La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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mercoledì 20 novembre 2019

Cambiare la Messa in nome del dialogo


 
Tutta la Rivoluzione, scoppiata in questi decenni in casa cattolica, è avvenuta in nome del dialogo. La nuova chiesa si è concepita in contrapposizione alla Chiesa del passato proprio in nome del dialogo: ti dicono che la Chiesa prima del Concilio era una chiesa in difesa, mentre ora la Chiesa ha capito che bisogna aprirsi, aprirsi in un dialogo continuo con il mondo.
In nome di questo dialogo hanno anche preteso il cambiamento della Messa: la Messa di prima, nella sua sacralità, sarebbe la Messa di una Cristianità in “difensiva”, preoccupata di distinguersi dal mondo; la nuova messa sarebbe, invece, la messa di un cristianesimo in “dialogo”, lievito nascosto nella pasta del mondo.
 
Ciò che occorre capire è che hanno cambiato la messa per cambiare il cristianesimo, questo è il punto!
 
Avevano già deciso, in tanti e da tempo, di far fare un “balzo in avanti” alla Chiesa cattolica, di renderla più duttile al mondo, ma con la Messa di sempre questa operazione non si sarebbe potuta realizzare compiutamente. La Messa di sempre sarebbe stata l'antidoto contro questa poderosa falsificazione della Chiesa romana in senso liberal-protestante. Allora hanno organizzato l'abbattimento del bastione: una messa nuova per una nuova stagione della Chiesa di Roma. Occorre proprio capire questo, perché la reazione sia proporzionata e ordinata: non si può pensare ad un risanamento della Chiesa senza prima operare un rifiuto della riforma liturgica conciliare in blocco. Occorre decidere per la messa della cristianità, contro la messa del dialogo.
Cos'è la messa del dialogo? È la messa dove prevale la parola sull'azione.
Per fare un cristianesimo in dialogo continuo con tutto e con tutti... in dialogo soprattutto con il mondo moderno, dove tutto è opinione e mai certezza perché per la modernità la verità non esiste... hanno reso la messa un continuo colloquio, un parlare-parlare estenuante, un tradurre-tradurre frenetico; un botta e risposta incessante tra prete e fedeli.
Una messa così fa un cristianesimo che è parola, che è discorso, ma che non è azione! Ma che se ne fa un uomo, dentro l'azione drammatica della vita, di un cristianesimo ridotto a discorso?
Sta proprio qui l'esito tragico della nuova chiesa ammodernata nel dialogo: l'insignificanza per il mondo. La chiesa si è trasformata in dialogo con il mondo, ma gli uomini, dentro l'azione drammatica della vita, hanno abbandonato una chiesa che non è azione ma discorso.
 
Al centro del Cristianesimo, al cuore del Vangelo, invece, non c'è un discorso, ma un'azione: l'azione di Gesù Cristo che salva gli uomini con il sacrificio della Croce. Dio diventa uomo, muore per noi, paga il prezzo dei nostri peccati, perché siamo salvi. I discorsi di Gesù, i suoi miracoli, sono una preparazione all'azione per eccellenza: la nostra redenzione operata al Calvario.
Incarnazione-Passione e Morte: ecco l'azione.
 
Ed ecco perché la Messa di sempre, quella della Tradizione, è Azione e non discorso.
Certo, c'è la Parola di Dio, l'Epistola e il Vangelo, ma non prevalgono sul centro della messa, che è il Canone, dove avviene l'Azione, cioè il Sacrificio. Questo è il cuore della messa, e in questo cuore tutto diventa silenzioso: il prete pronuncia sottovoce le parole che fanno l'azione, perché sia evidente che di azione si tratta e non di dialogo.
Così, con la messa di sempre si evita la più grande falsificazione del cristianesimo operata nella storia: l'annullamento dell'azione divina in parola-discorso umano. Per questo possiamo dire che la Messa della Tradizione custodisce il cuore del cristianesimo autentico.
Ma c'è qualcosa di più, pensiamo di poterlo dire: la Messa vera corrisponde alla verità della vita.
La vita, azione drammatica perché è in gioco la libertà dell'uomo dentro la lotta tra il bene e il male, tra Dio e il mondo, tra la Luce e le tenebre, ha bisogno di un'azione che salva e non innanzitutto di un discorso che spiega.
Per questo il mondo, anche quello moderno, ha bisogno della Messa della Tradizione, dove l'azione prevale potentemente sul discorso.
L'uomo di tutti i tempi, impegnato nella lotta della vita, ha bisogno dell'azione di Dio e non di una mera spiegazione.
La Chiesa del dialogo, che vuole con una spicciola psicologia religiosa illuminare qualcosa della vita degli uomini, è una chiesa inconcludente, manca di azione; non può fare un mondo nuovo perché ha annegato l'azione di Cristo nelle sue interpretazioni.
Ed è per questo che il mondo si è già stancato di lei.

lunedì 7 ottobre 2019

Eucaristia: culto gradito a Dio


71. Il nuovo culto cristiano abbraccia ogni aspetto dell'esistenza, trasfigurandola: «Sia dunque che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio» (1 Cor 10,31). In ogni atto della vita il cristiano è chiamato ad esprimere il vero culto a Dio. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica della vita cristiana. In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana, l'Eucaristia rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione dell'uomo chiamato per grazia ad essere ad immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29s). Non c'è nulla di autenticamente umano – pensieri ed affetti, parole ed opere – che non trovi nel sacramento dell'Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza.

Qui emerge tutto il valore antropologico della novità radicale portata da Cristo con l'Eucaristia: il culto a Dio nell'esistenza umana non è relegabile ad un momento particolare e privato, ma per natura sua tende a pervadere ogni aspetto della realtà dell'individuo. Il culto gradito a Dio diviene così un nuovo modo di vivere tutte le circostanze dell'esistenza in cui ogni particolare viene esaltato, in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo e come offerta a Dio. La gloria di Dio è l'uomo vivente (cfr 1 Cor 10,31). E la vita dell'uomo è la visione di Dio. 
 
ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE SACRAMENTUM CARITATIS
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI SULL'EUCARISTIA
QUI


giovedì 8 marzo 2018

Messa Novus Ordo: il rifiuto di p. Calmel

Il 27 novembre 1969, tre giorni prima dellʼentrata in vigore del Novus Ordo Missae, il domenicano p. Roger-Thomas Calmel (1914-1975) manifestò il fermo suo rifiuto. Basta leggere questo testo per indovinare da quale sguardo di fede, da quale sicurezza teologica, da quale amore di Dio, da quale profondità proviene. Lo scrisse di getto senza neanche tenersene una copia prima di inviarlo allʼamico Jean Madiran per la pubblicazione sulla rivista Itinéraires (n° 139, gennaio 1970).
Padre Calmel è forse stato il primo sacerdote – se si eccettuano i Cardd. Bacci e Ottaviani – ad aver manifestato in pubblico un netto rifiuto, non soltanto dottrinale, ma anche pratico della nuova messa. La sua storica reazione illuminò ed incoraggiò molti sacerdoti e fedeli suoi contemporanei. A quasi cinquantʼanni dalla sua pubblicazione, questo scritto lungimirante e di grande attualità possa confortare ancora tante anime sacerdotali e tanti fedeli cattolici.
 
* * *
«Mi attengo alla Messa tradizionale, quella che fu codificata, ma non fabbricata, da san Pio V nel XVI secolo, conformemente ad un uso plurisecolare. Rifiuto quindi lʼOrdo Missae di Paolo VI.
 
Perché? Perché, in realtà, questo Ordo Missae non esiste. Ciò che esiste è una rivoluzione liturgica universale e permanente, recepita o voluta dal Papa attuale [Paolo VI], e che per questo riveste la maschera dellʼOrdo Missae del 3 aprile 1969. Ogni prete ha il diritto di rifiutare di portare la maschera della rivoluzione liturgica. E ritengo essere mio dovere di sacerdote di rifiutare di celebrare la messa in un rito equivoco.
 
Se noi accettassimo questo rito nuovo, che favorisce la confusione tra messa cattolica e cena protestante – come parimenti dicono due cardinali e come lo dimostrano solide analisi teologiche – cadremmo presto da una messa intercambiabile (cosa peraltro riconosciuta da un pastore protestante) ad una messa chiaramente eretica e quindi nulla.

La riforma rivoluzionaria, cominciata dal Papa e poi lasciata alle chiese nazionali, continuerà la sua folle corsa. Come possiamo accettare di diventarne complici?
 
Voi mi direte: e adesso? La Messa di sempre a qualunque costo, ma avete pensato a cosa andate incontro? Certo. Vado incontro, se così posso dire, a perseverare nella via della fedeltà al mio sacerdozio e, pertanto, a rendere al Sommo Sacerdote, che è il nostro giudice supremo, lʼumile testimonianza del mio ufficio di sacerdote. Vado incontro anche a rassicurare i fedeli sconvolti, tentati dallo scetticismo o dalla disperazione. Infatti, ogni sacerdote che si attiene al rito della Messa codificato da san Pio V, il grande Papa domenicano della Controriforma, dà la possibilità ai fedeli di partecipare al santo sacrificio senza ombra di equivoco; di comunicarsi, senza rischio di essere ingannati, al Verbo di Dio incarnato ed immolato, reso realmente presente sotto le sante specie. Per contro, il sacerdote che si piega al nuovo rito forgiato di sana pianta da Paolo VI, collabora per quanto è in lui ad instaurare progressivamente una messa bugiarda dove la presenza di Cristo non sarà più verace, ma sarà trasformata in un memoriale vuoto; per il fatto stesso, il sacrificio della Croce sarà soltanto più un pasto religioso, dove si mangerà un poʼ di pane e si berrà un poʼ di vino: nientʼaltro, come dai protestanti.
 
Il non consentire a collaborare allʼinstaurazione rivoluzionaria di una messa equivoca, orientata alla distruzione della Messa, significherà andare incontro a chissà quali disavventure terrene, a quali rovesci in questo mondo? Il Signore lo sa e la sua Grazia è sufficiente. Per davvero la Grazia del Cuore di Gesù, che arriva fino a noi attraverso il santo sacrificio ed i sacramenti, è sufficiente sempre. Per questo nostro Signore dice tranquillamente: «Chi perde la sua vita in questo mondo per causa mia, la salva per la vita eterna».

Riconosco senza esitare lʼautorità del Santo Padre. Tuttavia affermo che ogni papa, nellʼesercizio della sua autorità, può commettere degli abusi dʼautorità.

Affermo che il papa Paolo VI commette un abuso di autorità di una gravità eccezionale quando costruisce un rito nuovo della messa su di una definizione di messa che non è più cattolica.

«La Cena del Signore o messa – scrive nel suo Ordo Missae – è la sinassi sacra o lʼassemblea del popolo di Dio che si riunisce insieme, sotto la presidenza dal sacerdote per celebrare il memoriale del Signore» (Institutio generalis, art. 7).

Questa definizione insidiosa omette a priori ciò che costituisce la messa cattolica, mai riconducibile ad una cena protestante. Infatti, nella messa cattolica non si tratta di un qualunque memoriale; il memoriale è di natura tale che contiene realmente il sacrificio della Croce, perché il Corpo e il Sangue di Cristo sono resi realmente presenti in virtù della duplice consacrazione. Questo appare senza ombra di dubbio nel rito codificato da san Pio V, mentre resta ondivago ed equivoco nel rito fabbricato da Paolo VI.

Parimenti, nella messa cattolica il sacerdote non esercita una presidenza qualunque; segnato da un carattere divino che lo consacra per lʼeternità, è il ministro del Cristo, il quale per mezzo di lui realizza la messa; ce ne vuole perché il prete possa essere assimilato ad un qualche pastore, delegato dai fedeli per moderare la loro assemblea. Ciò che è evidente nel rito della messa ordinato da san Pio V, è velato, se non fatto proprio scomparire, nel nuovo rito.
 
La semplice onestà, quindi, ma infinitamente di più, lʼonore sacerdotale mi chiede di non avere lʼaudacia di adulterare la messa cattolica ricevuta il giorno dellʼordinazione. Dal momento che bisogna essere retti, soprattutto in una materia divinamente grave, non cʼè autorità al mondo, fosse pure quella pontificia, che possa fermarmi.

Dʼaltronde, la prima prova di fedeltà e di amore che il sacerdote ha il dovere di offrire a Dio e agli uomini è di conservare intatto il deposito infinitamente prezioso che gli è stato affidato con lʼimposizione delle mani del vescovo. È innanzitutto su questa prova di fedeltà e dʼamore che sarò giudicato dal Giudice supremo. Mi aspetto fiduciosamente dalla Vergine Maria, Madre del Sommo Sacerdote, che mi ottenga di restare fedele sino alla morte alla messa cattolica verace e senza ambiguità. Tuus sum ego, salvum me fac – Sono tuo, sàlvami».
 
RadioSpada
 




mercoledì 7 marzo 2018

Il 7 marzo 1965 Paolo VI celebrava la prima messa in italiano


«Poiché la riforma liturgica ha tra i suoi fini principali l'abolizione degli atti e delle formule mistiche, ne segue necessariamente che i suoi autori debbano rivendicare l'uso della lingua volgare nel servizio divino. Questo è uno dei punti più importanti agli occhi dei settari. Il culto non è una cosa segreta, essi dicono: il popolo deve capire quello che canta. L'odio per la lingua latina è innato nel cuore di tutti i nemici di Roma: costoro vedono in essa il legame dei cattolici nell'universo, l'arsenale dell'ortodossia contro tutte le sottigliezze dello spirito settario, l'arma più potente del papato. Lo spirito di rivolta, che li induce ad affidare all'idioma di ciascun popolo, di ciascuna provincia, di ciascun secolo la preghiera universale, ha del resto prodotto i suoi frutti, e i riformati sono in grado ogni giorno di accorgersi che i popoli cattolici, nonostante le loro preghiere in latino, gustano meglio e compiono con più zelo i doveri del culto dei popoli protestanti. A ogni ora del giorno ha luogo nelle chiese cattoliche il servizio divino; il fedele che vi assiste lascia sulla soglia la sua lingua materna; al di fuori dei momenti di predicazione egli non intende che accenti misteriosi, che cessano di risuonare nel momento più solenne, il canone della messa. E tuttavia questo mistero lo affascina talmente che non invidia la sorte del protestante, quantunque l'orecchio di quest'ultimo non intenda mai suoni di cui non capisce il significato. Mentre il tempio riformato, una volta alla settimana, riunisce a fatica i cristiani puristi, la Chiesa papista vede senza posa i suoi numerosi altari assediati dai suoi religiosi figli; ogni giorno essi si allontanano dal loro lavoro per venire ad ascoltare queste parole misteriose che devono essere di Dio, perché nutrono la fede e leniscono i dolori.

Riconosciamolo, è un colpo maestro del protestantesimo aver dichiarato guerra alla lingua sacra: se fosse riuscito a distruggerla, il suo trionfo avrebbe fatto un gran passo avanti. Offerta agli sguardi profani come una vergine disonorata, la liturgia, da questo momento, ha perduto il suo carattere sacro, e ben presto il popolo troverà eccessiva la pena di disturbarsi nel proprio lavoro o nei propri piaceri per andare a sentir parlare come si parla sulla pubblica piazza. Togliete alla Église française le sue declamazioni radicali e le sue diatribe contro la pretesa venalità del clero, e andate a vedere se il popolo continuerà a lungo ad andare a sentire il sedicente primate delle Gallie gridare: "Le Seigneur soit avec vous"; e altri rispondergli: "Et avec votre esprit". Tratteremo altrove, in modo specifico, della lingua liturgica.»
 
(Dom Prosper Guéranger, "L'eresia antiliturgica e la riforma protestante del XVI secolo considerata nei suoi rapporti con la liturgia" - Institutions liturgiques, I², Paris, 1878, pp. 388-407. Traduzione italiana di Fabio Marino, pubblicata in "Civitas Christiana", Verona n° 7-9, 1997, 13-23)
 

Messa di San Pio V e 'Novus Ordo': le gravi differenze (seconda parte)

 
Ci eravamo lasciati nel nostro studio sulle differenze tra la Messa cattolica di sempre ed il “Novus ordo missae” alla fine dei Ritus initiales, i riti che accompagnano il sacerdote e il fedele all’inizio della celebrazione. Abbiamo visto che, nella Messa di sempre, questi riti preparano spiritualmente il sacerdote, e con lui il fedele, a salire sul sacro monte dell’Altare, tutto in prospettiva del Sacrifico Divino che andrà ad essere officiato durante il Canone. Umiltà, venerazione, pentimento e proposito di espiazione accompagnano questa prima parte. Nel novus ordo, è del tutto assente la prospettiva del Sacrificio, l’ambiguità regna sovrana. “Fratelli, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati”, si recita subito prima del Confiteor e/o del Kyriale. Non c’è alcun riferimento alla necessità dell’assoluzione e dell’espiazione (e quindi al Sacramento della Confessione che deve sempre precedere quello della Comunione).
 
Il novus ordo ha dato anche la libertà di usare diverse formule, a discrezione del celebrante. La formula iniziale, che recita: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi”, formula che sostituisce tutta la parte dell’antica Messa includente l’Introibo e il salmo Iudica me, può essere sostituita da altre quattro formule, tutte prese dai saluti che gli apostoli Pietro e Paolo rivolgono ai destinatari di alcune epistole (Rm 15,13; Ef 6,23; 1Pt 1,1-2). Ancora una volta, compare il vago archeologismo conciliare che, dal sapore scritturistico assai caro al protestantesimo, pretende di portare la Messa allo spirito dei “primi tempi” (non riuscendoci!).

Anche la formula che precede il Confiteor e/o il Kyriale può essere sostituita da una di altre due formule. In nessuna delle altre due, tuttavia, c’è riferimento al Sacrificio o alla Confessione. In una addirittura si dice, con un sapore fortemente luterano: “Il Signore Gesù, che ci invita alla mensa della Parola e dell’Eucarestia, ci chiama alla conversione. Riconosciamo di essere peccatori e invochiamo con fiducia la misericordia di Dio”. L’ambiguità peggiora ulteriormente, si arriva quasi a negare la necessità dell’assoluzione sacramentale. Basterebbe, per partecipare ai santi misteri, riconoscere di essere peccatori ed invocare tutti insieme il perdono divino! Un sacerdote luterano potrebbe benissimo celebrare con il nuovo Messale senza rendersi minimamente conto di presiedere ad una Messa (si presume) cattolica, ma, a dire il vero, è perfettamente questo ciò a cui ambivano molti padri conciliari.

La Parola che sarà annunciata diviene una mensa, così come l’Eucarestia: anche i luterani e altre sette protestanti credono all’Eucarestia, inteso nel senso greco di “ringraziamento”, senza per questo credere al dogma della Transustanzazione! Per quanto riguarda l’equiparazione della Liturgia della Parola (Pars didactica) a quella Eucaristica (Pars sacrificalis), scrive De Lauriers nel Breve esame critico: “Assimilazione paritetica del tutto illegittima delle due parti della liturgia, quasi tra due segni di eguale valore simbolico” [1].
 
A quanti guai il falso ecumenismo! La liturgia cattolica SIGNIFICA i dogmi della Fede: “Se vogliamo distinguere e determinare in modo generale ed assoluto le relazioni che intercorrono tra fede e liturgia, si può affermare con ragione che la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera” (Pio XII, Mediator Dei). Con l’ambiguità del nuovo rito, i dogmi cattolici non sono più significati dalla liturgia, per non scandalizzare coloro che perniciosamente sono stati definiti “fratelli separati” – ossia gli eretici protestanti.
Pars didactica

Dopo il Gloria, il sacerdote bacia l’altare e si rivolge al popolo per salutarlo, con una frase che ricorda il saluto dell’Angelo Gabriele rivolto a Maria nel giorno dell’Annunciazione: Dominus vobiscum, “Il Signore sia con voi”. La risposta del ministro (e del popolo) è un ricambio di saluto e augurio: Et cum spiritu tuo, “E con il tuo spirito”. I Vescovi, in quanto successori degli Apostoli e immagine di Cristo, adoperano la stessa formula usata da Gesù dopo la sua resurrezione: Pax vobis, “Pace a voi”. In questo punto della Messa, il saluto del sacerdote è un richiamo ai fedeli affinché prestino attenzione alla prima Orazione della Messa, detta Colletta (tratta dal Proprio), perché in essa si raccolgono e si presentano a Dio le preghiere dei presenti. Nel novus ordo, il bacio e il saluto sono scomparsi. In generale, il saluto del vescovo è stato assimilato a quello del sacerdote (perché?). La colletta è letta immediatamente dopo il Gloria.
 
Subito dopo la colletta, nella Messa promulgata da san Pio V è il sacerdote a leggere l’Epistola, seguita dal Graduale (in alcune messe solenni vi è anche la Sequenza), dal Tratto e dall’Alleluia. Il Graduale è detto anche psalmus responsorius, essendo un salmo che viene diviso in antifona e versetto, dove i cantori o il sacerdote recitano il salmo e il popolo, a guisa di risposta, ripete un versetto o un mezzo versetto come ritornello. Nel novus ordo, non è più il sacerdote a leggere sull’altare l’Epistola, il Graduale, il Tratto e l’Alleluia, ma esclusivamente uno o più laici. È stata introdotta la figura della mulier idonea, ora anche la donna può salire sulla sacra zona del presbiterio (che accede al Sancta Sanctorum e quindi riservato al sacerdote e ai ministri) e proclamare dall’ambone, coram populo, la Parola di Dio.

Con queste due scelte, i padri riformatori fecero tabula rasa sia del ruolo di proclamatore della Parola che spetta solo al sacerdote e, quindi, della Scrittura rettamente interpretata solo dalla voce della Chiesa che nel sacerdote si concretizza, sia della differenza tra uomo e donna nel culto, dove solo l’uomo – per diritto divino –  e precisamente l’uomo consacrato, può avere accesso al Sancta Sanctorum. Inutile ribadire, anche in questo caso, l’inquietante somiglianza con il rito della cena luterana. Nel novus ordo, vengono lette due letture nelle solennità e nelle domeniche (generalmente una tratta dall’Antico ed una dal Nuovo Testamento), il Graduale è chiamato salmo responsoriale (anch’esso letto da un laico, uomo o donna che sia), il Tratto, che consiste in una salmodia cantata, può essere usato in pochissime circostanze. Le sequenze valgono ancora per alcune solennità, come nel rito antico. Generalmente si tende a dividere la liturgia della Parola dalla liturgia dell’Eucarestia, pur equiparandole come “due mense”, ma in realtà la sapienza della Chiesa aveva finalizzato anche la Pars didactica al Divino Sacrificio, pur consapevole che si tratta di due parti differenti di una stessa liturgia, ma l’una è finalizzata all’altra e, lo ribadiamo, trattasi di due parti liturgiche che non hanno il medesimo valore.

La Parola è un nutrimento per la dottrina ed una presenza spirituale, l’Eucarestia è un nutrimento di grazia ed una presenza sostanziale: quanto è dunque grande il tesoro dell’Eucarestia! Superiore a tutti i tesori mondani messi insieme! Tutto procede con ordine: dapprima il sacerdote espone le preghiere , le domande, i desideri del popolo nella Colletta, poi viene acclamata la voce dell’apostolo (Epistola), la voce del profeta (Graduale e Tratto), infine la voce del Maestro (Evangelo).

L’Alleluia, rimasto anche nel novus ordo, ma anch’esso letto da laici anziché dal sacerdote, è il canto di lode a Dio per eccellenza. La Chiesa non lo fa risentire nel periodo di penitenza. Fuori dal Tempo che intercorre dalla Domenica di Settuagesima alla Domenica della Trinità, si dicono il Graduale e l’Alleluia con il suo verso salmodico. Da Settuagesima fino a Pasqua si dice il Graduale e il Tratto. Durante tutto il tempo pasquale si dicono due versetti alleluiatici. Nella Messa dei morti si dicono Graduale e Tratto. Segue, in entrambi i riti, lettura da parte del sacerdote dell’Evangelo, eventualmente seguita dall’Omelia. 
Nelle Domeniche e nelle solennità, dopo l’Omelia (o direttamente dopo la lettura dell’Evangelo) segue la recitazione del Credo, in entrambi i riti. Nel novus ordo, sono stati rimossi la genuflessione al momento in cui si dice nel Credo “e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”, sostituendola con un semplice inchino di capo, e il segno di croce alla fine del Credo, che era finalizzato a riassumere il Credo del cattolico nei due principali misteri della Trinità e della Passione di Nostro Signore, è anch’esso scomparso.
 
Note:
[1] Mons. M. L. G. De Lauriers, Breve esame critico del Novus ordo Missae dei cardinali Ottaviani e Bacci, CLS, pag. 16








 

martedì 24 novembre 2015

Giubileo, appello a papa Francesco

In data 19 novembre è apparso un articolo su La Nuova Bussola Quotidiana in cui don Nicola Bux si rivolge a Papa Francesco per chiedere chiarezza per quanto riguarda il giubileo di prossima indizione.
Il titolo è estremamente illuminante su quelle che sono invece le ombre che il Santo Padre ha gettato sul significato di questo 'strano' giubileo:
Giubileo, appello a papa Francesco: «Deve essere un chiaro invito alla conversione».
 
Mentre i politici occidentali parlano di strategia di lungo periodo per fronteggiare il terrorismo islamista, e ricorrono all'armamentario dei valori della convivenza, della solidarietà, della tolleranza, del dialogo, ormai mummificati, i giovani europei muoiono nel corpo e nell'anima; anche tra i cattolici non si vuol risalire alle cause che inducono tanti ragazzi, in cerca di idee forti, ad arruolarsi nelle file dei musulmani, ed altri, succubi del pensiero debole, a inseguire i miti progressisti, al punto che, quando uno di loro muore, non si sa dire altro che 'era solare' – che significa? -, spegnendo l'interrogativo sulle condizioni dell'anima al momento della morte.

La Chiesa cattolica, “vessillo issato tra le nazioni e strumento di salvezza per tutti i popoli” a cosa è chiamata? Seguendo l'Omelia di un autore del II secolo, riprendo questo appello: "Fratelli, prendiamo questa bella occasione per far penitenza, e mentre ne abbiamo tempo, convertiamoci a Dio che ci ha chiamati e che è pronto ad accoglierci. Se lasceremo tutte le voluttà e non permetteremo che la nostra anima rimanga preda dei cattivi desideri, saremo partecipi della misericordia di Gesù".
 
Giovanni Paolo II richiamava le visioni di santa Faustina, che dinanzi al  purgatorio, esclama: "una prigione di dolore", della quale il Signore le fece intendere: " La mia misericordia non vuole questo, ma lo esige la giustizia".
 
Sembra, quindi, che non si possa ottenere misericordia senza conversione, altrimenti Dio non sarebbe giusto, né in questo mondo né, soprattutto, nell'altro: "La Misericordia esige, prima di inondarci della sua benevolenza, la verità, la giustizia e il pentimento. In Dio la misericordia si fa perdono" (R.Sarah, Dio o niente, Siena 2015,p. 266). È il Vangelo di Gesù Cristo!
 
Gli avvenimenti tragici di Parigi, con le minacce a Roma, portano a rivolgere l'appello al suo Vescovo, il Papa, che il Giubileo dichiari meglio l'intento per il quale fu istituito: l'invito alla conversione di tutti gli uomini per ottenere indulgenza, ossia misericordia dal Signore; un invito supplice, innanzitutto ai cristiani, affinché rinnovino la rinuncia battesimale ad ogni connivenza col mondo e guardino a Gesù Cristo, l'unica "porta santa" attraverso cui entrare nella vita eterna, come egli stesso ha detto.
 
Bisogna che tale annuncio evangelico non escluda alcun uomo, perché è l'unico 'dialogo' che il Signore vuole - lo attestano i vangeli - e che Egli stesso ha intessuto con uomini e donne di ogni tipo: giusti e peccatori, ebrei e samaritani,romani e greci.
È il dialogo che dichiara la necessità della conversione di tutto il mondo al Signore Gesù, per la salvezza dell'anima in terra e soprattutto in Cielo. 
 
Che Gesù Cristo sia il principio e il fine del rapporto col mondo, lo dichiarò Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II: «Il grande problema posto davanti al mondo, dopo quasi due millenni, resta immutato. Il Cristo, sempre splendente al centro della storia e della vita; gli uomini o sono con Lui e con la Chiesa sua e allora godono della luce, della bontà, dell'ordine e della pace; oppure sono senza di Lui, o contro di Lui, e deliberatamente contro la sua Chiesa: divengono motivo di confusione, causando asprezza di umani rapporti e persistenti pericoli di guerre fratricide».

La Chiesa di Gesù Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, è stata costituita e inviata ad attuare questo dialogo che consiste nel proclamare che l'uomo si salva solo se crede nel Signore Gesù: ebrei e pagani, musulmani e buddisti, atei e agnostici: nessuno può essere esentato dalla conversione. È l'invito che scaturisce dal Cuore di Cristo, affinché tutti si salvino e giungano alla conoscenza della verità. Se il parlare della misericordia - che è un aspetto della carità – non fosse finalizzato alla conversione, non servirebbe a nulla, come ha ricordato san Paolo nel celebre "inno alla carità".
Se la Chiesa non fa questo annuncio, tradisce il mandato del suo Fondatore.
 
Non serve discettare se vi siano musulmani moderati o fondamentalisti o fanatici,e sociologismi simili: chi conosce il Corano e gli hadit di Muhammad sa bene cos'è l'islam; né serve ricorrere alla teoria rahneriana dei cristiani anonimi, stigmatizzata da Hans Urs von Balthasar, per sostenere la necessità del dialogo senza alcun intento di conversione: sarebbe alimentare l'insipienza di tanta parte della cristianità, come amava dire il cardinal Giacomo Biffi.
 
Decenni di dialogo da parte cattolica, sostituendo la missione di annunciare Gesù Cristo, non evita la persecuzione, perché questo è lo statuto ordinario dei cristiani: «Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi»; senza dimenticare che la persecuzione è una beatitudine proclamata da Cristo. Invece, sta accadendo ciò che descrive il cardinal Sarah: «Mentre i cristiani muoiono per la fede e la loro fedeltà a Gesù, in Occidente, degli uomini di Chiesa cercano di ridurre al minimo le esigenze del Vangelo" (Ibidem,p. 369). 
Il Giubileo veda i vescovi e i sacerdoti spiegare che la misericordia del Signore e il Suo perdono, si può sperare di ottenerli solo osservando i Comandamenti, abbandonando ogni condotta malvagia, scisma ed eresia.
 
Dio si è fatto vicino,abita in mezzo a noi, non è un Essere lontano e impersonale; il cattolico non professa un vago deismo: dopo l'Incarnazione, sarebbe imperdonabile. Non si può mescolare al giusto culto da dare a Dio -  è anche il primo comandamento della carità, insegnato da Gesù -, forme che imitino gli spettacoli mondani.
Si deve difendere la famiglia da contraffazioni di cui ci si deve solo vergognare. Non si deve uccidere il prossimo per poter possedere; profittare dei poveri - che saranno sempre con noi - per risuscitare il pauperismo; mistificare con la menzogna la verità, il male col bene; spadroneggiare su persone e cose altrui.
 
Senza la conversione, la misericordia non fa scomparire vizi e peccati, specie quelli capitali, nei quali molti stabilmente vivono. 
 
Bisogna che il Giubileo rilanci l'esercizio delle virtù teologali e cardinali fino al grado eroico, cioè esorti alla santità, e per questo inviti a ritornare ai Sacramenti che sono lo strumento ordinario della Grazia divina.
 
Bisogna praticare le opere di misericordia corporale senza omettere - anzi, di questi tempi, anteponendole -, quelle spirituali a cominciare dalle prime tre: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori.
 
Nel giorno del Giudizio, da quello particolare dopo la morte a quello universale, ci sarà chiesto se avremo osservato tutti i Comandamenti e i precetti della Chiesa, in primis se saremo andati a Messa, fons et culmen del giusto culto a Dio, che è appunto l'Eucaristia, il vero atto di carità verso Colui che si è fatto povero per renderci ricchi. Memori di Colui che ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno”(Gv 6,54).
 
Dunque: "Non anteponiamo assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna (San Benedetto, Reg. no. 72)



mercoledì 3 dicembre 2014

Ho scoperto perchè mi piace il tè

San Francesco Saverio, che oggi la Chiesa ricorda, (su mittite rete la biografia), il tè e la Santa Messa tridentina hanno tantissimo in comune, l'ho scoperto sul blog messa in latino, che ha tradotto un articolo dall'inglese di Karen Anderson, apparso su Crisis Magazine il 29 novembre 2012 dal titolo Tea and Christianity (Tè e cristianità).
San Francesco Saverio con i suoi missionari approdò in Giappone nel lontano 1549 e portò, per primo, la fede cattolica in quelle terre ancora, per certi versi, sconosciute ai più. Qui i gesuiti missionari ebbero modo di apprezzare la cultura giapponese e naturalmente anche il tè. Ed è proprio di un missionario gesuita, padre João Rodrigues, la più bella descrizione del tè e della cultura che lo ha prodotto, e la si trova nel suo libro, Historia.
Padre Rodrigues ed i suoi confratelli scoprirono che  i Giapponesi avevano un intero rituale e una filosofia dedicata al suo consumo e al modo di apprezzarlo (La Via del Tè), esso era parte integrante della vita di ogni giapponese, una bellissima e profondissima pagina della sua cultura che poteva armonizzarsi tranquillamente con la fede cattolica.
 La cerimonia del tè, il rituale ispirato alla filosofia Zen ed il cattolicesimo hanno come punti in comune l'umiltà, il distacco, la sottomissione a qualcosa di più alto. Le case da tè, infatti avevano la porta molto bassa, si entrava solo in ginocchio ed erano aperte a tutti indistintamente, uomini e donne di qualunque ceto sociale. E qui inizia lo stupore! La cerimonia del tè offerta in una semplice casa del tè, ha azioni così simili da non poter essere distinte da quelle della Consacrazione a Messa, viste attraverso una parete in carta di riso. Questo straordinario rituale ha permesso ai Giapponesi cattolici di sopravvivere alle persecuzioni che seguirono, perchè le Sante Messe furono segretamente celebrate in case da tè.
In parte grazie a questo, la fede cattolica in Giappone è sopravvissuta nascosta per i successivi 200 anni. Quindi onore a San Francesco Saverio che ha donato la fede e la Messa ai Giapponesi ed il tè al mondo intero ed onore al tè perché ha preservato il cattolicesimo in Giappone per duecento anni.

lunedì 24 novembre 2014

La terza, quarta e quinta piaga


La terza piaga, sono le nuove preghiere dell'offertorio.
Esse sono una creazione interamente nuova e non sono mai state usate nella Chiesa. Esse esprimono meno l'evocazione del mistero del sacrificio della croce che quella di un banchetto, richiamando le preghiere del pasto ebraico del sabato. Nella tradizione più che millenaria della Chiesa d'Occidente e d'Oriente, le preghiere dell'offertorio sono sempre state espressamente incardinate al sacrificio della croce (cf. p. es. Paul Tirot, Storia delle preghiere d'offertorio nella liturgia romana dal VII al XVI secolo, Roma 1985). Una tale creazione assolutamente nuova è senza nessun dubbio in contraddizione con la formulazione chiara del Vaticano II che richiama « Innovationes ne fiant … novae formae ex formis iam exstantibus organice crescant » (Sacrosanctum Concilium, 23).
 
La quarta piaga è la sparizione totale del latino nell'immensa maggioranza delle celebrazioni eucaristiche della forma ordinaria nella totalità dei paesi cattolici. È una infrazione diretta contro le decisioni del Vaticano II.
 
La quinta piaga è l'esercizio dei sevizi liturgici di lettori e di accoliti donne, così come l'esercizio degli stessi servizi in abito civile penetrando nel coro durante la Santa Messa direttamente oltre lo spazio riservato ai fedeli.
Quest'abitudine non è giammai esistita nella Chiesa, o per lo meno non è mai stata la benvenuta. Essa conferisce alla messa cattolica il carattere esteriore di qualcosa di informale, il carattere e lo stile di un'assemblea piuttosto profana.
Il secondo concilio di Nicea vietava già, nel 787, tali pratiche, redigendo questo canone: «Se qualcuno non è ordinato, non gli è permesso fare la lettura dall'ambone durante la santa liturgia», (can. 14). Questa norma è stata costantemente rispettata nella Chiesa. Solo i suddiaconi o i lettori avevano il diritto di fare la lettura durante la liturgia della Messa. Al posto dei lettori e accoliti mancanti, sono uomini o ragazzi in veste liturgica che possono farlo, e non donne, essendo un dato di fatto che il sesso maschile sul piano sacramentale dell'ordinazione non sacramentale dei lettori ed accoliti, rappresenta simbolicamente il primo legame con gli ordini minori.
 
(Mons. Athanasius Schneider)

venerdì 21 novembre 2014

La seconda piaga

Continuo con l'intervista a Mons. A. Schneider sulle piaghe del Corpo Mistico liturgico di Cristo. Il tema è abbastanza spinoso, perché mette il dito, davvero, su una piaga che affligge l'intero popolo cattolico, soprattutto praticante ed osservante, quello cioè del pericolo della secolarizzazione, dell'accoglienza della mondanità, che porta, inevitabilmente alla banalizzazione ed alla desacralizzazione della vita, della preghiera, di ogni rito sacro ed in modo particolare alla spettacolarizzazione della Santa Messa, riducendola ad un incontro festoso di preghiera, dove protagonisti sono i fedeli ed il sacerdote. 

'La seconda piaga è la comunione sulla mano diffusa dappertutto nel mondo.
Non soltanto questa modalità di ricevere la comunione non è stata in alcun modo evocata dai Padri conciliari del Vaticano II, ma apertamente introdotta da un certo numero di vescovi in disobbedienza verso la Santa Sede e nel disprezzo del voto negativo nel 1968 della maggioranza del corpo episcopale. Solo successivamente papa Paolo VI l'ha legittimata controvoglia, a condizioni particolari.
Papa Benedetto XVI, dopo la Festa del Corpus Domini 2008, non ha più distribuito la comunione che a fedeli in ginocchio e sulla lingua, e ciò non soltanto a Roma, ma anche in tutte le chiese locali alle quali ha reso visita. Attraverso ciò egli donò all'intera Chiesa un chiaro esempio di magistero pratico in materia liturgica. (Card. Athanasius Schneider)'.
 
A tal proposito la mia esperienza potrebbe essere illuminante per qualcuno. Io sin dalla nascita ho fatto la spola tra la Germania (Paese dove sono nata) e la Sicilia ma quando avevo nove anni la mia famiglia si è trasferita in Puglia, a Modugno, un paese in provincia di Bari e proprio qui ho fatto la Prima Comunione. Da allora in poi ho sempre preso l'ostia consacrata in bocca, non in ginocchio perché non si usava ed io non ero a conoscenza di questa modalità. All'età di 13 anni, riecco un altro trasferimento e mi ritrovo di nuovo in Germania. Qui sono entrata in contatto con una nuova realtà: ho visto che i fedeli (sia Tedeschi che Italiani)avevano l'abitudine di prendere l'ostia sulla mano e così mi sono adeguata, senza farmi tanti scrupoli né domande. La Chiesa da me frequentata era un edificio moderno, di mattoni rossi (orribile!) e senza balaustra che dividesse l'altare maggiore dal resto. La Messa era officiata da un sacerdote italiano. Però quando partecipavo ad una Messa tedesca in una Chiesa con la presenza della balaustra, vedevo tanti Tedeschi inginocchiarsi qui e prendere l'Ostia in ginocchio, questo soprattutto nelle festività, tipo Natale e Pasqua. Ebbene, confesso che questa modalità mi affascinava......non l'avevo mai vista! Sicuramente da piccina sì, l'avrò vista, ma purtroppo non ne portavo memoria. Ritornata in Italia, all'età di 19 anni, ho trovato una realtà cambiata, anche qui la comunione in mano era ormai una prassi e siccome io ero abituata in questo modo non mi fu difficile continuare così, fino a quando non cominciai a notare che non tutti usavano questo modo, soprattutto a Roma, soprattutto i più devoti. Allora mi misi ad esaminare bene la questione e finalmente capii che era un abuso e sono tornata a prendere l'Ostia consacrata in bocca e, quando mi è possibile, anche in ginocchio.     
 
LA PRIMA PIAGA QUI
 
Sul sito della Santa Sede (qui) si trova un breve scritto sull'opportunità di ritornare alla buona abitudine di comunicarsi in bocca ed in ginocchio, per un duplice motivo:
 
1) evitare al massimo la dispersione dei frammenti eucaristici
2) favorire la crescita della devozione dei fedeli verso la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento.
 
E' vero che tanti fedeli prendono la Comunione in mano con tanta devozione e tanto amore, ma ciò non toglie che possano andare dispersi dei frammenti e che si possa incorrere nel rischio di commettere lo stesso un abuso o un sacrilegio.
 
Ho visto gente devota rigirarsi l'Ostia nella mano, baciarla, contemplarla prima di metterla in bocca. Ho visto gente meno devota andare a prendere la Comunione con una gomma da masticare in bocca; ho visto gente prendere l'Ostia in mano e poi non portarla alla bocca (e che solo su mia pressione lo hanno fatto); ho visto gente prendere l'Ostia in mano e poi portarla alla bocca in modo rocambolesco; ho visto Ostie cadere per terra..............
 
Riflettere su questo credo sia importante, per la nostra vita spirituale e per la nostra salvezza eterna.  
 

giovedì 20 novembre 2014

Le cinque piaghe: la prima

In un'intervista il Vescovo Ausiliare di Astana mons. Athanasius Schneider, parlando della Santa Messa, (ne ho già scritto qui)dice che, in relazione alla riforma da parte del Concilio Vaticano II, sono stati purtroppo disattesi alcuni principi liturgici, il cui mancato rispetto  ha prodotto, nella pratica, le cinque piaghe del corpo mistico liturgico di Cristo.
 
La prima piaga, la più evidente, è la celebrazione del sacrificio della messa in cui il prete celebra volto verso i fedeli, specialmente durante la preghiera eucaristica e la consacrazione, il momento più alto e più sacro dell'adorazione dovuta a Dio. Questa forma esteriore corrisponde per sua natura più al modo in cui ci si comporta quando si condivide un pasto. Ci si trova in presenza di un circolo chiuso. E questa forma non è assolutamente conforme al momento della preghiera ed ancor meno a quello dell'adorazione. Ora questa forma, il concilio Vaticano II non l'ha auspicata affatto e non è mai stata raccomandata dal magistero dei papi post-conciliari.
 
Papa Benedetto XVI nella sua prefazione al primo tomo della sua Opera Omnia scrive: « l’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non fosse possibile, verso una immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della sua Passione (Giovanni 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione nella mia opera: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo. ».

La forma di celebrazione in cui tutti portano il loro sguardo nella stessa direzione (conversi ad orientem, ad Crucem, ad Dominum) è anche evocata dalle rubriche del nuovo rito della messa (cf. Ordo Missae, n. 25, n. 133 et n. 134). La celebrazione che si dice «versus populum» certamente non corrisponde all'idea della Santa Liturgia tal quale è menzionata nelle dichiarazioni di Sacrosanctum Concilium n°2 e n° 8.