La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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mercoledì 7 marzo 2018

Messa di San Pio V e 'Novus Ordo': le gravi differenze (seconda parte)

 
Ci eravamo lasciati nel nostro studio sulle differenze tra la Messa cattolica di sempre ed il “Novus ordo missae” alla fine dei Ritus initiales, i riti che accompagnano il sacerdote e il fedele all’inizio della celebrazione. Abbiamo visto che, nella Messa di sempre, questi riti preparano spiritualmente il sacerdote, e con lui il fedele, a salire sul sacro monte dell’Altare, tutto in prospettiva del Sacrifico Divino che andrà ad essere officiato durante il Canone. Umiltà, venerazione, pentimento e proposito di espiazione accompagnano questa prima parte. Nel novus ordo, è del tutto assente la prospettiva del Sacrificio, l’ambiguità regna sovrana. “Fratelli, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati”, si recita subito prima del Confiteor e/o del Kyriale. Non c’è alcun riferimento alla necessità dell’assoluzione e dell’espiazione (e quindi al Sacramento della Confessione che deve sempre precedere quello della Comunione).
 
Il novus ordo ha dato anche la libertà di usare diverse formule, a discrezione del celebrante. La formula iniziale, che recita: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi”, formula che sostituisce tutta la parte dell’antica Messa includente l’Introibo e il salmo Iudica me, può essere sostituita da altre quattro formule, tutte prese dai saluti che gli apostoli Pietro e Paolo rivolgono ai destinatari di alcune epistole (Rm 15,13; Ef 6,23; 1Pt 1,1-2). Ancora una volta, compare il vago archeologismo conciliare che, dal sapore scritturistico assai caro al protestantesimo, pretende di portare la Messa allo spirito dei “primi tempi” (non riuscendoci!).

Anche la formula che precede il Confiteor e/o il Kyriale può essere sostituita da una di altre due formule. In nessuna delle altre due, tuttavia, c’è riferimento al Sacrificio o alla Confessione. In una addirittura si dice, con un sapore fortemente luterano: “Il Signore Gesù, che ci invita alla mensa della Parola e dell’Eucarestia, ci chiama alla conversione. Riconosciamo di essere peccatori e invochiamo con fiducia la misericordia di Dio”. L’ambiguità peggiora ulteriormente, si arriva quasi a negare la necessità dell’assoluzione sacramentale. Basterebbe, per partecipare ai santi misteri, riconoscere di essere peccatori ed invocare tutti insieme il perdono divino! Un sacerdote luterano potrebbe benissimo celebrare con il nuovo Messale senza rendersi minimamente conto di presiedere ad una Messa (si presume) cattolica, ma, a dire il vero, è perfettamente questo ciò a cui ambivano molti padri conciliari.

La Parola che sarà annunciata diviene una mensa, così come l’Eucarestia: anche i luterani e altre sette protestanti credono all’Eucarestia, inteso nel senso greco di “ringraziamento”, senza per questo credere al dogma della Transustanzazione! Per quanto riguarda l’equiparazione della Liturgia della Parola (Pars didactica) a quella Eucaristica (Pars sacrificalis), scrive De Lauriers nel Breve esame critico: “Assimilazione paritetica del tutto illegittima delle due parti della liturgia, quasi tra due segni di eguale valore simbolico” [1].
 
A quanti guai il falso ecumenismo! La liturgia cattolica SIGNIFICA i dogmi della Fede: “Se vogliamo distinguere e determinare in modo generale ed assoluto le relazioni che intercorrono tra fede e liturgia, si può affermare con ragione che la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera” (Pio XII, Mediator Dei). Con l’ambiguità del nuovo rito, i dogmi cattolici non sono più significati dalla liturgia, per non scandalizzare coloro che perniciosamente sono stati definiti “fratelli separati” – ossia gli eretici protestanti.
Pars didactica

Dopo il Gloria, il sacerdote bacia l’altare e si rivolge al popolo per salutarlo, con una frase che ricorda il saluto dell’Angelo Gabriele rivolto a Maria nel giorno dell’Annunciazione: Dominus vobiscum, “Il Signore sia con voi”. La risposta del ministro (e del popolo) è un ricambio di saluto e augurio: Et cum spiritu tuo, “E con il tuo spirito”. I Vescovi, in quanto successori degli Apostoli e immagine di Cristo, adoperano la stessa formula usata da Gesù dopo la sua resurrezione: Pax vobis, “Pace a voi”. In questo punto della Messa, il saluto del sacerdote è un richiamo ai fedeli affinché prestino attenzione alla prima Orazione della Messa, detta Colletta (tratta dal Proprio), perché in essa si raccolgono e si presentano a Dio le preghiere dei presenti. Nel novus ordo, il bacio e il saluto sono scomparsi. In generale, il saluto del vescovo è stato assimilato a quello del sacerdote (perché?). La colletta è letta immediatamente dopo il Gloria.
 
Subito dopo la colletta, nella Messa promulgata da san Pio V è il sacerdote a leggere l’Epistola, seguita dal Graduale (in alcune messe solenni vi è anche la Sequenza), dal Tratto e dall’Alleluia. Il Graduale è detto anche psalmus responsorius, essendo un salmo che viene diviso in antifona e versetto, dove i cantori o il sacerdote recitano il salmo e il popolo, a guisa di risposta, ripete un versetto o un mezzo versetto come ritornello. Nel novus ordo, non è più il sacerdote a leggere sull’altare l’Epistola, il Graduale, il Tratto e l’Alleluia, ma esclusivamente uno o più laici. È stata introdotta la figura della mulier idonea, ora anche la donna può salire sulla sacra zona del presbiterio (che accede al Sancta Sanctorum e quindi riservato al sacerdote e ai ministri) e proclamare dall’ambone, coram populo, la Parola di Dio.

Con queste due scelte, i padri riformatori fecero tabula rasa sia del ruolo di proclamatore della Parola che spetta solo al sacerdote e, quindi, della Scrittura rettamente interpretata solo dalla voce della Chiesa che nel sacerdote si concretizza, sia della differenza tra uomo e donna nel culto, dove solo l’uomo – per diritto divino –  e precisamente l’uomo consacrato, può avere accesso al Sancta Sanctorum. Inutile ribadire, anche in questo caso, l’inquietante somiglianza con il rito della cena luterana. Nel novus ordo, vengono lette due letture nelle solennità e nelle domeniche (generalmente una tratta dall’Antico ed una dal Nuovo Testamento), il Graduale è chiamato salmo responsoriale (anch’esso letto da un laico, uomo o donna che sia), il Tratto, che consiste in una salmodia cantata, può essere usato in pochissime circostanze. Le sequenze valgono ancora per alcune solennità, come nel rito antico. Generalmente si tende a dividere la liturgia della Parola dalla liturgia dell’Eucarestia, pur equiparandole come “due mense”, ma in realtà la sapienza della Chiesa aveva finalizzato anche la Pars didactica al Divino Sacrificio, pur consapevole che si tratta di due parti differenti di una stessa liturgia, ma l’una è finalizzata all’altra e, lo ribadiamo, trattasi di due parti liturgiche che non hanno il medesimo valore.

La Parola è un nutrimento per la dottrina ed una presenza spirituale, l’Eucarestia è un nutrimento di grazia ed una presenza sostanziale: quanto è dunque grande il tesoro dell’Eucarestia! Superiore a tutti i tesori mondani messi insieme! Tutto procede con ordine: dapprima il sacerdote espone le preghiere , le domande, i desideri del popolo nella Colletta, poi viene acclamata la voce dell’apostolo (Epistola), la voce del profeta (Graduale e Tratto), infine la voce del Maestro (Evangelo).

L’Alleluia, rimasto anche nel novus ordo, ma anch’esso letto da laici anziché dal sacerdote, è il canto di lode a Dio per eccellenza. La Chiesa non lo fa risentire nel periodo di penitenza. Fuori dal Tempo che intercorre dalla Domenica di Settuagesima alla Domenica della Trinità, si dicono il Graduale e l’Alleluia con il suo verso salmodico. Da Settuagesima fino a Pasqua si dice il Graduale e il Tratto. Durante tutto il tempo pasquale si dicono due versetti alleluiatici. Nella Messa dei morti si dicono Graduale e Tratto. Segue, in entrambi i riti, lettura da parte del sacerdote dell’Evangelo, eventualmente seguita dall’Omelia. 
Nelle Domeniche e nelle solennità, dopo l’Omelia (o direttamente dopo la lettura dell’Evangelo) segue la recitazione del Credo, in entrambi i riti. Nel novus ordo, sono stati rimossi la genuflessione al momento in cui si dice nel Credo “e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”, sostituendola con un semplice inchino di capo, e il segno di croce alla fine del Credo, che era finalizzato a riassumere il Credo del cattolico nei due principali misteri della Trinità e della Passione di Nostro Signore, è anch’esso scomparso.
 
Note:
[1] Mons. M. L. G. De Lauriers, Breve esame critico del Novus ordo Missae dei cardinali Ottaviani e Bacci, CLS, pag. 16








 

mercoledì 6 dicembre 2017

Der Nikolaus: Ein barmherziger Bischof

San Nicola, un vescovo generoso!

Si narra che spese per i bisognosi tutto il patrimonio che aveva ereditato dai suoi genitori. La sua grande generosità ha alimentato una serie di antiche e tenere tradizioni soprattutto in Germania e nei Paesi del Nord-Europa.

La Chiesa Cattolica lo ricorda oggi -giorno della sua morte- per la sua santità di vita, ed i bambini soprattutto perché stamattina si sono svegliati con le calze e gli stivali pieni di doni!

Esiste un particolare un episodio che viene attribuito alla sua generosità ed al suo amore per i fedeli, dal quale prese spunto la tradizione odierna. Si dice che, avendo egli saputo di un padre molto povero, che non avendo mezzi economici per sposare le sue tre figlie, avesse deciso di farle prostituire, gettò nel camino della loro casa tanto oro da riempire le loro calze e gli stivali, lì posti ad asciugare. Così il vescovo Nicola salvò le tre povere giovinette dal tremendo destino e continuò, anche dopo la sua morte, a calare nei camini i suoi doni per i bambini buoni, mentre al suo servitore Ruprecht spetta l'ingrato compito di punire quelli cattivi! 
Cosa porta Nikolaus? Tante cose: giocattoli, caramelle, cioccolato, frutta secca, ma anche scarpe e vestiti, un dono di cui si ha bisogno o si desidera da tanto tempo.....
    

Ricordo con molta tenerezza i miei Nikolaus in Germania, di come andavo a letto col desiderio che la notte passasse in fretta, di come ero curiosa al mattino di scoprire cosa avessi ricevuto. Trovavo tutto lì, ai piedi del mio letto....... 
 

Der Heilige Nikolaus als Retter und Geschenkgeber

Um den Bischof von Myra kreisen viele Legenden und Mythen. Von besonderer Bedeutung für die heutige Tradition, den Festtag zu begehen, ist die legendenhafte Geschichte von einem sehr armen Mann: Ihm fehlte das Geld für die Heirat seiner drei Töchter, weshalb er sie in die Prostitution schicken wollte. Als Nikolaus davon erfuhr, warf er Gold in den Kamin der Mädchen. Dieses fand sich in ihren Stiefeln und Socken wieder, die dort zum Trocknen hingen. So rettete er die Mädchen vor ihrem Schicksal. 
So ist der Brauch und die Tradition an die Legende der drei Jungfrauen angelehnt worden. Der Nikolaus soll seitdem jedes Jahr an seinem Todestag durch den Kamin kommen und Kinder, die brav und artig waren, mit Geschenken bescheren. Dabei legt er die Geschenke in die Stiefel, Schuhe oder Socken, die am Kamin aufgehängt werden. 
Oft ist er dabei in Begleitung von furchteinflössenden Gehilfen. Während der Nikolaus als der gutherzige Geschenkgeber dargestellt wird, ist die Aufgabe seiner gemeinen Gehilfen, unter anderem Knecht Ruprecht, verzogene und unartige Kinder zu bestrafen. 

 

 

giovedì 9 febbraio 2017

Preghiamo per i terremotati

Nel pomeriggio di sabato 28 gennaio si è tenuta a Norcia, intorno alle mura cittadine, la processione penitenziale presieduta dall’Arcivescovo Renato Boccardo con l’immagine miracolosa della Madonna Addolorata estratta dalle macerie dal terremoto. 
È stato il secondo momento, dopo la giornata di digiuno di venerdì 27 gennaio, volute da mons. Boccardo per chiedere a Dio, creatore dell’universo, di porre fine alle forze della natura, in particolare al sisma che ha sconvolto l’Italia centrale, tra cui la Valnerina patria di S. Benedetto e di Santa Rita. 
A Norcia la devozione all’Addolorata è molto sentita: nella prima metà del 1700 don Mattia Amadio, parroco di Mucciafora, predicava nei vari centri della Valnerina e portava con sé questa immagine. 
Nel 1735 avvenne un fatto prodigioso: il parroco si trovava a Norcia per una missione e dal volto della Madonna uscirono lacrime color argento, come attestano i registri d’archivio. Purtroppo il santuario che fin d'ora ha custodito la bella immagine è crollato in seguito alle scosse del terremoto del 30 ottobre, mentre il quadro della Madonna è stato preservato in quanto la sera prima il parroco don Marco Rufini, sentito l’Arcivescovo, autorizzava i Vigili del Fuoco a prelevarlo in considerazione delle precarie condizioni della chiesa dopo le scosse del 26 ottobre.
 
Alla fine della processione il vescovo ha recitato questa preghiera: 
 
PREGHIERA ALLA VERGINE ADDOLORATA
 
Vergine Santissima, Madre di misericordia, a te si leva il nostro sguardo.
Davanti a questa tua dolce immagine hanno pregato le generazioni dei padri. Oggi, grati per la fede che ci fu trasmessa e donata, anche noi sostiamo in preghiera davanti a te. A te, Addolorata presso la croce di Gesù,ancora una volta affidiamo il nostro popolo: consola la sua tristezza, conforta la sua sofferenza, sostieni la sua speranza, nulla e nessuno sfugga al tuo amore. 
Nel tuo cuore materno deponiamo le tristezze e le angosce, le gioie e le speranze della gente della Valnerina provata dal terremoto: ottieni per tutti giorni di sicurezza e di pace, guarisci le ferite del corpo e dell’anima, dona unità e concordia alle famiglie e ai paesi, rendi solleciti e determinati quanti sono responsabili della ricostruzione, aiutaci ad impegnare le mani e il cuore per far rifiorire la nostra terra. 
Tu, vanto del popolo nostro, cammina con noi e non ti stancare di rivolgere a noi i tuoi occhi misericordiosi; la tua intercessione ci renda degni di contemplare un giorno il tuo Figlio Gesù, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen
 
Tratto da QUI

 
 
 

giovedì 31 marzo 2016

Le Sacre Spine fiorite di Nostro Signore Gesù Cristo

 
Le Sacre Spine, attribuite alla corona della Passione di Nostro Signore, sono custodite ed esposte alla venerazione dei fedeli in varie parti del mondo. Già un primo calcolo effettuato nel sec. XIX dallo studioso Fleury ne contava circa 200, mentre il più recente censimento datato 2012 e realizzato da Menna ne annovera ben 2.283. L'Italia può vantarne 995 distribuite a L’Aquila, Sulmona, Lanciano, Vasto, Andria, Bari, Pompei, Crotone, Roma, Vicenza, Pisa, Barletta e San Giovanni Bianco.
Le Sacre spine di Andria e di San Giovanni Bianco, nei giorni scorsi, si sono rese artefici di un prodigio inspiegabile.
 
Nella città di Andria ha avuto inizio tra le 16.10 e le 17.10 di venerdì santo,  quando si sono notate in prossimità dell'apice della spina tre piccole gemme (l'ultimo evento miracoloso era avvenuto nell'anno 2005).
 
A San Giovanni Bianco la sera della Domenica di Pasqua, quando sulla spina sono spuntate piccole gemme e la stessa si sarebbe colorata di rosso vermiglio.
Entrambi gli eventi sono accomunati da una singolare coincidenza: l'Annunciazione della nascita di Gesù e la sua morte il Venerdì Santo sono cadute entrambe nella stessa data, il 25 marzo.
 

La prossima sovrapposizione del Venerdì Santo e dell'Annunciazione del Signore sarà nel 2157, fra 141 anni.
L'ultima volta che la spina a San Giovanni Bianco fiorì risale a 84 anni fa, nel 1932, un miracolo che interessò anche le altre spine conservate in Italia.
 
UN PO' DI STORIA
 
 
Tutto cominciò quando, secondo la tradizione cristiana, il re Luigi IX di Francia acquistò dall’imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II, insieme ad altre preziose reliquie, l’intera corona che, arrivata a Parigi nel 1239, fu custodita nella Sainte-Chapelle, costruita appositamente, mentre oggi è conservata nel tesoro della Cattedrale di Notre-Dame. In realtà, già in quest’epoca, la corona era solo un anello di giunchi, privo di spine, le quali erano state precedentemente donate dagli stessi sovrani bizantini e, dal momento dell’acquisto, anche dallo stesso Luigi IX, che aveva provveduto ad offrirle alle chiese più importanti della Francia.
Con Carlo d’Angiò alcune spine arrivarono in Italia. In particolare ad Andria, dove la presenza della Sacra Spina è attestata a partire dal 1308, in seguito ad un dono da parte di Beatrice d’Angiò, figlia di Carlo II d’Angiò, in occasione delle sue nozze con Bertrando del Balzo, duca di Andria.
A San Giovanni Bianco la Sacra Spina giunge tra il 1495 e il 1496 grazie a Vistallo Zingoni, di nobile famiglia bergamasca.
 
Ad Andria il primo  miracolo attestato avvenne il 25 marzo 1633 anno in cui il giorno dell’Annunciazione coincise con il Venerdì Santo, esso si è manifestò in vari modi: con rigonfiamenti, con la liquefazione in gocce di sangue vivo delle diciassette macchie violacee presenti sulla spina, fino alla comparsa di escrescenze biancastre argentee di pochi millimetri, mentre una vera e prodigiosa fioritura, avvenne per la prima volta nel 1842. I prodigi si susseguirono negli anni 1853, 1864, 1910, 1921, 1932 e 2005.
 
Il 23 marzo del 1799 la Sacra Spina di Andria venne trafugata durante il saccheggio dei giacobini francesi e di essa si persero le tracce fino al 1837, data in cui fu ritrovata a Venosa. Grazie all’intercessione di mons. Cosenza, la famiglia presso la quale fu ritrovata la spina la restituì alla Chiesa. In quella occasione, la spina manifestò il miracolo dal 24 ottobre, giorno in cui la reliquia fu nuovamente trasferita ad Andria, fino a metà novembre.
 
 
 
 

venerdì 10 luglio 2015

Il giubileo di Aachen

 
L'anno 2014 è stato per la città di Aquisgrana (Aachen- la più occidentale delle città della Germania, ai confini con Belgio e Paesi Bassi), per la Chiesa nella diocesi e per i fedeli di religione cattolica un anno di grandi eventi storicamente significativi. Una grande festa che ha avuto tre momenti importanti:
  • la 'Peregrinatio Aquisgranae'che si svolge ogni sette anni e che porta migliaia di pellegrini nella cattedrale e nella città nel mese di giugno.
  • Il 600esimo anniversario della sala del coro della cattedrale. 
  • L'anniversario della morte di Carlo Magno
E' stato celebrato un giubileo: l'anno in cui nella cattedrale si è aperto il preziosissimo scrigno d'oro dove sono custodite quattro reliquie. 

Da 665 anni i fedeli si incamminano per raggiungere Aquisgrana come destinazione del loro pellegrinaggio. L'obiettivo è venerare le quattro reliquie conservate come tesori fin dai tempi di Carlo Magno nella Cattedrale di Aquisgrana. La storia narra che l'imperatore Carlo Magno abbia ricevuto le reliquie nell'800 d.C. in dono da Gerusalemme e dal 1349 queste reliquie, rimosse dalla Pala d'oro dove sono conservate, vengono mostrate ai fedeli europei e di tutto il mondo ogni sette anni e per dieci giorni di seguito.
 
Le reliquie sono designate come:
  • l'abito della Vergine Maria indossato nella notte in cui è nato Gesù
  • le fasce di Gesù bambino con cui Maria lo ha coperto alla nascita
  • il panno in cui era stata avvolta la testa di san Giovanni Battista dopo la decapitazione
  • il piccolo telo che copriva Gesù mentre stava sulla croce
Per molti cristiani, il pellegrinaggio è sempre stato una possibilità per vivere e ritrovare la fede nella comunità dei credenti. Le quattro reliquie di Aquisgrana sono viste come un segno di salvezza per mezzo di Gesù Cristo, per questo motivo per i pellegrini che giungono ad Aquisgrana la questione dell'autenticità delle reliquie non è mai stata importante quanto la certezza della fede vissuta.

La cattedrale costituisce il monumento più importante della città. Fu eretta per volere di Carlo Magno nel 786 d.C. diventando la più grande cattedrale a nord delle Alpi. Alla sua morte Carlo Magno venne sepolto qui ed i suoi resti sono ancora conservati in uno scrigno all'interno. Per 600 anni, dal 936 al 1531, la cattedrale fu luogo di incoronazione per re e regine, in quella che viene chiamata la  sala del coro definita il 'Santuario del Santuario', costruita per le incoronazioni e per il crescente numero di pellegrini che di anno in anno riempiva la cattedrale, è stata inaugurata il 28 Gennaio 1414 dal vescovo Enrico di Sidone.
Questa porzione di cattedrale possiede le più alte e grandi vetrate in stile gotico di tutta Europa (la superficie è di circa 1000 mq), per tale motivo viene denominata 'casa di vetro' o 'casa della luce' grazie ai giochi di luce che si possono ammirare tutto il giorno e in tutte le stagioni.   
 
http://it.heiligtumsfahrt2014.de/

Credo che questo sia il vero volto dell'Europa che dovremmo riscoprire per dare risposte e trovare punti di riferimento. L'Europa è cristiana, è ricca di avvenimenti che l'hanno resa grandiosa ed ancora parla ed insegna fede e civiltà dalle sue cattedrali e dai suoi monasteri.    

venerdì 12 giugno 2015

La devozione al Sacro Cuore di Gesù

Oggi la Chiesa Cattolica festeggia il Sacro Cuore di Gesù. La devozione nasce implicitamente con San Giovanni apostolo ed evangelista, proprio nel momento in cui egli, durante l'ultima cena, posò il capo sul petto di Gesù. Per millecinquecento anni la devozione al Cuore di Gesù restò una realtà implicita alla vita mistica dei santi. 
Nel XII sec. il centro di questa devozione è senza dubbio il monastero benedettino di Helfta, in Sassonia (Germania) con santa Lutgarda e Santa Matilde di Hackeborn, che lascia alle consorelle un piccolo diario delle sue esperienze mistiche, in cui compaiono delle preghiere al Sacro Cuore.
Nello stesso monastero di Helfta giunge nel 1261 una bimba di cinque anni che mostra già una precoce inclinazione per la vita religiosa e mistica: Geltrude, che morirà agli inizi del nuovo secolo, dopo aver ricevuto le sacre stimmate, rivelazioni private insieme a tanti doni mistici.
Santa Matilde
Attraverso la predicazione degli ordini mendicanti francescano e domenicano si verifica una crescente attenzione all’Umanità del Redentore, alla sua vulnerabilità, dall’infanzia alla passione. Nascono così le pie pratiche del Presepio e della Via Crucis.
 
San Giovanni Eudes (1601-1680)  nel 1648 riesce ad ottenere l’approvazione di un Ufficio Liturgico ed una Messa scritti in onore del Sacro Cuore della Vergine e nel 1672 quelli del Cuore di Gesù.
 
La sera del 27 dicembre 1673, festa di S. Giovanni Evangelista, Gesù in carne ed ossa appare a Margherita Maria Alacoque, una giovane monaca dell’ordine delle Visitandine di Paray, che in quel momento esercitava le funzioni d’aiuto infermiera. Il Maestro la invita a prendere il posto di San Giovanni durante l’Ultima Cena, “il Mio Divino Cuore” dice “è così appassionato d’amore per gli uomini che, non potendo più racchiudere in se’ le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda… io ti ho scelta come un abisso d’indegnità e d’ignoranza per adempiere a questo grande disegno, affinché tutto sia fatto da me.”
 
 
Il primo venerdì dopo la festa del Corpus Domini, durante l’adorazione, Gesù rivela a Margherita Maria il suo progetto di salvezza: chiede la comunione riparatrice il primo venerdì di ogni mese ed un’ora di meditazione sull’agonia nell’orto dei Getsemani, ogni giovedì sera, tra le 23 e mezzanotte. Domenica 16 giugno 1675 fu chiesta una festa particolare per onorare il Suo Cuore, il primo venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini, in quest’occasione si offriranno preghiere riparatrici per tutti gli oltraggi ricevuti nel Santissimo Sacramento dell’altare.
 
Particolarmente importante diventa l’elaborazione del culto sviluppata a Marsiglia da una giovanissima religiosa dell’ordine della Visitazione, suor Anna Maddalena Remuzat, (1696-1730) che fu gratificata da visioni celesti e ricevette da Gesù l’incarico di continuare la missione di Santa Margherita Maria Alacoque. Ella ottenne dal Cuore di Gesù la cessazione della peste che affliggeva la città di Marsiglia. 
Nel 1726, sull’onda di questi eventi, venne avanzata una nuova richiesta di approvazione del culto del Sacro Cuore. I vescovi di Marsiglia e Cracovia, ma anche i Re di Polonia e di Spagna, la patrocinarono presso la Santa Sede. L’anima del movimento era il gesuita Giuseppe de Gallifet ( 1663-1749) discepolo e successore di san Claudio de la Colombière, che aveva fondato la Confraternita del Sacro Cuore. La regina di Francia, la pia Maria Leczinska, convinse il Delfino, suo figlio, ad erigere a Versailles una cappella dedicata al Sacro Cuore, ma l’erede morì prima di salire al trono e la consacrazione stessa dovette attendere il 1773.
Successivamente la principessa Maria Giuseppa di Sassonia trasmise questa devozione al figlio, il futuro Luigi XVI, ma questi indugiò incerto, senza prendere una decisione ufficiale. Nel 1789, un secolo esatto dal famoso messaggio che Gesù indirizzò al Re Sole, tramite Margherita Maria Alacoque, in cui prometteva vittorie al Re se avesse continuato ad onorarlo ed avesse fatto imprimere il Cuore Divino su bandiere, stemmi e stendardi, scoppiò la Rivoluzione Francese. Solo nel 1792, prigioniero dei rivoluzionari, il deposto Luigi XVI si ricordò della famosa promessa e si consacrò personalmente al Sacro Cuore, promettendo, in una lettera tuttora conservata, la famosa consacrazione del Regno e la costruzione di una basilica se si fosse salvato. Purtroppo era troppo tardi (Gesù stesso lo ha detto a suor Lucia di Fatima) e la Francia fu devastata dalla Rivoluzione e tutti i religiosi perseguitati dovettero fuggire e ritirarsi a vita privata.
Sacre Coeur
Nel gennaio del 1872 l’arcivescovo di Parigi, Monsignor Hippolite Guibert, autorizzò la raccolta di fondi per la costruzione della basilica riparatrice, stabilendone il luogo di costruzione sulla collina di Montmatre, appena fuori Parigi, dove furono uccisi i martiri cristiani francesi e che fu anche la sede del convento benedettino che aveva diffuso la devozione del Sacro Cuore nella capitale.
Il 22 febbraio 1931 Gesù appare a Suor Faustina Kowalska, nel convento di Plok, in Polonia, chiedendo espressamente di far dipingere la sua immagine esattamente come appariva e d’istituire la festa della Divina Misericordia, la prima domenica dopo Pasqua. A lei mostra il Cuore trafitto dal quale sgorgano sangue ed acqua come sorgente di misericordia per il mondo intero.  
 
 

giovedì 9 aprile 2015

Tra agnelli, conigli, colombe e uova.......è ancora Pasqua!


 
Il coniglietto di cioccolato ha origine nelle culture dell'Europa occidentale, dove ha sembianze più simili ad una lepre che ad un coniglio. La lepre, nell'antica cultura europea, era un simbolo della primavera proprio perché era possibile vederla nei prati all'inizio di questa stagione, simbolo della rinascita della natura e della fertilità. Con l'avvento del Cristianesimo, la primavera coinciderà con la festività della Pasqua.
L'uovo  ha avuto tratti simbolici sin dai tempi antichi, rivestendo il ruolo del simbolo della vita e della sacralità. Nel tempo è divenuto uno dei simboli della Pasqua cristiana e simboleggia la risurrezione di Gesù dal sepolcro. L'uovo somiglia ad un sasso e appare privo di vita, dentro però c'è una nuova vita pronta a sbocciare, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù e dal quale risorse a vita nuova.
La tradizione del classico uovo di cioccolato è recente, ma il dono di uova vere, decorate con qualsiasi tipo di disegni o dediche, è correlato alla festa pasquale sin dal Medioevo dove si sviluppa l'usanza dello scambio di uova decorate come regalo dapprima alla servitù.
La diffusione dell'uovo come regalo pasquale sorse probabilmente in Germania.
Ancora nel Medioevo l'uovo decorato, da simbolo della rinascita primaverile della natura, diviene il simbolo della rinascita dell'uomo in Cristo.
Sempre nel Medioevo ha origine una nuova tradizione e cioè la creazione di uova artificiali fabbricate o rivestite in materiali preziosi quali argento, platino ed oro.
 
La colomba di Pasqua, è un  dolce tipico della tradizione gastronomica Pasquale italiana e europea.
Fin dai tempi più antichi alla colomba era attribuito un forte valore simbolico di pace, rinascita e amore.
Nella Genesi, fu proprio una colomba, con un ramoscello d’ulivo nel becco, a tornare da Noè dopo il diluvio universale per testimoniare l’avvenuta riconciliazione fra Dio e il suo popolo.
Le origini della colomba come dolce nascono verso la metà del VI secolo quando, durante l’assedio di Pavia, durato tre anni, da parte di Re Alboino, gli venne offerto un dolce a forma di colomba in segno di pace alla vigilia della Pasqua del 572.
Un'altra leggenda vuole la colomba pasquale legata alla regina longobarda Teodolinda ed al santo abate irlandese Colombano. Si narra che egli al suo arrivo in città (Pavia), attorno al 612 venisse ricevuto dai sovrani longobardi e invitato con i suoi monaci ad un sontuoso pranzo. Gli furono servite numerose vivande con molta selvaggina, ma Colombano ed i suoi, benché non fosse di venerdì, rifiutarono quelle carni servite in un periodo di penitenza quale quello quaresimale. La regina Teodolinda si offese non capendo, ma l'abate superò con diplomazia l'incresciosa situazione affermando che essi avrebbero consumato le carni solo dopo averle benedette. Colombano alzò la mano destra in segno di croce e le pietanze si trasformarono in candide colombe di pane, bianche come i loro sai monastici. Il prodigio colpì molto la regina che comprese la santità dell'abate e decise di donare il territorio di Bobbio dove nacque l'Abbazia di San Colombano. La colomba bianca è anche il simbolo iconografico del Santo ed è sempre raffigurata sulla sua spalla.
 
 
L'Agnello pasquale nell'Antico Testamento è il memoriale, eseguito con il sacrificio di un agnello, della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d'Egitto. Nel Nuovo Testamento l'agnello pasquale è identificato con Gesù Cristo, il vero agnello immolato per la salvezza del mondo. Egli è l'agnello che riscatta gli uomini a prezzo del suo sangue, tradizione questa risalente sin alle origini del Cristianesimo stesso.
Così come ci si è cimentati nel rendere dolci le uova, i coniglietti e le colombe, anche l'agnello pasquale è diventato un dolce tipico pasquale, soprattutto nelle Regioni del Sud Italia, tra le quali primeggia la Sicilia con i suoi agnelli di pasta reale. Famoso è quello della città di Favara, preparato per la prima volta tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, dalle monache del Collegio di Maria, sulla base di una ricetta tramandata oralmente dalle monache più anziane a quelle più giovani.

lunedì 15 dicembre 2014

Des crèches partout!

Sulla scia della Manif pour Tous (manifestazione per tutti) che da voce alla stragrande maggioranza della popolazione che nessuno ascolta su temi etici, sui principi non negoziabili, sull'unione legalizzata tra persone dello stesso sesso, sul diritto alla vita sin dal grembo materno, sulla legge liberticida dell'omofobia, è nata, sempre in Francia, la 'Des crèches partout!' -presepi dappertutto- un invito a mettere presepi nei luoghi di lavoro, di ritrovo o di passaggio. Un modo semplice per tenere viva negli occhi e nei cuori di tutti l'immagine ed il vero significato del Santo Natale.

In Vandea, sempre in Francia, in segno di protesta, contro le leggi liberticide della laicità dello Stato, in vigore in Francia dal 1905, che vieta l’esposizione di simboli ed emblemi religiosi in qualsiasi spazio pubblico, tranne che nei luoghi di culto, nei cimiteri, nei musei o all’interno di mostre, il collettivo studentesco «Touche pas à ma crèche» (non toccatemi il presepe) ha organizzato dei presepi/flash mob in diversi luoghi pubblici. Sulla scena, è rappresentato anche un massone munito di scotch per chiudere la bocca a Maria, all'angelo e ai pastori.
 





PRESEPIOFOBIA!

 
 
 

mercoledì 3 dicembre 2014

Ho scoperto perchè mi piace il tè

San Francesco Saverio, che oggi la Chiesa ricorda, (su mittite rete la biografia), il tè e la Santa Messa tridentina hanno tantissimo in comune, l'ho scoperto sul blog messa in latino, che ha tradotto un articolo dall'inglese di Karen Anderson, apparso su Crisis Magazine il 29 novembre 2012 dal titolo Tea and Christianity (Tè e cristianità).
San Francesco Saverio con i suoi missionari approdò in Giappone nel lontano 1549 e portò, per primo, la fede cattolica in quelle terre ancora, per certi versi, sconosciute ai più. Qui i gesuiti missionari ebbero modo di apprezzare la cultura giapponese e naturalmente anche il tè. Ed è proprio di un missionario gesuita, padre João Rodrigues, la più bella descrizione del tè e della cultura che lo ha prodotto, e la si trova nel suo libro, Historia.
Padre Rodrigues ed i suoi confratelli scoprirono che  i Giapponesi avevano un intero rituale e una filosofia dedicata al suo consumo e al modo di apprezzarlo (La Via del Tè), esso era parte integrante della vita di ogni giapponese, una bellissima e profondissima pagina della sua cultura che poteva armonizzarsi tranquillamente con la fede cattolica.
 La cerimonia del tè, il rituale ispirato alla filosofia Zen ed il cattolicesimo hanno come punti in comune l'umiltà, il distacco, la sottomissione a qualcosa di più alto. Le case da tè, infatti avevano la porta molto bassa, si entrava solo in ginocchio ed erano aperte a tutti indistintamente, uomini e donne di qualunque ceto sociale. E qui inizia lo stupore! La cerimonia del tè offerta in una semplice casa del tè, ha azioni così simili da non poter essere distinte da quelle della Consacrazione a Messa, viste attraverso una parete in carta di riso. Questo straordinario rituale ha permesso ai Giapponesi cattolici di sopravvivere alle persecuzioni che seguirono, perchè le Sante Messe furono segretamente celebrate in case da tè.
In parte grazie a questo, la fede cattolica in Giappone è sopravvissuta nascosta per i successivi 200 anni. Quindi onore a San Francesco Saverio che ha donato la fede e la Messa ai Giapponesi ed il tè al mondo intero ed onore al tè perché ha preservato il cattolicesimo in Giappone per duecento anni.

domenica 2 novembre 2014

La notte dei morti: un dolce ricordo

 
Ho trascorso la mia infanzia a San Fratello, in Sicilia dove vivevo con i miei nonni materni ed una giovane zia ancora da sposare.  Ero una bimba allegra, tranquilla ed ubbidiente, ma il fatto stesso di essere 'un'orfana dell'emigrazione', cioè lasciata in custodia ai nonni affinchè anche mia madre potesse lavorare in terra straniera, dopo aver sposato mio padre, faceva di me una bambina ultra privilegiata, da coccolare e crescere con amore e cura. Di me si prendeva cura anche l'intero vicinato, ero la beniamina di tutti. Sono cresciuta in un clima di serenità, accanto alla mia adorata nonna, il cui ricordo non mi abbandona un momento. Le mie radici sono affondate nella terra Sanfratellana e ne ho assimilato la lingua, gli usi, i costumi e le tradizioni. Ed è proprio di una di queste tradizioni che desidero scrivere.
La notte tra il primo novembre ed il due era per me, quand'ero ancora bambina (come per tutti i bambini di San Fratello), una notte molto particolare e speciale. Era la notte dei morti. Oh, ma nulla di lugubre e di spaventoso. Aspettavo che i morti, della nostra famiglia ed anche conoscenti, venissero a farmi visita per portarmi tante cose buone! Era l'attesa di un incontro, un incontro gioioso. In questo modo, noi bambini imparavamo a non avere paura dei morti, a sentirli presenti e vivi in mezzo a noi. Naturalmente sapevo che non li avrei visti perché sarebbero venuti di notte, alla chetichella, ma nonostante ciò, ero consapevole della loro visita, certissima della loro presenza quella notte in casa nostra. Come mai tanta sicurezza? Perché ogni anno era lo stesso, mai una delusione: al mattino, appena sveglia, mi precipitavo in cucina, sicura di trovare una sorpresa, il tavolo pieno di dolciumi e regali!!!!!! .
Quello era il segno che i defunti che erano in Cielo, miei conoscenti e soprattutto mio nonno paterno (all'epoca era l'unico defunto della mia famiglia) era venuto a farmi visita. Tutto questo mi lasciava una grande gioia ed il cuore colmo di gratitudine. Sapevo che i morti non erano morti ma continuavano a vivere in Cielo, con Gesù; che erano sempre accanto a me, che mi amavano, mi proteggevano e pregavano per me. Naturalmente la gioia per i regali era anche tanta, soprattutto per le caramelle colorate di cui ero golosa e poi c'erano i dolci tipici di San Fratello, i biscotti (le ossa di morto), frutta martorana, frutta secca, e poi qualche regalo utile, un paio di scarpe o di calze, un indumento di cui avevo bisogno in quel momento. Com'era bello! E noi bambini non vedevamo l'ora di far vedere tutto al resto della famiglia. Mi ricordo i sorrisi di mia nonna e di mia zia nel vedere la mia esultanza davanti a quel tavolo con i doni! Questo era un giorno che aspettavo con curiosità, trepidazione e letizia e la sera di Ognissanti non riuscivo a prendere sonno nell'attesa dei miei morti. In modo particolare mi assillava una domanda: come avrebbero fatto ad entrare in casa se tutte le imposte erano chiuse? Allora la mia immaginazione di bambina ingenua si dava una risposta: ero convinta che entrassero dalla serratura della porta; semplicemente così! 
Da allora sono trascorsi molti anni ed insieme ai miei anni sono aumentati i cari che hanno lasciato questa terra. Non mi aspetto più i doni, non sono più così ingenua, ma credo ancora che i miei defunti non sono morti e che vivono in Cielo con Gesù, che sono sempre accanto a me, che mi amano, mi proteggono e pregano per me. Mio padre, mio suocero, i miei nonni, i miei zii e tanti altri ancora......non sono morti ma vivono......nell'eternità della Bellezza......