La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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lunedì 10 dicembre 2018

Chi ha orecchi.....

 
Cari Pastori della Chiesa Cattolica Apostolica Romana , mi rivolgo a voi con le parole di un uomo che la Chiesa di Cristo ha proclamato santo, dunque se la parola 'santità' ha ancora il significato di sempre e se questa Chiesa è ancora creduta quella di Cristo, la cui incarnazione ha portato salvezza e luce nel mondo, non potete avere orecchi che non odono ed occhi che non vedono; A voi rivolgo le parole di sant'Atanasio, taglienti e penetranti come lama affilata:
 
 «Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l’uomo e l’umanità. Portate il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo».
 
 
 
 
 

venerdì 21 settembre 2018

Parole vuote di chi non ha nulla da dire?

 
Chi è alla ricerca di un rimedio per l’insonnia potrebbe provare a usare l’Instrumentum laboris, o «documento di lavoro», per la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si terrà a Roma il mese prossimo sul tema Giovani, fede e discernimento vocazionale.
Che il ponderoso documento possa aiutare chi soffre d’insonnia non lo dico io: lo dice George Weigel (QUI), il quale, su First Things, non esita a definire il testo «un mattone», un grosso e noiosissimo «fermaporta»  pieno di luoghi comuni sociologici ma del tutto carente di intuizioni spirituali o teologiche.
 
L’Instrumentum  laboris, in effetti, dice poco o nulla sulla fede e sembra uscito dalla penna di qualcuno che prova un certo imbarazzo di fronte all’insegnamento cattolico.
 
Il filo conduttore è l’ascolto: la Chiesa non dovrebbe far altro che ascoltare. Ma a quale scopo? La risposta è che si tratta di aiutare a discernere, accompagnare e camminare insieme ai giovani. Tuttavia non si dice mai, o si dice in modo assai contorto, dove tutto questo ascolto, questo discernere, questo accompagnare e questo camminare dovrebbero condurre.
«Un testo gigantesco come questo – osserva Weigel – non può seriamente essere considerato una base di discussione per il sinodo. Nessun testo di oltre trentamila parole, anche se scritto in uno stile scintillante e irresistibile, può essere una guida alla discussione».
In effetti qui di scintillante non c’è niente. In compenso c’è un refrain che torna in continuazione, una sorta di mantra che il documento vuole inculcare nella mente del malcapitato lettore: quello della «Chiesa in uscita». Ma che cosa significa?
Uno dei passi in cui sembra arrivare una spiegazione (siamo nella sezione Il discernimento come stile di una Chiesa in uscita) si esprime così: «In questa prospettiva, “scegliere” non significa dare risposte una volta per tutte ai problemi incontrati, ma innanzi tutto individuare passi concreti per crescere nella capacità di compiere come comunità ecclesiale processi di discernimento in vista della missione».
Chiaro, no?
Ed ecco qui la spiegazione della spiegazione: «In questo movimento la Chiesa non potrà che assumere il dialogo come stile e come metodo, favorendo la consapevolezza dell’esistenza di legami e connessioni in una realtà complessa ma che sarebbe riduttivo considerare composta di frammenti, e la tensione verso una unità che, senza trasformarsi in uniformità, permetta la confluenza di tutte le parzialità salvaguardando l’originalità di ciascuna e la ricchezza che essa rappresenta per il tutto».
 
Ha ragione Weigel: fa dormire. Ma fa anche venire il mal di testa.
Quindi, si chiede Weigel (e il sottoscritto con lui) che cosa potrebbero fare i partecipanti al sinodo del prossimo ottobre per avere una discussione degna di questo nome e non la semplice ripetizione di formule sulla Chiesa in uscita, il discernimento e l’accompagnamento?
Beh, prima di tutto potrebbero sfidare l’affermazione, ripetuta nell’Istrumentum laboris fino alla nausea, secondo la quale i giovani vogliono una «Chiesa che ascolti». Che i giovani, ma anche i meno giovani, vogliano una Chiesa capace di ascoltare è del tutto ovvio, ma soprattutto vorrebbero una Chiesa capace di dare risposte. Ciò che i giovani, ma anche i meno giovani, desiderano, specie in un’epoca così confusa come la nostra, è che la Chiesa insegni chiaramente, indichi che cos’è la santità, dica in modo rigoroso e onesto qual è la strada per la salvezza eterna.
 
I partecipanti al sinodo, suggerisce poi Weigel, potrebbero anche sottolineare che i giovani d’oggi non sono attratti dalle analisi in sociologhese (nelle quali si avverte il retrogusto del linguaggio usato dai figli del Sessantotto), ma da un insegnamento pienamente cattolico, specie sui temi della vita. E cattolico vuol anche dire pulito, fresco, privo di ambiguità, diverso dall’incoerenza e dalla confusione dilaganti.
Purtroppo, al contrario, l’Instrumentum laboris «tradisce un inacidito senso di incapacità, persino di insuccesso», e in effetti sembra scritto da qualcuno che non crede, o crede molto poco, alla possibilità che la Chiesa abbia davvero qualcosa da dire ai giovani.
In nessuna pagina si trovano motivi di speranza, né si dice mai che i giovani del nostro tempo non chiedono un generico accompagnamento, ma risposte solide in termini dottrinali e morali, così da poter davvero orientare la propria vita. E non si fa menzione delle tante esperienze spirituali che giovani di ogni parte del mondo vivono proprio all’insegna di una ricerca spirituale seria, consapevole, fondata non sulla sociologia ma sulla legge divina.
 
Quando il documento parla di identità sembra quasi che se ne vergogni, per cui ecco l’espressione «identità dinamica». Ma che vuol dire?  Sentiamo: l’identità dinamica è quella che «spinge la Chiesa in direzione del mondo, la rende Chiesa missionaria e in uscita, non abitata dalla preoccupazione di essere il centro, ma da quella di riuscire, con umiltà, a essere fermento anche al di là dei propri confini, consapevole di avere qualcosa da dare e qualcosa da ricevere nella logica dello scambio di doni».
Essere fermento di che cosa e per che cosa? Quali i doni da dare e da scambiare? Perché andare in direzione del mondo? Per arrivare a che cosa? Non si dice.
 
Al centro del sinodo ci sarà, o ci dovrebbe essere, l’idea di vocazione. Dal documento preparatorio, dunque, uno si aspetterebbe espressioni tali da far apprezzare la chiamata di Dio. E invece ecco come una parola bella e ricca quale «vocazione» viene spenta e resa quasi antipatica dalla prosa in sociologhese: «Nella fase della giovinezza prende corpo la costruzione della propria identità. In questo tempo, segnato da complessità, frammentazione e incertezza per il futuro, progettare la vita diventa faticoso, se non impossibile. In questa situazione di crisi, l’impegno ecclesiale è molte volte orientato a sostenere una buona progettualità. Nei casi più fortunati e laddove i giovani sono più disponibili, questo tipo di pastorale li aiuta a scoprire la loro vocazione, che rimane, in fondo, una parola per pochi eletti e dice il culmine di un progetto».
Viene voglia di fare coraggio all’anonimo estensore del documento: ehi amico, forza, non abbatterti, in fondo la vocazione è una cosa bella! Sursum corda!
Ma è inutile aspettarsi qualche sprazzo di entusiasmo. Al lettore sono propinate soltanto formule da Comitato centrale del Pcus buonanima. Tipo questa: «Per essere generativo l’accompagnamento al discernimento vocazionale non può che assumere una prospettiva integrale». Applausi dei compagni delegati. E mal di testa in aumento.
 
Domanda: e se invece di produrre questo mattone indigeribile, questo Instrumentum doloris,  si fosse pubblicata la vita di una santo, o magari di più santi? Certamente i giovani avrebbero capito molto meglio che cos’è la vocazione e quanto possa essere bella.
 
Il documento stesso, proprio alla fine, in un  sussulto di resipiscenza (sebbene con il solito stile da grigio comunicato del Soviet supremo), lo riconosce: «Merita anche ricordare che accanto ai “Santi giovani” vi è la necessità di presentare ai giovani la “giovinezza dei Santi”. Tutti i Santi, infatti, sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile».
Oh, ecco! Bastava dire questo (magari con un pochino di entusiasmo in più) e il gioco era fatto, senza ricorrere a trentamila sfumature di grigio.
Ma forse sarebbe sembrato un messaggio un po’ troppo cattolico.
 
Aldo Maria Valli QUI
 

giovedì 12 luglio 2018

Faccendiere e mondano

Padre Giovanni Cavalcoli esprime solidarietà a mons. Antonio Livi per gli ingiusti attacchi ricevuti per aver detto la verità sulla situazione della Chiesa.
 
Carissimo Monsignore,
  ho letto con molto interesse l’intervista che Ella ha rilasciato sull’attuale situazione della Chiesa e della teologia, nonché la condotta del Papa e la persecuzione alla quale Lei è soggetto.
 
  Intendo esprimerLe il mio sostanziale accordo con le sue analisi e valutazioni, e la solidarietà e vicinanza per quanto Lei soffre per la verità del Vangelo e per amore della Chiesa, auspicando che le sue buone ragioni vengano riconosciute e si ponga rimedio ai gravi mali che stanno affliggendo la Chiesa e la cultura cattolica.
 
  La sua sofferenza è quella della Chiesa stessa, oggi mal guidata e sviata da un Papa faccendiere, che antepone la sua affermazione personale e la ricerca del consenso all’annuncio integrale del Vangelo ed alla cura zelante del bene e dell’unità della Chiesa.
 
  Questo atteggiamento opportunistico e furbesco di Papa Francesco lo porta a concedere ai modernisti un potere agli alti vertici mai finora da essi raggiunto, ma egli stesso viene da essi circonvenuto, sicchè il Papa, invece di reprimere le eresie, le tollera e lascia che si diffondano con immenso danno per la Chiesa, ostacolando l’opera di quei pochi coraggiosi come Lei, che intendono difendere la verità e la dignità del papato, umiliato da un Papa sprovveduto, mondano e incapace.
 
  Per quanto riguarda i modernisti, ritengo che facciano più danno i rahneriani che i kasperiani. Sono d’accordo comunque nel considerare Kasper un eretico. L’ho denunciato in tal senso sin dal mio trattato di cristologia Il mistero della Redenzione (Ed.ESD, Bologna 2004) e da allora, nelle mie pubblicazioni, non ho cessato di denunciare il pericolo, fino al mio recentissimo saggio sulla sua gnoseologia teologica, pubblicato su 'isoladipatmos'.
 
  Certo è incredibile come questo furfante e volpone sia riuscito sempre non solo a farla franca, ma ottenere per moti anni alte cariche sotto i pontificati dei pur degnissimi S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e fino ad oggi. Ma con questo Papa la cosa si capisce meglio.
 
  Ma ciò significa solo che il Kasper gode di fortissimi appoggi sia da parte dei luterani tedeschi, che della massoneria, e ci dice in quale stato pietoso di soggezione alle potenze del mondo si sia ridotta la Chiesa, nonostante sia stata guidata da Santi Pontefici fino a presente Pontefice, che invece, per la sua  mancanza di giudizio, è lo zimbello dei modernisti.
 
  Quanto al confronto fra kasperismo e rahnerismo, si deve dire che il kasperismo corrompe la gnoseologia, la cristologia, l’ecumenismo, l’ecclesiologia e la morale. Il rahnerismo corrompe questi valori in modo ancor più radicale e sudbolo,  e costituisce una falsificazione generale di marca hegeliana dell’intero cristianesimo. Anche il fatto che Rahner non sia stato mai condannato rimarrà alla storia una macchia del pontificato degli ultimi sessant’anni. Se il fenomeno non cessa, dovranno provvedere i prossimi Pontefici.
 
  L’intento di recepire e sviluppare le dottrine del Concilio e di applicare e portare avanti le sue riforme è buono e giusto. Ma, come Lei sa bene, la gravissima questione che si trascina da cinquant’anni, è quella della retta interpretazione di quelle dottrine, che sono state mal interprete dai modernisti ad usum delphini.
 
  Essi infatti,  con diabolica astuzia e straordinaria ostinazione, hanno fatto credere a molti che la loro interpretazione rispecchiasse le dottrine del Concilio, mentre ne è una contraffazione. Male dunque fanno i lefevriani a considerare moderniste le dottrine del Concilio, e ad estendere l’accusa al magistero dei Papi del postconcilio.
 
  Diverso è il caso delle direttive pastorali del Concilio, le quali, nel corso di questi cinquant’anni, hanno mostrato vieppiù, per quanto riguarda la condotta da tenere nei confronti del mondo, dei gravi difetti, ossia un ingenuo buonismo ed un eccessivo ottimismo.
 
  Papa Francesco, invece di correggere questi difetti, li ha accentuati, introducendo nella Chiesa quell’ipocrita misericordismo – vedi tutta la retorica dell’immigrazionismo -, che ormai tutti conosciamo, del quale, però, i modernisti, gli adulatori del Papa e i mascalzoni se ne approfittano.
 
  Nel corso di questi cinquant’anni è inoltre è emersa chiaramente la distinzione fra progressisti e modernisti. Infatti costoro hanno sempre celato le loro trame sovversive sotto il nome onorevole del progresso. E’ vero che il Concilio ha promosso un progresso nella Chiesa. Ma la loro polemica contro la tradizione e la conservazione del deposito della fede li ha smascherati nel loro modernismo.
 
  E’ apparso allora che il vero scontro nella Chiesa non è semplicisticamente tra progressisti e conservatori, secondo l’impostazione del ’68, ma tra l’unione dei conservatori e progressisti da una parte, costituenti la vera Chiesa, e i lefevriani e modernisti dall’altra, costituenti due  false Chiese, «l’una contro l’altra armata».
 
  Infatti la vera Chiesa si fonda sulla reciprocità fra conservazione e progresso, stabilità e avanzamento, tradizione e rinnovamento, fedeltà e svecchiamento. Papa Francesco invece è ancora fermo allo schema superato, unilaterale, e ingannevole del ’68 e quindi non distingue tra il vero progresso cattolico e conciliare e il falso progresso modernista e massonico; nonchè tra il sano tradizionalismo cattolico e il falso tradizionalismo lefevriano. Dobbiamo aiutarlo a fare questa distinzione.
 
  Quanto al fatto che l’elezione di Francesco sia stata orchestrata dai cardinali modernisti – per esempio i kasperiani, i rahneriani e i martiniani -, forse sotto la pressione della massoneria, è senz’altro plausibile. Ma io non insisterei su questo fatto.

Prendiamo invece atto che Francesco è il Papa legittimo e adoperiamoci piuttosto ad aiutarlo a compiere bene il suo ministero, con appelli insistenti, mirati e rispettosi, fornendogli proposte concrete, tali da suggergli occasioni e vie di ravvedimento e da stimolarlo a fare il suo dovere di Successore di Pietro, a governare la Chiesa con imparzialità, ad adoperarsi per risolvere i conflitti interni, ad essere zelante nella custodia della sana dottrina,  a circondarsi non di adulatori ed impostori, ma di collaboratori leali, dotti e coraggiosi; a badare ad annunciare il Vangelo integralmente, più che al successo personale; a temere Dio più che gli uomini; a cercare la gloria che viene da Dio e non quella del mondo.
        Con la mia più viva cordialità
P. Giovanni

Varazze, 4 luglio 2018
 

lunedì 25 giugno 2018

Fulmini sul cupolone

In poco più di cinque anni, in concomitanza di feste liturgiche e di eventi drammatici riguardanti la Chiesa cattolica, sono caduti già tre fulmini sulla Cupola di San Pietro. A chi avesse la risposta pronta, o credesse di averla, i tre eventi stanno meravigliando gli esperti perché – in passato – era molto raro che un fulmine colpisse la Cupola di San Pietro. Noi una risposta non l’abbiamo, ma annotiamo solo i fatti, dal momento che al “caso” non crediamo.
 
1°) 11 febbraio 2013 (Festa della Madonna di Lourdes)
Durante il concistoro della mattina, Benedetto XVI annuncia alla Chiesa e al mondo la sua rinuncia al papato (che diventerà effettiva il 28 febbraio). Quella stessa sera, durante un fortissimo temporale, si abbatté il primo fulmine sulla Cupola di Piazza San Pietro (evento che fu fotografato da Alessandro Di Meo, fotografo dell’Ansa).
 
2°) 7 ottobre 2016 (Festa della Madonna del Rosario)
Non ci sono scatti fotografici del secondo fulmine che cadde sulla Cupola di Piazza San Pietro, ma la Gendarmeria vaticana e alcuni testimoni oculari,(La notizia si può leggere anche da Qui, hanno confermato il fatto. Due giorni prima, il 5 ottobre, papa Francesco firmò col primate anglicano di Canterbury, Justin Welby, un’ecumenica Dichiarazione congiunta di stampo sincretista nella chiesa di San Gregorio Magno al Celio.
 
3°) 7-8 giugno 2018 (Solennità del Sacro Cuore di Gesù)
Il terzo violento fulmine è caduto sulla Cupola di Piazza San Pietro nella notte tra il 7 e l’8 giugno di quest’anno, evento che è stato persino filmato. Ciò si è verificato proprio nel periodo in cui l’establishment clericale progressista ha cercato di dare il definitivo “ben servito” a tre sacramenti — di conseguenza anche agli altri quattro –: l’Eucarestia, l’Ordine Sacro e il Matrimonio. La Conferenza Episcopale tedesca infatti ha fatto sapere che saranno ammessi alla Comunione (oltre ai divorziati risposati civilmente) anche i protestanti sposati con cattolici. La Santa Sede ha bloccato tutto, non per i giusti e sacrosanti motivi dottrinali, ma per ragioni pratiche, poiché sette vescovi tedeschi si sono opposti fortissimamente. Proprio in quei giorni, il Vaticano ha reso pubblico il documento preparatorio sul sinodo straordinario sull’Amazzonia che si terrà nel 2019: la formula delle “diaconesse” è praticamente pronta come quella di ordinari uomini sposati (viri probati). Formule che rischiano di estendersi, dato che il sinodo si terrà a Roma. Baldisserri, segretario generale del sinodo, ha spiegato: «Anche se il tema si riferisce ad un territorio, le riflessioni che lo riguardano superano l’ambito regionale, perché attingono tutta la Chiesa».
 
Notizia tratta da QUI

giovedì 31 maggio 2018

Cristianesimo: salvezza o liberazione?

Traggo questo testo dall'ottimo ed interessante blog 'Oltre il giardino' di Sabino Paciolla.
(clicca qui SabinoPaciolla)
 
Riporto la relazione, libera, tenuta a braccio al convegno del 07 aprile 2018, “Chiesa cattolica, dove vai?”, dal prof. Marcello Pera, ordinario di Filosofia della scienza presso la università di Pisa, già presidente del Senato dal 2001 al 2006. E’ autore con l’allora card. Joseph Ratzinger del libro intitolato “Senza radici” , sulla questione delle radici cristiane dell’Europa. Infine nel 2008 ha scritto un libro intitolato: “Perché dobbiamo dirci cristiani”, nel quale esprime la sua preoccupazione per la nostra civiltà occidentale minata dal relativismo e dal nichilismo.

La relazione che segue è la mia trascrizione della registrazione audio e non è stata rivista dall’autore.
 
 
Grazie, buonasera a tutti, in dieci minuti mi è stato chiesto un intervento molto breve, cercherò di essere brevissimo, anche se gli argomenti che sono già stati trattati che sono qui in discussione sono tutti molto complessi e meriterebbero tutti quanti un grande approfondimento, ma mi limiterò ad alcune brevi osservazioni. Intanto una prima che considero di buon auspicio di essere invitato a parlare, e di ricordare il card. Caffarra, che era amico molto caro mio, come tutti voi. Di buon auspicio anche la sua importanza perché sono il terzo a parlare, perciò siccome Brandmuller è cardinale, direi che il mio amico Burke è cardinale, ed io sono il terzo e perciò posso ancora sperare nella carriera successiva.
 
Diceva il cardinale Caffarra che la situazione nella Chiesa è confusa, che solo un cieco potrebbe non vederla. Il cardinale Burke, Brandmuller e molti altri hanno aggiunto un altro aggettivo che la situazione è alquanto confusa e anche molto grave, e molto pericolosa. E io concordo con loro. Dalla mia prospettiva che, evidentemente, non è quella loro, una prospettiva di forte interesse e di attenzione, e non intendo aggiungere niente agli elementi in discussione che riguardano la confusione su questo o quel tema, è confuso ciò che si dice oggi sul matrimonio, è confuso quello che si dice sul sacerdozio, sull’etica sessuale, sui diritti non negoziabili, su una serie di cose che sono diventate apparentemente erano chiare e sono diventate confuse, no io voglio fare una domanda molto più alle spalle di queste singole confusioni, cioè in che cosa consiste veramente la confusione oggi, nella Chiesa cattolica, per coloro che naturalmente la denunciano come confusione, e da cosa nasce e da dove viene fuori questa confusione. Non ho tempo di parlare del secondo argomento, faccio solo un breve riferimento, se uno pensa, secondo me, che l’attuale confusione sia derivata o responsabilità primaria ed esclusiva  di papa Francesco, secondo me commette un errore storico, perché la confusione, quella confusione, almeno a quella a cui faccio riferimento, è anche anteriore a quella che papa Francesco aveva portato di suo contributo.
 
La confusione la dico un pò brevemente, anche un po’ schematicamente, per questo di ciò mi scuso, la confusione riguarda la natura del messaggio cristiano.
 
E la pongo con questa domanda alternativa: il messaggio cristiano è un messaggio di salvezza o è un messaggio di liberazione?
 
E’ un linguaggio escatologico o è un linguaggio ideologico?
 
Voi capite che la differenza è profonda. Un messaggio di salvezza, intanto riguarda tutti e ciascuno, e tutti e ciascuno allo stesso modo. Non fa distinzione. Il cardinale Burke citava Paolo ai Galati, è proprio Paolo ai Galati dice che non c’è giudeo non c’è schiavo né padrone, non c’è uomo né donna, e perciò non c’è ricco né povero, perciò non c’è immigrato né residente, e così via e così via. Il messaggio di salvezza riguarda tutti, ed è il medesimo per tutti. Il messaggio di liberazione è un’altra cosa. Il messaggio di liberazione riguarda alcuni, e non tutti allo stesso modo, perchè non tutti devono essere o possono essere egualmente liberati. Si libera la donna, non l’uomo. Si libera il debole, non il potente; il povero non il ricco; l’immigrato non il residente. Il linguaggio della liberazione fa una distinzione, e concepisce il destinatario del messaggio di Cristo in maniera diversa. Non è che rifiuti la salvezza, ma dice un’altra cosa. Il messaggio inteso come liberazione dice che la incarnazione di Cristo, e quindi la rivelazione di Dio, ha una funzione che riguarda questo mondo, o come si diceva, hoc saeculum, e non riguarda soltanto l’altro mondo.
 
E anzi, ciò che si fa in questo mondo, le ingiustizie che si tolgono da questo mondo, le sofferenze che si tolgono da questo mondo, le uguaglianze che si creano in questo mondo, tutto questo serve per la salvezza nell’altro mondo. Questo vuol dire interpretare il cristianesimo in una maniera mondana, in una maniera secolare, in una maniera rivolta al secolo e non all’altro mondo. Tanto che chi ritiene che il messaggio cristiano sia il messaggio della salvezza, ha anche la consapevolezza, la cruda consapevolezza, che il cristiano non può togliere le ingiustizie o le sofferenze dal mondo, non è compito suo.
 
Perché ha questa consapevolezza? Perché egli sa che  precipitato in questo secolo a motivo della ribellione a Dio, e cioè del peccato originale, che non è compito più suo togliere dal mondo in cui è precipitato quelle ingiustizie che non possono non esserci, perché il mondo del secolo è esattamente il mondo precipitato. Alla consapevolezza, alla amara consapevolezza, egli è impotente, anzi, a togliere le ingiustizie dal mondo, è impotente, e in questa interpretazione, è impotente anche Dio. Il quale tollit peccata mundi, ma non significa che le toglie, le elimina perché ha creato il mondo proprio per il mondo del peccato, cioè il mondo è caduto. Quindi non toglie, le prende su di sé, le assume sopra di sé. E consente a coloro che credono in lui di riscattarsi, pur nelle ingiustizie e pur nelle sofferenze.
 
Rovesciate la interpretazione, e adesso pensate non più alla escatologia, ma pensate alla ideologia, cioè pensate a che cosa fa il linguaggio del cristiano nel mondo nella prospettiva non della salvezza e vedrete che fa esattamente le cose opposte. Il cristiano si impegna a togliere le ingiustizie. Ascolta la voce del mondo, il grido del mondo che soffre, e ritiene di poter andare incontro alle ingiustizie ed alle sofferenze, traducendo il messaggio cristiano in un messaggio che è secolare o politico. E’ così che la Chiesa, non soltanto di Bergoglio, che è l’ultimo dei protagonisti di questa evoluzione o involuzione, è così che la Chiesa ha accolto le richieste del mondo secolare e le ha fatte proprie. E’ così che la Chiesa ha riconosciuto i diritti inderogabili della donna, dell’uomo, del bambino, dell’immigrato, dell’insofferente, cioè ha trasferito il messaggio dal terreno della salvezza al terreno della liberazione, con la convinzione che chi si impegna nella liberazione si acquisiscono meriti per la salvezza.
 
C’era un tempo in cui questa idea, cioè che si acquisiscono meriti per la salvezza impegnandosi con le proprie forze e con i propri sforzi nel mondo, c’era un tempo in cui questa cosa si chiamava pelagianesimo, ed era considerata una eresia.
 
Vedo che in questi ultimi tempi si sollevano domande nei confronti del papa Francesco a proposito di alcuni elementi di confusione che sfortunatamente lui ha introdotto anche su questo argomento, sulla esistenza dell’inferno, e tutti vorrebbero sapere dal papa se lui creda o no all’inferno. Io vorrei fare un’altra domanda che mi pare forse più decisiva di quella dell’esistenza dell’inferno. E cioè
 
Santità, la Chiesa oggi crede nel peccato originale?
 
Crede che il peccato originale non sia redimibile se non mediante la grazia di Dio?
 
Crede che dal peccato originale non si può essere redenti con le opere di giustizia, politiche o di carità?
 
Io credo che la confusione sia qui. Perché ci sono delle espressioni, delle prese di posizione che a me fanno pensare alla eresia pelagiana, alla convinzione che io mi salvo davanti a Dio perché mi impegno ad eliminare con le mie forze una ingiustizia del mondo.
 
Questa è secondo me è una visione ideologica che oggi è molto diffusa negli atteggiamenti, nelle parole, negli obiter dicta di questo pontefice, ma che sfortunatamente, a me pare, ha colpito la Chiesa negli ultimi tempi, non soltanto in questo secolo.
 
Oggi si dicono parole dentro la Chiesa, e si accolgono parole che fino ad ottanta, novanta anni fa erano considerate eresie.
 
Che cosa sta accadendo? Penso che stiamo attraversando una di queste fasi, una di queste fasi così rischiose, con la confusione e la gravità, ci stiamo trasformando, noi cristiani, in una filosofia largamente umanitaria, con connotazioni scritturali vaghe, interpretate quasi sempre ad hoc, tradotte quasi sempre ad usum Delphini e noi stiamo accettando questa forma di umanesimo che però non è, secondo il mio punto di vista, la religione, il messaggio cristiano della salvezza che dovrebbe caratterizzare tutti noi se non vogliamo diventare semplicemente una setta, o una classe o una sottospecie di una filosofia della liberazione come tante si sono avute.
 

martedì 22 maggio 2018

La Chiesa malata di clericalismo

Cos'è il clericalismo?
Il clericalismo  è quando si desidera che il clero s’interessi di tutto e ingerisca in tutto.
La Chiesa attuale credo sia malata di clericalismo, in quanto ha snaturato la sua vocazione, la sua missione primaria, per la quale è stata voluta e fondata dal Signore, quella cioè di annunciare il Vangelo di Cristo, incarnato, morto e risorto per portare la salvezza alle anime.
 
La Chiesa moderna, si è trasformata in una presenza “mondana” e, siccome non avverte più, in modo urgente, l'annuncio per la salvezza delle anime, in quanto, al seguito di un pensiero modernista ed ecumenista, si è auto-convinta che tutti si salvino, è caduta inevitabilmente nel clericalismo onnipresente ed omnicomprensivo. 
 
Infatti se essa non deve più salvare le anime, cosa deve fare nel mondo? Ed ecco che la troviamo con le mani in pasta in tutte le faccende mondane, si riduce a fare troppo e di tutto, come un Ente assistenziale tra i tanti: niente di più niente, niente di meno di una ONG. Ecco saltare fuori i preti che seguono le mode, ubriachi di modernità, di novità e di ideologie, inchinati al mondo, esperti di assistenza sociale, politica, economia, sociologia. Preti che fanno tutto e troppo, tranne l'unica cosa necessaria: curare le anime e curarle amministrando la Grazia attraverso i Sacramenti e con l'annuncio della Parola di Dio. Il resto è un di più che potrebbe essere utile strumento -ma non indispensabile- solo se risulta essere finalizzato alla salvezza delle anime, che resta l'obiettivo primario per il sacerdote e per tutti i consacrati. 
 

 
 

mercoledì 2 maggio 2018

Best interest e stoltezza giuridica!

Abbiamo già evidenziato in articoli precedenti che i giudici inglesi avevano ordinato allo staff medico dell’Alder Hey di compiere un atto eutanasico, seppur vietato sul suolo inglese, e non di astenersi da una terapia che configurava accanimento terapeutico.
 
L’ordine si fondava sul "miglior interesse" di Alfie.
La categoria giuridica del best interest non è stata inventata lì per lì dai magistrati, ma vanta una sua tradizione giurisprudenziale ed è stata anche codificata dal General Medical Council (Gmc), un ente pubblico nato per contribuire «alla protezione del paziente ed al miglioramento della pratica medica nel Regno Unito».
 
Il Gmc ha stilato alcune 'Linee guida deontologiche' per la buona pratica medica di cui una si intitola «0-18 anni: linee guida per tutti i medici». Andiamo alla sezione “Valutazione del miglior interesse” del minore e leggiamo cosa c’è scritto riferendolo al caso Alfie: «Una valutazione del miglior interesse tiene conto di quanto è clinicamente indicato in un dato caso». Per giudicare quale sia il vero miglior interesse del minore però non ci si può arrestare alla diagnosi e prognosi clinica ma «si devono altresì considerare:
 
a. le opinioni del bambino o del giovane, se riescono ad esprimerle, comprese anche le preferenze precedentemente manifestate».

E fin qui nulla quaestio perché Alfie era impossibilitato ad esprimere volontà chiare, seppur tutta la sua persona comunicava voglia di vivere. Poi il Gmc aggiunge che, sempre in merito alla corretta valutazione del best interest, si devono tenere in considerazione

«b. le opinioni dei genitori».

Questo criterio non è stato tenuto in considerazione perché la volontà di non staccare il respiratore e di portarlo via dall’Adler espressa dai genitori di Alfie è stata scartata a più riprese da giudici e medici.
 
Altro punto:

«c. le opinioni di altre persone vicine al bambino».

Qui il riferimento non è ad altri medici, bensì a parenti, amici, conoscenti stretti etc. Superfluo dire che mezzo mondo – Papa Francesco incluso – non volevano la morte di Alfie. Anche questo punto, che concorre a definire il miglior interesse del minore, non è stato tenuto in considerazione dai giudici.
Passiamo alla lettera

d. «i valori culturali e religiosi del bambino o dei suoi genitori».

Appare evidente che i valori cristiani professati da Thomas e Kate non suggerivano di uccidere il proprio figlio.
 
Altro criterio rifiutato esplicitamente dai giudici e dai medici utile per individuare il reale miglior interesse del piccolo paziente:

«e. le opinioni di altri professionisti della salute chiamati a prendersi cura del bambino, o di altri professionisti che abbiano comunque un interesse nel suo benessere».

I medici del Bambin Gesù di Roma non hanno mai detto che l’interruzione della ventilazione era nel miglior interesse di Alfie, piuttosto hanno fatto comprendere che il suo best interest era la cura presso la loro struttura per procedere ad una diagnosi più accurata e per iniziare diverse terapie. La lettera f. indica poi che il miglior interesse risiede anche in quella «opzione […] che limiterà il meno possibile le chances future del bambino». Uccidere Alfie ha eliminato per lui qualsiasi possibilità di miglioramento e quindi la morte non poteva essere nel suo miglior interesse.
Dopo l’elenco di questi punti le Linee guida aggiungono una nota che sembra scritta proprio per Alfie:

«Questo elenco non è esaustivo. Il peso che si attribuirà a ciascun punto dipenderà dalle circostanze e si dovrà prendere in considerazione qualsiasi altra informazione pertinente al caso». Tornano di nuovo in mente i pareri di moltissimi specialisti che sono rimasti inascoltati. Ma ecco l’annotazione più importante che fa il Gmc:

«Non si dovrebbero formulare supposizioni ingiustificate in merito al superiore interesse di un bambino o di un giovane sulla base di fattori irrilevanti o discriminatori, come il loro comportamento, il loro aspetto o la loro disabilità».

E dunque la disabilità di Alfie non doveva entrare nella valutazione del suo miglior interesse perché sarebbe stata una valutazione discriminatoria. Invece Alfie è stato eliminato proprio perché disabile.
In sintesi nessuno di questi criteri indicati dal Gmc sono stati tenuti in considerazione per comprendere quale doveva essere il "miglior interesse" di Alfie, espressione che comunque è erronea perché rimanda ad un’etica utilitarista e non ad un’etica fondata sul personalismo ontologico, ossia sulla dignità personale che mai può essere violata. Queste Linee guida ovviamente non sono vincolanti per i giudici (per i medici lo sono un poco di più), però rappresentano un sicuro orientamento a cui si dovevano attenere i magistrati a motivo dell’autorità dell’organo che le ha emesse.
 
Pare paradossale, ma lo stesso Gmc si era espresso a favore della morte di Alfie. Infatti, quando il piccolo paziente inglese era ancora vivo, molti avevano chiesto al Gmc di scendere in campo per difendere la sua vita, ma la risposta che il Gmc diede faceva riferimento al buon operato dei medici dell’Alder, i quali stavano facendo bene il loro lavoro perché applicavano al meglio le linee guida deontologiche proprio laddove specificano cosa sia il miglior interesse del minore. Per suffragare questo loro giudizio allegarono a chi li aveva interpellati esattamente la sezione della Linee guida che abbiamo appena esaminato, quelle stesse che, adducendo sei motivazioni differenti, avrebbero vietato di staccare il respiratore ad Alfie.
 
Nell’Enciclopedia Treccani si può rinvenire questa definizione di “follia”: Stato di alienazione, di grave malattia mentale, mancanza di senno, stoltezza, orgogliosa o leggera sconsideratezza».

(Tommaso Scandroglio)
Tratto da QUI

lunedì 30 aprile 2018

Il passo avanti verso il niente da Charlie ad Alfie

Se con l'assassinio di Stato di Charlie Gard si è inaugurato il totalitarismo relativista, con Alfie Evans il totalitarismo relativista pretende di assorbire in sé oltre che i corpi, anche le anime.

Il giudice Hayden, inserendo in una sentenza legittimata dal potere politico il riferimento ad una delle più importanti autorità religiose del pianeta (se non la più importante), ha di fatto affermato l'assolutezza dell'autorità politica su qualsiasi altra istanza comunitaria e personale. Tutto rientrerebbe sotto la sua giurisdizione. Non ci sarebbe luogo abbastanza profondo dove nascondersi alla sua vista.

Non è un novità. Da quando Gesù di Nazareth ha pronunciato le parole "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" nel mondo si sono fatte strada la libertà, la libertà di coscienza e riconosciuti i limiti del potere politico e religioso.
Da quel giorno una nuova civiltà ha avuto inizio. Il medioevo cristiano ha sintetizzato nella teoria dei due soli di Dante la distinzione fra potere temporale e potere spirituale.
Quel falso dio che è il potere non si è mai rassegnato a quelle parole del Cristo. Così, nelle storie personali come nella storia di tutti i popoli, continuamente è stata e viene mossa guerra a quelle parole.

A Ratisbona Benedetto XVI ha dato l'ultimo allarme, prima che la cittadella Europa fosse presa. Oggi vediamo come la pretesa dell'Islam radicale di "dare tutto a dio" coincida con la pretesa della dittatura del relativismo di "dare tutto Cesare": Teo-crazia=Crato-teia.

Ognuno si prepari alla difesa della cittadella della propria coscienza, per la quale è sempre lecito brindare! Ognuno "guardi di non cadere" e non si insuperbisca, consapevole che non aver provato a difendere gli indifesi sarà un carico veramente pesante. Quanto "una macina da mulino."
L'imperatore di Solov'ëv ad un certo punto esclama: "Cari fratelli cattolici! Oh, come capisco il vostro modo di vedere e come vorrei appoggiare la mia potenza sull'autorità del vostro capo spirituale!"
Nella confusione, senza particolare clamore, quasi per caso, parlando d'altro, per bocca di un giudice qualunque: l'imperatore ha fatto la sua mossa.

Non praevalebunt.
 
(Pietro Gargiulo)

La società che ha condannato Alfie Evans ha vita breve

Nelle vicende accadute al piccolo Alfie Evans, che tutti seguono con grande apprensione e partecipazione, colpisce e preoccupa il fatto che i comportamenti corretti da assumere fossero molto chiari e che, nonostante ciò, ci si sia accaniti a non metterli in atto. In questo caso il giudizio morale si imponeva senza molti margini di discrezionalità: la vita del bambino doveva essere salvata e tutti gli interessati, familiari e personale sanitario, avrebbero dovuto aiutarlo a vivere, pur nella estrema precarietà della sua situazione clinica. Certo, la situazione era ed è complessa, per il convergere di tante situazioni di tensione emotiva, di pena e di umana compassione. Mal dal punto di vista del giudizio morale non era e non è complessa, in quanto si dà il dovere di aiutare a vivere. Né gli interventi medici nei suoi confronti erano qualificabili come accanimento terapeutico. A maggior ragione, quindi, stupisce e preoccupa l’atteggiamento di non tenere conto di queste elementari considerazioni di buon senso etico e di costruire degli artificiosi e contradditori paradigmi morali secondo i quali il “bene” del bambino avrebbe dovuto consistere nella sospensione della ventilazione, ossia nella sua morte. Come provocare la morte possa essere fatto in vista del “bene” di un bimbo innocente rimane una contraddizione logica ed etica difficile da spiegare.
 
C’è poi un altro elemento in questa triste vicenda che risulta molto chiaro al buon senso naturale, vale a dire che lo Stato, nemmeno tramite le sue magistrature come sono i giudici nei tribunali, può sostituirsi al diritto naturale.
 
La sentenza che ha ordinato la morte di Alfie tramite un atto eutanasico non ha rispettato il diritto naturale almeno in due punti:
ha decretato la morte di un innocente, cosa che la coscienza di tutti i popoli ha sempre condannato come immorale, e
 
ha sottratto il bambino alla potestà dei genitori, affidandolo allo Stato che, in qualche modo, è diventato “padrone” del piccolo.
 
Si tratta di due aspetti molto preoccupanti, che gettano una luce torva sul futuro di noi tutti. Lo Stato, attraverso i suoi magistrati, e nonostante la legge britannica non preveda l’eutanasia per i minori, si è sostituto alla volontà dei genitori, ha come segretato il bambino, ha impedito il suo trasferimento e infine ha messo in atto la sospensione della ventilazione. E’ chiaro che un simile potere non può appartenere a nessun Stato e se così fosse tutti sarebbero in pericolo.
 
Il giudizio morale da darsi e il corretto comportamento da assumere erano e sono quindi chiari e privi di incertezze. Proprio questo però rende molto allarmante il fatto di non averli seguiti. Ciò sta a significare che in questo caso si è perso il contatto con la realtà e la coscienza, con le verità del senso comune, dimenticando cosa sia il bene in senso oggettivo.
 
Più le verità sono ovvie e più preoccupa se non vengono rispettate e seguite perché significa che le nostre categorie mentali e morali stanno cambiando in peggio.
 
Davanti a simili fatti, chi si occupa di Dottrina sociale della Chiesa, di giustizia e pace nella società umana, sperimenta come un fallimento. Nel lettino del piccolo Alfie tutti i principi della Dottrina sociale della Chiesa sembrano naufragati.
 
Il bene comune svanisce se si uccide un innocente, non come fatto accidentale ma come obiettivo voluto e ufficialmente decretato dall’autorità. Non c’è sussidiarietà se lo Stato si impossessa di una bimbo sottraendolo ai genitori. Non c’è solidarietà se il bene di Alfie è stabilito da un giudice secondo le proprie categorie di qualità della vita. Non c’è scelta preferenziale per i poveri se è proprio un povero bambino ad essere assassinato. Non c’è dignità della persona umana se la vita viene così calpestata.
 
La sentenza su Alfie ha eliminato il diritto naturale, ha fatto piazza pulita del diritto a fare obiezione di coscienza, ha raso al suolo il concetto di oggettività del bene. Rimane solo l’oggettività del potere del nuovo Leviatano. Anche a tutto ciò si sono opposti coloro che, in varie forme, hanno manifestato la loro solidarietà al piccolo Alfie e alla sua famiglia, tra cui anche il Santo Padre Papa Francesco.

Ma non sarà la sentenza di un giudice, né l’azione di un governo, né la decisione di un ospedale a cambiare la verità e il bene. La sentenza inglese e quanto ne è seguito e ne segue non tengono conto né della verità né del bene, ma così ne testimoniano ugualmente in forma negativa la necessità e l’urgenza. La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve, bisogna continuare a preparare il futuro.
 
Arcivescovo Giampaolo Crepaldi
Vescovo di Trieste
Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
 
Tratto da QUI

COMUNICATO STAMPA PRESIDENZA NAZIONALE AMCI

 (Associazione Medici Cattolici Italiani)
La determinazione con la quale la Giustizia britannica si è appropriata della sorte del piccolo Alfie Evans, bimbo ammalato e fragile, ci inquieta e ci obbliga a proporre una seria riflessione sui rapporti tra Stato e Cittadini.

Il disposto giudiziario di "condanna a morte" espresso nei confronti di un piccolo fragile, affidato alle cure dei medici, che di lui per statuto deontologico dovrebbero prendersene cura:

stravolge il magico rapporto di alleanza medico-paziente, soprattutto se gli operatori sanitari sono poi chiamati ad essere meri esecutori di morte;

offende la Medicina, chiamata alla interruzione delle cure per un assurdo declamato "migliore interesse della persona", che non coincide più con la cura, ma con una sentenza capitale.

Ritroviamo in questa posizione la più grande offesa alla persona umana e la più orrenda cosificazione della vita.

E’ disumano staccare un figlio "inesorabilmente difettoso" dalle braccia dei genitori.

E’ insopportabile interrompere e impedire quell’abbraccio d’amore tenace dei genitori nei confronti dei figli.

E’ assolutamente insopportabile l’arroganza dei sani verso gli ammalati vulnerabili e bisognosi.

Vanno respinte con forza quelle visioni totalitaristiche e riduzionistiche che smembrano la definizione di persona.

I medici cattolici levano alta la loro voce, affinché ogni società civile, in ogni parte del mondo, recuperi la visione integrale e completa dell’essere umano, oggi totalmente calpestata in tutta la sua dignità.

L’ingresso della tecnica nell’area degli affetti, della famiglia e della filiazione non può trasformarsi in una macchina sociale, perversa e violenta, che nemmeno più risponde delle conseguenze delle proprie azioni.

Quel che oggi sta accadendo scardina il rapporto diretto e univoco tra genitorialità e figliolanza e dissolve l’assoluto diritto dei fragili di avere diritti.

Il dominio dell’uomo sull’altro uomo rappresenta il più grande sopruso che la società dei sani sta disponendo sulla vita dei fragili.

Sono necessari massimi interventi sociali perché si rimediti sul senso del rispetto della vita e si ostacoli questa deriva che non accetta più mediazioni, ma produce e realizza imperative applicazioni di morte.

Nessuno ha l’autorità di decidere o di definire "vite degne o non degne di essere vissute":

I bisogni e le vulnerabilità dei fragili vanno sostenuti!

Tutti abbiamo la responsabilità e l’obbligo di affrontare, con coraggio e determinazione, tutte le possibili sfide che contrastino ogni welfare imperfetto e ogni economica ragione di Stato che, travalicando ogni limite, decreta la morte dei suoi cittadini.

Prof. Filippo M. Boscia

Presidente Nazionale AMCI

Roma, 24 aprile 2018

BISOGNA DIRE LA VERITÀ: ALFIE È STATO UCCISO!


"Alfie è stato ucciso. Su questo non ci devono essere equivoci. È stato ucciso nel momento in cui gli è stato tolto il sostegno vitale della ventilazione. Non c’è neanche bisogno di pensare che nelle ultime ore gli sia stato fatto qualcosa per accelerarne la morte, anche se il sospetto è forte. Poche ore prima della morte era stato detto a Tom e Kate che lo avrebbero lasciato andare a casa, l’ultima beffa. In realtà avevano deciso che non sarebbe dovuto uscire vivo dall’ospedale e così è stato. Lo hanno ucciso, non si provi a barare. E il pensiero in questo momento corre alle migliaia e migliaia di malati inguaribili che vivono solo grazie a sostegni vitali: chi legittima la morte di Alfie firma anche la condanna a morte di costoro". (Riccardo Cascioli)

giovedì 26 aprile 2018

Quando i cuori sono induriti.....1

Assassini. Sono solo degli assassini. Non c’è altro modo con cui definirli. Medici, giudici, politici e anche ecclesiastici. Tutti degli assassini. Chi ha visto cosa è successo ieri, con Alfie continuare a respirare malgrado il distacco dal ventilatore, e ancor prima con quel suo muovere gli occhi e reagire agli stimoli che gli arrivavano da intorno, non può sfuggire a questa evidenza: si vuole uccidere un bambino chiaramente vivo. Disabile grave, certo. Quasi certamente senza speranza di guarire o migliorare significativamente, certo. Ma vivo. Una persona, la cui vita è sacra. E lo vogliono uccidere. Gli uomini vogliono prendersi ciò che è di Dio. Un bambino che ha solo bisogno di sentire ancora l’amore attorno a sé, l’amore che i suoi genitori non hanno mai smesso di dargli. Un amore che egli stesso contribuiva a generare con la sua presenza.
 
Con Alfie vogliono togliere un pezzo di amore da questo mondo. Con Alfie vogliono uccidere anche la speranza, quella speranza che anche tanti uomini di Chiesa – a cominciare dall’Inghilterra – sembrano non avere più da tempo.
 
Ma l’amore che Alfie, aiutato dai suoi indomabili genitori Tom e Kate, ha saputo far rinascere nei cuori di milioni di persone non andrà perduto. Malgrado le tenebre cerchino di prendere il sopravvento, la Luce è lì, più splendente che mai. Per chi vuole vederla, e seguirla.
 
(Riccardo Cascioli)
 
Tratto da QUI 'Assassini, non ci sono altre parole'

Quando i cuori sono induriti.....2

 
Nei giorni della speranza e dell’angoscia per Alfie Evans, nei giorni dei colloqui e delle preghiere, delle proteste e delle lacrime, c’è un terribile silenzio che sconcerta e amareggia, in Inghilterra: quello di Buckingham Palace. Nessuna parola è stata spesa da parte di Elisabetta II per il suo piccolo suddito. Eppure la Sovrana era stata chiamata in causa nei giorni scorsi direttamente dai genitori di Alfie: con un linguaggio commovente e perfino dal sapore arcaico, gli Evans avevano chiesto la “protezione della vita e della libertà del vostro suddito di ventitre mesi Alfie Evans”.
 
Veniva ricordato alla grande sovrana del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord che dei giudici delle Corti di Sua Maestà hanno dato l’ordine di uccidere Alfie mediante l’attuazione di un protocollo  e di respingere ogni tentativo di liberarlo dall’ospedale in cui è trattenuto contro la volontà dei suoi genitori, ordini “crudeli”, scrivevano gli Evans, mai autorizzati da un parlamento democratico. “Questi giudici pretendono di esercitare l’antica giurisdizione autocratica di Vostra Maestà sulla vita e la morte dei suoi sudditi”.
 
Concludevano la lettera con questo appello commovente e grandioso: “Come sudditi leali, ci rifiutiamo di credere che Vostra Maestà abbia mai comandato che tali azione malvagie siano compiute, e denunciamo la condanna a morte e l’imprigionamento di Alfie come un’usurpazione sediziosa contro Vostra Maestà”. Una conclusione straordinaria: gli Evans segnalano alla Regina che dei giudici- dei suoi collaboratori nell’amministrare la giustizia nel Regno- la stanno tradendo, stanno tradendo il più nobile spirito della giustizia britannica.
Sembra di trovarsi in un racconto antico, uscito dalle pagine di un Robert Benson: dei sudditi leali e fedeli vogliono mettere in guardia la Regina dal male che si sta commettendo alle sue spalle.
Sembra di rivivere il dramma di Tommaso Moro, del vescovo John Fisher, di quei cattolici inglesi che amavano la loro patria ma ancor di più amavano la Verità. Elisabetta II, di fronte a questo atto di amore e di devozione, ha taciuto. Ha taciuto nel giorno del suo compleanno, quando un atto di clemenza sarebbe stato visto come un grande gesto di giustizia e di misericordia, degno di colei che è anche Capo della Chiesa di Inghilterra, massima autorità religiosa.
 
Poteva farlo il 23 aprile, Festa di San Giorgio, antico Patrono di Inghilterra. Questo atto di clemenza non è venuto. Il silenzio impenetrabile di Buckingham Palace non è stato rotto dalla voce di una sovrana che è rimasta indifferente di fronte al dramma del suo piccolo suddito e dei suoi genitori. Un silenzio che lascia sconcertati. Perché un sovrano deve essere necessariamente il Re di tutti, garantendo a tutti la giustizia. Molto più di un Presidente della Repubblica, che è sempre e comunque un uomo di parte, se non di partito, e in Italia Giorgio Napolitano ne diede ampia prova nel caso del tentativo di salvare Eluana Englaro. Una regina no: è stata educata e formata per proteggere il proprio popolo.
 
Ma Elisabetta, che sarà l’ultima vera monarca di Inghilterra, ha mostrato tutta la fragilità e l’inconsistenza morale della sua dinastia, quella degli Hannover, che tre secoli fa venne messa sul Trono di Londra da una classe dirigente economica e finanziaria, da una aristocrazia avida e rapace, che non ne voleva sapere dei sovrani legittimi, i cattolici Stuart.
 
Misero al posto degli Stuart dei re travicelli, per poter fare i propri comodi nel reggere le leve del potere. Oggi, dopo tre secoli, questo potere, che si esprime in ambito anche giudiziario, non intende certo farsi mettere in discussione da una povera famiglia papista di Liverpool, e la Regina assiste muta a questo scempio.
 
(Paolo Gulisano) Tratto da QUI
 
'L'inconsistenza morale di Elisabetta II, muta nello scempio'