La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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martedì 26 febbraio 2019

Il celibato ecclesiastico

Il celibato ecclesiastico costituisce, per la Chiesa, un tesoro da custodire con ogni cura e da proporre soprattutto oggi come segno di contraddizione per una società bisognosa di essere richiamata ai valori superiori e definitivi dell’esistenza

Le difficoltà presenti non possono far rinunciare a tale prezioso dono che la Chiesa ha fatto suo, ininterrottamente, fin dal tempo apostolico, superando altri momenti difficili che ne ostacolavano il mantenimento.

Occorre leggere anche oggi le situazioni concrete con fede ed umiltà senza privilegiare criteri di tipo antropologico, sociologico o psicologico, che mentre danno l’illusione di risolvere i problemi, in realtà finiscono per ampliarli a dismisura.

La logica evangelica, provata dai fatti, dimostra chiaramente che i più nobili traguardi sono sempre ardui da conseguire.

Bisogna perciò ardire, mai ripiegare!
 
E' allora sempre urgente imboccare la strada di una coraggiosa e incisiva pastorale vocazionale, sicuri che il Signore non farà mancare operai alla Sua messe se ai giovani saranno offerti alti ideali ed esempi concreti di austerità, coerenza, generosità e dedizione incondizionate. 
 
(DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II  AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA  DELLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO Venerdì, 22 ottobre 1993)

martedì 15 maggio 2018

La teologia della liberazione è un'eresia

La teologia della liberazione, alla fine, ha vinto. Come il modernismo, condannato a suo tempo da Pio X, così la teologia della liberazione, benché (parzialmente) condannata da Giovani Paolo II, si è presa la rivincita più grande che potesse sognare: è divenuta il lievito di tutta la pastorale dell’attuale pontificato di Francesco; ispira tutta la liturgia e tutta la dottrina; è divenuta l’elemento centrale, senza il quale non si può nemmeno immaginare di parlare a nome della Chiesa, oggi. Ma è una vittoria legittima? E si fonda su un dato reale, oppure su un grande equivoco e su di una colossale mistificazione? La teologia della liberazione afferma l’opzione preferenziale per i poveri; non solo: essa dichiara, risolutamente, che Dio si identifica con i poveri. Benissimo; peccato che non si prenda il disturbo di spiegare e di vedere da vicino chi siano i poveri. Chi siano i poveri del Vangelo, ben s’intende, chi siano i poveri ai quali si rivolge Gesù Cristo, nelle sue azioni e nelle sue parabole e nei suoi insegnamenti; non chi sono i poveri secondo i teologi e i vescovi e i sacerdoti seguaci della teologia della liberazione. Sembrano la stessa cosa, invece sono due cose diverse: ecco il trucco. Perché se si dovesse scoprire che i poveri di cui parla Gesù non sono, o non sono esclusivamente, i poveri in senso materiale ed economico, e se si dovesse scoprire, del pari, che Egli non si è mai sognato di dire, o anche solo di pensare, come essi invece fermamente sostengono, che la povertà deve essere “sradicata” per poter affermare il regno di Dio sulla terra, anche per il non trascurabile dettaglio che Gesù ha detto e ribadito, in tutte la maniere possibili, che il suo Regno non è di questo mondo, allora tutto l’edificio dei teologi della liberazione cadrebbe, come un misero castello di carte, e verrebbe fuori la verità vera: che essi non parlano a nome del Vangelo di Gesù, quale noi lo conosciamo dalle Scritture e dalla Tradizione, bensì a nome di un vangelo (con la minuscola) tutto loro, laicista, immanentista, neomarxista, materialista, economicista e storicista; che il vangelo di cui si riempiono la bocca è una loro invenzione e che il Regno di Dio, di cui parlano incessantemente, è il paradiso dell’uguaglianza, intesa in senso politico e sociale, vale a dire esattamente il contrario di ciò che intendeva il nostro Signore Gesù Cristo.(...)


 ...è palese, cioè, il loro tentativo blasfemo di trasformare il Vangelo di Gesù, che è il Vangelo dell’amore rivolto a tutti gli uomini, in un vangelo analogo a quello di Marx, che predica la lotta di classe e quindi l’odio di classe, insomma di strumentalizzare la Parola di Gesù per farne un’arma da agitare contro le classi abbienti e ridurre la Buona Novella alla sola dimensione politico-sociale, snaturandola completamente.

Il fatto è che Gesù, quando parla dei poveri, non parla sempre e solo dei poveri in senso economico e materiale, ma anche di quell’altra povertà, non meno terribile, che è la lontananza da Dio (oppure, all’opposto, di quella povertà positiva che consiste nel farsi piccoli e umili davanti a Dio); e che non vuole affatto “sradicare” la povertà, sempre in senso economico, perché al centro del suo messaggio c’è la conversione interiore. Che, poi, la conversione interiore si traduca anche in un cambiamento nello stile di vita; che il vero seguace di Gesù impari a disprezzare le ricchezze, così come tutte le cose che possono allontanare da Dio, questo è un elemento consequenziale, ma non è il fine. Non solo. Se si pone l’accento esclusivamente sulla scelta preferenziale di Gesù per i “poveri”, si rischia di mitizzare e di idolatrare i poveri stessi, così come i ricchi mitizzano e idolatrano il denaro. Gesù non pensa che i poveri siano migliori dei ricchi solo perché hanno meno soldi; semmai, possono essere migliori perché non sono schiavi delle ricchezze (che non hanno) e quindi la loro anima è più aperta e disponibile ad accogliere la Lieta Novella.
 
Scrive monsignor Giacomo Canobbio, presidente dell’Associazione teologi italiani dal 1995 al 2003 e professore di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, nel suo saggio Ermeneutiche latino-americane della liberazione (in: Hermeneutica, annuario di filosofia e teologia fondata da Italo Mancini, Nuova Serie, Brescia, Morcelliana Editrice, 2000, pp. 222-225):
 
"È qui che si incontra Dio, perché Egli ha mostrato di identificarsi con i poveri. Sono essi infatti il luogo privilegiato della manifestazione di Dio e insieme i portatori fondamentali della buona novella della liberazione. Chiunque voglia, pertanto, fare teologia della liberazione in modo adeguato deve “superare l’esame preliminare” dell’unione con i poveri (C. Boff, “Epistemologia”, in “Mysterium lib.”, cit., p. 108).

L’identificazione con i poveri indica l’atto con il quale Dio lega il suo destino storico con quello delle masse spogliate e umiliate, e non per un romanticismo della miseria, bensì per liberarle da essa. Si è già detto che la Teologia della liberazione nasce da un’esperienza spirituale vissuta all’interno del conflitto sociale e in solidarietà con gli assenti dalla storia. Tale esperienza ha come due poli: l’esperienza della povertà e l’esperienza della fede. La seconda conduce a scoprire nella condizione di povertà il volto di Cristo inteso come il servo sofferente, e ad accettarne la sfida. In tal senso si può dire che “la Tdl ha trovato la sua sorgente nella fede che vuole misurarsi con l’ingiustizia fatta ai poveri” (L. e C. Boff, “Come fare teologia della liberazione”; Cittadella, Assisi, 1986, p. 12s). D’altra parte, come richiamano ad ogni pie’ sospinto i teologi della liberazione, è stata l’esperienza della povertà che ha reso possibile leggere in modo nuovo la parola di Dio e la tradizione credente".
 

 
"La Teologia della liberazione nasce da un’esperienza spirituale vissuta all’interno del conflitto sociale". Certo: e proprio qui sta il male. La teologia non deve partire da un’esperienza vissuta all’interno della storia, perché, se così fosse, non troveremmo mai Dio, ma sempre e solo l’uomo, o, al massimo, l’idea che l’uomo si è fatta di Dio. Certo, i teologi della liberazione sono in buona compagnia. Gran parte della teologia del XX secolo, specialmente protestante, parte dall’assunzione di un punto di vista umano, tutto interno alla storia; e Karl Rahner con la sua svolta antropologica non ha fatto che ufficializzarlo, portando il modernismo, già scomunicato da Pio X, ai fasti del Concilio Vaticano II. Ma Rahner non è un teologo cattolico, è un teologo immanentista, modernista e irreligioso. Si dirà che il teologo, come uomo, non può che porsi all’interno della storia; vero: ma, come uomo di fede, può e deve chiedere a Dio di poter comprendere il senso soprannaturale della Rivelazione. Altrimenti, si riduce la Rivelazione a una cosa tutta umana: se ne fa, appunto, una delle tante ideologie di questo mondo, una versione vagamente religiosa della lotta di classe.
 
"È stata l’esperienza della povertà che ha reso possibile leggere in modo nuovo la parola di Dio e la tradizione credente?" Sì: ed  per questo che la teologia della liberazione è fuori dal cattolicesimo. La teologia cattolica non dovrebbe neanche sognarsi di leggere in modo “nuovo” la parola di Dio. Che cosa significa una simile espressione, se non che essa tiene a battesimo una nuova versione del Vangelo? Il che è eretico, e non c’è bisogno di spiegare perché. È come se questi signori dicessero che, per millenovecento anni, la Chiesa cattolica non ha capito il vero senso della Rivelazione; ma, per fortuna, ora sono arrivati loro, e ogni cosa va finalmente al suo posto.  Bravi, complimenti. Ma che cosa credono, che non ci fossero i poveri al tempo di Gesù? E che san Pietro, san Paolo, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, i Padri della Chiesa, i teologi, i vescovi, i sacerdoti, i papi che si sono succeduti fino al Vaticano II, fino a Pio XII, non avessero occhi per vedere i poveri, non avessero orecchi per udire il loro lamento? Certo che li avevano; ma avevano capito quello che i signori della teologia della liberazione non hanno capito, né mai capiranno: che Gesù non è venuto affatto a sradicare la povertà, anzi, ha detto chiaramente che avremo sempre i poveri fra noi, mentre Lui lo abbiamo avuto per una volta sola.

"La situazione di povertà diventa luogo nel quale si legge e, finalmente, si comprende come sia Dio e si comprende cosa significhi amare Dio e il prossimo?" Niente affatto. Oltre all’assurdità di quel “finalmente”, come se nessuno avesse capito chi è Dio prima della teologia della liberazione, resta l’equivoco sul concetto di povertà: sì, per capire chi è Dio, bisogna essere poveri; ma non in senso economico, bensì in senso spirituale. Altrimenti, si cadrebbe in una doppia bestemmia: che nessun ricco capirà mai chi è Dio, e che tutti i poveri, per il solo fatto di essere poveri, lo capiscono senz’altro.

E non è affatto provato che Gesù è venuto a prendere partito per i poveri e a sradicare la loro oppressione. Niente affatto. È venuto a combattere contro il peccato e la morte, e non a guidare rivoluzioni sociali: perché la sola rivoluzione predicata da Gesù è quella dell’uomo che accetta di lasciarsi trasformare dal Vangelo......
L'intero articolo QUI

giovedì 6 luglio 2017

Un colpo al cuore

di Roberto Pecchioli
Quando ero bambino andare a dottrina significava, dopo la funzione domenicale delle 10, chiamata Messa del fanciullo, apprendere in parrocchia i fondamenti della fede cattolica nell’anno della Prima Comunione. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e quasi tutto quello che ci hanno insegnato è stato revocato in dubbio, quando non del tutto rovesciato, a seguito della svolta antropologica di quella Chiesa che consideravamo madre e maestra.  La dottrina è passata di moda, tanto che si prova un benefico stupore a leggere le parole del cardinale Mueller, prefetto della congregazione intitolata alla Dottrina della Fede, che ne conferma la natura di “base per tutta la vita della Chiesa, altrimenti rimane solo una Onlus, un’organizzazione caritativa come tante”. Un’affermazione che conforta soprattutto perché pronunciata in tempi in cui è passato di moda il precetto evangelico “le vostre parole siano sì sì, no no, il di più vien dal maligno” ( Matteo 5,37). Sembra più attuale che mai la drammatica domanda di Gesù stesso,” quando tornerà sulla terra, il figlio dell’uomo troverà la fede? “ (Luca, 18,8).

Sul trono di Pietro è salito un uomo dalle cui labbra è uscita una frase terribile, che ha fatto vacillare in molti, ed in chi scrive, la fede non in Dio, ma nella sua Chiesa la cui pietra angolare – parola di Gesù – è il papato.  Bergoglio rifiuta con umiltà pelosa di giudicare il male, ma ha scandito davanti ad un suo interlocutore di fiducia, l’ateo anticattolico Eugenio Scalfari, “ciascuno di noi ha una sua visione del bene ed anche del male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il bene”.
Nella mia dottrina di bimbo era tutto molto chiaro, addirittura con formule precise  a domanda e risposta da mandare a memoria. Eccone una: Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra. Quei forti  principi sono stati confermati–non poteva essere altrimenti–dal catechismo di Giovanni Paolo II.
 
Non so nulla di teologia morale, ma sono convinto che tutto sia in fondo  assai semplice, se crediamo a Gesù: io sono la Via, la Verità e la Vita. Non abbiamo bisogno di Hans Kung o di Karl Rahner e non può sussistere un “cristiano anonimo” che si salva benché miscredente. Per questo, prendo in parola il vicario di Cristo e mi chiedo: chi sono io per giudicare la dottrina? Duemila anni di saggezza alla luce della Tradizione e della Rivelazione sono lì, con lo splendore della verità.  Si può non crederci, e si resta fuori dalla Chiesa. Il dramma è doverne uscire per fedeltà.
 
Una monaca catalana ha affermato che Maria e Giuseppe erano una normale coppia che faceva sesso, manifestando così di non credere nell’Immacolata Concezione e, di riflesso, di disprezzare la virtù cristiana della purezza. Dalle sue parole si inferisce che Gesù era figlio carnale di San Giuseppe e quindi, chissà se è davvero la seconda persona della Trinità. Quanto al ruolo del Maligno, pare che prelati di grande prestigio non credano nella sua presenza. Un sacerdote piemontese, incaricato della pastorale delle persone omosessuali, celebrando il funerale del primo torinese unito civilmente all’uomo di cui è stato compagno per decenni, ha asserito dal pulpito che tutti dovremmo chiedere scusa a quella coppia ed a tutti coloro che vivono la condizione omosessuale.
Cardinali in odore di soglio pontificio come Martini istituirono la Cattedra dei Non Credenti, mentre il colto biblista Ravasi, beniamino dei media, dialoga affettuosamente con i “fratelli massoni”. Poi ci sono i parroci che non fanno presepi per non urtare la delicata sensibilità altrui, quelli che prestano le loro chiese ai musulmani  o alle più varie mascherate. Altri insultano nelle prediche e sulla rete – spesso con il turpiloquio – i politici che avversano, e, caso strano, non si tratta mai di esponenti laicisti o atei. Non hanno poi torto, tutti costoro, giacché l’uomo vestito di bianco sconsiglia l’apostolato, declassato a proselitismo e definito una sciocchezza. E’ la sciocchezza che ha reso cattolica la sua terra sudamericana, ed è al centro della liturgia anche nel Novus Ordo Missae: Credo la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica.
 
Un vecchio monsignore scomparso da qualche anno  soleva dire che il peccato più grande dei religiosi è dare scandalo. Come definire gli esempi citati, e, per un residuo pudore verso l’istituzione tacciamo di autentiche vergogne come la pedofilia o l’affarismo di alcuni. In materia di difesa della vita dal concepimento alla fine naturale, chi siamo noi per giudicare il pensiero dominante del tempo, qui in Occidente, o per opporre come intangibili i principi prima definiti  non negoziabili.
Non credo di essere l’unico a vivere come un trauma ed un tradimento lo smantellamento progressivo ed ormai pressoché irreversibile di tutto ciò che la Chiesa ci proponeva a credere. Ci si sente ingannati nel profondo dell’anima. Anche Lutero è riabilitato. Quale valore possono avere ancora i sacramenti, sono ancora sette, o bastano i due accettati dalla sedicente riforma? Poi arrivano i “dubia” dei quattro cardinali in ordine all’enciclica papale Amoris Laetitia e le ambiguità sui sacramenti, lo sconcerto di documenti in cui si parla molto di ecologia, pochissimo di Dio e pressoché mai di vita eterna. Grazie di cuore, allora, a quei religiosi che non lasciano soli e sconfortati i fedeli che hanno creduto in purezza di cuore ai principi di sempre, trasmettendoli ai loro figli. Forse abbiamo sbagliato tutto, forse no, ma lo scandalo grande è seminare il dubbio, instillare un’incertezza che diventa allontanamento della Verità. Verità che esiste, ce lo ha annunciato l’uomo di Nazareth, e ciascuno la può cogliere con la ragione umana ( adaequatio rei et intellectus), sorretta dalla fede cui ci si abbandona come solo i semplici ed i puri di cuore sanno fare. Siamo al punto in cui non è follia chiedersi se il sacerdote o il vescovo che dice messa creda non nelle scialbe omelie frettolose dette per dovere d’ufficio o coazione a ripetere, ma nelle parole nettissime del Credo. Chissà se esiste ancora la Trinità, e soprattutto se è davvero risuscitato l’agitatore nazzareno figlio di Giuseppe e Maria. Forse non è che una narrazione, un espediente per raccontare di un Dio buono, una favola bella che ieri ci illuse come quella di Ermione nella dannunziana  Pioggia nel pineto.
Turba la stessa nozione di misericordia posta alla base del giubileo. Non l’ha inventata Francesco, no, la dottrina ce lo ha insegnato con chiarezza che senza di essa, l’amore  disinteressato di Dio per la sua creatura, nessuno salva l’anima. Nell’Atto di Dolore lo proclamiamo ancora, chiedendo perdono per i nostri errori, di cui diventiamo consapevoli e pentiti . “Propongo con il vostro santo aiuto di fuggire le occasioni prossime del peccato“, e terminiamo con una richiesta a capo chino “Signore, misericordia, perdonatemi”. Era chiarissimo a tutti, tuttavia, in base alla dottrina ricevuta, che non c’è misericordia senza pentimento e correzione, l’amore del Signore è giustizia, non un dolciastro “volemose bene”, come quello del primo sindaco di Roma Ernesto Nathan.  Il punto è che il criterio del giusto, del bene e del male sembra abolito da quelle tremende parole pontificie affidate a Scalfari, il Papa ateo : “chi sono io per giudicare?”, soprattutto per quel soggettivismo drammatico del bene e del male a misura di individuo. Io potrei essere convinto che è cosa giusta tradire o uccidere, cedere ad ogni impulso, o semplicemente ritenere che il mio bene coincida con l’utile, il tornaconto, l’immediato  vantaggio personale. Non è quella la via, non è quella la legge naturale iscritta da Dio nel cuore dell’uomo. Oppure, anche la dottrina della legge naturale è un residuo da abbandonare, un mito da cui liberarci, una scoria che lo spirito dei tempi ha felicemente scosso come polvere dai calzari dei nuovi discepoli della Onlus Chiesa Cattolica. Tuttavia, non è cattolica e neppure religione quella che mettesse definitivamente da parte la predicazione rigorosa di quello che, con parola ostica, i teologi chiamano “kerygma”, e descrive il contenuto essenziale della buona notizia, l’annuncio della salvezza operata da Gesù Cristo morto e risorto.
Da uomo in preda all’incertezza ed all’esitazione, ma convinto a credere “quia absurdum” come Tertulliano, devo pregare per me e per tutti lo Spirito Santo Paraclito, il consolatore, affinché riapra i cuori e dia la forza a ciascuno di riconoscere la verità senza abbandonare la via. Davvero, chi sono io per giudicare la dottrina?
Un recente racconto di Marc Augé, 'Le tre parole che cambiarono il mondo', narra una nuova distopia. Il giorno di Pasqua del 2018 il Papa si affaccia in San Pietro e dichiara “Dio non esiste”. Pare quella l’unica soluzione di fronte alle guerre in suo nome ed ai mille mali del mondo. Secondo il sociologo francese, solo una rinnovata fede nella ragione (illuminista) può salvare il mondo. Per noi, è solo un altro degli incubi della modernità, ma lascia senza fiato che un intellettuale del livello di Augé possa immaginare un papa apostata della fede con proclamazione “urbi et orbi”.
Forse non è che l’esito radicale della scelta antropologica: l’uomo sovrano intronizza se stesso: sì a Io e no a Dio. Rimbalza inevasa la domanda allarmata di un grande cattolico, Thomas Stearns Eliot nei Cori della Rocca:  sono gli uomini ad abbandonare la Chiesa di Dio, o è lei a lasciarci soli di fronte al Nulla?
 
Tratto dal blog di MaurizioBlondet

mercoledì 5 aprile 2017

Vertiginoso spavento!


Il 31 ottobre 1983 Papa Giovanni Paolo II scrive una lettera
al cardinale Willebrands, pubblicata sull'Osservatore Romano il 5 novembre dello stesso anno, in occasione delle celebrazioni protestanti per il cinquecentenario della nascita di Martin Lutero (1483-1546)in cui dichiara che, sulla base delle recentissime ricerche storiche, si deve ammettere che «è stato messo in luce in modo convincente il profondo spirito religioso di Lutero, animato da una cocente passione per la questione della salvezza eterna»
 
Scrive a tal proposito il Prof. Plinio Correa de Oliveira:
 
"La lettera è impregnata di tanta benevolenza e amabilità che mi sono chiesto se il suo Augusto firmatario abbia dimenticato le terribili bestemmie lanciate dal monaco apostata contro Dio, Gesù Cristo Figlio di Dio, il Santissimo Sacramento, la Vergine Maria e lo stesso Papato.
Quel che è certo è che egli non le ignora, perché esse sono alla portata di qualsiasi cattolico colto, in libri di buona qualità che a tutt’oggi non sono difficili da ottenere".
 
Ecco le bestemmie di Lutero contro il Signore
 

  • Cristo ha commesso l'adulterio una prima volta con la donna della fontana di cui parla Giovanni. Poi con la Maddalena, quindi con la donna adultera. Così Cristo, tanto pio, ha dovuto anche lui fornicare prima di morire” (Discorsi a tavola, n. 1472, ed. di Weimar, II, 107; cfr. op. cit., p. 235).
  •  “certamente Dio è grande e potente, buono e misericordioso (...) ma è stupido. Deus est stultissimus” (Discorsi a tavola, n. 953, ed. di Weimar, I, 487).
  • È un tiranno.
  • "Non pensate che Cristo ubriaco, perché aveva bevuto troppo all'Ultima Cena, abbia sconcertato i Suoi discepoli col suo parlare a vanvera"?
Contro il Papa e la Chiesa Cattolica:
  • In un pamphlet intitolato "Contro il pontificato romano fondato dal diavolo", del marzo 1545, Lutero chiama il Papa "infernalissimo"
  • a Melantone, a proposito delle sanguinose persecuzioni di Enrico VIII contro i cattolici inglesi, scrive: “È permesso abbandonarsi alla collera, quando si sa che specie di traditori, ladri ed assassini sono i papi, i loro cardinali, i loro legati. Piacesse a Dio che vari re d'Inghilterra si impegnassero a farli scomparire”. Poi ancora:
  • Basta con le parole: il ferro! il fuoco!”, “Puniamo i ladri con la spada; perché non acchiappiamo papa, cardinali e tutta la cricca della Sodoma romana e ci laviamo le mani con il loro sangue?

Questo odio accompagnò Lutero fino alla fine della sua vita.
Afferma Funck Brentano: “La sua ultima predica pubblica a Wittemberg è del 17 gennaio 1546: ultimo grido di maledizione contro il papa, il sacrificio della Messa, il culto della Vergine” .
 
Non stupisce che grandi persecutori della Chiesa abbiano festeggiato la sua memoria. Così “Hitler fece proclamare festa nazionale in Germania l'anniversario del 31 ottobre 1517, quando il monaco agostiniano ribelle fece affiggere alle porte della chiesa del castello di Wittemberg le famose 95 proposizioni contro la supremazia e le dottrine pontificie”.

L'esimio Professore Correa De Oliveira riferisce fatti accaduti nel 1983:
A dispetto di tutto l'ateismo ufficiale del regime comunista, il dr. Erich Honecker, presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio di Difesa, primo uomo della Repubblica democratica tedesca, ha accettato di capeggiare il comitato che in piena Germania rossa ha organizzato quest'anno le rimbombanti celebrazioni di Lutero (cfr. German Comments, di Onnsbruck, Germania occidentale, aprile 1983).
 
Niente di più naturale del fatto che il monaco apostata abbia risvegliato tali sentimenti nel leader nazista come, più recentemente, in quello comunista.

Niente di più sconcertante, perfino di vertiginoso, di quanto è accaduto in occasione della recentissima commemorazione del cinquecentesimo anniversario della nascita di Lutero, nello squallido tempio protestante di Roma, l’11 dicembre 1983.
A questo atto festivo di amore e di ammirazione verso la memoria dell'eresiarca ha partecipato il prelato che il conclave del 1978 ha eletto Papa e al quale pertanto spetterebbe la missione di difendere contro gli eresiarchi e gli eretici i santi nomi di Dio e di Gesù Cristo, la Santa Messa, la Sacra Eucarestia e il Papato!
 
“Vertiginoso, spaventoso” - è stato, a questo proposito, il gemito del mio cuore di cattolico che, tuttavia, con ciò ha raddoppiato la sua fede e la sua venerazione verso il Papato.
 
(Plinio Corrêa de Oliveira)
 




 

mercoledì 19 ottobre 2016

Tre donne ed un Papa


Giorno singolare quello di oggi dove vengono ricordate, a vario titolo, tre donne di nome Teresa, in un certo qual modo legate fra loro e celebrate dallo stesso Pontefice: san Giovanni Paolo II.
 
Il 19 ottobre 1986 papa Giovanni Paolo II beatifica Teresa Adelaide Cesira Manetti, conosciuta come suor Teresa Maria della Croce fondatrice della 'Congregazione delle Suore Carmelitane di santa Teresa', approvata da Papa Pio X nel 1904.
 
Teresa nasce a Campi Bisenzio il 2 marzo 1846. L'infanzia della giovane trascorre in mezzo alle serie difficoltà economiche della famiglia, succedutesi alla morte del padre, avvenuta quando la piccola aveva pochi mesi.
Fanciulla bellissima, Teresa scopre la sua vocazione nel 1865, durante un riposo forzoso a letto in seguito ad un incidente, e decide di seguire l'esempio di Teresa d'Avila, che le sarebbe apparsa in visione.
Nel 1906 comincia a soffrire per quello che si sarebbe poi rivelato un carcinoma all'utero che la portò alla morte il 23 aprile 1910.
qui un bel profilo  biografico scritto da don Divo Barsotti.
 
Il 19 ottobre 1997 con la Lettera Apostolica 'Divini Amoris Scientia' il papa Giovanni Paolo II dichiara 'Dottore della Chiesa' santa Teresa di Gesù Bambino, meglio conosciuta come Teresina di Lisieux.
Santa Teresa di Gesù Bambino, mistica, vergine e dottore della Chiesa, nasce ad Alençon (Francia)il 2 gennaio del 1873. Entrata ancora adolescente nel Carmelo di Lisieux, divenne, per purezza e semplicità di vita, maestra di santità in Cristo, insegnando la via dell’infanzia spirituale per giungere alla perfezione cristiana e ponendo ogni mistica sollecitudine al servizio della salvezza delle anime e della crescita della Chiesa. Nell'aprile del 1896 contrasse la tubercolosi, malattia che nel giro di diciotto mesi la portò alla morte. Concluse la sua vita terrena il 30 settembre 1897, all’età di venticinque anni.
 
 La lettera apostolica termina così:
 
...Venendo incontro ai desideri di un grande numero di Fratelli nell'Episcopato e di moltissimi fedeli di tutto il mondo, udito il parere della Congregazione delle Cause dei Santi ed ottenuto il voto della Congregazione per la Dottrina della Fede in ciò che attiene l'eminente dottrina, con certa conoscenza e matura deliberazione, in forza della piena autorità apostolica, dichiariamo Santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto, vergine, Dottore della Chiesa universale. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo... 
 
Il 19 ottobre 2003 papa Giovanni Paolo II beatifica Madre Teresa di Calcutta, religiosa e fondatrice della congregazione delle 'Suore Missionarie della Carità'.
Teresa, al secolo Anjeza Gonxhe Bojaxhiu nasce a Skopje ex-Jugoslavia il 26 agosto 1910.  All'età di otto anni perde il padre e la sua famiglia si trovò in gravi difficoltà finanziarie. A diciotto anni, decide di prendere i voti entrando come aspirante tra le Dame Inglesi. Inviata nel 1929 in Irlanda a svolgere la prima parte del suo noviziato, nel 1931, dopo aver preso i voti e assunto il nome di Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux parte per l'India per completare i suoi studi. Qui l'incontro con la povertà drammatica della periferia di Calcutta la spinge a svolgere la sua missione tra questa gente, tra i più poveri, malati ed abbandonati: missione che l'ha resa una delle persone più famose al mondo. Muore a Calcutta il 5 settembre 1997. 
Il 4 settembre scorso è stata proclamata santa da papa Francesco.
 

martedì 13 settembre 2016

Un Magistero calpestato

2. Oggi, per un efficace lavoro nel campo della predicazione, bisogna prima di tutto conoscere bene la realtà spirituale e psicologica dei cristiani che vivono nella società moderna.
 
Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata;
 
si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia;
 
immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva. Bisogna conoscere l’uomo d’oggi per poterlo capire, ascoltare, amare, così com’è, non per scusare il male, ma per scoprirne le radici ben convinti che c’è salvezza e misericordia per tutti, purché non siano rifiutate coscientemente e ostinatamente.
 
(Giovanni Paolo II – Discorso 6 febbraio 1981).
 
DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
AL CONVEGNO NAZIONALE
"MISSIONI AL POPOLO PER GLI ANNI 80"
 
Tratto da qui

sabato 25 giugno 2016

'Noi siamo Chiesa'

Il 6 aprile del 1995 il cardinale Hans Hermann Groer, arcivescovo di Vienna, fu costretto alle dimissioni con l’accusa di pedofilia(accusa provata, ma fatti prescritti). Due mesi dopo fu lanciata una raccolta di firme, sottoscritta in 22 giorni da oltre 500mila cattolici austriaci, con cui si chiedeva un rinnovamento profondo della Chiesa.

Cinque le richieste dell’ “Appello”.
 
Il primo: costruzione di una Chiesa fraterna con il superamento delle barriere tra clero e laici grazie alla corresponsabilità comune.
 
Il secondo: piena uguaglianza delle donne in ambito decisionale, diaconato femminile permanente, accesso delle donne al sacerdozio.
 
Il terzo: libera scelta tra forma di vita celibataria e non celibataria per i sacerdoti.
 
Il quarto: giudizio positivo sulla sessualità umana, libertà di coscienza in materia di contraccezione, più “umanità” verso i rapporti prematrimoniali e in tema di omosessesualità. Parlare meno di morale sessuale più di pace, giustizia sociale, ambiente.
 
Il quinto: il messaggio della Chiesa non dev’essere fondato sulla minaccia ma sulla gioia, meno prescrizioni e più accompagnamento.
 
Dall’“Appello dal popolo di Dio”, che in breve tempo varcò le frontiere austriache ottenendo un grande successo di firme come in Germania (quasi due milioni, tra i firmatari Eugen Drewerman, Hans Kűng e l’odierna ambasciatrice di Germania presso la Santa Sede Annette Schavan) e nei Paesi anglosassoni, nacque Wir sind Kirche (Noi siamo Chiesa) (promotori Marta Heizer e Thomas Plankensteiner). In Italia l’ “Appello” fu  diffuso nel gennaio 1996 e fu a Roma che nel novembre dello stesso anno si costituì -visto il numero consistente di firme raccolto in diversi Paesi occidentali- il movimento internazionale We are Church. Qualche settimana prima era stato fondato “Noi Siamo Chiesa” di lingua italiana che aggiunse poi un sesto punto ai cinque dell’ “Appello”: quello postulante gli obiettivi della pace, giustizia e salvaguardia del creato. Se sui cinque punti dell’ “Appello” si è ottenuto poco in vent’anni, sull’ultimo “si è invece ottenuto molto, con la svolta di papa Francesco” (ha detto Vittorio Bellavite, storico coordinatore nazionale).
 
E’ proprio per ricordare il ventennale del movimento che sabato 28 maggio 2016 “Noi Siamo Chiesa” (NSC) si è riunito a Milano, presso la chiesa di Santa Maria Incoronata.
  
Ne ha scritto esaustivamente Giuseppe Rusconi sul suo blog rossoporpora.org
 
E' evidente come sia in atto all'interno della Chiesa stessa (una sorta di fuoco amico) un'azione articolata di demolizione di Duemila anni di storia e tradizione della Chiesa così come l'ha voluta Nostro Signore. Un programma di demolizione del Magistero pontificio ed in particolare delle figure dei Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in relazione al Concilio Vaticano II, l'uno considerato troppo in linea con una visione di ermeneutica della continuità, l'altro,  in 'strisciante opposizione' a questo (lo scrive il gesuita Padre Luigi Scalia di Messina), con un pontificato fermo sul piano pastorale, dottrinale, morale e disciplinare.
 
Un programma di 'riforma' più che altro da eretici protestanti!     

venerdì 24 giugno 2016

Coscienza, morale e dottrina immutabile

55. (...)Volendo mettere in risalto il carattere «creativo» della coscienza, alcuni autori chiamano i suoi atti, non più con il nome di «giudizi», ma con quello di «decisioni»: solo prendendo «autonomamente» queste decisioni l'uomo potrebbe raggiungere la sua maturità morale. Né manca chi ritiene che questo processo di maturazione sarebbe ostacolato dalla posizione troppo categorica che, in molte questioni morali, assume il Magistero della Chiesa, i cui interventi sarebbero causa, presso i fedeli, dell'insorgere di inutili conflitti di coscienza.
 
56. Per giustificare simili posizioni, alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l'originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta.
 
Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale.
 
In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un'opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male.
 
Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette «pastorali» contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un'ermeneutica «creatrice», secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare.

Non vi è chi non colga che con queste impostazioni si trova messa in questione l'identità stessa della coscienza morale di fronte alla libertà dell'uomo e alla legge di Dio. Solo la chiarificazione precedentemente fatta sul rapporto tra libertà e legge fondato sulla verità rende possibile il discernimento circa questa interpretazione «creativa» della coscienza.
 
(lettera enciclica 'VERITATIS SPLENDOR'di san Giovanni Paolo II)
 
Repetita iuvant.

martedì 14 giugno 2016

Papa san Giovanni Paolo II su unioni omo

Carissimi fratelli e sorelle!
Siamo entrati nella Quaresima dell'anno 1994, Anno della Famiglia, voluto dall'ONU e dalla Chiesa. Tra i compiti che, durante questo Anno, occorre mettere in evidenza in campo sia ecclesiale che civile vi è il consolidamento del legame familiare e della vera identità della famiglia. Per questa ragione la 'Lettera alle Famiglie', che verrà pubblicata martedì prossimo, 22 febbraio, è prima di tutto un invito alla preghiera per le famiglie e con le famiglie. Gli insidiosi attacchi contro la famiglia nella moderna civiltà edonistica, che, malgrado tutte le dichiarazioni sui diritti dell'uomo, è nella sostanza contraria al suo vero bene, non possono essere respinti se non con la preghiera, il digiuno e l'amore vicendevole. Non mancano, certo, le famiglie che pregano per se stesse e per gli altri. In questo nostro mondo, esposto a così numerose minacce di ordine morale, si sta provvidenzialmente sviluppando l'apostolato delle famiglie.
Purtroppo si devono registrare, proprio in questo Anno della Famiglia, iniziative propagandate da notevole parte dei mass media, che nella sostanza si rivelano "antifamiliari".
 
Sono iniziative che danno la priorità a ciò che decide della decomposizione delle famiglie e della sconfitta dell'essere umano - uomo o donna o figli.
 
Vi si chiama, infatti, bene ciò che in realtà è male: le separazioni decise con leggerezza, le infedeltà coniugali non solo tollerate ma persino esaltate, i divorzi, il libero amore sono talora proposti come modelli da imitare. A chi serve questa propaganda? Da quali fonti essa nasce? "Ogni albero buono - osserva Gesù - produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi" (Mt 7, 17). Si tratta, dunque, di un albero cattivo che l'umanità porta dentro di sé, coltivandolo con l'aiuto di ingenti spese finanziarie ed il sostegno di potenti mass media.
 
Il pensiero va qui alla recente e ben nota risoluzione approvata dal Parlamento Europeo. In essa non si sono semplicemente prese le difese delle persone con tendenze omosessuali, rifiutando ingiuste discriminazioni nei loro confronti. Su questo anche la Chiesa è d'accordo, anzi lo approva, lo fa suo, giacché ogni persona umana è degna di rispetto. Ciò che non è moralmente ammissibile è l'approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale (cfr. Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 95). Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione (cfr. Gv 8, 1-11), ma le ha detto al tempo stesso: "Va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8, 11).
 
Questo dico con grande tristezza, perché tutti abbiamo grande rispetto della Comunità Europea, del Parlamento Europeo; conosciamo i tanti meriti di questa istituzione. Ma si deve dire che con la risoluzione del Parlamento Europeo si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il Parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio: ci sono le debolezze - noi lo sappiamo - ma il Parlamento facendo questo ha assecondato le debolezze dell'uomo.
 
Non si è riconosciuto che vero diritto dell'uomo è la vittoria su se stesso per vivere in conformità con la retta coscienza.
Senza la fondamentale consapevolezza delle norme morali la vita umana e la dignità dell'uomo sono esposte alla decadenza ed alla distruzione. Dimenticando la parola di Cristo: "la verità vi farà liberi" (Gv 8, 32), si è cercato di indicare agli abitanti del nostro Continente il male morale, la deviazione, una certa schiavitù, come via di liberazione, falsificando l'essenza stessa della famiglia.
Non può costituire una vera famiglia il legame di due uomini o di due donne, ed ancor meno si può ad una tale unione attribuire il diritto all'adozione di figli privi di famiglia.
A questi figli si reca un grave danno, poiché in questa "famiglia supplente" essi non trovano il padre e la madre, ma "due padri" oppure "due madri".
 
Confidiamo che i Parlamenti dei Paesi d'Europa sapranno, su questo punto, prendere le distanze e, in occasione dell'Anno della Famiglia, vorranno proteggere le famiglie di antichissime società e nazioni da questo fondamentale pericolo. Non ci sono dubbi, però, che siamo in presenza di una terribile tentazione. La prima Domenica di Quaresima ci ricorda il Cristo che si è trovato faccia a faccia con l'eterno Tentatore dell'uomo e l'ha vinto: una vittoria che preannunciava il trionfo pasquale mediante la croce e la risurrezione. Cristo dice a noi - a noi cristiani, a noi abitanti dell'Europa - che questo genere di male non si vince se non con la preghiera e il digiuno. Sì, non possiamo vincere questo male, questa minaccia in altro modo. Le uniche istanze a cui possiamo appellarci sono la retta, la sana coscienza e il senso di responsabilità delle nazioni, le quali non devono permettere che si distrugga la famiglia, perché da essa dipende il futuro di ciascuno di noi.
 
All'inizio della Quaresima, la Chiesa riascolta la chiamata di Cristo e l'accoglie così come l'hanno accolta, un tempo, gli Apostoli. Smettiamo di essere uomini di poca fede e cerchiamo di diventare uomini di preghiera e di penitenza! " . . . Se non vi convertite, perirete tutti" (Lc 13, 3), dice Cristo. Non sono parole pronunciate invano; hanno avuto già molte volte conferma nella storia. Non sappiamo né il giorno né l'ora (cfr. Mt 25, 13)! La Quaresima ci serva al rinnovamento della nostra alleanza con Dio in Cristo. In Lui solo è la salvezza dell'uomo.
(Papa San Giovanni Paolo II, Angelus 20 febbraio 1994)
 
Tratto da vatican.va

mercoledì 25 maggio 2016

MANIFESTO DI "VOICE OF THE FAMILY" /2

 
Un appello alla gerarchia della Chiesa
Come laici cattolici operanti nel movimento pro-life e pro-family siamo ben consapevoli, per le nostre esperienze quotidiane, delle profonde sfide cui la famiglia nel mondo moderno è chiamata a far fronte. Sappiamo anche come nulla sia più essenziale per rispondere con successo a tali sfide della coraggiosa testimonianza dei Vescovi della Chiesa Cattolica. Le conseguenze per la famiglia sono devastanti ogniqualvolta tale testimonianza sia assente.
Dopo aver attentamente studiato i documenti prodotti in ogni fase del processo sinodale e dopo aver osservato con allarme la loro tendenza a promuovere posizioni contrarie alla fede cattolica ed alla legge morale naturale, chiamiamo il Santo Padre, i Cardinali, i Vescovi ed ogni altro ordine nella Chiesa, ad assumere tutte le misure necessarie a proteggere l’integrità della Dottrina cattolica e, così facendo, a proteggere le nostre famiglie dalla devastazione provocata da una cultura di morte.

In particolare chiamiamo i Padri sinodali ed il Sinodo Ordinario a:
- sostenere con fermezza e senza ambiguità la dottrina per la quale il matrimonio è un’unione esclusiva ed indissolubile tra un uomo ed una donna e ribadire come tutti gli atti sessuali al di fuori del matrimonio, nonché qualsiasi forma di unione non-matrimoniale, rappresentano una grave offesa a Dio e sono gravemente dannosi per gli individui e per la società (Concilio di Trento)

- affermare con fermezza e senza ambiguità che l’adulterio è un peccato grave e che coloro che vivono in stato di adulterio non possono essere ammessi ai Sacramenti della Penitenza e della Santa Comunione, senza che prima si siano pentiti ed abbiano emendato la propria condotta di vita (Familiaris Consortio, Papa Giovanni Paolo II)
- riaffermare con fermezza e senza ambiguità l’insegnamento delle encicliche Casti Connubii e Humanae Vitae, per le quali la separazione dei fini procreativo ed unitivo dell’atto sessuale per mezzo di metodi contraccettivi è gravemente contraria alla legge morale ed ha conseguenze devastanti per la famiglia, per la società e per la Chiesa (Casti Connubii, Papa Pio XI)

- opporsi con fermezza e senza ambiguità alla “teoria del gender”, che nega la suddivisione fondamentale del genere umano in due soli sessi, maschile e femminile, entrambi con caratteristiche complementari e differenze proprie (Papa Benedetto XVI, 21.12 2012)
- sostenere con fermezza e senza ambiguità che gli atti omosessuali sono gravemente contrari all’ordine morale naturale, distruttivi per gli individui e per la società, e che nessuna forma di unione tra persone dello stesso sesso può esser approvata in alcun modo (Congregazione per la Dottrina della Fede, 03.06.2004) 

- opporsi con fermezza e senza ambiguità a qualsiasi metodo di riproduzione artificiale, che degrada la sessualità umana separando la procreazione dall’atto sessuale e che, nella gran maggioranza dei casi, conduce direttamente alla distruzione della vita umana nelle sue prime fasi (Congregazione per la Dottrina della Fede,  Donum Vitae e Dignitatis Personae)

- affermare e difendere con fermezza e senza ambiguità il diritto alla vita di ogni bambino non ancora nato, dal momento del concepimento, e di intraprendere azioni concrete per por fine al
flagello dell’aborto in qualsiasi sua forma, compresi i metodi contraccettivi abortivi (Evangelium Vitae, Papa Giovanni Paolo II)
- affermare con fermezza e senza ambiguità il diritto dei genitori ad essere gli educatori primari dei propri figli ed adottare provvedimenti immediati per tutelare genitori e figli contro qualsiasi violazione di questo diritto, risultando ciò sempre più urgente e grave (Familiaris Consortio, Papa Giovanni Paolo II)

- individuare ed adottare con fermezza e senza ambiguità misure per porre rimedio alla minaccia rappresentata per tutti i membri della famiglia umana dalla proliferazione della pornografia, specialmente se deliberatamente rivolta ai bambini, come nel caso di molti programmi “educativi” (Catechismo della Chiesa Cattolica)
- difendere con fermezza e senza ambiguità ogni uomo ed ogni donna che siano disabili, gravi o malati terminali, oppure prossimi al termine della vita, condannando con vigore qualsiasi forma di eutanasia e di “suicidio assistito” e chiamando ad un’azione concreta per combattere tale minaccia (Evangelium Vitae, Papa Giovanni Paolo II).

Rivolgendo questo appello, Voice of the Family agisce in ottemperanza ai compiti affidati dal canone 211 del Codice di Diritto Canonico:
“Tutti i fedeli hanno il dovere ed il diritto di impegnarsi perché l’annuncio divino della salvezza si diffonda sempre più fra gli uomini di ogni tempo ed in ogni luogo”.

E’ solo attraverso la predicazione del Vangelo di Gesù Cristo nella sua pienezza che una nuova cultura della vita e dell’amore può essere fondata su basi solide tra le rovine dell’attuale cultura di
morte.
Questo manifesto è stato pubblicato dai fedeli laici dell’unione internazionale pro-life and pro-family "Voice of the Family" per adempiere alle nostre responsabilità, come indicato nel canone 212 §3 del Codice di Diritto Canonico:
"In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli Cristiani] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro
pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi ed il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente
l’utilità comune e la dignità delle persone"
(Codice di Diritto Canonico)