrando a Ginevra. Uno dei suoi componenti era stato braccio destro dello zar Pietro il Grande e poi si era spostato in Germania, dove il casato aveva messo radici. La madre di Gertrud era la nobile brandeburghese Elsbeth Wedel-Parlow. Gertrud, d’ingegno vivacissimo, aveva studiato nelle migliori scuole tedesche ed era stata allieva e infine collaboratrice del grande storico Ernst Troelsch. All’università di Heidelberg era stata una delle rarissime donne iscritte. Come tutti i rampolli dell’alta società del tempo, compì il Grand Tour in Europa e soprattutto in Italia. Con lo scoppio della Grande Guerra, poiché noblesse oblige, prestò servizio come semplice infermiera negli ospedali militari, ma la sconfitta e lo smembramento territoriale finirono col portarle via i possedimenti di famiglia.Si trasferì in campagna dalle parti di Monaco e nel 1926 scese per la quarta volta a Roma. Che cosa la attirava così tanto nella capitale cattolica? Un lento scivolamento, frutto di studio e riflessione, verso quel “papismo” che le era stato insegnato a disprezzare; scivolamento culminato, l’anno precedente, nella pubblicazione degli Inni alla Chiesa, un’opera che le diede subito fama. In quel 1926, a quasi cinquant’anni d’età, la baronessa scrittrice ricevette il battesimo cattolico nella chiesa di Santa Maria dell’Anima, punto di riferimento dei cattolici tedeschi in Roma. 
Negli anni seguenti pubblicò moltissimo. Le sue opere forse più note sono L’ultima al patibolo e La moglie di Pilato. Divenne amica della norvegese Sigrid Undset, anche lei convertita e poi premio Nobel per la letteratura, del famoso romanziere Hermann Hesse e soprattutto di Edith Stein, l’ebrea allieva del celebre filosofo Edmund Husserl poi diventata suora carmelitana, col nome di Teresa Benedetta della Croce, e morta ad Auschwitz (e infine canonizzata da Giovanni Paolo II). Quando quest’ultima decise di prendere i voti religiosi, Gertrud von le Fort fu la sola a incoraggiarla e a esprimerle vicinanza mentre tutti gli amici e i familiari troncavano i rapporti. In Baviera nel 1934 aveva pubblicato un importante saggio, La Donna Eterna, più volte riedito e tradotto in molte lingue. É un’opera che potremmo definire di 'femminismo cattolico', se il termine non fosse stato coniato con tutt’altri intenti e, da buon –ismo, non fosse un’ideologia disgregante. 
La grandezza del compito della donna nella storia è, non a caso, letta alla luce della Donna per eccellenza, la Madonna. Attraverso riflessioni ed esempi storici, l’autrice coglie, tra l’altro, l’aspetto infernale della guerra totale moderna (....)e avverte, con tono realmente profetico: «Se cade la donna, cade un intero mondo».
Muore il 1 novembre del 1971 a Oberstdorf (Germania).

(liberamente tratto da un testo di Rino Cammilleri)
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“Io mi ritrovai dentro un mondo cristiano (…) e sentii allora per la prima volta in chiarissima coscienza che nonostante tutte le dolorose tensioni e fratture all’ interno del cristianesimo, esiste però un comune patrimonio cristiano (…) e colsi i tratti materni dell’anima cattolica che tutto abbraccia, l’essenza vera del cattolicesimo”.
(da una lettera di G. Von Le Fort)

venerdì 2 settembre 2016

2 settembre 1973 In memoriam


1. Dal Sudafrica all'Inghilterra, dalla Chiesa "alta" al cattolicesimo: la vita e la carriera
 
John Ronald Reuel Tolkien nasce da famiglia inglese il 3 gennaio 1892 a Bloemfontein, in Sudafrica, due anni prima del fratello Hilary Arthur Reuel (1894-1976). Nel 1895, i Tolkien tornano in Inghilterra. L'anno successivo muore il capofamiglia, Arthur Reuel (1857-1896). Nel 1900 la vedova, Mabel Suffield, si converte dall'anglicanesimo "alto" - conservatore - alla Chiesa cattolica con i due figli, perciò le famiglie Suffield e Tolkien, protestanti, interrompono ogni rapporto e ogni aiuto a lei e ai due orfani: nel 1904, ella muore a 34 anni perché, per ragioni economiche, non ha potuto curarsi adeguatamente. Il futuro filologo - riferisce il biografo Humphrey Carpenter - afferma: ""Mia madre è stata veramente una martire; non a tutti Gesù concede di percorrere una strada così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me, dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per assicurarsi che noi crescessimo nella fede". Ronald Tolkien scrisse queste parole nove anni dopo la morte di sua madre. Ci indicano come egli associasse alla madre la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Si potrebbe aggiungere che, alla morte della mamma, la religione prese nei suoi affetti il posto che lei aveva precedentemente occupato. La consolazione che gliene derivò fu sia emozionale sia spirituale". Affidati a parenti e a conoscenti, gli orfani sono seguiti da un sacerdote cattolico proveniente dalla cerchia dei collaboratori del cardinale John Henry Newman (1801-1890). Nel 1910 Tolkien entra all'università di Oxford, dove frequenta corsi di studi classici, nonché di Lingua e Letteratura Inglesi, ottenendo il baccellierato con lode nel 1915. Il 22 marzo 1916 sposa Edith Bratt (1889-1971) con cui si era fidanzato nel 1914, dopo la conversione della giovane dall'anglicanesimo al cattolicesimo; ne avrà quattro figli: John Francis Reuel, nel 1917 - sacerdote cattolico dal febbraio del 1946 -; Michael Hilary Reuel (1920-1984); Christopher Reuel, nato nel 1924; e Priscilla Mary Reuel nel 1929.
Nel 1916, scoppiata la Grande Guerra, il futuro filologo combatte sulla Somme - in Francia - come sottotenente, ma in novembre viene rimpatriato a causa della "febbre da trincea". Convalescente, nel 1917 inizia la composizione di The Book of Lost Tales, il grande affresco da cui derivano le sue opere narrative più note. Tornato a Oxford, nel 1918 entra nell'équipe del New English Dictionary. Nel 1919 è tutor universitario; nel 1920 lettore di Lingua Inglese all'università di Leeds dove, nel 1924, è titolare della stessa cattedra. Nel 1925 è nominato alla cattedra Rawlinson e Bosworth di Anglosassone all'università di Oxford, dove, dal 1945 al 1959, anno in cui lascia l'insegnamento, è titolare della cattedra Merton di Lingua e Letteratura Inglesi. Nel 1972 l'università di Oxford gli conferisce il dottorato ad honorem in Lettere e il 2 settembre 1973, a 81 anni, Tolkien si spegne a Bournemouth e la Messa funebre è celebrata dal figlio.

2. Lewis e "gli scarabocchiatori"

Nel 1926, Tolkien conosce l'anglista e scrittore Clive Staples Lewis (1898-1963), con cui stringe lunga e profonda amicizia. Con altri, il filologo è strumentale alla progressiva conversione dell'amico - almeno a partire dal 1929 - dall'ateismo al teismo, quindi all'anglicanesimo, deluso quando questi non completerà il cammino passando al cattolicesimo. Tolkien e Lewis sono noti anche come i principali animatori del club letterario oxfordiano degli Inklings, grosso modo "gli scarabocchiatori".

3. Le opere

Autore di opere scientifiche e di edizioni critiche di testi antichi - come A Middle English Vocabulary, del 1922; l'edizione del manoscritto Ancrene Wisse: The English Text of the Ancrene Riwle, del 1962; il contributo alla traduzione della Jerusalem Bible, del 1966; le edizioni di Sir Gawain and the Green Knight, Pearl, and Sir Orfeo, del 1975, in precedenza pubblicati separatamente; il testo, tradotto e commentato, The Old English Exodus, del 1981; Finn and Hengest: The Fragment and the Episode, del 1982, curato da Alan Bliss; e The Monsters and the Critics and Other Essays, del 1983, curato dal figlio Christopher -, Tolkien è però noto soprattutto per la narrativa, la poesia e la saggistica a queste collegata. In quest'ambito altrettanto vasto, eccellono The Hobbit, del 1937; The Lords of the Rings, del 1968, già apparso in volumi separati fra il 1954 e il 1955; e The Silmarillion, del 1977. A questi si aggiungono Guide to the Names in "The Lord of the Rings". A Tolkien Compass, curato da Jared Lobdell nel 1975, nonché i testi incompiuti e le "prime versioni" che, dal 1983, il terzogenito cura e pubblica nella serie The History of Middle-Earth giunta al nono volume.

4. Il vero Tolkien
 
Le opere del Tolkien narratore vengono pubblicate e divengono famose - a volte originando un vero e proprio "culto della personalità", che il filologo non incoraggia e che anzi detesta, rifugge e teme - negli anni 1960 e 1970, contrassegnati dall'"alternativa", dalla psichedelia, dalla "fuga dalla realtà" e dalla contestazione. Accanto alla commercializzazione, talora brutale, della sua immagine, l'ideologizzazione di cui è fatto oggetto, anche in Italia, produce distorsioni assurde, che interpretano The Lord of the Rings ora come "bibbia" degli hippy; ora come testimonianza irrazionalista, puramente estetica, "reazionaria" e addirittura "cripto-fascista"; ora come insieme di tesi e di visioni neopagane, gnostiche ed esoteriche. Le opere tolkieniane sono, invece, incentrate su un grande affresco, di carattere anche teologico, fondato su amor, pietas e caritas, oltre che sul coraggio e sulla fortezza - compresi la dedizione, l'abnegazione e l'eroismo anche dei "piccoli" -, che il filologo ammirava nelle letterature classiche, nei racconti epici e mitologici, e nella Bibbia. Formato ai valori più classici del patriottismo inglese, del conservatorismo e della fede cattolica, Tolkien è assai lontano dalle descrizioni - a volte vere caricature - proposte da certa critica forzata, che ha fondamento solo in interpretazioni superficiali dei suoi motivi d'ispirazione, dei suoi espedienti narrativi e della sua passione per il mito, insieme emblema, esempio, modello, tipo e ideale. "Devo dire che tutto questo è un mito - scrive Tolkien a proposito della propria narrativa -, e non una nuova specie di religione o di visione". Ossia, "per quanto riguarda il puro espediente narrativo, questo, naturalmente, mi è servito per cercare esseri provvisti della stessa bellezza, dello stesso potere e della stessa maestà degli dèi dell'alta mitologia, che possano però anche essere accettati, diciamo pure audacemente, da chi creda nella Santa Trinità".
Il filologo presenta sé stesso un poco dappertutto nella propria produzione letteraria, ma luogo privilegiato di autodescrizione della figura, dello spirito e della produzione tolkieniane sono certamente il saggio On Fairy-Stories, del 1947, e l'epistolario, del 1981. Poco scrittore di fantasia della modernità e molto più "raccoglitore" di narrazioni epiche, in Tolkien l'apporto creativo si esplicita maggiormente nell'opera di "codificazione" e di trasmissione che non in quella di produzione ex nihilo, dove il significato d'"invenzione" sta più nell'etimo del termine - "trovata", "scoperta", "rinvenimento" - che non nel senso corrente di "ideazione dal nulla" o in quello traslato di "bugia". Le sue storie - non necessariamente fattuali, ma reali perché vere - sono prodotto di "sub-creazione"; ovvero, della capacità poietica - produttrice e poetica - dell'uomo che crea, partecipando della facoltà più importante del proprio Creatore a immagine e somiglianza del quale è stato fatto. Dunque, la creazione letteraria come produzione umana che è imitatio Dei e cantico del e all'Altissimo, nonché uso dei talenti in una vita vissuta - militia super terram, nel senso più vasto - per tessere le lodi del Signore, a Lui ritornare e a Lui offrire la consecratio mundi. Strumento è la parola umana il cui inscindibile e profondo legame con il Verbo di Dio fattosi carne non sfugge a Tolkien filologo e narratore. "Io pretenderei - scrive -, se non pensassi che fosse presuntuoso da parte di una persona così mal istruita, di avere come obiettivo quello di dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro mondo, attraverso l'antico espediente di esemplificarli attraverso personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire".

5. Lo scrittore cattolico

Il padre gesuita Guido Sommavilla e il frate minore francescano Guglielmo Spirito hanno, in Italia, evidenziato e sottolineato la dimensione cattolica della narrativa tolkieniana. "Il Signore degli Anelli è - scrive il filologo al padre gesuita Robert Murray - fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica; all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la "religione", oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l'elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so". Sottolineando l'importanza dello "Scrittore della Storia (e non alludo a me stesso) "l'unica persona sempre presente che non è mai assente e mai viene nominata" (come ha detto un critico)", Tolkien osserva: "Nel Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini". Apertamente egli afferma: "[...] sono un cristiano (cosa che può anche essere dedotta dalle mie storie), anzi un cattolico. Quest'ultimo fatto forse non può essere dedotto dalle mie storie; benché un critico [...] abbia affermato che le invocazioni di Elbereth e la figura di Galadriel nelle descrizioni dirette [...] siano chiaramente collegate alla devozione cattolica a Maria. Un altro ha visto nel pane da viaggio (lembas) un viaticum e nel fatto che nutre la volontà [...] e che è più efficace quando si è digiuni un riferimento all'Eucarestia. (Cioè: la gente indugia in cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica)". Cattolica è anche l'estetica dello scrittore, che parla di "[...] Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità".
Dunque, completamente errata e fuori luogo è l'impostazione - origine ed emblema di molte altre analoghe, anche diversamente formulate - del filosofo e leader della Nuova Destra francese Alain de Benoist, che nel "manuale" Comment peut-on être païen? del 1981, in traduzione italiana nel 1984, indica Tolkien - con altri - quale modello di preteso "neopaganesimo". "Al di là di questa [...] vita oscura [...], io ti propongo l'unica grande cosa da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento - scrive il filologo in una lettera al terzogenito Christopher -. [...] Qui troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte".
 
Marco Respinti
Fonte: Dizionario del Pensiero Forte

giovedì 17 marzo 2016

Le eresie della gnosi moderna

L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha appena dato alle stampe il libro dal titolo “Un mestiere del diavolo”. In un'intervista a la nuova bussola quotidiana illustra brevemente i temi trattati nel libro, tra cui il demonio e la crisi secolare di valori, di morale, che tocca tutte le categorie dell’umano dall'economia all'ambientalismo, dalle eresie alle ideologie, dalla religione cattolica al pensiero modernista.

Interessante scoprire come nella sua visione alla base della crisi morale ci sia la ripresentazione dell’eresia gnostica sviluppata in chiave moderna.
La spiega dicendo che nella Genesi al tema della Creazione 'sono esplicitate quattro volontà del Creatore
 
1°-  Il sesso delle creature(“maschio e femmina  li creò...”)
2°- Il loro impegno riproduttivo(“siate fecondi  e moltiplicatevi...”)
3°- Il compito verso la Creazione(“riempite la terra, soggiogatela...” )
4°- Il compito verso il resto del Creato(“dominate su ogni essere vivente …”).
 
La gnosi contrappone oggi, a queste quattro volontà del Creatore, rispettivamente  le sue quattro  eresie
 
1° - Teoria Gender
2° - Malthusianesimo
3° - Ambientalismo gnostico
4° - Animalismo 
 
 Alla domanda se le eresie che analizza nel libro possano nascondersi anche in economia risponde che alla prima eresia corrisponde la ribellione di Lucifero verso la Verità che porta come conseguenze economiche, dopo la cacciata dal paradiso, la fatica e la sofferenza nel lavoro, l’egoismo, l’invidia e l’attaccamento ai beni.
 
E poi c'è Caino, che è il primo ambientalista neomalthusiano nella storia che uccide Abele perché produce più di lui, sfruttando così la terra ed immola gli armenti migliori a Dio bruciandoli, uccidendo inutilmente animali e inquinando così l’atmosfera.
 
E continua ancora a proposito di eresie:
 
'Una successiva grande eresia, quella albigese, estinguendo l’uomo, provoca decrescita economica e povertà.
 
L’eresia protestante genera il capitalismo “disordinato”, quello su cui si scaglia Marx.
 
L’eresia naturalista negando che esistano leggi naturali che ispirano l’economia esalta “la natura buona” in sé stessa.
 
Una successiva eresia, l’americanismo, condannata da Leone XIII, afferma che le virtù vere sono solo quelle che creano valore economico'.
 
Conclude dicendo che 'le eresie che provocano impatto economico sono moltissime'.
 
Non ci resta che leggere il libro!

lunedì 15 giugno 2015

Un presente già eterno

 
Il passato ha già contato i sui giorni e più non è anche se può essere alimentato dai nostri ricordi, ma con l'andare del tempo essi subiscono l'impietoso sbiadimento nella memoria. Il futuro ancora non è e non ci è dato conoscerlo né interrogarlo, solo il presente è l'unico tempo che ci viene dato di vivere e di cui possiamo contare lo scorrere delle ore.
 
Nel libro 'Le lettere di Berlicche', pubblicato a Londra nel 1942 dallo scrittore Clive Staples Lewisun geniale racconto in forma epistolare in cui un diavolo anziano, “sua potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Berlicche”, istruisce suo nipote Malacoda, un giovane diavolo apprendista tentatore, è descritto in modo davvero mirabile l'importanza del tempo presente e la sua connessione con l'eternità, la nostra eternità che già inizia qui ed ora, nel nostro presente!  
 
Ecco come: 
«Mio caro Malacoda,

[...] gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico (il diavolo Berlicche chiama così Dio) li destina all'eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell'eternità stessa e di quel punto del tempo che essi chiamano il Presente.
Il Presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l'eternità.

Il Futuro è, fra tutte le cose, la cosa “meno simile” all'eternità. È la parte più compiutamente temporale del tempo, poiché il Passato è ghiacciato e non scorre più, e il Presente è tutto illuminato dai raggi dell'eternità.

mercoledì 11 marzo 2015

La falce sottile della luna

«Tu sei la falce sottile della luna
e il mio Io è l’ombra della terra
che mi impedisce di vederla tutta.
 
Ma quello di cui ho paura, caro Dio,
è che la mia ombra cresca così tanto
da oscurare la luna intera,
e che io giudicherò me stessa dall’ombra,
che è nulla.
 
Se non ti conosco Dio è perché io sono in mezzo.
Ti prego, aiutami a farmi da parte».
 (Flannery O'Connor)
L'autrice di questa bellissima poesia Flannery O'Connor è una scrittrice americana, profondamente cattolica, nata a Savannah (Georgia) il 25 marzo 1925 e morta, prematuramente all'età di 39 anni, il 3 agosto 1964, stroncata dal Lupus, malattia cronica ed autoimmune, ereditata dal padre, morto anch'egli in giovane età quando Flannery aveva 15 anni. A cinquant'anni dalla sua scomparsa, negli Stati Uniti d'America è stato pubblicato un inedito il 'Diario di preghiera', che ella scrisse appena ventenne, dove, annotando pensieri ed impressioni, intrattiene con Dio una conversazione intima, serrata, appassionata, fatta di sfoghi, confessioni e suppliche. In tutto il diario lei chiede essenzialmente tre cose: di essere una brava scrittrice, di essere una mistica e di conoscere la volontà di Dio.
 
«O Dio, fa’ che io Ti desideri. Per me sarebbe la felicità più grande. Fa’ che io Ti desideri non solo quando Ti penso ma in ogni momento, fa’ che questo desiderio si muova dentro di me, che viva dentro di me come un cancro. Come un cancro mi ucciderebbe e questo sarebbe il Compimento».
 
Fanno impressione le sue riflessioni sul dolore e sul desiderio di Dio «come un cancro», sapendo che solo quattro anni dopo le venne diagnosticato il Lupus. Un'enorme sofferenza patita come offerta a Dio; una malattia che la consumò ma che affinò in lei ancor di più la vena poetica ed il desiderio di Dio. E' infatti durante la malattia che ha scritto i suoi testi più belli e più famosi
Nonostante la grande sofferenza che le impose la malattia, Flannery O'Connor restò sempre una persona simpatica, allegra e sempre disposta ad intrattenersi con le tante persone che le scrivevano centinaia di lettere. Resta il ricordo di un’autrice sopraffina che cambiò per sempre la letteratura americana e non solo, influenzando scrittori, poeti e cantautori.

I suoi due testi più famosi sono:
'La saggezza nel sangue'
'Il cielo è dei violenti'

giovedì 13 marzo 2014

Mirare alto verso il cielo

L'ideale e l'azione- Penso alle illusioni dei fidanzati, dei giovani preti, dei giovani professori, ecc. L’esperienza della vita disperderà senza dubbio tutto ciò, tuttavia queste illusioni resteranno egualmente feconde come punto di partenza. Bisogna procedere dall’assoluto nel pensiero per realizzare il relativo nell’azione.
Colui che, dal principio, credesse soltanto al relativo, giungerebbe praticamente al nulla. Il dislivello tra l’ideale e l’azione essendo un fatto ineluttabile, occorre che l’ideale sia molto elevato. Senza dimenticare, anche in questo caso, le leggi della gravità e della traiettoria. L’ideale compie la funzione di alzo: coloro che hanno maneggiato armi da fuoco sanno che per colpire lontano sulla terra, bisogna mirare alto verso il cielo.
(Gustave Thibon - Il pane di ogni giorno) 

venerdì 14 febbraio 2014

L'idolatria del pensiero

 
 
Quando l'ideologia viene eretta a principio assoluto e sostituita alla stessa realtà tutto può essere possibile. La dinamica totalitaria del Novecento, pensiamo al Nazionalsocialismo ed al Comunismo, comincia da qui ed ancora continua ad espandere le sue nefaste radici dentro la cultura del Nuovo Millennio. I due regimi totalitari sono l'uno lo specchio dell'altro, lo asserisce, nel suo libro 'Vita e destino', lo scrittore russo Grossman perché hanno identico principio ideologico. Da dove inizia l'ideologia? Nelle parole e nelle parole bugiarde! Stalin per sterminare i Kulaki (contadini benestanti) disse che essi non erano uomini, allo stesso modo Hitler per sterminare handicappati, oppositori del regime, sacerdoti ed ebrei disse che non erano uomini. Così, come nella Germania nazista non si parlava di sterminio di ebrei ma di “soluzione finale”, in Unione Sovietica non si diceva fucilazioni di massa ma “misura di profilassi sociale”».

 
 
 
 
Si gioca con le parole per ribaltare la realtà, per piegarla ai propri convincimenti e scopi. Questa dinamica ideologica, insegnata già dai tempi del giacobinismo francese, permette di instaurare un regime totalitario basato sull'idolatria del pensiero che, avanzando pretese, promette ciò che non può mantenere, nascendo già condizionato dalla menzogna.         
                                

giovedì 6 febbraio 2014

Ha combattuto per il Regno

“Quando si arriva a una certa età si pensa alla frase che si vorrebbe sulla propria tomba… Io non voglio una tomba duratura, meglio la nuda terra, perché il corpo con cui risorgeremo non è quello con cui moriamo: dunque è meglio che questo si dissolva al più presto. Comunque per la mia tomba avrei chiesto questa frase: “Ha combattuto per il Regno”. Sono conscio di non avere, purtroppo, combattuto bene. Però è fuori discussione che ho combattuto”.
(EUGENIO CORTI dalla pagina di FACEBOOK)
 
Eugenio Corti, uno dei massimi scrittori italiani del nostro tempo è tornato alla casa del Padre. Io ho avuto l'onore di poterlo conoscere qualche anno fa. Sono rimasta affascinata ed incantata dalla fortezza di un uomo conquistato da Dio. Un bellissimo uomo, alto, distinto, dall'incedere regale, che portava i suoi lunghi anni con la baldanza e la temerarietà di un bambino. I suoi brillanti occhi azzurri contemplavano già il mistero del Cielo ed esercitavano un richiamo tenace e gentile, un invito a porre la fiducia in Dio, mentre lo splendore della loro tenera luce abbagliava e si apriva sul mistero di una vita intera spesa per cantare l'amore a Maria che lo aveva preservato dalla morte nella campagna di Russia. Un autore cattolico, tanto boicottato dall'entourage intellettuale catto-progressista e laicista, quanto amato e letto dal mondo cattolico. Mi piace ricordarlo così, semplice, umile, innamorato della vita e di Dio così come traspare dalla risposta ad una domanda in un'intervista che la Nuova Bussola Quotidiana gli fece il 15 gennaio 2011 in occasione del suo 90.mo compleanno (www.lanuovabq.it) :
 
Nell’aldilà si vede ancora come scrittore?No… Penso di aver scritto abbastanza. In cielo vorrei soltanto riabbracciare i miei genitori, i miei fratelli, tutti quelli che ho amato sulla terra. Ho sempre ammirato la carità irraggiungibile di mio fratello, missionario in Ciad e di un altro, medico, che ha fondato un ospedale in Uganda. Io mi sono impegnato con la penna a trasmettere la verità. Ma fino a che punto ci son riuscito è un punto interrogativo. Per me la cosa più importante è la misericordia divina. Ho fatto tanti errori, ma quando mi presenterò a Dio credo che mi riterrà ancora uno dei suoi.
 
Per conoscerlo meglio, andare su questo sito

martedì 19 novembre 2013

Radicamento nella tradizione

Il cosmologo Bernardo di Chartres scriveva: «Siamo come nani sulle spalle di giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'acume della nostra vista o per l'altezza del nostro corpo, ma perchè sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti». (nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea). La frase esprime una consapevolezza diffusa tra gli studiosi medievali, soprattutto tra quelli delle scuole sorte a cavallo del Mille e che sono state il preludio alla grande epopea della prime università europee. I giganti erano naturalmente i filosofi e matematici greci che, riscoperti, tradotti e studiati dai monaci, diedero un forte impulso allo sviluppo dello scibile umano nel corso dei secoli. In questo tempo di 'memoria corta' va ricordato che esistono e sono ancora valide e basilari due categorie per il progresso scientifico e tecnologico: il radicamento nella tradizione e la libertà di immaginare il nuovo.

lunedì 28 ottobre 2013

Sto tessendo un'altra tela

 
Si approssima per me un momento di grandi cambiamenti. E' in vista un trasloco in un'altra città. La prossima meta sarà infatti la provincia di Torino. Sto cercando di prepararmi prima di tutto psicologicamente. Ritengo che non sia facile per me, lasciare la cittadina dove ora vivo, la casa, il lavoro, gli amici, le abitudini, tutto insomma, per ricominciare a tessere un'altra tela nel ramo della vita. Questo non è il primo trasloco, non è la prima volta che sradico le mie radici per trapiantarle in altra terra, però ogni volta è come se fosse la prima. Mi sento smarrita tra le pieghe della nuova realtà che immagino molto diversa dall'attualità delle mie giornate. Guardo i nuovi fili sulla nuova tela e mi sembrano talmente fragili, che temo di spezzarli con le mie stesse fragilità. Le novità mi spaventano un po', mi destabilizzano, mi procurano un senso di vuoto, di troppo spazio pieno di niente. Il pensiero di dover ricominciare tutto dall'inizio mi provoca un senso di instabilità, di leggera vertigine che porta con sé nel turbine ogni certezza di mia realtà. Mi sento sull'orlo di un baratro, come chi, dopo affannosa corsa, si ferma, tutto trafelato, sul ciglio di un precipizio, convinto che sarebbe bastato un po' di velocità in più nella corsa e vi sarebbe precipitato senza potervi più risalire. Proprio lì mi coglie la vertigine guardando il vuoto, il buio del vuoto sotto di me. Mi viene in mente Puskin nel suo Evgenij Onegin che dice: "Dove, dove mai siete fuggiti, o giorni dorati della mia primavera? Cosa mi riserva il giorno entrante? Il mio sguardo tenta invano di coglierlo, è celato in una fitta oscurità. Non importa; giusta è la legge del destino. Che io cada trafitto dalla freccia, o che essa mi sorpassi volando, tutto è bene: per la veglia e per il sonno arriverà comunque l'ora prestabilita; sia benedetto il giorno degli affanni, benedetto sia anche l'avvento delle tenebre! Brillerà domattina il raggio dell'aurora e splenderà il chiaro giorno......"
Mi sembra che questo passo sia impregnato di realismo alquanto docile e sereno che riesce a vedere in ogni momento e situazione il respiro  della vita che si dipana giorno dopo giorno. Io vi scorgo la presenza del Signore: solo così posso dire sia benedetta ogni cosa, il giorno, la notte, gli affanni e persino le tenebre! Al di là di ogni mia tensione c'è il 'chiaro giorno' che mi aspetta e che pretende la mia totale fiducia ed il mio completo abbandono. Sono sicura che il mio domattina ci sarà e sicuramente brillerà della luce di Cristo che ordina i miei giorni nella tela della Sua eterna Essenza. Sono sicura che Egli mi accompagnerà nella mia nuova meta e saprà riempire i miei giorni e profumarli di santa novità. A me non resta che accogliere l'avvento delle tenebre per poi gioire e lasciarmi riscaldare dalla luce del nuovo giorno.

mercoledì 23 ottobre 2013

Simili ad una foresta

 "L’animo di un uomo è pieno di voci simili a quelle di una foresta; ci sono diecimila lingue simili a tutte le lingue degli alberi: fantasie, follie, assurdità, paure misteriose e speranze ancora più misteriose".

 (Gilbert K. Chesterton - La serietà non è una virtù)

martedì 3 settembre 2013

Fruscii di g(d)onne

Disse Socrate ad un suo discepolo: "Sposati: se trovi una buona moglie sarai felice; se ne trovi una cattiva, diventerai filosofo".

"Alle donne piacciono gli uomini silenziosi: pensano che stiano ascoltando".(Anonimo)

"Le donne sono fatte per essere amate, non per essere comprese". (Oscar Wilde)

"Certe donne preferiscono essere belle piuttosto che intelligenti, e non hanno tutti i torti visto che moltissimi uomini hanno la vista più sviluppata del cervello".(Anonimo)





giovedì 27 giugno 2013

Hans Urs von Balthasar (+ 26 giugno 1988)

Nasce a Lucerna (Svizzera) il 12 agosto 1905 da famiglia profondamente cattolica. Nel 1929 entra nella Compagnia di Gesù, viene ordinato presbitero a Monaco di Baviera nel 1936. Nel 1950 lascia la Compagnia di Gesù per dedicarsi all'Istituto secolare della Comunità di Giovanni da lui fondato l'8 dicembre 1944. Il Santo Padre Giovanni Paolo II annuncia la sua nomina a cardinale ma egli morirà a Basilea il 26 giugno 1988, due giorni prima del concistoro. E' sepolto a Lucerna. Hans Urs von Balthasar ha potuto vantare nella sua vita una grande amicizia con il Santo Padre Benedetto XVI con il quale ha anche fondato, insieme al teologo Henri de Lubac,  la rivista di teologia 'COMMUNIO'.
 E' stato una delle menti più fertili del nostro secolo, non solo della produzione teologica, ma dell'intera ricerca umana del sapere.
La sua opera, di grande spessore e originalità, composta da numerosissime pubblicazioni,  è senz'altro da ritenersi ai vertici più alti della teologia cattolica contemporanea.
La sua sete di conoscenza si immerge in uno studio del sapere umano, filosofico, teologico, letterario, alla scoperta di nuove forme comunicative di trasmissione della Verità cristiana di sempre: l'amore di Dio manifestatosi nella croce di Gesù Cristo. L'intera opera di von Balthasar subisce l'incanto spirituale e mistico di Adrienne von Speyr, una grande intellettuale e mistica, dottoressa convertita dal protestantesimo, conosciuta nel 1940 e che dopo averla portata alle fede ed alla pienezza cattolica ne diviene il confessore ed il direttore spirituale.  
 
REQUIESCAT IN PACE
 

mercoledì 10 aprile 2013

E' nato 'Il sesto pianeta'

E' il mio quarto ed ultimo blog,  il sesto pianeta, nasce dall'esigenza di condividere, nel mio salotto di lettura, i miei libri, i miei interessi letterari e gli autori preferiti. Perché questo titolo? Ho preso ispirazione dal 15.mo capitolo del libro 'Il Piccolo Principe' dove il piccolo esploratore incontra un vecchio geografo che gli fa comprendere quanto sia importante prendersi cura del pianeta e delle cose create per poterne tramandare ai posteri l'esistenza. Credo che, come descrivo nel blog, gli scrittori siano esseri privilegiati, che, come geografi dell'intelletto, hanno ricevuto il compito di trascrivere ogni lettera che viene sussurrata sin dall'alba del mondo.
" Non esistono parole al mondo che non siano state già scritte, all'Alba dei Tempi.......PAROLE SCOLPITE negli anfratti più profondi del cuore della Terra, nelle pieghe più morbide e levigate dell'intero universo, tra le radici della natura o tra i voli di ali celesti. Solo lo scrittore, come saggio e vecchio geografo, le sa cercare, comprendere e disegnare in pagine di eterna memoria......"

   
 

giovedì 7 febbraio 2013

Io sto col Prof. Giovanni Zenone

Sono molto dispiaciuta per quello che sta succedendo in 'casa cattolica' a Verona da svariati mesi ai danni del Prof. Giovanni Zenone, insegnante di religione, direttore e co-fondatore della casa editrice cattolica Fede&Cultura (QUI) e del blog culturale LA VOCE DI DON CAMILLO (QUI), nonchè autore di diversi libri. Non conosco personalmente il professore ma mi sembra che la sua situazione mi tocchi da vicino per tantissime ragioni. Una per tutte: avendo avuto modo di frequentare, seppur in modo molto marginale, il suo 'ambiente editoriale' in modo particolare qualche autore, sono diventata un'assidua lettrice dei libri stampati da Fede&Cultura (ho sempre ammirato il Prof. ed i suoi collaboratori per il coraggio dimostrato nel dare vita ad una casa editrice cattolica in tempi di crisi economica, sociale, morale e religiosa). Premetto che Giovanni Zenone è sposo e papà di sei figli, cattolico come si dovrebbe essere, innamorato di Gesù, della Chiesa e fedele al suo Magistero, assiduo nella preghiera e nei sacramenti e insegnante cattolico di prim'ordine che fa un’opera apologetica di portata nazionale. Ebbene, il vescovo di Verona lo ha rimosso dall'incarico di insegnante di religione per presunte carenze pedagogiche e didattiche, nonostante abbia  ricevuto i premi “Attilio Mordini”  dall’Associazione Europea Scuola e Professionalità docente e “Giuseppe Sciacca” dal Vaticano nella persona del Cardinale Castrillon Hoyos con la seguente motivazione: “Docente di straordinaria perizia e qualità pedagogiche, ha dato impulso alla diffusione di una sana cultura teologica e storica, scevra da compromessi ideologici e unicamente orientata a superiori finalità spirituali nel rispetto della verità oggettiva, secondo il perenne
insegnamento del Magistero della Chiesa”, nonostante l’apprezzamento e la benedizione di Papa Benedetto XVI che conserva nel suo studio privato più d’un libro pubblicato dalla casa editrice che Zenone dirige e nonostante il desiderio di tre dei suoi allievi di entrare in Seminario. Finora egli ha accettato in silenzio e con dolore la decisione del vescovo (ha presentato ricorso ma è stato respinto), in un'intervista ha detto:
“Mi hanno sottratto, con una motivazione paradossale, una parte essenziale della mia vita, quella legata alla formazione umana e spirituale dei giovani”. Ora “Non mi resta – sostiene ancora Zenone – che procedere con un ricorso canonico alla Santa Sede e uno civile per contrastare e respingere quella che appare come una gravissima ingiustizia". Spero che questa storia, che appare come una storia di persecuzione, incomprensibile e deleteria per l’immagine e l’identità di una Diocesi e dell'intera comunità cattolica possa risolversi nel migliore dei modi e cioè con il reintegro del Prof. all'insegnamento della religione cattolica nel suo Liceo.
 

 
  
 

 

 
 

 
 
 
 

 

 

giovedì 20 settembre 2012

Idilio Dell' Era, 'pellegrino di bellezza'


NATO A CHIUSI L’11 NOVEMBRE 1904, MARTINO CECCUZZI FU COSTRETTO, ANCORA FANCIULLO, A TRASFERIRSI CON IL PADRE FERROVIERE A FIRENZE, POI IN MAREMMA NEI PRESSI DI MONTELISCALI. IN SEGUITO, SEGUENDO LA SUA VOCAZIONE PER IL SACERDOZIO, SI ISCRISSE PRIMA AL SEMINARIO DI GROSSETO , SUCCESSIVAMENTE, A QUELLO DI SIENA. QUI EBBE INIZIO IL SUO AMORE PER LA NOSTRA CITTÀ, IL CUI MISTICISMO GLI ISPIRÒ GIÀ ALLORA ALCUNE COMPOSIZIONI POETICHE. DOPO AVER PRESO I VOTI, FU PARROCO DI ALCUNE LOCALITÀ DELLA MAREMMA, COME RAVI, ISTIA DI OMBRONE E, DAL 1932 ALLA FINE DELLA GUERRA, CASAL DI PARI DOVE, ACCUSATO DI AIUTARE I PARTIGIANI, FU MESSO AL MURO DAI FASCISTI E SALVATO SOLO GRAZIE ALLA COLLETTA DEI SUOI PARROCCHIANI.SUA COMPAGNA COSTANTE, OLTRE ALLA FEDE, È STATA LA POESIA, NON SOLO NEL SENSO DELLE COMPOSIZIONI POETICHE, MA IN QUELLO MOLTO PIÙ AMPIO, DELLA CONTINUA RICERCA DEL BELLO E DELL’ASSOLUTO.


NEGLI ANNI 80’ HA INIZIO LA MALATTIA DI DON MARTINO CECCUZZI, MALATTIA CHE LO PORTO’ ALLA PERDITA DELLA MEMORIA E ALL’ ALLONTANAMENTO – PER NECESSITÀ DI CURE – DALLA SUA SIENA, NELLA QUALE, QUANDO GLI FU POSSIBILE, ANCHE PER BREVI PERIODI, TORNO’, OSPITE DEL PARROCO DI BRENNA (DON BARI), DOVE GLI AMICI E GLI EX ALLIEVI ANDARONO PIU’ VOLTE A TROVARLO, COME NON MOLTI ANNI PRIMA ERANO SOLITI FARE A TOIANO, NELLA “DOMUS BONITATIS”, LA CASINA CHE IDILIO AVEVA DEFINITO “PICCOLA COME UN GUSCIO DI NOCE” .
 
IL 18 GIUGNO 1988, IL GRANDE POETA E SCRITTORE SENESE DON MARTINO CECCUZZI, MEGLIO CONOSCIUTO CON LO PSEUDONIMO DI IDILIO DELL’ERA, MORIVA A MANZIANA, SUL LAGO DI BRACCIANO, PRESSO LA NIPOTE CHE DA ALCUNI ANNI LO AVEVA ACCOLTO IN CASA SUA. SECONDO LE SUE VOLONTÀ, È STATO SEPPELLITO NEL CIMITERO DELLA MISERICORDIA DI SIENA.
(Tratto da  www.idiliodellera.org).
 
Don Martino ci lascia un'eredità infinita: la Bellezza che attinge dal grande Cuore di Dio. Le sue opere sembrano aver attinto dalla multiforme sapienza di Dio, sembrano aver 'rubato' a Dio il segreto della sua Divinità.....  



giovedì 2 agosto 2012

El trozo de tierra

Amo el trozo de tierra
(Da: Cento sonetti d'amore - XVI)
Amo el trozo de tierra que tú eres,
porque de las praderas planetarias
otra estrella no tengo. Tú repites
la multiplicación del universo.

Tus anchos ojos son la luz que tengo
de las constelaciones derrotadas,
tu piel palpita como los caminos
que recorre en la lluvia el meteoro.

De tanta luna fueron para mí tus caderas,
de todo el sol tu boca profunda y su delicia,
de tanta luz ardiente como miel en la sombra

tu corazón quemado por largos rayos rojos,
y así recorro el fuego de tu forma besándote,
pequeña y planetaria, paloma y geografía.


 
Amo il pezzo di terra
Amo il pezzo di terra che tu sei,
perché delle praterie planetarie
altra stella non ho. Tu ripeti
la moltiplicazione dell'universo.

I tuoi grandi occhi son la luce che posseggo
delle costellazioni sconfitte,
la tua pelle palpita come le strade
che percorre la meteora nella pioggia.

Di tanta luna furon per me i tuoi fianchi,
di tutto il sole la tua bocca profonda e la sua delizia,
di anta luce ardente come miele nell'ombra

il tuo cuore arso da lunghi raggi rossi,
e così percorro il fuoco della tua forma baciandoti,
piccola e planetaria, colomba e geografia.


Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto 
Pablo Neruda (Parral 12 luglio 1904- Santiago 23 settembre 1973)

Di Pablo Neruda non condivido il suo impegno politico, ma  è indiscutibile il suo talento artistico e mi piacciono moltissimo le sue poesie. Questa è una delle mie poesie preferite. Pablo Neruda è stato un'anima tormentata, alla ricerca di Dio, senza la consapevolezza di averlo trovato. Lo ha cercato nelle parole d'amore e di passione, ma non ha mai avuto il coraggio di aprirgli il cuore. Le sue poesie sono un costante richiamo verso l'essenza della vita che gli appare nelle forme, nei gesti e nello sguardo della donna amata. In lei egli percepisce la sacralità della vita e dell'amore, la bellezza del mondo, della natura e dell'intero creato: 'En tu abrazo yo abrazo lo que existe,/ la arena, el tiempo, el árbol de la lluvia' (Cien sonetos de amor - soneto VIII),(nel tuo abbraccio io abbraccio ciò che esiste, l'arena, il tempo, l'albero della pioggia). Nella poesia egli sente di partecipare alla bellezza del mondo e della Divinità: '...penso che la poesia sia un'azione passeggera o solenne in cui entrano in pari misura la solitudine e la solidarietà, il sentimento e l'azione, l'intimità dell'individuo, l'intimità dell'uomo e la segreta rivelazione della natura.....' (Discurso de Stockholm).

Nei suoi versi traspare questo amore appassionato, incondizionato verso la vita in tutte le sue manifestazioni, anche se a volte, questo sentimento appare ossessionato dalla preoccupazione della morte, e l'intera poesia nerudiana manifesta sempre la stessa preoccupazione d'ordine metafisico. Egli nel suo cuore sente il messaggio d'amore che Dio vi ha scritto, sa che l'essere umano, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, è stato creato per l'eternità, per l'amore, per la gioia, per la vita eterna, ma purtroppo, rifiutando l'amore di Dio, non dona alla sua anima la libertà di respirare l'aria dell'eterna vita, l'amore perde il suo palpito celeste, il cuore si impadronisce di un acuto senso di inquietudine e di dolore, la poesia si colora di acute note di tristezza nelle quali si accentua la paura dell'assenza della donna amata. Pablo Neruda credo abbia trascorso inconsapevolmente la sua vita alla ricerca di Dio, lo ha cercato nell'amore, nel volto della donna amata, nella colore della terra, nel profumo del pane, nel verde della natura, nel silenzio dell'acqua, in ogni parola delle sue poesie; spero, con tutto il cuore, che il Signore si sia fatto trovare nel suo ultimo respiro di poeta inquieto ma in continua ricerca.