La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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lunedì 21 novembre 2016

Una profezia negli astri

Da ieri Domenica 20 novembre 2016  il cielo è teatro di un evento astronomico singolare e straordinario che ha una sorprendente coincidenza con una visione biblica e precisamente quella descritta nel Libro dell'Apocalisse di san Giovanni Apostolo, al capitolo 12, versetto 1: “Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”. 

Mentre ieri la Chiesa Cattolica celebrava la Solennità di Cristo Re dell’universo ed il santo Padre chiudeva il Giubileo della Misericordia, nel nostro sistema solare, il pianeta Giove, chiamato dagli scienziati il “Pianeta re” in quanto il più grande, entrava nella costellazione della Vergine, dove vi resterà fino al 23 settembre 2017, festa di san Pio da Pietrelcina.
 
Il Sole sarà visibile dietro la  costellazione della Vergine ("una donna vestita di sole"), mentre la Luna sarà visibile nella parte inferiore della stessa costellazione ("con la luna sotto i suoi piedi"). Nella parte superiore della costellazione, dove abitualmente vi sono 9 stelle, si aggiungeranno altri tre pianeti: Mercurio, Venere e Marte, per un totale di 12 astri ("e sul suo capo una corona di dodici stelle").
 

Il 2017 sarà l'anno dove verrà ricordato il CENTENARIO DELLE APPARIZIONI DI MARIA SS. A FATIMA, in cui Ella profetizzò il trionfo
del suo Cuore Immacolato, preceduto però da numerose prove per la Chiesa, per il Santo Padre e per il mondo intero.

Il 2017 potrebbe essere l'anno delle prove preannunciate dalla Madonna? Prove preannunciate non solo a Fatima, ma anche in altre apparizioni, come a La Salette, ad Amsterdam, alle Tre Fontane (Roma), ad Akita (Giappone) e a Medjugorje o rivelate ad alcune mistiche quali Anna Katharina Emmerick e Teresa Neumann. La stessa suor Lucia di Fatima, definì questo nostro il tempo della “battaglia finale” tra il demonio e la Vergine.


Il 2017 potrebbe essere il tempo delle prove apocalittiche, come apocalittico è il “segno grandioso” che apparirà nel cielo?
Non lo possiamo sapere però possiamo pregare ed affidare la nostra vita alla Santa Vergine che sicuramente ci guiderà attraverso il percorso che la provvidenza e la misericordia divine hanno stabilito per ciascuno di noi.

giovedì 11 agosto 2016

Santa Chiara ed i Saraceni

(...)Al tempo della santa venivano chiamati saraceni, (termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo) i popoli provenienti dalla penisola araba o, per estensione, di religione musulmana.
 
In Italia i saraceni compirono, per secoli, diverse incursioni prima nel Sud, conquistando la Sicilia, poi nel Nord Occidente, con base in Provenza (nel 906 saccheggiarono e distrussero l’Abbazia della Novalesa). Con le loro violente e sanguinarie scorrerie giunsero anche ad Assisi. Fu proprio Madre Chiara (1193/1194-1253) a fermarli. (...)
Aveva circa 47 anni quando i saraceni insidiarono Assisi e il suo monastero. Non surrogato femminista, come molte suore odierne, Madre Chiara si pose a difesa con Cristo della sua amata città, sprovvista di valide difese. Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, aveva mosso guerra contro la Chiesa, spingendo le sue soldataglie all’invasione delle terre pontificie, chiedendo ausilio ai più fieri nemici della cristianità, i saraceni appunto. Ne assoldò circa 20 mila, donando loro la città di Lucera, nel regno di Napoli e da quella base partirono per continue scorrerie, saccheggiando, distruggendo, incendiando città e castelli,  compiendo sacrilegi e profanazioni nelle chiese e nei monasteri, uccidendo e facendo prigionieri.
 
Un venerdì del settembre 1240 scalarono le mura del monastero di Santa Chiara e le suore, lascia scritto Tommaso da Celano: «Corsero a santa Chiara che era gravemente inferma e, con molte lacrime, le dissero come quella gente pessima avevano rotte le porte del monastero. Ed essa le confortava che non temessero […] ma armate di fede ricorressero a Gesù Cristo. E giacendo santa Chiara sulla paglia, inferma, si fece portare una cassettina d’avorio dove era il Santo Corpo di Cristo consacrato e si fece portare incontro a quella mala gente. E orando devotamente […] “Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve, le quali tu, Signore, hai nutricate sotto la mia cura, che non mi siano tolte né tratte di mano, acciò che non vengano nelle mani e alla crudeltà di questi infedeli e pagani; onde pregoti, Signor mio, che tu le guardi, che io senza di te guardarle non posso e massimamente ora in questo amaro punto”. A questo priego, dalla cassettina che aveva dinnanzi reverentemente, si uscì una voce, come di fanciullo e, udendola tutte le suore, disse: “Io per tuo amore guarderò te e loro sempre[…]». (Vita di santa Chiara vergine, Opusc. I,21-22, in FF 3201, pp. 1915-1916).
I mercenari islamici fuggirono precipitosamente dal monastero, respinti dalla potenza di una forza invisibile. E di lì a poco lasciarono Assisi. Tuttavia, nel 1241 l’Imperatore, scomunicato da Gregorio IX, non tollerando la sottomissione di Assisi al romano Pontefice, organizzò una nuova spedizione. Quando il pericolo fu imminente santa Chiara chiamò le consorelle: ordinò un giorno di digiuno, dopo il quale le invitò a cospargersi il capo di cenere e a prostrarsi con lei davanti al tabernacolo. La mattina del 22 giugno un forte temporale portò lo scompiglio nell’accampamento degli assedianti, costringendoli ad una nuova fuga.
 
Santa Chiara difese Cristo, il monastero, la sua città con l’arma della Fede e con il Corpo di Nostro Signore. Catturata a Cristo grazie a san Francesco, abbandonò tutte le offerte terrene per vivere con sorella Povertà e unirsi al Crocifisso per guadagnare la salvezza di molti. Votata unicamente a Dio, si lasciò guidare da un’unica ricchezza, la Trinità, e non ebbe stima per nessun’altra religione che non fosse quella cattolica.
 
(Cristina Siccardi)
 
Il testo è tratto da CorrispondenzaRomana

giovedì 7 aprile 2016

Coincidenze sante

 
La coincidenza tra l'Annunciazione di Nostro Signore ed il Venerdì Santo è un avvenimento che nella vita reale non ha ancora esaurito la sua mistica importanza. L'avvenimento, non così frequente sul calendario della storia, è di notevole importanza a tal punto da trovare un santuario, quello di Notre-Dame du Puy, a Le Puy en Velay (Francia), dove viene appunto celebrata questa insolita coincidenza, dell’Annunciazione e del Venerdì Santo. Coincidenza che in Italia, ad Andria, a Bari e a San Giovanni Bianco ha fatto gemmare le Sacre Spine di Nostro Signore Gesù Cristo custodite in un reliquiario. Ne ho già scritto qui.
Il Santuario in questione si trova all'origine di due apparizioni della Vergine Maria sul Monte Anis, a distanza di due secoli l'una dall'altra, a due donne malate che vennero guarite. Da una piccola cappella sorse, nel corso dei secoli, il Santuario. In esso quest’anno si celebra il XXXI Giubileo de «Le Grand Pardon de Notre-Dame du Puy»; il primo venne istituito da Papa Giovanni XVI nel 992, al fine di onorare la Madre di Dio e celebrare la misericordia di Dio incarnato che, con la sua passione e morte, ha redento il genere umano dal peccato. Dunque ancora una volta Incarnazione e Redenzione sono unite: dalla carne e dal sangue della Madre e del Figlio, dal 'sì' della Madre e dal 'sì' del Figlio. L'accondiscendenza del Figlio passa attraverso quello della Madre. Madre e Figlio, uniti nell'Incarnazione e nella Passione.
 
Due interessanti particolari da sottolineare:
1) Questo giubileo di Le Puy coinciderà con il 300° anniversario della morte di san Louis-Marie Grignon de Montfort, apostolo della devozione mariana e legato da grande devozione alla Cattedrale di Le Puy.
2) La preghiera della «Salve Regina» fu composta dal vescovo di Le Puy, Ademar de Monteil e venne cantata per la prima volta proprio in questa Cattedrale il 15 agosto 1096, nei giorni in cui partiva la prima Crociata.

giovedì 6 agosto 2015

Miracolo a Hiroshima 6 agosto 1945 / seconda parte

Testimonianza del prof. Hikoka Vanamuri, un sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima  il 6 agosto 1945:
 
'Non tornerò in Giappone. Dopo anni di studi, dopo anni di meditazione ho compreso che la vita nell’atmosfera viziata di Buddha è rimasta un’inacidita testimonianza storica di paganesimo vociferante e mi sono convertito alla religione cattolica.
 
La decisione l’ho presa dopo lo scoppio della bomba atomica su Hiroshima. Ero a Hiroshima per una ricerca storica. Lo scoppio della bomba mi trovò in biblioteca. Consultavo un libro portoghese e mi venne sott’occhio l’immagine della Madonna di Fatima. Mi sembra che questa si muovesse, dicesse qualcosa. All’improvviso una luce abbagliante, vivissima mi ferì le pupille. Rimasi impietrito.
Era accaduto il cataclisma. Il cielo si era oscurato, una nuvola di polvere bruna aveva coperto la città. La biblioteca bruciava. Gli uomini bruciavano. I bambini bruciavano. L’aria stessa bruciava. Io non avevo portato la minima scalfitura. Il segno del miracolo era evidente. Non riuscivo tuttavia a spiegare quello che era successo. Ma il miracolo ha una spiegazione? Non riuscivo nemmeno a pensare. Solo l’immagine della Madonna di Fatima mi splendeva su tutti i fuochi, sugli incendi, sulla barbarie degli uomini. Senza dubbio ero stato salvato perché  portassi la testimonianza della Vergine su tutta la terra. Il dott. Keia Mujnuri, un amico dal quale mi recai quindici giorni dopo, stabilì attraverso i raggi X, che il mio corpo non aveva sofferto scottature. La barriera del mistero si frantumava. Cominciavo a credere nella bellezza dell’amore. Imparai il catechismo ma sul cuore tenevo l’immagine di Lei, il canto soave di Fatima. Desideravo il Signore per confessarmi, ma lo desideravo per mezzo di Sua Madre.'
 
Clicca qui per leggere la prima parte
e qui per leggere una piccola storia dell'evento

Miracolo a Hiroshima e Nagasaki / prima parte

 L'esplosione delle due bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, il 6 ed il 9 agosto del 1945,(ho scritto brevemente la storia in questo post)vide rase al suolo la stragrande maggioranza delle abitazioni tranne pochi edifici.
 
A Hiroshima  La piccola comunità di otto gesuiti, tra i quali quattro Padri, situata in una canonica, distante solo otto isolati dal punto di detonazione della bomba, rimase miracolosamente illesa insieme alla casa, mentre non scampò alcuna persona nel raggio di un chilometro e mezzo dal centro dell'esplosione.
 Per un giorno intero i gesuiti furono avvolti in una specie di inferno di fuoco, di fumo e di radiazioni. Nessuno dei Padri fu contaminato dalle radiazioni atomiche e la loro casa era rimasta ancora in piedi, mentre tutte le altre case intorno furono distrutte e ridotte ad un cumulo di macerie incenerite.
Nessuno dei duecento medici americani e giapponesi, seppe mai spiegare come mai, dopo 33 anni dallo scoppio dell'atomica, nessuno dei gesuiti aveva mai sofferto o aveva riportato conseguenze da quella esplosione atomica e continuavano a vivere in ottima salute.

Interrogati, i Padri avevano risposto: «Avevamo sempre recitato il Rosario tutti i giorni, per cui abbiamo concluso che la preghiera del Rosario fu più forte della bomba atomica», attribuendo la loro incolumità alla Madonna di Fatima.  
 
Oggi, nel centro risorto di Hiroshima sorge una chiesa dedicata alla Madonna. Le 15 vetrate mostrano i 15 misteri del Rosario. 
Nel 1976 padre Hubert Schiffer, uno dei superstiti, registrò la sua testimonianza con gli altri sopravvissuti.
 
“Attorno a me c’era soltanto una luce abbagliante. Tutto a un tratto ci fu un'esplosione terribile. Sono stato scaraventato nell’aria. Poi si è fatto tutto buio, silenzio, niente. Mi sono trovato su una trave di legno spaccata, con la faccia verso il basso. Il sangue scorreva sulla guancia. Non ho visto niente, non ho sentito niente. Ho creduto di essere morto. Poi ho sentito la mia propria voce. Questo è stato il più terribile di tutti quegli eventi. Mi ha fatto capire che ero ancora vivo e ho cominciato a rendermi conto che c’era stata una terribile catastrofe! Per un giorno intero i miei tre confratelli ed io siamo stati in questo inferno di fuoco, di fumo e radiazioni, finché siamo stati trovati ed aiutati dai soccorritori. Tutti eravamo feriti, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti”.
 
A Nagasaki, nella quale la bomba fu sganciata tre giorni dopo per piegare definitivamente il Giappone che ostinatamente rifiutava la resa e dove viveva il 70% dei cattolici giapponesi, resistette alla devastazione il convento francescano 'Giardino dell'Immacolata' fondato da san Massimiliano Kolbe stesso nel 1930.

Leggi qui la seconda parte

giovedì 21 maggio 2015

Teofania dell' Amore nel dolore


Il lenzuolo della Sindone è, per tutti i credenti, una reliquia. Su di esso vi è misteriosamente impressa l’immagine di uomo che ha subito atroci sofferenze ed è stato crocifisso. Caratteristiche queste che presentano impressionanti analogie con quella che è la cronaca evangelica della crocifissione e della sepoltura di Gesù Cristo. Infatti, oltre a presentare le ferite su mani e piedi, l’uomo della Sindone deve aver subito oltre cento colpi di flagello, ed un colpo inferto al costato; a giudicare dalle ferite al capo indossava una corona di spine, era disidratato e non rimase più di quaranta ore avvolto in quel sudario.
Ad oggi nessuno sa dire con estrema certezza come si sia formata l’immagine della Sindone. In molti l'hanno analizzata e studiata,
formulando molte ipotesi, anche strampalate e poco scientifiche, ma una volta davanti alla Sindone si è riscontrata l’impossibilità di una spiegazione concreta.
 

Allo stato attuale, l’ipotesi che pare più accettabile, per spiegare la formazione dell’immagine della Sindone, è quella della radiazione ultravioletta (UV), emanata al momento della risurrezione di Gesù, la sola – ha spiegato il prof. Di Lazzaro dirigente presso il Centro Ricerche Enea di Frascati – in grado di colorare un tessuto di lino in modo similsindonico. Fermo restando, comunque, che un’immagine come quella della Sindone, specificano gli studiosi dell’Enea, rimane «ad oggi impossibile» da «ottenere in laboratorio». Di certo è provato che questo telo di lino abbia avvolto un uomo pieno di ferite e torturato; infatti sono realmente visibili tantissime ferite ed i test per la ricerca del sangue sono positivi.
 
 Il lino misura metri 4,4 x 1,13. E' un prodotto filato a mano e mostra le caratteristiche dei  tessuti antichissimi risalenti al I secolo d.C. Le ricerche hanno evidenziato la presenza di granuli di polline assenti in Europa e abbondanti nei sedimenti del Lago di Genezareth e del Mar Morto.
La Chiesa non si è mai pronunciata sull’autenticità della Sindone, tuttavia non possiamo non essere concordi sul fatto che questa misteriosa immagine, che è reale, altro non è che l'immagine di Gesù, che ha subito il martirio della passione ed il supplizio della crocifissione.
Nel Duomo della città di Torino (fino al 24 giugno) è in corso la solenne ostensione della Santa Reliquia. Inoltre merita una visita il Museo Diocesano per poter ammirare 'Il compianto sul Cristo morto' del Beato Angelico, qui esposto fino al 30 giugno.


http://www.museodiocesanotorino.it/
http://www.sindone.it/#band_it
http://www.sindone.org/santa_sindone/00023930_Santa_Sindone.html
qui la lettura multimediale del telo della Sindone

Consiglio, a tal proposito, un bellissimo articolo scritto dal Prof. Alessandro D'Avenia dal titolo brillante 'Il selfie di Dio' che si può leggere QUI sul suo blog PROF 2.0   

giovedì 4 dicembre 2014

La tregua di Natale 1914

Quest'anno la follia della prima guerra mondiale conta i suoi primi cento anni. Fu una guerra cruenta che lasciò sui campi di battaglia centinaia di migliaia di morti; una guerra nel cuore dell'Europa, una guerra fratricida che, fra tanto sangue e dolore, può annoverare un momento di forte commozione, di fraternità, di umanità, avvenuto sul fronte occidentale, dopo quattro mesi di combattimenti e già centinaia di migliaia di morti: la tregua della notte di Natale.
 
Ecco il racconto di Emanuele Boffi, su 'Tempi' del 20 dicembre 2007.
 
'La notte di Natale del 1914, sul fronte nord-occidentale, nelle trincee delle Fiandre, a sud di Ypres, in Belgio, i soldati tedeschi, francesi e inglesi si accordarono per una tregua. Il cessate il fuoco non fu ordinato dai comandi dei due schieramenti, ma avvenne per l’iniziativa dei semplici soldati. Francesi, inglesi e tedeschi uscirono allo scoperto e si incontrarono nella terra di nessuno. Si parlarono, si strinsero la mano, si abbracciarono, seppellirono i caduti. Si celebrò una Messa e una funzione funebre. I nemici che fino ad un attimo prima sparavano per uccidere, fumarono e cantarono insieme, si scambiarono auguri e doni, capi di vestiario e bottoni delle divise, cibo, tabacco, fotografie di mogli, figli e amici, ricordi vari del tempo di pace.'
 
Di quella notte hanno parlato anche alcuni storici, tra cui Michael Jurgs nel suo libro La piccola pace nella grande guerra,  Edizioni Il Saggiatore, 2005: «All’inizio c’è soltanto uno che canticchia Stille Nacht, Heilige Nacht. La canzone della nascita di Gesù risuona lieve e si disperde lentamente nel paesaggio spettrale delle Fiandre. Poi, però, quel canto si diffonde come un’ondata, da un riparo all’altro, e dall’intera linea scura delle trincee risuonò Schlaf in himmlischer Ruh. Dall’altra parte del fronte, a cento metri di distanza, nelle postazioni degli inglesi, rimane tutto tranquillo. Ma i soldati tedeschi sono in vena, e canzone dopo canzone, danno vita a un concerto di migliaia di voci umane, da ogni dove. Fino a che, dopo Es ist ein Ros entsprungen, rimangono senza fiato. Svanita l’ultima nota, gli uomini che si trovano dall’altra parte aspettano ancora un minuto, poi cominciano ad applaudire e a gridare; “Good, old Fritz”, e “more, more”. Bis, bis. I Fritz tanto elogiati rispondono con “Merry Christmas, Englishmen” e “We not shoot, you not shoot”, e quello che dicono lo pensano davvero. Infilano alcune candele sugli spuntoni dei loro parapetti, che si protendono per quasi un metro dal bordo delle trincee, e le accendono. (.)
 
Tedeschi ed inglesi decidono spontaneamente, francesi e belgi non senza esitazione, di non spararsi più addosso per Natale. Fino ad allora non si era mai verificata nella storia di una guerra una simile pace dal basso. E non si verificherà più.' L’episodio fu all’epoca assai criticato da un caporale tedesco, tale Adolf Hitler, che temeva che simili episodi avrebbero potuto instillare nei cuori dei soldati il dubbio che sull’altro fronte non si trovassero dei “nemici”, ma esseri umani come loro.
All’episodio è dedicato anche un film (
Joyeux Noel – Una verità dimenticata dalla storia, 2005, candidato all’Oscar come miglior film straniero).

Il video è uno spot  pubblicitario che è stato realizzato  dai magazzini inglesi Sainsbury’s, in collaborazione con la Royal British Legion.  La pubblicità prende le mosse proprio dall'episodio storico della tregua di Natale del 1914.

 
Lo spot è davvero bello e significativo con l’unica pecca di aver dimenticato un particolare non di poco conto di quella tregua, e cioè che i soldati tedeschi e inglesi parteciparono assieme a una Messa, riconoscendo così il vero “senso” per cui, almeno in quel giorno, nessun colpo aveva motivo di essere sparato. Si fermarono e non uccisero per amore di Gesù!

Leggi di Più: Lo spot di Sainsbury’s sulla tregua di Natale | Tempi.it

sabato 30 agosto 2014

Beata Vergine delle Grazie

Oggi inizia la novena per le solenni celebrazioni della festa della Madonna che si venera col titolo di Vergine delle Grazie ed il cui simulacro è custodito nel Duomo di Chieri. La Vergine delle Grazie, patrona della città di Chieri, verrà celebrata per nove giorni, fino alla festa solenne che sarà l'8 settembre.
 
La storia racconta che nel 1630 la peste che imperversava in tutta Europa e Nord Italia, interessò anche la città di Chieri, in provincia di Torino. Qui la gravissima epidemia di peste causò la morte di 4.500 chieresi su un totale di 11.000 abitanti.
Tra tanto dolore, sgomento e morte, il 26 luglio 1630,  i Conservatori della Sanità della città di Chieri emisero un voto solenne alla Madonna delle Grazie per ottenere la liberazione dalla peste. Il voto di costruire una cappella alla Madonna venne ratificato dal Consiglio Comunale il 2 agosto successivo. La cappella, allo stato attuale conserva la statua lignea della Madonna delle Grazie, scolpita nel 1642 dal saviglianese Pietro Botto: di fronte ad essa, ogni anno nel secondo lunedì di settembre le autorità cittadine rinnovano in forma solenne l'atto di dedizione a Maria.
Ai lati, si possono ammirare le due tele di Giuseppe Sariga (1759) che rappresentano: a sinistra 'La pestilenza' e a destra 'Il solenne voto', alla presenza delle confraternite e del clero.
 
La Madonna ascoltò le suppliche del popolo chierese e, dopo il pronunciamento del voto nel 1630, l'epidemia di peste cessò in modo repentino e inspiegabile.
Il voto del 1630 stabiliva di celebrare una messa solenne ogni primo giorno del mese di settembre (in seguito variato), di celebrare una messa ogni sabato di ciascuna settimana, e nella stessa sera di cantare le litanie della Madonna nella cappella stessa.
Inoltre l' amministrazione comunale dal 1630 si reca nella giornata stabilita a rinnovare il ringraziamento a colei che aveva arrestato la pestilenza (La Salve).
   
La Cappella della Madonna delle Grazie è stata chiusa nel 2010 e riaperta a luglio dello stesso anno, al termine di un complesso restauro iniziato a gennaio. L'evento è stato celebrato con la solenne processione della statua della Vergine per le vie cittadine, che si svolge ogni cinque anni.
 
LA MADONNA DELLE GRAZIE, IL DUOMO DI CHIERI E SAN GIOVANNI BOSCO
 
Giovanni Bosco, da studente della scuola pubblica, ogni giorno, mattino e sera, andava a pregare di fronte alla statua della Madonna delle Grazie, memore della raccomandazione della madre: "Sii devoto della Madonna".
Pregando in questa cappella insieme all'amico Comollo ottenne luce per discernere la propria vocazione.
In sacrestia preparava il sacrestano Carlo Palazzolo all'esame di Retorica.
Da chierico seminarista Giovanni Bosco continuò a frequentare il Duomo per le funzioni e il catechismo domenicale ai giovani.
Il 9 giugno 1841, sacerdote novello, all'altare della Madonna delle Grazie, celebra la sua quarta Messa.
In questa chiesa era già stato battezzato il 18 settembre 1735 Filippo Antonio Bosco, nonno paterno di Giovanni.

venerdì 8 agosto 2014

Un'altra Caterina


Un'altra Caterina, un'altra storia di dolore, la stessa storia di coraggio. Caterina è la figlia del giornalista cattolico Antonio Socci (il suo blog qui); un dramma arrivato all’improvviso e inaspettato: una ragazza solare, bella e sana, che a 24 anni,  il 12 settembre 2009, a dieci giorni dalla laurea in architettura, a Firenze, viene improvvisamente colpita da un arresto cardiaco, durato più di un'ora. Caterina sopravvive, ma resta in coma.
Poi, dopo mesi di preghiere e di speranza, Caterina si risveglia all’improvviso. Succede in ospedale, mentre la mamma le legge un passo dal “Giovane Holden” di Salinger e dopo che il suo fidanzato, di ritorno da un pellegrinaggio a Lourdes, le pone sulle spalle la sciarpa che ha portato con sé a Lourdes per farla benedire dalla Madonna. Deve essere stato un brano comico quello che la mamma leggeva, perchè Caterina si lascia andare ad una risata gioiosa e liberatoria. Da allora la sua vita riprende. E così suo padre decide di raccontare la sua esperienza in un libro, per testimoniare “ciò che mi ha sostenuto finora, che mi ha dato conforto, coraggio, forza e anche gioia pur fra le lacrime” dice Socci.
Oggi Caterina sta meglio ma il suo processo di riabilitazione, verso una vita normale è ancora lungo.
La storia di Caterina è stata raccontata in due libri ( 'CATERINA-DIARIO DI UN PADRE NELLA TEMPESTA' qui e 'LETTERA A MIA FIGLIA' qui) dove Antonio Socci racconta con pudore e delicatezza il suo viaggio nel dolore e nella fede, messa a così dura prova da questo dramma che ha colpito la sua famiglia.
 
Io ho letto entrambi i libri. Non sono riuscita a trattenere le lacrime. Il passo che più mi commuove è la lettera (scritta nel secondo libro dal titolo 'LETTERA A MIA FIGLIA'). 
LA LETTERA
 
«Carissima Caterina,
 
c’è sempre un immenso struggimento in ciò che un padre vorrebbe dire a una figlia e ancora di più nel nostro caso perché quello che ci è accaduto e che viviamo ha ingigantito tutti i sentimenti e ora non riescono più a stare dentro le parole.
E nemmeno dentro ai silenzi.
È difficile per tutti, in questi casi, aprire il proprio cuore perché quei sentimenti straripano fuori alla rinfusa e cozzano fra loro. E lo è per me specialmente, perché conosco la tua assoluta refrattarietà a questo tipo di confessioni e dichiarazioni. Che certo tu, per sottrarti alla commozione, bolleresti – con un incurante sorriso – come «enfatiche».
Tu che ridendo mi «ordini» sempre di volerti bene stando zitto. Hai ragione. Ma voglio abbracciarti egualmente con la gioia di queste parole, perché quel giorno atroce pensai…
“Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare” (Wystan Hugh Auden, Blues in memoria, in La verità, vi prego, sull’amore, Adelphi 1994)
Mentre oggi che sei tornata, oggi che ci sei stata restituita, su ogni alba trovo scritto il tuo nome, per me ogni sole a mezzogiorno brilla con i tuoi occhi, ogni brezza mi ricorda il tuo pianto, ogni notte fa riecheggiare il tuo canto e il tuo sorriso illumina e cura tutte le mie ferite.
No, la Felicità non si è scordata di noi. È sulla strada, sta tornando, ci ha già fatto arrivare i suoi messaggeri e io su ali d’aquila andrò a cercarla affinché non si attardi.
Perché affretti il suo passo chiederò ai venti di aiutarne il cammino, alle stelle di segnarle la via, incaricherò la luna di non farla assopire, alla primavera domanderò di vestirla a festa.
Colui che ha promesso, Colui a cui sei cara, manterrà la Sua parola, perché essa non può fallire, è stabile più della terra, certa più della luce del sole. Perché è già realtà.
Supplicherò tutte le schiere degli angeli perché la loro Regina ci renda pronti e degni. Perché affretti i giorni della consolazione. Mentre noi – che apprendemmo un po’ di umiltà dal dolore – impariamo ora la saggezza dal tuo silenzio, Caterina, la fede dal tuo coraggio, la speranza dalla tua allegria, la carità dalla tua pazienza.
Tua mamma un giorno ti ha detto: «Cate, sei un mito, per me. Sei il mio mito!». E tu sai di esserlo per tutti noi. Sei il nostro orgoglio e la nostra forza. Non finirò mai di ringraziare il Cielo per averci dato una figlia come te. E per averti ridonata a noi quando sembrava che ci fossi stata tolta.
Io ho riempito il mondo del tuo nome, l’ho scritto in cielo e in terra, sui libri e nei cuori, lo scriverò su ogni fiore che spunterà la prossima primavera e lo farò sussurrare al mare.
E sono certo che…
“Il più bello dei mari e quello che non navigammo.
[…] I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto” (Nazim Hikmet, Il più bello dei mari, in Poesie d’amore, Mondadori 2002)

il tuo babbo
 
qui un'intervista ad Antonio Socci

lunedì 28 aprile 2014

Regina Coeli

Il Tempo Liturgico dopo la Quaresima viene definito TEMPO DI PASQUA, inizia il giorno di Pasqua e termina dopo un periodo di cinquanta giorni a Pentecoste. La Santa Chiesa vive questo lungo periodo dell'anno liturgico come un solo e grande giorno di Pasqua, cantando la gioia della Risurrezione, che accoglie per sé e annuncia al mondo con la forza dello Spirito Santo che le è stato donato. La durata è dovuta al fatto che negli Atti degli Apostoli la Pentecoste è situata al 50.mo giorno dopo la Risurrezione. Il colore dei paramenti sacri è il bianco che sta ad indicare la purezza e la luce di Cristo Risorto, in quanto tutto il periodo è incentrato sul mistero della gloriosa Risurrezione di Gesù. Così pure le letture ed il Vangelo fanno tutte riferimento a questo mistero, soffermandosi sulle varie apparizioni di Gesù, sulla storia dei primi cristiani e sull'avvento di Cristo alla fine dei tempi. Infatti si leggono gli Atti degli Apostoli, l'Apocalisse di san Giovanni ed i Vangeli con i racconti prettamente pasquali. Per tutto questo periodo non si recita l'Angelus ma, al mattino, a mezzogiorno ed al vespro, esso viene sostituito con la preghiera del Regina Coeli. Essa inizialmente veniva recitata, come antifona, durante il periodo pasquale al termine delle Lodi, dei Vespri o di Compieta, in seguito, Papa Benedetto XIV prescrive nel 1742 di recitarla nel Tempo pasquale, in luogo dell'Angelus Domini. Nell'attuale Liturgia delle Ore mantiene il suo posto a Compieta, come conclusione dell'ufficio quotidiano.
L'antifona Regina Coeli, insieme con la Salve Regina, è la più popolare e celebre delle quattro antifone maggiori mariane in uso nell'Occidente cattolico. É composta di quattro stichi, ognuno dei quali si conclude con il grido di esultanza: «Alleluia!».
 
Ecco il testo latino:

Regina Coeli laetare. Alleluia!
Quia quem meruisti portare. Alleluia!
Resurrexit, sicut dixit. Alleluia!
Ora pro nobis Deum. Alleluia!
 
La preghiera del Regina Coeli si completa così:
 
Gaude ed laetare Virgo Maria. Alleluia!
Quia surrexit Dominus vere. Alleluia!
 
Deus, qui per resurrectionem Filii tui, Domini nostri Jesu Christi, mundum laetificare dignatus es, praesta, quesumus, ut per eius Genitricem Virginem Mariam, perpetuae capiamus gaudia vitae. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen
 
Seguono tre Gloria Patri.
 
Nulla conosciamo di sicuro circa la nascita di quest'antifona ma si tramanda che agli inizi del pontificato di Papa Gregorio Magno (590-604) Roma era colpita da una furiosa epidemia di peste. Per scongiurare il flagello venne indetta una processione penitenziale che, partendo da sette punti diversi della città, doveva confluire nella basilica vaticana. Mentre la folla salmodiante attraversava il ponte Elio, dall'alto del mausoleo di Adriano si sarebbe udito un coro celeste che cantava:

«Regina Coeli, laetare
quia quem meruisti portare
resurrexit, sicut dixit».

Il pontefice avrebbe completato l'antifona aggiungendovi l'invocazione: «Ora pro nobis Deum».
 
Immediatamente sarebbe stato visto un angelo rimettere nel fodero una spada insanguinata, come segno che la peste sarebbe cessata.
A motivo di tale visione il mausoleo è stato ribattezzato col nome di Castel sant'Angelo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


sabato 2 febbraio 2013

Lo sguardo di Maria

A partire dal 9 luglio 1796, mentre i feroci saccheggiatori di Napoleone Bonaparte invadevano lo Stato Pontificio, accadde che a Roma più di cento immagini, per lo più raffiguranti la Vergine Maria, le 'Madonnelle' si animarono, cioè muovevano gli occhi, e questi cambiavano colore e mutavano espressione. Il fenomeno prodigioso era cominciato qualche giorno prima nella città di Ancona proprio davanti a Napoleone che ne rimase scosso. I Francesi che, venuti in Italia, si resero artefici di soprusi, ruberie, vilipendio alla religione e di spietate repressioni, provocarono in tutta la Penisola il fenomeno delle Insorgenze: una vera e propria resistenza a carattere popolare contro l'invasore francese che veniva a stravolgere il diritto pubblico, amministrativo, penale e privato del popolo italiano, imponendo di fatto un radicale mutamento dello stile di vita e l'ateismo. Le insorgenze durarono due anni, dal Tirolo alla Calabria, dal Piemonte alla Sardegna e finirono represse nel sangue. Gli occhi della Vergine Maria furono il punto di riferimento per tutti i Romani, nessuno poteva smarrirsi guardando Maria; ella donava luce, sicurezza, protezione, conforto in quel periodo così doloroso. I prodigi delle immagini di Maria che a Roma muovevano gli occhi sono ricordati nelle diverse edicole con delle iscrizioni. Ad esempio a piazza Barberini, all'angolo tra via Veneto e via San Basilio, a piazza del Gesù, in via delle Botteghe Oscure, a piazza dei Calcarari. Davanti ad alcune di queste immagini che si animarono sono posti degli ex-voto con date recenti, segno che la Vergine Maria continua ancora ai nostri giorni a donare la sua luce, la sua protezione ed il suo conforto.
 
Questa storia l'hanno narrata Vittorio Messori ed Andrea Cammilleri in un bel libro dal titolo 'Gli occhi di Maria' (Ed Rizzoli)       

domenica 28 ottobre 2012

La vittoria di Ponte Milvio

E' l'alba del 28 ottobre del 312, le truppe di Massenzio si spingono sul Ponte Milvio, mentre le truppe di Costantino avanzano dalla pianura che si distende alla loro destra. La battaglia è furiosa. Massenzio viene travolto dalle sue stesse truppe e muore annegando nelle acque del Tevere. La battaglia è vinta! Il 28 ottobre Costantino, alla testa dell'eserito vittorioso, fa il suo ingresso trionfale a Roma: è Imperatore dell'Impero Romano d'Occidente. La vittoria di Costantino è la vittoria di Cristo, è la vittoria della Cristianità. Dalla battaglia di Saxa Rubra il labaro col segno della Croce nel monogramma di Cristo divenne lo stendardo delle Legioni dell'esercito romano. Il monogramma di Cristo impresso sul vessillo imperiale e l'insegna 'in hoc signo vinces' conteneva la storia dei secoli futuri: il sogno di sant'Ambrogio e di Teodosio di creare un Impero Romano Cristiano. Il sogno si realizzò nell'800 d.C. con l'incoronazione di Carlo Magno, padre e fondatore della Cristianità medievale.
L'imperatore Costantino, dopo aver rafforzato il proprio potere in Occidente, nel 313 concede piena libertà di culto ai Cristiani grazie all'Editto di Milano. In questo modo viene concesso al Cristianesimo di esistere come religione ed alla Chiesa la possibilità di culto e di apostolato.
Leggete la prima parte qui  

sabato 27 ottobre 2012

In hoc signos vinces

E' la sera del 27 ottobre dell'anno 312 d.C. alle porte di Roma si fronteggiano l'esercito di Marco Aurelio Valerio Massenzio e quello di Flavio Valerio Costantino (figlio di Santa Elena) che scende da Treviri (Germania) e staziona nel villaggio di Saxa Rubra. Costantino è in lotta di successione contro Massenzio per il trono di Occidente. La giornata volge al tramonto, quando le truppe di Costantino vedono nel cielo una grande croce luminosa con una scritta fiammeggiante: 'in hoc signo vinces'(in questo segno vincerai). A scrivere dell'evento è Eusebio di Cesarea, il primo grande storico della Chiesa: "Un segno straordinario apparve in cielo. (....)Quando il sole cominciava a declinare, Costantino vide con i propri occhi in cielo, più in alto del sole, il trofeo di una croce di luce sulla quale erano tracciate le parole IN HOC SIGNO VINCES. Fu pervaso da grande stupore e insieme a lui il suo esercito".
Questo racconto è suffragato da altri storici dell'epoca come Lattanzio e Prudenzio, in particolare Lattanzio scrive che di notte Cristo apparve in sogno a Costantino esortandolo ad apporre il simbolo della croce sugli scudi dei soldati.
La Battaglia di Ponte Milvio, che vide Costantino vincitore su Massenzio, ha cambiato la storia del mondo: il Cristianesimo verrà riconosciuto come religione e quindi si metterà fine alle persecuzioni dei Cristiani nell'Impero Romano.   

venerdì 26 ottobre 2012

Per le anime del Purgatorio


I santi hanno capito lo straordinario potere che la recita del Santo Rosario esercita anche sulle anime del Purgatorio. Ecco un episodio capitato a san Pio da Pietralcina: 'Muore il papà di una fervente figlia spirituale di Padre Pio. La signora abitava nel nord Italia. Dopo la morte del papà, la signora si mette in viaggio e arriva a San Giovanni Rotondo. Incontra Padre Pio e lo prega, in lagrime, di dirle che cosa fare per suffragare l’anima del papà morto piamente alcuni giorni prima. Padre Pio le risponde con serenità: “Recita duecento Rosari perché l’anima di tuo papà lasci il Purgatorio ed entri nel Regno dei cieli”. La pia signora, confortata, si rimette in viaggio verso il nord Italia e inizia subito la recita di duecento Rosari'. In questo episodio leggiamo la potenza del Rosario nel sollevare e liberare le anime purganti dalle loro terribili pene, perché entrino nella Patria dei cieli. Anche in altre occasioni san Pio da Pietralcina, donando la corona del Rosario a qualcuno, diceva: Facciamo tesoro del Rosario. Vuotiamo il Purgatorio!”.
 
E’ antico nella Chiesa l’insegnamento sull’efficacia del Rosario nell’alleviare le anime purganti dalle loro sofferenze e liberarle, dal Purgatorio.
Anche santa Teresa d’Avila ammaestrava e raccomandava alle sue monache di suffragare generosamente le anime purganti con la recita dei Rosari, perché ogni Ave Maria è un sollievo, è un ristoro per quelle penanti nel fuoco dell’espiazione e della separazione da Dio Amore. Per questo sant’Alfonso Maria de’ Liguori, ammaestrato da santa Teresa d’Avila, raccomandava: “Se vogliamo aiutare le anime del Purgatorio, recitiamo per loro il Rosario che arreca grande sollievo”. E sant’Annibale Maria di Francia affermava anch’egli che “quando noi recitiamo la corona di Maria Santissima per qualche anima, quell’anima sente quasi smorzare le ardenti fiamme che lo circondano e prova un refrigerio di Paradiso”.
 
Un santo che fu straordinario nell’apostolato del Rosario per le anime purganti fu senza dubbio san Pompilio Pirrotti, sacerdote piissimo e grande apostolo, vissuto nel secolo XVIII.
Certamente la pratica di pietà mariana da lui preferita fu il Rosario, ed egli stesso si preoccupava di costruire molte corone del Rosario anche per distribuirle agli altri, incitando a recitare il Rosario per suffragare le anime purganti. La sua specialità in questa pratica mariana consisteva nel fatto che egli recitava il Rosario non soltanto dovunque e con chiunque, ma anche con le stesse anime purganti. Nella Chiesa del Purgatorio, dove il Santo officiava, non raramente avveniva che recitando egli il Rosario si udivano con chiarezza le voci delle anime defunte che rispondevano la seconda parte dell’Ave Maria. Stupore e meraviglia colpivano tutti i presenti, ma anche una grande commozione spingeva ad un impegno generoso nella recita dei Rosari per suffragare quelle anime penanti in attesa del sollievo che arrecano a loro i nostri Rosari.
Un altro grande apostolo del Rosario per le anime purganti fu san Giovanni Massias, padre domenicano, il quale recitò tanti Rosari per le anime del Purgatorio e ricevette la rivelazione che con i Rosari aveva liberato dal Purgatorio un milione e quattrocentomila anime. Il papa Gregorio XVI volle che questo fatto così straordinario e così edificante venisse inserito nella stessa Bolla di Beatificazione, a insegnamento per tutti.

Animiamoci anche noi a questa carità verso le anime purganti recitando il Rosario per alleviare le loro sofferenze, per ottenere a loro la liberazione da quel luogo di pene, con l’entrata nel Regno dei cieli, dove gioire eternamente beate. Suffragare le anime purganti, del resto, è una carità che non resterà senza ricompensa sulla terra e nei cieli. Gli esempi e gli ammaestramenti dei Santi ci illuminino e ci spronino alla generosità nella recita di molti Rosari per le anime purganti.

di don Marcello Stanzione
ROMA, martedì, 23 ottobre 2012 (ZENIT.org)

lunedì 8 ottobre 2012

Gloria Polo

 
Gloria Polo cattolica, medico colombiano, è stata miracolata dopo essere stata colpita da un fulmine che l'ha completamente carbonizzata, il 5 maggio 1995 presso l'Università di Bogotà. Il Signore le ha fatto vedere l'inferno e le ha dato una seconda possibilità, per vivere la sua vita da cattolica ma in modo coerente e per testimoniare la sua esperienza al mondo intero.
 
 L'inferno esiste così come esistono il purgatorio ed il paradiso.  
 
L'intero racconto di questo viaggio alle porte dell'inferno si può leggere in italiano qui, mentre sul sito di Gloria Polo si può vedere ed ascoltare l'intero racconto di questa sua straordinaria esperienza.
 
Gloria Polo ha scritto anche un libro dal titolo ALLE PORTE DEL CIELO E DELL'INFERNO