La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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mercoledì 10 ottobre 2018

I comandamenti di Dio

Che cosa sono i Comandamenti di Dio? 
 
I Comandamenti di Dio o Decalogo sono le leggi morali che Dio nel Vecchio Testamento diede a Mosè sul monte Sinai e Gesù Cristo perfezionò nel Nuovo Testamento.
 
Dobbiamo servire Dio con la mente e con la volontà: la mente, viene guidata dalla fede, mentre la volontà è guidata dalla legge di Dio, che si dice “morale” perché regola tutti i nostri costumi (in latino “mores”).
 
La legge morale è una regola promulgata da chi ha a cuore il bene della comunità, ossia da chi la dirige; quando infatti venisse a mancare colui che comanda (come ad esempio il padre per la famiglia) ciascuno seguirebbe il proprio capriccio e sarebbe impossibile la concordia dei membri della comunità e il conseguimento del fine comune.
 
Le leggi degli uomini sono leggi morali umane; ma i Comandamenti, che sono stati dettati da Dio, sono leggi morali divine.
 
I Comandamenti possono essere chiamati anche Decalogo, perché sono dieci (dal greco, “deka: dieci” e “logos: parola, precetto”).
 
Nel Vecchio Testamento (Es 20, 1-17) è narrato l'episodio in cui Dio consegna a Mosè i Comandamenti in cima al monte Sinai: tra lampi e tuoni, avvolto in una densissima nube, Dio comunicò la legge per il popolo:
 
1 – Non avrai altro Dio al di fuori di Me
2 – Non nominare il nome di Dio invano
3 – Ricordati di santificare le feste
4 – Onora il padre e la madre
5 – Non ammazzare
6 – Non commettere atti impuri
7 – Non rubare
8 – Non dire falsa testimonianza
9 – Non desiderare la donna d'altri
10 – Non desiderare la roba d'altri
 
La legge antica era molto più vasta di come invece appare riassunta nel Decalogo: essa comprendeva infatti molte leggi relative alla libertà e alla vita, precetti morali e cerimoniali per regolare il culto, leggi relative alla proprietà e precetti giudiziari per l'amministrazione della giustizia. Gesù Cristo abolì i precetti cerimoniali, perché il culto antico prefigurava quello cristiano, perciò doveva cessare con l'avvento del nuovo culto.
 
Ad esempio, non fu più praticato il rito della Circoncisione, perché prefigurava il Battesimo. Gesù Cristo abolì anche i precetti giudiziari, che amministravano la giustizia sotto la legge del timore. Invece, Gesù Cristo confermò e perfezionò la legge morale, riassunta nel Decalogo: la confermò quando disse “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19, 17); e la perfezionò, senza cambiarne la sostanza, riducendo tutti i precetti all'amore (Mt 22, 36-40), proscrivendo la poligamia e richiamando il matrimonio all'unità e indissolubilità primitiva (Mr 10, 2-9), rendendo più esplicito l'obbligo di amare anche i nemici e assegnando, come meta da raggiungere, la perfezione del Padre Celeste (Mt 5, 43-48).
 
Alla legge e precetti Gesù Cristo aggiunse, come perfezionamento, i consigli evangelici, che tracciano la via per una perfezione più alta, ossia per quelle anime che non si accontentano di fare le opere comandate da Dio, ma bramano di imitarne la perfezione cercando di conformarsi perfettamente alla sua Volontà seguendo l'esempio di Gesù Cristo.
 
Veronica Tribbia - Dal Catechismo di San Pio X QUI

martedì 28 novembre 2017

La realtà dell'Inferno

(Miki De Gootaboom)
Di don Leonardo Maria Pompei
 
Cosa sia davvero l’Inferno non possiamo nemmeno lontanamente immaginarlo. Tutta la tribolazione e l’angoscia, il fuoco, il gelo, le acque che sommergono, la fame, la sete, le ferite, la morte, le piaghe non sono altro che un mimino saggio dell’eterno supplizio che divora i dannati. Sono in molti in questi nostri sciagurati tempi “post-moderni” a non credere all’esistenza dell’Inferno o ad immaginarne la totale assenza in esso di anime umane (solo i demoni starebbero in questo “luogo” di perdizione), oppure ridurlo ad una sorta di nuovo limbo dopo essersi troppo frettolosamente sbarazzati di quello tradizionale (facendo coincidere l’Inferno con il semplice stato di privazione della visione beatifica, che è esattamente ciò che caratterizza la condizione di chi muore privo della grazia santificante ma senza colpe proprie e attuali).
 
Tutto ciò, peraltro, anzitutto in barba ai chiarissimi, espliciti (oltre che simbolici), crudi e reiterati riferimenti all’inferno a cui Gesù in persona non mancò più volte -come vedremo- di ricorrere, per ammonire circa l’esistenza di esso e la reale possibilità (non certo voluta da Dio, ma possibile a causa della protervia degli uomini) di un’eterna dannazione. A dispetto, inoltre, di tutti gli altri dati del Nuovo e anche dell’Antico Testamento che, senza alcun margine di dubbio, parlano (anche questo lo vedremo) dell’esistenza dell’Inferno come realtà purtroppo “abitata” da chi vi precipita rifiutando la salvezza.
 
Contraddicendo, infine, la più antica tradizione della Chiesa nonché il Magistero ufficiale della Chiesa che ha definito come dogma di fede l’esistenza dell’inferno come luogo destinato a chi “muore in stato di peccato mortale” (Denz 1002, 1306) senza essersi pentito.
 
L’obiezione più comune contro l’esistenza stessa dell’Inferno oppure a sostegno di un suo fantasioso “essere vuoto” (dato contraddetto dalle parole esplicite di Gesù, sia quelle sul giudizio universale - Mt 25,41 - sia quelle sul ricco cattivo e il povero Lazzaro - Lc 16,23) verte su un’errata comprensione della Divina Misericordia. Dio, che è buono, non potrebbe tollerare che un pover’uomo, peraltro spesso ignaro dell’esistenza reale dell’inferno, possa precipitare in uno stato di eterno tormento senza possibilità di redenzione alcuna. Questa obiezione rivela la propria molteplice speciosità alla luce di poche ed elementari considerazioni.
 
- Anzitutto il fatto che la misericordia divina raggiunge solo chi riconosce il peccato come tale, se ne pente sinceramente (col proposito di mai più commetterlo) e ne chiede umilmente perdono a Colui che, per ottenere la remissione dei peccati, ha subito la Passione e la Morte di croce.
 
- Secondo, l’esistenza della Divina Giustizia a fianco della Divina Misericordia. Divina Giustizia che esige che chi, liberamente e volontariamente, si è chiuso ostinatamente nel rifiuto della salvezza, consegnando la sua anima nelle mani di satana fino alla morte (che lo trova esattamente in questo stato), abbia ciò che liberamente ha scelto: la separazione da Dio e la soggezione a colui a cui, peccando, ha dato - volente o nolente - culto e gloria per tutta la sua vita terrena. E che è molto cattivo.
 
- Terzo, non si può dire di essere del tutto ignoranti (e, ancor più raramente, incolpevolmente ignoranti) dell’esistenza dell’inferno, quando, solo per fare un banale esempio, un’opera quale la Divina Commedia di Dante Alighieri è universalmente conosciuta in tutto il mondo ed è più che noto che il “materiale dottrinale” da cui il Vate ha attinto per tale capolavoro non è altro che la rivelazione e la tradizione della Chiesa. Dinanzi ad una tale informazione è dovere assai grave della persona vagliare e verificare bene, informarsi e confrontarsi, riflettere e ponderare, trattandosi di cosa gravissima e destinata ad incidere non per qualche tempo o su qualche vita, ma per tutta l’eternità e, potenzialmente, su ogni vita che rifiuti di accogliere la salvezza operata da Dio. 
 
L’inferno non è dunque affatto la negazione della Divina Misericordia, ma l’affermazione della libertà dell’uomo e del rispetto che dinanzi ad essa ha Dio stesso, con tutte le responsabilità che un suo esercizio sbagliato comporta, il quale è da Dio rispettato ma mai né benedetto, né approvato. Altrimenti non avrebbe rivelato i dieci comandamenti e non ci avrebbe donato la Santa Madre Chiesa incaricata, tra le alte cose, di predicare la verità non solo nelle materie di fede ma anche in ciò che attiene ai costumi e questo semplicemente per consentire alle persone di scampare dal pericolo della dannazione e raggiungere la “meta della nostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1Pt 1,9).
 
Nell’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, perfettamente radicato nella dottrina tradizionale della Chiesa, le pene dell’inferno - che sono eterne come eterno è l’inferno medesimo - sono di una duplice natura: la pena del danno (consistente nell’eterna privazione della visione beatifica di Dio, che è il motivo principale per cui ogni anima è creata) e la pena del senso (cioè dei veri e propri tormenti, percepiti anche nello stato di anima separata, alcuni comuni a tutti i dannati altri “personali”, cioè dipendenti dal numero, la specie e la gravità dei peccati commessi in vita). Queste, secondo il Dottore Angelico, sulla base dei dati testuali offerti soprattutto dalla Sacra Scrittura sono le pene del senso comuni a tutti i dannati.
 
- Anzitutto la pena del fuoco eterno. Tale fuoco non è metaforico ma materiale (S. Th., q. 97, a. 5) e la sua reale esistenza e consistenza si fonda sui seguenti testi biblici: Ger 17:4: “Dovrai, perfino, ritirare la tua mano dalla tua eredità, quella che ti avevo dato, perché ti farò servire i tuoi nemici in un paese che non conosci. Un fuoco, infatti, avete acceso nell'ira mia che in eterno rimarrà acceso!”; Mt 18:8: “Se la tua mano o il tuo piede ti è di scandalo, taglialo e gettalo via da te. E' meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno”; Mt 25:41: “Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!”; Giuda 1,7: “Così come Sodoma e Gomorra e le città circonvicine che, avendo prevaricato nello stesso modo e avendo seguito passionalmente una sessualità diversa da quella naturale, costituiscono un esempio ammonitore, soffrendo la pena del fuoco eterno”.
 
- Insieme al fuoco (reale, ed al tempo stesso simbolo di tutti i tormenti) ci sarà un violentissimo freddo, ed i dannati “passeranno da un violentissimo calore ad un violentissimo freddo senza provarne alcun refrigerio” (S. Th., q. 97, a. 1, ad 3). I testi sul gelo (“stridore di denti”) sono i seguenti: Mt 8,12; Mt 13,42; Mt 13,50; Mt 22,13; Mt 24,51; Mt 25,30 (i testi sono riportati più in basso).
 
- Ci sarà poi la pena del verme che non muore, che si identifica col rimorso di coscienza. La metafora del verme serve ad indicare che il rimorso nasce, come i vermi, dalla putredine del peccato e tormenta l’anima, come fa il verme col suo morso (S. Th., q. 97, a. 2). Testi biblici: Mc 9:48: “[…] nella Geenna, dove il loro verme non muore ed il fuoco non si estingue”. Is 66,24: “Uscendo vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di Me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti”. Gdt 16,17: “Guai alle genti che insorgono contro il mio popolo: il Signore onnipotente li punirà nel giorno del giudizio, immettendo fuoco e vermi nelle loro carni e piangeranno nel tormento per sempre”. Sir 7,17: “Umilia profondamente la tua anima, perché castigo dell’empio sono fuoco e vermi”. I dannati avranno in eterno il rimorso di quello che hanno fatto e la coscienza che sarebbe stato perfettamente evitabile se solo avessero agito diversamente e accolto la Divina Misericordia.
 
- Poi ci sarà il pianto, cioè l’afflizione interiore profondissima, identificabile con la disperazione (S. Th., q. 97, a. 3). Anche essa è provata dai seguenti testi biblici: Mt 8,12: “[…] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 13,42: “[…] perché li gettino nella fornace ardente. Là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 13,50: “[…] e li getteranno nella fornace ardente. Là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 22:13: “Allora il re disse ai suoi servitori: «Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 24:51: “[…] e lo farà a pezzi, facendogli toccare la stessa sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 25:30: “[…] e il servo infingardo, gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”.
 
- Infine ci saranno le tenebre o oscurità, in modo che ci sarà un buio insopportabile, ma in cui, purtroppo, si vedranno in una certa penombra solo le cose capaci di affliggere il cuore (tra cui la bruttezza dei demoni); e ciò per disposizione divina. Testi biblici: Mt 22,13: “Allora il re disse ai suoi servitori: «Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: là sarà pianto e stridore di denti»”. Mt 25,30: “E il servo infingardo, gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”. Mt 8,12: “[…] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti”. 2 Pt 2,17: “Costoro sono sorgenti senz'acqua, nubi in preda al vento della tempesta: è riservato loro il buio delle tenebre”. Giuda 1,13: “[…] onde selvagge del mare che spruzzano la schiuma della loro vergogna, stelle erranti alle quali è riservato il buio delle tenebre eterne!Tb 14,10: “Vedi, figlio, quanto fece Nadab a Achikar, suo padre adottivo; non l'ha fatto scendere vivo sotto terra? Ma Dio ripiegò l'infamia in faccia al colpevole: Achikar ritornò alla luce, mentre Nadab entrò nelle tenebre eterne per aver tentato di far morire Achikar”.
 
I santi hanno sempre raccomandato di meditare con estrema attenzione queste terribili ma salutari verità. Non pensarci o farsene beffa non fa altro che male a noi e bene a quegli esseri inqualificabili che esistono solo per portare altri esseri intelligenti nella loro meritata condanna. La Rivelazione non è stata data da Dio per scherzo. E nostro Signore Gesù Cristo ha sofferto Lui stesso le pene dell’inferno non perché non avesse altro di meglio da fare, ma per risparmiarle a noi. A condizione che accogliamo la sua salvezza e abbandoniamo per sempre il peccato mortale, che dell’inferno rappresenta la porta di ingresso che solo il pentimento sigillato dal Sangue di Gesù può chiudere.
 
Tratto dal blog di don Leonardo Maria Pompei DominaMeaetMaterMea

giovedì 23 novembre 2017

Il peccato originale ed il Diavolo

 
390 Il racconto della caduta (degli Angeli)(GENESI cap.3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. 507(Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes). La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori (Adamo ed Eva). 508(Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali)
 
 La caduta degli angeli
 
391 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, 509 la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. 510 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo.511 La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. «Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali –Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi». 512(Concilio Lateranense IV (anno 1215), Cap. 1, De fide catholica)
 
392 La Scrittura parla di un peccato di questi angeli.513 Tale «caduta» consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gn 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1 Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 8,44).
 
393 A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. «Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte».514 (San Giovanni Damasceno, Expositio fidei 18)
 
394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. 515 «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.
 
395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio.
 
Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni –di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica– per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).
 
Il primo peccato dell'uomo
 
397 L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore 516 e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. 517 In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.
 
399 La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. 519 Hanno paura di quel Dio 520 di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. 521
 
400 L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; 522 l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; 523 i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. 524 L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo. 525 A causa dell'uomo, la creazione è soggetta alla schiavitù della corruzione. 526 Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza 527 si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. 528 La morte entra nella storia dell'umanità. 529
 
401 Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera «invasione» del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; 530 la corruzione universale quale conseguenza del peccato; 531 nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi. 532

giovedì 11 maggio 2017

Accoglienza indiscriminata

La carità e il suo esercizio si ordinano solo rispetto a Dio e non rispetto ai principi dell’antropocentrismo melenso.
 
Oggi purtroppo un pensiero non cattolico si è fatto strada ovunque, al punto che per l’uomo moderno -che va di pari passo con l’ecclesiastico modernista- si deve amare il prossimo senza stabilire un qualsivoglia ordine e ciò talvolta anche.....contro Dio o più di Dio. Oppure, quando il panteismo ha raggiunto livelli patologici, si giunge quasi all’affermazione esplicita che identifica il prossimo con Dio quasi metafisicamente. A quel punto nessun ragionamento -e nessun ordine nella carità- è più possibile.
 
Frasi frequenti come “il povero è Dio” per esempio, seppur pronunciate con intento retorico, alimentano -vogliamo sperare non intenzionalmente- tale confusione. Perché se è vero che nel volto del povero devo vedere l’impronta di Dio Creatore e l’azione di Dio Redentore, è anche vero che una creatura non potrà mai identificarsi col Creatore e l’amore da portare ad una qualsiasi creatura non sarà mai così incondizionato come l’amore che si deve portare a Dio.

 

L’oggetto dell’atto di carità riguarda dunque principalmente Dio, secondariamente le creature, nella misura in cui esse si riferiscono a Dio. Quest’ordine della carità che cerchiamo quindi -dice san Tommaso- si trova nelle cose stesse, nel loro essere rispetto a Dio. E’ un ordine oggettivo. Il prossimo non si ama incondizionatamente come fosse Dio, la bontà del prossimo non è assoluta, ma è “participative”, essa partecipa della bontà divina e in maniera diversa a seconda dei casi. Ci può essere quindi un “più” e un “meno” nella scala, poiché la misura è data dalla maggiore o minore vicinanza a Dio della cosa da amare.
 
“Obbligo d’accoglienza” dello straniero a qualsiasi costo anche contro il bene comune!? E’ il nuovo dogma, non rivelato da Dio, ma propagandato pressoché senza distinzioni da tutte le centrali del potere massonico. E’ evidente che un cuore cristiano, potendolo, presta soccorso a chi si trova in grave difficoltà, ma la “religione dell’uomo” -che sembra ormai aver conquistato la quasi totalità dei presidi cattolici- impone quello dell’accoglienza come un “imperativo categorico” al quale si può solo “obbedire”.

Lo smarrimento è poi alimentato dalle dichiarazioni di certe autorità ecclesiastiche che spesso propagandano la confusione, predicando come dottrina cattolica concetti che sembrano piuttosto i frutti maturi del peggior mondialismo che non della dottrina di Gesù Cristo.


Intorno alla singolare tipologia d’immigrazione dei nostri giorni si aprono certo più questioni, che partono dal serio discernimento sulla natura di questi flussi, all’aiuto doveroso verso i fratelli, in primis verso i cristiani d’Oriente; dalla necessità, per alcune realtà precise, di un possibile sostegno in loco - anche militare -, alla seria valutazione della presenza tra gli immigrati di molti lupi vestiti d’agnelli. Né è da dimenticare la questione fondamentale che ruota attorno alla nozione di “sovranità”, specie davanti a quella che si profila essere una vera e propria  “immigrazione di sostituzione”. Di qui il problema di determinare se la questione vada trattata sotto il profilo della mascherata invasione oppure se la questione sia solo relativa a quella che oggi con enfasi si chiama “accoglienza” e che si vorrebbe un’emanazione alla carità cristiana. L’accoglienza indiscriminata non testimonia l’amore di Dio, ma l’amore disordinato per alcune realtà terrene.

Il disordine nell’accoglienza dei popoli, nel favorire il loro spostamento sregolato, nell’alterare la pacifica convivenza di alcune Nazioni, alcune delle quali di tradizione cristiana, non è segno di carità. Anzi, è forse proprio uno dei segni che non si cammina nell’amore di Dio.
 
(Don Stefano Carusi)
 
Tratto da QUI

Che arroganza e che faccia tosta!
Si lamentano perché vogliono soldi, Wifi e cibo africano ed inveiscono contro gli Italiani dando loro dei razzisti.....

San Tommaso e l'ordine nella carità


Sui familiari, sui parenti, sui vicini, sui concittadini abbiamo in certo modo un “mandato divino d’amore”, quasi una responsabilità su di loro, che ci viene dall’ordine voluto da Dio Creatore, sul quale l’ordine soprannaturale si innesta.

San Tommaso D'Aquino nella 'Summa Theologiae' spiega che a seconda del tipo di legame che ci unisce siamo tenuti ad una dilezione particolare ed ordinata nei confronti di qualcuno prima che di qualcun altro (Quelli che sono a noi più congiunti, sono da amare maggiormente secondo la carità, sia perché sono amati più intensamente, sia perché sono amati sotto più aspetti).

Ad esempio in ciò che riguarda la nostra origine naturale dobbiamo amare principalmente i consanguinei, in ciò che riguarda lo scambio civile dobbiamo amare principalmente i concittadini e in ciò che riguarda l’azione bellica la nostra dilezione deve andare prima ai nostri compagni d’arme.

Nella distribuzione delle risorse familiari ad esempio, dice il Santo Dottore commentando Sant’Ambrogio, un padre è tenuto a nutrire i propri figli naturali piuttosto che eventuali figli spirituali. E’ l’ordine delle cose, che l’ordine soprannaturale non va a scardinare, ma a perfezionare. Analogamente quindi deve dirsi del dovere dei cittadini e dei Governanti, che in primis debbono occuparsi dei concittadini della propria Civitas prima che di quelli d’altre città. 

 Alla luce dell’insegnamento di San Tommaso d’Aquino non appare conforme alla dottrina cattolica sulla carità affermare che gli stranieri vadano amati e beneficiati in maniera uguale rispetto ai concittadini.

Elevare alla dignità di principio che si debbano trattare in maniera egalitaria tanto nell’ambito familiare che in quello della Civitas, i figli propri e i figli degli altri, i propri concittadini e gli stranieri, i figli della Chiesa e gli infedeli musulmani, non solo non è conforme al diritto naturale, ma appare anche in contrasto con la Divina Rivelazione e la Tradizione cattolica che ci insegnano la carità ordinata.(Don Stefano Carusi)Tratto da QUI


mercoledì 3 maggio 2017

La lavanda dei piedi

 
Il Pontefice regnante ha ribaltato il senso della Messa 'in Coena Domini' (memoria dell’Istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio ordinato)  ed ha eliminato il senso sacro dei Sepolcri dopo questa Liturgia. Coincidenza è che ad essere colpito ed oscurato è stato proprio il cuore dell’Eucaristia, la Messa della sua istituzione, trasformandola in un incontro conviviale con l’uomo, lavandogli i piedi. L’uomo è stato messo al centro, e al posto, di una Liturgia che fa specifica Memoria del culto più sacro che possa esistere al mondo.
Ricordando l’Eucaristia celebrata Giovedì Santo, all’inizio del triduo pasquale, quella Eucaristia ha rimandato più di altre alla memoria del Cenacolo, dell’Ultima Cena e della prima Eucaristia di Gesù.
 
Che la comunione dei discepoli fosse preceduta da una preparazione (peraltro estesa anche a Giuda) da parte di Cristo, lo si evince dal fatto che furono chiamati a seguire per alcuni anni il Maestro nella sua predicazione e fatti oggetto più di una volta di insegnamenti rivolti direttamente a loro. Ma risulta anche dalla lavanda dei piedi, a patto di comprenderla nella sua pienezza. Un certo numero di santi padri - e sant’Ambrogio ne è un testimone autorevole - per la lavanda dei piedi parlavano di exemplum humilitatis ma anche di mysterium sanctificationis”.
 
Ora ciò che è presente e divulgato nella pastorale attuale è l’esempio di umiltà, cioè il servizio di Gesù e di riflesso dei futuri pastori della Chiesa e di tutti i cristiani. Ciò è vero ma non è tutta la verità. Gv 13,6-10 spiega che lasciarsi lavare i piedi da Gesù è condizione per aver parte con Lui; soprattutto parla di purezza, di purificazione, del fatto che non tutti i presenti sono puri. Per cui la lavanda dei piedi è anche da parte di Gesù un mistero di santificazione, con il quale purifica i discepoli in vista di prendere parte all’Eucaristia.
 
Così una tradizione - oggi scarsamente divulgata nella pastorale spicciola - ha visto nella lavanda dei piedi la figura del Battesimo e delle successive purificazioni per accedere all’Eucaristia. È determinante che già da parte di Gesù e già nella prima Eucaristia siano presenti la messa in guardia da una comunione sacrilega e il rifiuto di prendere la gente “così come è”, insieme all’offerta di un cammino di purificazione necessario per arrivare all’Eucaristia.
 
La Chiesa deve certamente partire dalla gente così come è, ma non può ammetterla all’Eucaristia “così come è”, “così come pensa”, “così come vive”. La Chiesa portando all’Eucaristia non può limitarsi a lavare i piedi nel senso di servire il mondo (degli uomini) offrendo la salvezza, ma deve anche lavare i piedi nel senso di purificare il mondo da ciò che impedisce di arrivare alla Eucaristia.
(QUI il testo intero)
 
La lavanda dei piedi da parte della Chiesa a tutti gli uomini per accedere all’Eucaristia avviene con il battesimo, con la predicazione della penitenza, con la proposizione della sana dottrina: in pratica con una costante e corretta pastorale.

Prima parte QUI

 

mercoledì 1 marzo 2017

Quaresima

La Quaresima è il tempo liturgico in cui il cristiano si prepara, attraverso un cammino di penitenza e conversione, a vivere in pienezza il mistero della morte e risurrezione di Cristo, celebrato ogni anno nelle feste pasquali, evento fondante e decisivo per l'esperienza di fede cristiana. Essa si articola in cinque domeniche, dal Mercoledì delle Ceneri alla Messa della "Cena del Signore" esclusa. Le domeniche di questo tempo hanno sempre la precedenza anche sulle feste del Signore e su tutte le solennità. Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno e di astinenza; nei venerdì di Quaresima si osserva l'astinenza dalle carni. Durante il Tempo di Quaresima non si dice il Gloria e non si canta l'alleluia; di domenica si fa però sempre la professione di fede con il Credo. Il colore liturgico di questo tempo è il viola, è il colore della penitenza, dell'umiltà e del servizio, della conversione e del ritorno a Gesù.
Il cammino quaresimale è:
• un tempo battesimale,
in cui il cristiano si prepara a ricevere il sacramento del Battesimo o a ravvivare nella propria esistenza il ricordo e il significato di averlo già ricevuto;
• un tempo penitenziale,
in cui il battezzato è chiamato a crescere nella fede, "sotto il segno della misericordia divina", in una sempre più autentica adesione a Cristo attraverso la conversione continua della mente, del cuore e della vita, espressa nel sacramento della Riconciliazione.
 La Chiesa, facendo eco al Vangelo, propone ai fedeli alcuni impegni specifici:
ascolto più assiduo della parola di Dio:
la parola della Scrittura non solo narra le opere di Dio, ma racchiude una efficacia unica che nessuna parola umana, pur alta, possiede;
preghiera più intensa:
per incontrare Dio ed entrare in intima comunione con lui, Gesù ci invita a essere vigilanti e perseveranti nella preghiera, 'Per non cadere in tentazione" (Mt 26,41);
digiuno ed elemosina:
contribuiscono a dare unità alla persona, corpo e anima, aiutandola a evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore; aprono il cuore all'amore di Dio e del prossimo. Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri mostriamo concretamente che il prossimo non ci è estraneo.
INDULGENZA PLENARIA:
ogni Venerdì di quaresima recitando la Via Crucis
oppure la preghiera a Gesù Crocifisso:
Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che prostrato alla tua santissima presenza ti prego con il fervore più vivo di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non più offenderti, mentre io con tutto l’amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, incominciando da ciò che disse di Te, o Gesù mio, il santo profeta David: “Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa”.
- Pater, Ave e Gloria (per l'acquisto dell'indulgenza plenaria)
(A colui che recita questa preghiera dopo la Comunione, dinanzi all'immagine di Gesù Crocifisso, è concessa l'indulgenza plenaria nei singoli venerdì del tempo quaresimale e nel venerdì santo- Papa Pio IX)

martedì 7 febbraio 2017

'Amoris Laetitia' e la linea della dottrina cattolica

 
Ottima sintesi del direttore de La Nuova Bussola Quotidiana (QUI il sito)sulla situazione attuale della Chiesa, sul tradimento del magistero di sempre, della morale cristiano-cattolica e delle leggi di Dio compendiate nei dieci Comandamenti. Le 'aperture' dell'Amoris Laetitia in particolare per quanto riguarda la comunione ai cattolici divorziati e risposati o conviventi more uxorio, altro non fanno che relativizzare la Legge di Dio e dissacrare tre sacramenti: l'Eucarestia, il matrimonio e la confessione. Questo documento papale ha gettato nel caos l'intera Chiesa, dove una parte del clero si sente chiamato in causa ad interpretare liberamente ed in modo ampio il pensiero del Papa e ad agire di conseguenza in modo molto permissivo (i vescovi tedeschi hanno pubblicato un documento in cui dettano la linea per una rinnovata pastorale delle nozze e della famiglia alla luce dell’Amoris laetitia, in cui si dichiara che  in certi casi, anche due conviventi more uxorio potrebbero accedere all’eucaristia, così come scritto dal Papa),  mentre un'altra parte, sottoponendo 'Amoris Laetitia' al vaglio del magistero precedente, agisce secondo la legge immutabile della Dottrina della Santa Chiesa. Questo è quello che il Cardinale Prefetto Müller, nell'intervista a La Nuova Bussola Quotidiana (QUI l'intera intervista) si attende ed auspica quando dice: «La 'Amoris Laetitia' va interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa…. Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando 'Amoris Laetitia' secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del Papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica».

mercoledì 15 giugno 2016

Misericordia e conversione

(...)ci sono due modi profondamente sbagliati di narrare l’evento misericordioso della rinnovazione dell’alleanza fra Dio e l’uomo, spezzata dal peccato. Annunciare la misericordia di Dio senza esortare alla conversione; esortare alla conversione senza l’annuncio della misericordia.(....)La condizione dell’uomo è la libertà, la quale si realizza, all’interno dell’azione misericordiosa che stiamo considerando, nella figura della conversione dell’uomo. Parlare della misericordia di Dio che perdona lasciando in ombra l’atto libero della conversione, è parlare di un idolo creato dall’uomo, non del Dio vero e vivente. Un tale modo di parlare non solo è falso quanto al divino attributo della onnipotenza, ma nega il divino attributo della giustizia e della santità. Dio non può rinnovare la sua alleanza con l’uomo, come se la persona umana non si trovasse in una condizione di peccato.(...) Un annuncio della misericordia che non parlasse simultaneamente della necessità della conversione, ignorerebbe tutti i grandi temi del giudizio di Dio, dell’ira di Dio. Non meno falso sarebbe esortare alla conversione non alla luce del volto divino della misericordia. Un tale modo di pensare la proposta cristiana, sarebbe semplicemente la sua corruzione. La proposta cristiana infatti non è principalmente una proposta etica; non è la promulgazione di un codice morale più perfetto. È la narrazione di un evento di misericordia che ha in sé la forza di cambiare la vita; è l’offerta gratuita, incondizionata di una rigenerazione della propria umanità. È dono, non comandamento; è grazia, non legge.
Noi sappiamo che è stato l’errore pelagiano quello di negare questa intima trasformazione dell’uomo per opera della grazia. (...) 
 
Vorrei ora mostrarvi brevemente gli effetti devastanti che le due narrazioni sbagliate hanno.
In ordine al culto che noi dobbiamo a Dio, non è indifferente ciò che pensiamo di Dio. Ora la prima narrazione distrugge nella coscienza religiosa la verità su Dio, poiché cambia il significato del centro della rivelazione che Dio ha fatto di Sé: Colui che è misericordioso. Come abbiamo già lungamente esposto, misericordia divina significa che Egli in Gesù distrugge il peccato. Poiché non c’è perdono senza conversione, essendo la persona un soggetto libero ed in una condizione di peccato, la prima narrazione conduce la persona umana a pensare “non devo avere alcuna preoccupazione anche se rimango come sono; tanto Dio è misericordioso”. Si capisce allora quanto diceva secondo alcune testimonianze Padre Pio: ”temo di più la misericordia che la giustizia di Dio”. E Sant'Alfonso, Dottore della Chiesa: “ne manda più all’inferno la misericordia che la giustizia di Dio”.
La prima narrazione demolisce il “caso serio” del Cristianesimo, e rende inutile l’Atto redentivo di Cristo.
Essa conduce la persona ad una duplice menzogna: la prima quella di commettere il male più facilmente; la seconda di pensare che poi alla fine… Dio non se la prende poi tanto per questo. E toglie la possibilità di pensare un fondamento ultimo alla coscienza del dovere e dell’obbligazione morale.
La seconda narrazione, essendo una corruzione del Cristianesimo, allontana profondamente l’uomo da esso. La proposta cristiana così narrata, infatti, diventa noiosa, poiché una proposta di vita che consista solamente nella promulgazione di un codice morale, diventa scostante. Ma soprattutto allontana chi ha più bisogno di incontrare Cristo, cioè i peccatori, come viene continuamente detto nel Vangelo. (Card. Carlo Caffarra, Ancona 26.05.2016)
 

martedì 26 aprile 2016

Claritatis Laetitia /1


L'esortazione apostolica di papa Francesco 'Amoris Laetitia' sul matrimonio e sulla famiglia, ha dato il via ad un dibattito all'interno e all'esterno della Chiesa Cattolica, focalizzando un unico scottante tema, cioè la comunione ai divorziati-risposati. La confusione è tanta e le interpretazioni aperturiste anche, facendo leva sul pensiero e le parole dei cardinali Kasper e Schönborn, le cui posizioni hanno avuto ampia visibilità ed eco soprattutto nel periodo di entrambi i Sinodi sulla famiglia.
Il Vescovo ausiliare di Astana Mons. A. Schneider, una voce autorevole fuori dal coro, ci ricorda, in un'intervista,  la Dottrina e la Parola di Gesù in merito al matrimonio, al divorzio e ad un nuovo matrimonio che la Chiesa non può riconoscere, a meno che il precedente matrimonio, contratto in chiesa, non sia stato dichiarato nullo:
Professando la dottrina di sempre di Nostro Signore Gesù Cristo, la Chiesa ci insegna: “Fedele al Signore, la Chiesa non può riconoscere come Matrimonio l’unione dei divorziati risposati civilmente. “Colui che ripudia la moglie per sposarne un’altra commette adulterio contro di lei. Se una donna ripudia il marito per sposarne un altro, commette adulterio” (dal Vangelo di Marco, cap.10, vv. 11-12).
Nei loro confronti, la Chiesa attua un’attenta sollecitudine, invitandoli ad una vita di fede, alla preghiera, alle opere di carità e all’educazione cristiana dei figli. Ma essi non possono ricevere l’assoluzione sacramentale, né accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali, finché perdura la loro situazione, che oggettivamente contrasta con la legge di Dio”.(Compendio di 'Catechismo della Chiesa Cattolica', 349).

venerdì 18 dicembre 2015

Il giubileo della misericordia


Questo giubileo non è il primo, non sarà l'ultimo né il più importante. E' uno tra i tanti nella storia della Chiesa cattolica ed ha esattamente uguale valenza e significato ai precedenti e a quelli che verranno in futuro.
Il giubileo nella Chiesa cattolica, mentre affonda le sue radici nell'Antico Testamento e nella storia del popolo ebraico - che secondo i dettami della legge biblica, celebrava ogni cinquant'anni un anno giubilare, periodo in cui si rimettevano i debiti, si liberavano gli schiavi e ci si asteneva dai lavori agricoli - non si esaurisce nell'Antico Testamento ma lo porta a compimento  nella figura di Gesù Cristo Redentore dell'umanità e giudice giusto e misericordioso. In tal modo l'antico giubileo viene trasformato e trasfigurato, passando dalla terra al cielo, creando un ponte mistico tra la terra ed il cielo, rendendo possibile il passaggio della creatura dalla condizione di schiavo a quella di figlio. Il giubileo cattolico è con Cristo ed in Cristo e, attraverso il sacrificio salvifico di Cristo Signore, esso acquista una valenza mistica mai avuta prima, rendendo possibile la salita al monte di Mosè, l'avvicinarsi al roveto ardente, il passaggio del Mar Rosso, il lungo viaggio verso la Terra Promessa in maniera più piena e consapevole e con lo sguardo rivolto al Cielo ed alle realtà dell'eternità, dove tutto finisce e tutto inizia in modo nuovo e mai immaginato.

L'anno giubilare diventa così, non solo il tempo per riscattare la condizione umana dalla temporalità, ma un tempo di grazia per riscattare la condizione umana dalla schiavitù del peccato, quindi l'anno della conversione, della riconciliazione con Dio, della remissione dei peccati, della penitenza sacramentale. Senza la dimensione cristocentrica e dunque spirituale il giubileo non avrebbe effetti salvifici sulle anime. Senza la dimensione sacramentale esso sarebbe un vuoto e sterile tintinnio della nostra autosufficienza e della nostra superbia e ci lascerebbe ancora più vuoti e sterili.
Il giubileo non è un'occasione per fare del bene ma l'occasione per guadagnarci il Paradiso! L'occasione per adempiere i comandi del Signore, renderGli gloria ed onore attraverso le nostre opere buone nei confronti del prossimo e di noi stessi con la cura dell'anima e del corpo. L'occasione per chiederGli perdono di tutte le nostre mancanze e dei nostri peccati. Quale occasione più propizia del giubileo? Il Signore, che non si fa superare in bontà e misericordia, rimetterà tutti i peccati e le pene dovute a questi nel momento che varcheremo la soglia di una porta Santa di una chiesa e del suo confessionale!    

 

venerdì 4 dicembre 2015

Io sono per la disintegrazione......

 
Cari Vescovi, cari cattolici tutti che vi vergognate di Gesù, che quest'anno volete rinunciare al Natale, al presepe per non offendere chi non crede, guardate, ascoltate ed imparate qui. E' un video che fa bene a tutti, soprattutto, a tutti i cattolici che anche quest'anno decideranno di fare il presepe per ricordare l'incarnazione di Dio.
La Sacra Scrittura dice che il vento dello Spirito soffia dove vuole, mai vento ha soffiato meglio........
Grazie a Vittorio Sgarbi che ha saputo, in soli sette minuti, concentrare magnificamente il significato del Santo Natale e del cristianesimo.
Da non perdere!!!!!! 

mercoledì 3 dicembre 2014

Nel tempo dell'uomo

La fede è la porta che Dio apre nella nostra vita per condurci all’incontro con Cristo, nel quale l’oggi dell’uomo si incontra con l’oggi di Dio. La fede cristiana non è adesione ad un dio generico o indefinito, ma al Dio vivo che in Gesù Cristo, Verbo fatto carne, è entrato nella nostra storia e si è rivelato come il Redentore dell’uomo. Credere significa affidare la propria vita a Colui che solo può darle pienezza nel tempo e aprirla ad una speranza oltre il tempo.
Dio non si è chiuso nel suo Cielo, ma si è chinato sulle vicende dell’uomo: un mistero grande che giunge a superare ogni possibile attesa. Dio entra nel tempo dell’uomo nel modo più impensato: facendosi bambino e percorrendo le tappe della vita umana, affinché tutta la nostra esistenza, spirito, anima e corpo - come ci ha ricordato san Paolo - possa conservarsi irreprensibile ed essere elevata alle altezze di Dio. E tutto questo lo fa per il suo amore fedele verso l’umanità. L’amore quando è vero tende per sua natura al bene dell’altro, al maggior bene possibile, e non si limita a rispettare semplicemente gli impegni di amicizia assunti, ma va oltre, senza calcolo, né misura. E’ proprio ciò che ha compiuto il Dio vivo e vero, il cui mistero profondo ci viene rivelato nelle parole di san Giovanni: «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Questo Dio in Gesù di Nazaret assume in sé l’intera umanità, l’intera storia dell’umanità, e le dà una svolta nuova, decisiva, verso un nuovo essere persona umana, caratterizzato dall’essere generato da Dio e dal tendere verso di Lui (cfr L’infanzia di Gesù, Rizzoli-LEV 2012, p. 19).
 
I DOMENICA DI AVVENTO
 1 dicembre 2012
Basilica Vaticana
 
 
INCONTRO CON GLI UNIVERSITARI DEGLI ATENEI ROMANI
E DELLE UNIVERSIT
À PONTIFICIE
OMELIA

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