La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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mercoledì 27 febbraio 2019

Meglio atei?????????

'E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo.'(Papa Francesco, Udienza Generale 02.01.2019)QUI

No, Santo Padre!

Meglio cattolici che atei…

È vero che è meglio un buon ateo che un cattivo cristiano, come talvolta si sente ripetere? No, la verità è molto diversa. La religione cattolica è vera, perché Dio esiste, perché Gesù Cristo è il Figlio di Dio, perché la Chiesa, fondata da Gesù Cristo, è l’unica istituzione che conduce l’uomo alla salvezza eterna. (...)
 
Tra tutte le negazioni possibili: quella della Chiesa (come i protestanti), quella di Gesù Cristo (come gli ebrei e i musulmani) e quella di Dio (come gli atei), l’ultima è decisamente la peggiore, perché si oppone non solo alla Verità rivelata, ma alla stessa legge naturale che rende evidente agli occhi dell’uomo l’esistenza di Dio, principio e fine di tutte le cose. La Chiesa ha definito nel Concilio Vaticano I che l’uomo, col solo lume della ragione, può arrivare alla conoscenza certa di Dio, considerando le cose create, che sono un riflesso e una manifestazione delle perfezioni di Dio creatore (Denzinger-H, n. 3004).
 
L’etnologia ci dimostra che non esistono popoli senza religione. Dio è stato onorato nella storia da tutti i popoli.
 
La negazione di Dio è un’offesa alla natura dell’essere razionale. «Lo stolto pensa: Dio non c’è», dicono i Salmi, (14 (12) 1).
 
L’ateo è un insensato, perché non riconosce in ciò che lo circonda la presenza di una Causa prima da cui tutto procede. E'uno stolto perché nega la logica ed è un infelice perché è incapace di dare un senso alla propria vita.
L’ateo è colui che afferma che non esiste Dio o che comunque vive nella pratica come se Dio non esistesse. La ragione di questa negazione, teorica o pratica, deriva più frequentemente dalla volontà dell’uomo che dal suo intelletto. Sant’Alfonso de’ Liguori scrive: «È questione se ci siano o no atei d’intelletto: è certo non pertanto che ve ne sono molti di volontà, i quali, per non aver freno alle loro passioni disordinate, vorrebbero che non vi fosse Dio che li castigasse; perciò, per liberarsi da un tal timore e dai rimorsi della coscienza, questi infelici cercano di mettere in dubbio l’esistenza divina. Ma io non posso né potrò mai credere che essi giungano a persuadersi pienamente che non vi sia un Dio fattore e governatore del tutto» (Verità della fede, Tip. Luca Corretta, Monza 1831, p. 155).
 
L’idea di un ateo moralmente buono è contraddittoria. L’ateo nega la prima tavola della Legge divina e naturale, che impone di riconoscere Dio, di non nominarlo invano e di rendergli il culto dovuto. Ma, senza questo fondamento logico e metafisico, non è possibile osservare la legge morale, che costituisce la seconda tavola della Legge. Il primo principio della legge morale afferma che bisogna fare il bene ed evitare il male. Ma quale bene potrà mai fare l’uomo, se nega o ignora Dio, sommo bene e causa e radice di ogni altro bene? «Se Dio non esiste, tutto è permesso» afferma Dostoevskij nei Fratelli Karamazov (1880).
 
Il nichilismo filosofico e morale è la conseguenza necessaria dell’ateismo. (...)
Naturalmente anche un ateo, fino al momento della morte, si può convertire, ma, se non si converte, è dannato e soffrirà per l’eternità l’assenza di quel Dio che ha rifiutato sulla terra.
 
Chi invece ha la fede cattolica deve ringraziare Dio per la straordinaria grazia ricevuta, perché cammina sulla strada dell’eterna salvezza. Il battesimo cancella il peccato originale, ma non ne annulla le conseguenze. Per tutta la vita il cattolico dovrà combattere contro la carne, il mondo e il demonio. Ma egli sa che, anche se cadrà, ha l’immensa grazia della Penitenza, un Sacramento che gli permette di riconciliarsi con Dio e di ritrovare la grazia perduta.
Ci sono cattolici ipocriti che non amano né Dio né il loro prossimo? Può essere, ma si deve presumere che non sia la regola e ciò che ad essi si deve chiedere è di essere coerenti con la propria fede, di trasformare un cristianesimo esteriore in un Cristianesimo interiore, di vivere come dicono di pensare, se non vogliono finire col pensare come vivono. Il rischio che essi corrono è di diventare atei, proprio perché sono cattivi cristiani.
 
Esistono certamente cattivi cattolici, ma esistono innanzitutto buoni cattolici, di cui i santi sono un modello. Non esistono invece “buoni atei”: non esiste una “santità” laica o secolarista, come vorrebbero illuministi e massoni. Nei loro laboratori ideologici è nata la parola d’ordine secondo cui il buon ateo è meglio del cattivo cattolico.
 
Ma a che servono tanti sforzi per osservare la legge divina, se chi non la osserva, perché non crede in Dio, è migliore di chi, per osservarla, cade e faticosamente si rialza? La tesi illuministica è che gli atei dovrebbero essere orgogliosi del loro ateismo e i cattolici vergognarsi della loro fede, perché in realtà Dio non esiste.(...)
 
Gli atei, afferma Pio XII, «soffrono lo spasimo di un esilio, l’isolamento dall’universo, il vuoto di un deserto, a cui da sé stessi si sono condannati, accettando l’ateismo. Per loro non vi è che un rimedio, il ritorno: ritorno alla riflessione e al buon senso umano, ritorno alla ricerca profonda e serena della ragione delle cose, risalendo grado per grado la scala del Creato dall’effetto alle cause, finché non riposi pienamente appagata la mente investigatrice; ritorno infine alla umiltà e alla docilità della creatura» (Radiomessaggio natalizio del 23 dicembre 1949 in Discorsi e Radiomessaggi, vol. XI, pp. 330-331).
 
Il testo completo QUI
 
Tratto da Radici Cristiane n.140 - gen/feb 2019
Roberto de Mattei

martedì 26 febbraio 2019

Il celibato ecclesiastico

Il celibato ecclesiastico costituisce, per la Chiesa, un tesoro da custodire con ogni cura e da proporre soprattutto oggi come segno di contraddizione per una società bisognosa di essere richiamata ai valori superiori e definitivi dell’esistenza

Le difficoltà presenti non possono far rinunciare a tale prezioso dono che la Chiesa ha fatto suo, ininterrottamente, fin dal tempo apostolico, superando altri momenti difficili che ne ostacolavano il mantenimento.

Occorre leggere anche oggi le situazioni concrete con fede ed umiltà senza privilegiare criteri di tipo antropologico, sociologico o psicologico, che mentre danno l’illusione di risolvere i problemi, in realtà finiscono per ampliarli a dismisura.

La logica evangelica, provata dai fatti, dimostra chiaramente che i più nobili traguardi sono sempre ardui da conseguire.

Bisogna perciò ardire, mai ripiegare!
 
E' allora sempre urgente imboccare la strada di una coraggiosa e incisiva pastorale vocazionale, sicuri che il Signore non farà mancare operai alla Sua messe se ai giovani saranno offerti alti ideali ed esempi concreti di austerità, coerenza, generosità e dedizione incondizionate. 
 
(DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II  AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA  DELLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO Venerdì, 22 ottobre 1993)

mercoledì 6 febbraio 2019

O Roma, o Roma!


'Dal pontificato di Pio XII molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere portando via da Roma lo splendore ed il mistero'.

(Alec Guinnes 'Blessings in disguise' 1985)

venerdì 11 gennaio 2019

Il parto mistico della Vergine Maria

 
Ecco la straordinaria testimonianza di Santa Brigida, relativa alla nascita di Gesù, descritta in seguito ad un'esperienza mistica avuta a Betlemme, dove la Vergine Maria le mostrò apertamente come aveva partorito il suo glorioso Figlio.
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Mentre ero nel Presepe del Signore in Betlemme, vidi una bellissima Vergine gestante, vestita d'un mantello bianco e di una tunica sottile, attraverso la quale potevano vedersi le sue carni virginee. Il suo grembo era ingrossato e molto tumido, perché prossima al parto. Con lei era un certo dignitosissimo vecchio e con loro due, un bove e un asino. Ed entrarono nella grotta. Quel vecchio, legati il bove e l'asino alla mangiatoia, uscì fuori e portò alla Vergine un lume acceso e lo fissò al muro e uscì fuori per non essere presente al parto. Quella Vergine dunque si tolse allora i calzari dai piedi e il mantello bianco, di cui era coperta, rimosse il velo dal capo e, tutto ciò deposto là presso, rimase con la semplice tunica, con i capelli bellissimi, biondi come oro, sparsi sopra le spalle. Mise allora fuori due sottili pannolini di lino e due bianchissimi pannolini di lana, che portava con sé per avvolgervi il bambino e due altri più piccoli per coprirlo e fasciargli il capo: e se li pose vicino per potersene servire a suo tempo.

Quando tutto fu pronto, la Vergine si mise con grande devozione in preghiera in ginocchio, avendo il dorso verso la mangiatoia, il volto invece rivolto al cielo, verso oriente. Alzando quindi le mani e con gli occhi fissi al cielo, stava come estatica e sospesa in contemplazione, inebriata da divina dolcezza.
E così stando lei in preghiera, vidi allora muoversi Colui che giaceva nel grembo di lei e subito, d'un tratto, all'istante, partorì il Figlio, dal quale usciva tanta ineffabile luce e tanto splendore, da non poterglisi paragonare il sole, né quel lume, posto dal vecchio, non dava luce alcuna, sopraffatta totalmente com'era la sua luce materiale da quello splendore divino. Fu così improvviso e istantaneo quel parto, ch'io non potei avvertirne e comprenderne il modo e il luogo. Ma vidi subito giacer in terra e splendidissimo quel glorioso Bambino, le cui carni erano monde da ogni macchia o immondizia. Vidi anche presso di lui deposta e piegata e molto splendente la placenta. Udii allora il canto degli Angeli di meravigliosa soavità e di grande dolcezza. E subito il ventre della Vergine, che prima del parto era tumidissimo, si ritrasse e si vedeva ora il suo corpo mirabilmente bello e delicato.

Quando dunque la Vergine s'accorse d'aver partorito, chinò il capo e, congiunte le mani con grande dignità e devozione, adorò il Bambino e gli disse: 'Benvenuto, Dio mio e Signor mio e Figlio mio'. E il bambino allora gemendo e un po' tremante per il freddo e per la durezza del pavimento ove giaceva, si voltava un poco e stendeva le membra, come cercando sollievo; la Madre allora lo prese fra le mani e se lo strinse al petto e lo riscaldava col petto e con la guancia, con grande gioia e tenera compassione materna.
Seduta in terra, si pose il Figlio suo in grembo e ne prese fra le dita l'ombelico, che subito si staccò, senza che ne uscisse alcun liquido né sangue. E subito cominciò ad avvolgerlo diligentemente. Dapprima con i pannolini di lino, poi con quelli di lana, fasciandogli il corpicino, le gambe e le braccia con una fascia tessuta in quattro punti della parte superiore d'uno dei pannolini di lana. Poi lo ravvolse, fasciando la testa del bambino con i due pannolini di lino, che aveva per l'appunto preparati.
 
Ciò fatto, entrò il vecchio e, prostratosi con le ginocchia a terra, lo adorò, sospirando dalla gioia. Né al parto s'era la Vergine cambiata di colore né apparve spossata né le mancarono le forze, come suole accadere alle altre partorienti; solo che da tumido che era, tornò al suo stato naturale il grembo, nel quale era stato concepito il Bambino.
Alzatosi allora, avendo fra le braccia il Bambino, insieme, lei cioè e Giuseppe, lo adorarono con immensa gioia e letizia.
 
(Rivelazioni di santa Brigida di Svezia)

venerdì 21 dicembre 2018

L' "ecumenismo" di san Tommaso

Il 21 dicembre il calendario del Vetus Ordo ricorda san Tommaso, l’Apostolo che dubitò della Resurrezione di Gesù Cristo (Gv 20, 24-29). Quanti oggi dubitano e sono increduli di fronte ad una Chiesa che non annuncia più la Buona Novella e non chiede più alle persone di convertirsi a Cristo, bensì all’ecumenismo, al pluralismo, al globalismo, alla multietnicità? San Tommaso vide e toccò le piaghe del Salvatore, poi credette.
 
Nella situazione in cui ci troviamo sarebbe più semplice credere nella resurrezione di Cristo, come hanno fatto le moltitudini di generazioni di cristiani, dopo secoli e secoli di attesa dell’arrivo del Messia in terra da parte del popolo eletto, piuttosto che credere nell’ecumenismo che dal Concilio Vaticano II accademici e teologi, compresi i Pontefici, cercano di propinare in tutti i modi alle anime, ora più che mai assetate di Verità, serietà, certezze evangeliche, unità in Colui che è il Figlio di Dio, Uno e Trino. Infatti i fautori dell’ecumenismo continuano a lamentare una mancanza di risultati.
Parole vuote ed erronee si sono accumulate a dismisura in questi cinquant’anni, perciò la gente continua ad essere distante da queste argomentazioni, così come risulta dal libro di don Vincent Chukwumamkpam Ifeme (docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Redemptoris Mater di Ancona e direttore dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso), prefato da Riccardo Burigana, Direttore del Centro Sudi per l’Ecumenismo in Italia (Venezia).
Il testo non è propositivo, ma impositivo, come risulta già dal titolo: L’ecumenismo non è opzionale (San Paolo), che si propone di spiegare in maniera divulgativa il concetto ecumenico per metterlo in pratica, diffonderlo e, quindi, farne oggetto di missione.
Si legge nella prefazione che Papa «Francesco ha moltiplicato incontri e interventi per promuovere la crescita della comunione come primo e irrinunciabile passo per la costruzione dell’unità visibile. Le sue parole e i suoi gesti hanno aperto nuovi orizzonti […]. Va sottolineato che le nuove prospettive di una testimonianza ecumenica potranno coinvolgere anche le altre religioni nella costruzione di una cultura dell’accoglienza, radicata nell’ascolto e nel dialogo, e della pace, fondata sulla riconciliazione della memoria e sull’esercizio della giustizia.»
La Chiesa è missionaria quando insegna la dottrina e il catechismo, non quando stabilisce interscambi con false religioni, comprese quelle protestanti. Quando san Tommaso riconobbe Gesù andò a predicare il Vangelo e a convertire, mettendo a rischio la propria vita: se Cristo era stato messo a morte per aver rivelato la Verità, gli apostoli del tempo e quelli futuri, chiamati a predicare e a battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, fino alla fine del mondo, venivano e saranno sempre chiamati a seguire il loro Maestro a discapito anche della propria vita, come hanno fatto i tanti e tanti martiri della Storia della Chiesa.
Cristo e i suoi discepoli non hanno mai perso tempo nell’ascoltare i pagani o i credenti di altre religioni: hanno utilizzato il prezioso tempo in terra per convertire, e quando si sono fermati in questa missione cristologica lo hanno fatto unicamente perché è stato loro impedito con la forza. Tommaso, dopo la sua conversione, seminò la Verità che ormai possedeva e, misericordiosamente, andò a gridarla oltre i confini dell’Impero romano, in Persia e in India, dove fondò la prima comunità cristiana. 
 
(Articolo di Cristina Siccardi)
L'intero articolo con la bella storia della vita di san Tommaso Apostolo QUI 

giovedì 20 dicembre 2018

Veni, Veni, Emmanuel!

 
Véni, véni, Emmánuël;

Captívum sólve Israël,

Qui gémit in exílio

Privátus Déi Fílio.

Gáude! Gáude! Emmánuël,

Nascétur pro te, Israël!



Véni, véni, O Oriens;

Soláre nos advéniens;

Noctis depélle nébulas,

Dirásque noctis ténebras.

Gáude! Gáude! Emmánuël,

Nascétur pro te, Israël!


Véni, O Jesse Virgula;

Ex hostis tuos úngula,

De specu tuos tártari

Educ, et antro bárathri.

Gáude! Gáude! Emmánuël,

Nascétur pro te, Israël!



Véni, Clávis Davídica!

Régna reclúde caélica;

Fac íter tútum súperum,

Et cláude vías ínferum.

Gáude! Gáude! Emmánuël,

Nascétur pro te, Israël!


Véni, Véni, Adónai!

Qui pópulo in Sínai,

Légem dedísti vértice,

In majestáte glóriae.

Gáude! Gáude! Emmánuël,

Nascétur pro te, Israël!
 
 

lunedì 17 dicembre 2018

I sacrilegi dei nostri alti prelati

La perdita del sacro conduce perfino al sacrilegio. (...)
Chiese e cattedrali sono state date in concessione alla dissolutezza, a lordure di ogni genere; e il clero locale non ha indetto cerimonie di espiazione, ma solo gruppi di fedeli si sono giustamente rivoltati a questi scandali. Come fanno i vescovi ed i preti che hanno favorito queste aberrazioni a non temere d'attirare su se stessi e sull'insieme del loro popolo la maledizione divina? Essa appare già nella sterilità che colpisce le loro opere.
 
Mons. Marcel Lefebvre
(cap. III dal libro 'Lettera aperta ai cattolici perplessi', 1987)
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Ormai le profanazioni delle Chiese con spettacoli, a dir poco, fuori luogo, blasfemi e sacrileghi, avvengono in ogni parte d'Europa, Italia compresa. Gli scandali perpetrati dagli uomini di Chiesa, soprattutto da cardinali e vescovi, sono un vero e proprio insulto al Signore ed alle cose sacre, meritano il giusto sdegno ed attirano la terribile punizione da Dio che non si farà attendere. Imploro gli alti prelati di smettere di offendere Dio e la Sua Chiesa.
 
Mons. Lefebvre aveva ragione! Già nel 1987 scriveva di chiese e cattedrali date in concessione alla dissolutezza, ma forse neanche lui poteva immaginare fin dove ci si sarebbe spinti......
 
Possiamo renderci conto dell'ultimo e ripugnante scandalo avvenuto nella Cattedrale di Vienna
QUI 
 
 
 

lunedì 10 dicembre 2018

Chi ha orecchi.....

 
Cari Pastori della Chiesa Cattolica Apostolica Romana , mi rivolgo a voi con le parole di un uomo che la Chiesa di Cristo ha proclamato santo, dunque se la parola 'santità' ha ancora il significato di sempre e se questa Chiesa è ancora creduta quella di Cristo, la cui incarnazione ha portato salvezza e luce nel mondo, non potete avere orecchi che non odono ed occhi che non vedono; A voi rivolgo le parole di sant'Atanasio, taglienti e penetranti come lama affilata:
 
 «Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l’uomo e l’umanità. Portate il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo».
 
 
 
 
 

giovedì 6 dicembre 2018

Un punto di vista diverso

La tradizione rappresenta l'unico futuro possibile per la Chiesa. Don Fausto Buzzi ha le idee chiare. Sacerdote della Fraternità San Pio X, la stessa fondata da Marcel François Lefebvre il primo novembre del 1970 in seguito al Concilio Vaticano II, Buzzi oggi è assistente del superiore italiano. Ha militato per alcuni anni nell'associazione Alleanza Cattolica. Poi, nel 1972, l'incontro con Monsignor Lefebvre e l'ingresso nel seminario di Ecône. In questa intervista esclusiva, il sacerdote della San Pio X ha parlato, tra i punti affrontati, del ricongiungimento dottrinale col Vaticano.

Cosa divide ancora la comunità San Pio X dalla Chiesa cattolica?
"E’ bene precisare che la Fraternità S Pio X non ha niente che la divide dalla Chiesa cattolica. Noi siamo uniti alla Chiesa cattolica e non ci siamo mai separati da essa malgrado le divergenze con le autorità della Chiesa. Ora queste divergenze non vengono da noi. Mons. Lefebvre diceva sempre che lo condannavano per quello per cui prima i Papi lo lodavano, in particolare Pio XII. E’ Roma che ha cambiato e con il Concilio Vaticano II si è allontanata dalla plurisecolare Tradizione della Chiesa. Per essere sintetici si può dire che ciò che ci divide con Roma sono dei gravi e fondamentali problemi dottrinali".

Un parroco cattolico una volta mi ha detto: "Si fa un gran parlare di scisma, ma questi non hanno la caratura teologica di Marcel Lefebvre". E' così?
"Molti criticano o condannano la Fraternità S. Pio X senza conoscerla e senza capire i motivi gravi che la mettono in condizione di ostilità con le autorità ecclesiastiche. Oggi molti, sacerdoti e laici, cominciano a domandarsi che cosa stia succedendo nella Chiesa e aprono gli occhi sul fatto che coloro che sono stati etichettati per molti anni come scismatici forse sono coloro che sono rimasti i più fedeli alla Chiesa cattolica e, paradossalmente, i più fedeli al papato. Nei nostri seminari Mons. Lefebvre ha voluto che si studiasse la Summa di S. Tommaso d’Aquino e sugli altri testi classici della teologia. Le assicuro che per noi è stata una grade grazia ricevere una così profonda e solida formazione".

Qual è la vostra opinione su Papa Francesco?
"Per noi Papa Francesco non è né peggiore né migliore degli altri papi del Concilio e del post Concilio. Lui lavora nello stesso cantiere inaugurato da Giovanni XXIII, quello dell’autodemolizione della Chiesa cattolica per costruirne un'altra che fosse conforme allo spirito liberale del mondo. Anzi le dirò di più: l’attuale Papa non è così responsabile come lo è stato Paolo VI. Questo Papa ha fatto il Concilio, lo ha finito, e ha fatto tutte le riforme. Ora tutto questo è la causa della gravissima crisi che vediamo nella Chiesa. Certo i gesti e le parole di papa Francesco sembrano più gravi di quelli dei suoi predecessori. Ma non è cosi. Oggi è l’effetto mediatico che fa molto più cassa di risonanza che una volta. Nella sostanza però gli atti di Paolo VI sono molto più gravi di quelli di Francesco".

Però Bergoglio sembra aver fatto dei passi avanti nei vostri confronti...
"Certo non ha fatto passi dottrinali in avanti nei nostri confronti. Egli però ci considera una realtà della “periferia”. Come tali siamo oggetto di certe sue benevolenze. Quando era cardinale a Buenos Aires un nostro sacerdote gli portò da leggere la vita del nostro fondatore. Lui la lesse e ne rimase seriamente impressionato forse anche questo ha contribuito a fargli avere un occhio di riguardo nei nostri confronti. Molti si domandano però perché non è stato così benevolo con i Francescani dell’Immacolata che stavano decisamente abbracciando la tradizione cattolica. Anzi in questo caso, a scapito della misericordia, li ha trattati duramenti e con estrema severità".

Molti vi considerano gli "estremisti" della fede...
"Guardi che la fede è una virtù teologale, e una virtù teologale può crescere all’infinito perché l’oggetto è Dio stesso e quindi non c’è limite nelle fede. In questo senso sarebbe virtuoso essere estremisti. Detto questo le posso citare le parole di nostro Signore quando dice ad esempio “Chi non è con me è contro di me” o le parole di S. Pietro “non c’è altro nome [Gesù Cristo] sotto il cielo che ci possa salvare”. Mi dica un po’ lei se queste non sono parole “estremiste”. Se poi consideriamo i martiri che sono morti piuttosto che tradire la loro fede, come li giudichiamo? Estremisti? Mi pare che si stia perdendo il senso della fede".

Cosa ne pensa del dibattito dottrinale attorno ad "Amoris Laetitia"?
"Vede con questa domanda mi spinge a ripetermi. Se da una parte sono state lodevoli tutte le iniziative per far correggere questo documento e difendere la famiglia cristiana indissolubile e sacralizzata da un sacramento, il vero problema però è a monte. Lei sa dove affondano le radici di Amoris Laetitia? Le troviamo in un documento del Concilio 'Gaudium et Spes'. Quindi come le dicevo la spaventosa crisi nella Chiesa è da ricondurre al suo DNA ossia al Vaticano II. Pensi un po’ se invece della 'Gaudium et Spes' fosse stata pubblicata al suo posto l’Enciclica di Pio XI 'Casti Connubi', avremmo oggi il catastrofico Amoris Laetitia? Non credo proprio".

E sulla riabilitazione di Lutero?
"Cosa vuole che le dica? Riabilitare il più grande eresiarca della storia, colui che ha laicizzato tutta la religione cristiana, che ha fatto perdere alla Chiesa popoli interi, è un suicidio dottrinale e un falso storico. La riabilitazione di Lutero fa parte dell’utopia ecumenica di questi ultimi 50 anni. Un'utopia che porta i cattolici ad una apostasia ormai non più silenziosa ma assordante. Consiglio di leggere un nuovo libro su Lutero uscito da poco: “Il vero volto di Lutero” edizioni PIANE, scritto da un nostro sacerdote professore di ecclesiologia al seminario di Ecône. Leggendo questo libro si capirà l’assurdità di questa pretesa riabilitazione".

Vede possibile, in futuro, il ricongiungimento dottrinale tra voi e il Vaticano?
"Non sono profeta. Ci auguriamo che questo avvenga soprattutto per la salvezza di tante anime che rischiano di perdersi per l’eternità. Ma se mi permette vorrei dirle quello che oggi possiamo fare per contribuire al trionfo della tradizione nella Chiesa. Dobbiamo noi stessi, ogni cattolico, vescovi, sacerdoti fedeli, ritornare alla tradizione cattolica di sempre, e nessuno deve temere di sentirsi contro le autorità della Chiesa. Perché di fatto non è andare contro, ma al contrario è il modo più efficace per aiutarle a capire che si deve tornare alla tradizione che è l’unico e solo futuro della Santa Chiesa".
 

sanpiox.it - Intervista di Francesco Boezi - Il Giornale -
2 febbraio 2018

martedì 4 dicembre 2018

Quanto rumore per una candelina!

A Katowice in Polonia va in onda la Cop24, ovvero la 24esima Conferenza delle parti che hanno aderito alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) entrata in vigore nel 1994. Ed è iniziato il bombardamento propagandistico, una sorta di 'terrorismo' climatico, politico e mediatico che mette sotto pesante accusa le emissioni di Anidride Carbonica (CO2) e, di conseguenza, le attività degli esseri umani. Si dice che l’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera sia arrivata alla cifra record di 405.5 ppm (parti per milione), livello mai raggiunto negli ultimi 3-5 milioni di anni. Ma questi numeri sono davvero così allarmanti? Le previsioni catastrofiche si basano su teorie che ancora devono essere dimostrate, mentre tanti scienziati hanno già smontato la teoria del riscaldamento globale antropogenico.
Alcuni scienziati italiani hanno scritto un libro proprio per sfatare questo infausto mito ed ecco cosa scrivono a proposito di anidride carbonica, la famigerata CO2:
 
"oggi la concentrazione nell’atmosfera è appena sopra le 400 parti per milione (ppm), prima della rivoluzione industriale era circa 300. L’aumento in questi anni è stato perciò di 100 ppm, che si vorrebbe tutti imputati alle attività umane. Ma mentre la concentrazione di CO2  è aumentata in modo lineare, il grande salto nell’uso dei combustibili fossili avviene dopo la Seconda guerra mondiale, e la temperatura ha avuto molti alti e bassi. Basti ricordare che negli anni ’70 gli allarmi sul clima riguardavano una prossima era glaciale e non il riscaldamento.
 
Rimanendo però alla concentrazione, davvero queste 400 ppm sono tantissime? E lo scarto di 100ppm dall’inizio della Rivoluzione industriale? Riporto questo paragone: «Il tinello di casa vostra sarà 100 metri cubi, cioè 100 mila litri: 100 ppm fanno 10 litri. Ma 10 litri di gas alle ordinarie condizioni di pressioni e temperatura consistono in meno di una mezza mole di gas. Nel caso della CO2 mezza mole di carbonio significa sei grammi di carbonio, che è il carbonio contenuto in una candelina da torta di compleanno.
Riassumiamo: tutte le attività dell’intera umanità degli ultimi 160 anni hanno comportato nel tinello di casa vostra un aumento di CO2 pari a quello che si ottiene bruciando una candelina. Questa è la consistenza del fenomeno di cui tanto si parla...."
(AA.VV. Clima, basta catastrofismi-Riflessioni scientifiche su passato e futuro)

venerdì 16 novembre 2018

La rivoluzione di Lutero

C’è grande confusione oggi nel parlare di Lutero, e bisogna dire chiaramente che dal punto di vista della teologia dogmatica, dal punto di vista della dottrina della Chiesa non fu affatto una riforma, ma una rivoluzione, cioè un cambiamento totale dei fondamenti della fede cattolica. Non è realistico sostenere che la sua intenzione fosse solo di lottare contro alcuni abusi delle indulgenze o contro i peccati della Chiesa rinascimentale. Abusi e azioni cattive sono sempre esistite nella Chiesa, non solo nel Rinascimento, e anche oggi ci sono. Siamo la Chiesa santa a causa della Grazia di Dio e dei sacramenti, ma tutti gli uomini di Chiesa sono peccatori, tutti hanno bisogno del perdono, della contrizione, della penitenza.
 
Questa distinzione è molto importante. E nel libro scritto da Lutero nel 1520, “De captivitate Babylonica ecclesiae”, appare assolutamente chiaro che Lutero abbia lasciato dietro di sé tutti i principi della fede cattolica, della Sacra Scrittura, della Tradizione apostolica, del magistero del Papa e dei Concili, dell’episcopato. In questo senso ha stravolto il concetto di sviluppo omogeneo della dottrina cristiana, così come spiegato nel Medioevo, arrivando a negare il sacramento quale segno efficace della grazia che vi è contenuta; ha sostituito questa efficacia oggettiva dei sacramenti con una fede soggettiva. Qui Lutero ha abolito cinque sacramenti, ha anche negato l’Eucarestia: il carattere sacrificale del sacramento dell’Eucarestia, e la reale conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. E ancora: ha definito il sacramento dell’ordine episcopale, il sacramento dell’ordine, una invenzione del Papa - definito l’Anticristo - e non parte della Chiesa di Gesù Cristo. Noi diciamo invece che la gerarchia sacramentale, in comunione con il successore di Pietro, è elemento essenziale della Chiesa cattolica, non solo un principio di una organizzazione umana.
Per questo non possiamo accettare che la riforma di Lutero venga definita una riforma della Chiesa in senso cattolico. Quella cattolica è una riforma che è un rinnovamento della fede vissuta nella grazia, nel rinnovamento dei costumi, dell’etica, un rinnovamento spirituale e morale dei cristiani; non una nuova fondazione, una nuova Chiesa.
 
È perciò inaccettabile affermare che la riforma di Lutero «fu un evento dello Spirito Santo». È il contrario, fu contro lo Spirito Santo. Perché lo Spirito Santo aiuta la Chiesa a conservare la sua continuità tramite il magistero della Chiesa, soprattutto nel servizio del ministero Petrino: su Pietro solo Gesù ha fondato la Sua Chiesa (Mt 16,18) che è «la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» ( 1Tim 3,15). Lo Spirito Santo non contraddice se stesso.
 
Si sentono tante voci che parlano troppo entusiasticamente di Lutero, non conoscendo esattamente la sua teologia, la sua polemica e gli effetti disastrosi di questo movimento che ha rappresentato la distruzione dell’unità di milioni di cristiani con la Chiesa cattolica. Noi possiamo valutare positivamente la sua buona volontà, la lucida spiegazione dei misteri della fede comune ma non le sue affermazioni contro la fede cattolica, soprattutto per quel che riguarda i sacramenti e la struttura gerarchica-apostolica della Chiesa.
Non è corretto neanche affermare che Lutero avesse inizialmente buone intenzioni, intendendo con ciò che fu poi l’atteggiamento rigido della Chiesa a spingerlo sulla strada sbagliata. Non è vero: Lutero aveva sì intenzione di lottare contro il commercio delle indulgenze, ma l’obiettivo non era l’indulgenza come tale ma in quanto elemento del sacramento della penitenza.

Non è neanche vero che la Chiesa abbia rifiutato il dialogo: Lutero ebbe prima una disputa con Giovanni Eck, poi il Papa inviò come legato il cardinale Gaetano per dialogare con lui. Si può discutere sulle modalità ma quando si tratta della sostanza della dottrina, si deve affermare che l’autorità della Chiesa non ha commesso errori. Altrimenti si deve sostenere che la Chiesa abbia insegnato per mille anni errori nella fede, quando sappiamo – e questo è elemento essenziale della dottrina – che la Chiesa non può errare nella trasmissione della salvezza nei sacramenti.

 
Non si deve confondere sbagli personali, i peccati delle persone della Chiesa con errori nella dottrina e nei sacramenti. Chi lo fa crede che la Chiesa sia solo una organizzazione fatta di uomini e nega il principio che Gesù stesso abbia fondato la sua Chiesa e la protegga nella  trasmissione della fede e della Grazia nei sacramenti tramite lo Spirito Santo.

La Sua Chiesa non è un’organizzazione solo umana: è il corpo di Cristo, dove c’è la infallibilità del Concilio e del Papa in modalità precisamente descritte.

Tutti i concili parlano della infallibilità del magistero, nella proposizione della fede cattolica. Nella confusione odierna in tanti sono arrivati invece a capovolgere la realtà: ritengono il papa infallibile quando parla privatamente, ma poi quando i papi di tutta la storia hanno proposto la fede cattolica dicono che è fallibile.
 
Certo, sono passati 500 anni, non è più il tempo della polemica ma della ricerca della riconciliazione: non però a costo della verità.

Non si deve fare confusione. Se da una parte dobbiamo saper cogliere l’efficacia dello Spirito Santo in questi altri cristiani non cattolici che hanno buona volontà, che non hanno commesso personalmente questo peccato della separazione dalla Chiesa, dall’altra non possiamo cambiare la storia, ciò che è successo 500 anni fa. Una cosa è il desiderio di avere buone relazioni con i cristiani non cattolici di oggi, al fine di avvicinarci a una piena comunione con la gerarchia cattolica e con l’accettazione anche della tradizione apostolica secondo la dottrina cattolica; un’altra cosa è l’incomprensione o la falsificazione di ciò che è successo 500 anni fa e dell’effetto disastroso che ha avuto. Un effetto contrario alla volontà di Dio: «...Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anche essi in noi, perchè il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gio 17, 21).
 
«Quella di Lutero? Non fu riforma, ma rivoluzione»
Card. Gerhard L. Müller

lunedì 12 novembre 2018

Il Papa: tra autorità ed obbedienza


Pubblichiamo la traduzione di una riflessione sull'autorità del Papa nella Chiesa scritta dal cardinale Gerhard Müller e pubblicata su First Things il 16 gennaio 2018.
 
Come sono correlati tra loro il Magistero del papa e la Tradizione della Chiesa? Quando interpreta le parole di Gesù, il papa deve essere in continuità con la Tradizione ed il Magistero precedente, incluso quello dei papi più recenti? O è piuttosto la Tradizione della Chiesa a dover essere reinterpretata alla luce delle nuove parole del papa? Che cosa accade se ci sono delle contraddizioni?
 
Per rispondere a queste domande, sembra pertinente iniziare con una importante Lettera Apostolica che papa Pio IX inviò all’episcopato tedesco, il 4 marzo 1875. Nella sua lettera, il Papa precisava che i vescovi tedeschi avevano interpretato il dogma dell’infallibilità pontificia e del primato petrino in perfetta armonia con le definizioni del Concilio Vaticano I. Ad aver provocato la lettera del Papa fu la circolare del Cancelliere tedesco Bismarck, che fraintese gravemente questo dogma per giustificare la feroce persecuzione dei cattolici tedeschi nella cosiddetta Kulturkampf o “battaglia culturale”.

Secondo Pio IX, nella loro risposta alla provocazione di Bismarck, i vescovi tedeschi avevano chiaramente mostrato che «non c’è assolutamente nulla nelle definizioni prese di mira che sia nuovo o che cambi qualcosa circa le nostre relazioni con i governi civili o che possano offrire un pretesto per proseguire nella persecuzione della Chiesa». Per poter valutare gli eventi, bisogna certamente tener presenti i presupposti culturali a partire dai quali Bismarck e i suoi liberali “guerrieri culturali” hanno agito.

Sebbene essi avessero in gran parte abbandonato il contenuto religioso della Riforma Protestante, che aveva segnato il loro paese, avevano invece ampiamente mantenuto i relativi pregiudizi contro la Chiesa cattolica. Secondo loro, l’ufficio magisteriale esercitato dal papa e dai concili della Chiesa pretendeva un’autorità maggiore di quella della stessa Parola di Dio. Non solo il magistero della Chiesa finiva per intralciare il rapporto immediato del fedele con Dio, ma si ergeva anche come elemento estraneo tra i cittadini e lo stato - uno stato, certamente, che nel caso della Prussia della fine del XIX secolo si attribuiva un’autorità assoluta, distaccata anche dalla legge morale naturale.
 
Bismarck e i suoi sostenitori erano convinti che l’autorità del papa si estendesse fino a poter inventare arbitrariamente ed anche imporre dottrine e pratiche alla Chiesa universale, inclusi i cittadini cattolici tedeschi, che allora sarebbero stati vincolati ad aderire ad esse sotto la minaccia della scomunica e della perdita della vita eterna.

Contro questa totale caricatura della pienezza del potere del papa, i vescovi tedeschi sottolinearono che «in tutti gli aspetti essenziali la costituzione della Chiesa si basa su ordini divini, e pertanto non è soggetta ad arbitrarietà umane». Quanto ad essi, «l’opinione secondo cui il papa è ‘un sovrano assoluto a motivo della sua infallibilità’ si basa su una comprensione totalmente falsa del dogma dell’infallibilità pontificia». Infatti, il Magistero del papa «è limitato ai contenuti della Sacra Scrittura e della tradizione ed anche ai dogmi precedentemente definiti dall’autorità magisteriale della Chiesa».
 
Il fatto è che la funzione di insegnare detenuta dal Papa e dai vescovi in comunione con lui è un ministero a servizio della Parola di Dio, una Parola che è divenuta carne in Gesù Cristo. Cristo è perciò l’unico Maestro (cf. Mt. 23, 10), che ci insegna le “parole di vita eterna” (Gv. 6, 68). In relazione a lui, Pietro, gli apostoli e tutti i battezzati sono fratelli e sorelle dell’unico Padre celeste.
 
Senza pregiudicare il fatto che tutti i credenti sono fratelli e sorelle, Gesù ha scelto alcuni tra i suoi molti discepoli per essere i suoi apostoli, dando loro l’autorità di insegnare e governare.

Egli ha affidato loro “il messaggio di riconciliazione”, così che essi agiscano realmente nella persona di Cristo per la salvezza del mondo (cf. 2Cor. 5, 19f).

Il Signore risorto, al quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra, manda i suoi apostoli in tutto il mondo per fare discepoli da tutte le nazioni e battezzarli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Incaricando i suoi apostoli, Gesù incarica anche i loro successori, cioè i vescovi, insieme con il successore di Pietro, il papa, come loro capo.

Il mandato che Cristo conferisce loro è di “insegnar loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato” (Mt. 28, 20). In questo modo egli chiarisce che il contenuto dell’insegnamento degli apostoli - il criterio di verità di quanto essi diranno - è il suo stesso insegnamento. La certezza della fede cristiana riposa in ultimo sul fatto che la parola umana degli apostoli e dei vescovi è la divina Parola di salvezza, non prodotta ma piuttosto testimoniata mediante una mediazione umana (cf. 1Ts. 2, 13).
 
Fin dai tempi di Ireneo di Lione nel secondo secolo, è andata saldamente consolidandosi una terminologia secondo la quale il contenuto della rivelazione si trova nella Sacra Scrittura e nella Tradizione Apostolica. Questa rivelazione è autorevolmente proclamata dal Magistero della Chiesa costituito dal papa e dai vescovi in comunione con lui. Contrariamente al principio protestante del sola scriptura (solo la Scrittura), il Concilio di Trento «giudicare il vero senso e la vera interpretazione della Sacra Scrittura – e...nessuno osi interpretare la Scrittura in un modo contrario al consenso unanime dei Padri».
  
Il Concilio Vaticano II riprende questa modalità fondamentale di interpretare la fede cattolica e, a partire da essa, conclude: «Il magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio» (Dei Verbum, 10).
 
C’è accordo tra tutti i cristiani nel ritenere che la Sacra Scrittura sia Parola di Dio. Ma dal momento che questa Parola viene trasmessa con un linguaggio umano, essa non ha quell’evidenza (quoad se - in se stessa) che i protestanti vogliono attribuirle. C’è invece bisogno di un’interpretazione umana da parte dei maestri della fede, la cui autorità proviene dallo Spirito Santo.

Riguardo a coloro che ascoltano la Parola di Dio, questi maestri rappresentano la stessa autorità di Dio, avvalendosi di parole e di decisioni umane (quoad nos – per noi). Il compito dell’insegnamento autorevole e del governo non può essere lasciato unicamente al singolo fedele che nella propria coscienza giunge ad accettare una certa verità. Dopotutto la rivelazione è stata affidata alla Chiesa nel suo insieme. Quindi, il Magistero è una parte essenziale della missione della Chiesa. Solo con l’aiuto del magistero vivente del papa e dei vescovi la Parola di Dio può essere trasmessa nella sua integrità ai fedeli e a tutte le persone di ogni tempo e luogo.

Nel nostro credo noi professiamo la nostra fede usando parole umane. Queste parole sono soggette ad un certo cambiamento, per quanto concerne la modalità espressiva. Ciò è possibile e a volte è necessario, dal momento che, come afferma chiaramente S. Tommaso, «l’atto del credente non si ferma all’enunciato, ma va alla realtà» (S. Th. II-II, q. 1, a. 2, ad. 2). Dato che l’insegnamento degli apostoli - e anche l’insegnamento della Chiesa - è la Parola di Dio trasmessa mediante le parole di esseri umani, la Parola di Dio si delinea e si sviluppa nella consapevolezza della Chiesa della propria fede, abbastanza analogamente al modo in cui ciascuno dei fedeli è soggetto ad uno sviluppo spirituale e storico sotto la guida dello Spirito Santo. Senza dubbio, la missione dello Spirito Santo non consiste nell’inventare nuove dottrine, ma nel rendere presente nella Chiesa la pienezza della rivelazione di Gesù Cristo (cf. Gv. 16, 13).
Dal momento che il papa, in quanto capo del collegio dei vescovi, è il principio dell’unità della Chiesa nella verità, egli ha la missione sia di custodire la verità della rivelazione che di pronunciare nuove formulazioni concettuali del credo (il “simbolo”), laddove sia necessario. Facendo ciò, egli non può aggiungere nulla alla rivelazione dataci nella Scrittura e nella Tradizione, e neppure può cambiare il contenuto di precedenti definizioni dogmatiche. Ma al fine di proteggere l’unità della Chiesa nella fede, a certe condizioni egli ha il diritto e il dovere di dare una nuova formulazione al credo (nova editio symboli). Così spiega S. Tommaso: «nell’insegnamento di Cristo e degli Apostoli le verità di fede sono spiegate a sufficienza. Siccome però gli uomini perversi, secondo l’espressione di S. Pietro [2Pt. 3, 16], ‘travisano per loro propria rovina’ l’insegnamento apostolico e le altre Scritture, è necessario che nel corso del tempo ci sia un’esposizione della fede contro gli errori che insorgono» (S. Th. II-II, q. 1, a. 10, ad. 1, sottolineatura aggiunta).
Per questo compito, il magistero si basa sulla comprensione soprannaturale della fede (sensus fidei), data dallo Spirito Santo a tutto il Popolo di Dio, sotto la guida dei vescovi (cf. Lumen Gentium, 12). Ma conta anche sui teologi. Senza il lavoro teologico preparatorio di Sant’Atanasio e dei Padri Cappadoci, non ci sarebbe stato il credo niceno né la sua difesa e precisazione nei concili successivi. Parimenti, i decreti del Concilio di Trento non sarebbero stati possibili senza il lavoro preparatorio dei teologi più dotti del tempo. È vero che per il Concilio Vaticano II la fedele e completa trasmissione storica della rivelazione si basa sul carisma dell’infallibilità, che è proprio del papa e dei concili ecumenici. Nello stesso tempo però, il Vaticano II non manca di aggiungere: «Perché poi sia debitamente indagata ed enunziata in modo adatto, il romano Pontefice e i vescovi nella coscienza del loro ufficio e della gravità della cosa, prestano la loro vigile opera usando i mezzi convenienti; però non ricevono alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito divino della fede» (Lumen Gentium, 25).
 
Certamente, come cattolici, non possiamo ignorare lo sviluppo dottrinale della Chiesa per occuparci solamente della presunta pura dottrina della Scrittura. La parabola del figlio prodigo, per esempio, non fornisce un’istruzione catechetica sul sacramento della penitenza nella sua materia (pentimento, confessione, soddisfazione) e forma (assoluzione da parte del sacerdote). Se si dovesse guardare alla sola Scrittura, si dovrebbe allora concludere che, dal momento che il figlio prodigo in realtà non va a confessare i suoi peccati, neppure noi siamo tenuti a farlo. In ogni caso, opporre in questo modo la Scrittura alla Chiesa significherebbe ignorare completamente le parole di Cristo, che affida agli apostoli - con Pietro come loro capo - il compito di custodire fedelmente l’intero deposito della fede.
Cristo «prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell'unità di fede e di comunione» (Lumen Gentium, 18).

Ora, la pienezza dell’autorità apostolica non comporta un’illimitata pienezza di potestà secondo l’accezione secolare. Al contrario, questo potere è strettamente circoscritto dalla sua finalità: è a servizio della difesa dell’unità della Chiesa nella sua fede nel Figlio di Dio venuto nella “pienezza dei tempi” (Gal. 4, 4-6).

L’autorità del papa è legata molto strettamente alla rivelazione; infatti essa deriva dalla rivelazione. È solo per il potere di Dio che Pietro è in grado di custodire l’intera Chiesa nella fedeltà a Cristo, anche quando Satana la scuote e la vaglia, così che il grano venga separato dalla pula. Così dice Gesù: “ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede” (Lc. 22, 32). Nel suo magistero supremo, il papa unisce tutta la Chiesa e tutti i vescovi nella stessa confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt. 16, 16). Ed è precisamente in questa confessione che egli è la roccia sulla quale il Signore Gesù continua ad edificare la sua Chiesa fino alla fine del mondo. È chiaro, allora, che le parole del papa sono a servizio dell’intera Tradizione della Chiesa e non il contrario.
 
Quanto è stato detto sopra si riferisce all’insegnamento della Chiesa, ma anche all’amministrazione dei mezzi della grazia nei sacramenti. Nel suo Decreto sulla Santa Comunione, il Concilio di Trento dichiara che la Chiesa ha il potere di stabilire o di modificare i riti esterni dei sacramenti. Nello stesso tempo, il Concilio nega che la Chiesa abbia il diritto o la possibilità di interferire con l’essenza dei sacramenti, insistendo che sia «fatta salva la loro sostanza».

Quando il Concilio di Trento definisce che ci sono tre atti del penitente che fanno parte del sacramento della penitenza (pentimento con la risoluzione di non peccare nuovamente, confessione e soddisfazione), allora anche i papi e i vescovi dei secoli successivi sono vincolati da questa dichiarazione. Essi non sono liberi di dare l’assoluzione sacramentale per i peccati, o di autorizzare i propri sacerdoti a darla, quando i penitenti non mostrano realmente segni di pentimento o quando essi esplicitamente non vogliono prendere la risoluzione di non peccare più. Nessun essere umano può annullare l’intima contraddizione tra l’effetto del sacramento - ossia, la nuova comunione di vita con Cristo nella fede, speranza e carità - e l’inadeguata disposizione del penitente. Nemmeno il papa o un concilio possono farlo, perché non ne hanno l’autorità e neppure potranno mai ricevere una tale autorità, perché Dio non chiede mai agli uomini di fare qualcosa che sia contraddittorio in se stesso e contrario a Dio stesso.
 
È necessario ricordare che le affermazioni dottrinali possiedono diversi gradi di autorità. Essi richiedono differenti gradi di consenso, come espresso dalle cosiddette “note teologiche”. L’accettazione di un insegnamento con “fede divina e cattolica” è richiesta solamente per le definizioni dogmatiche. È chiaro anche che il papa e i vescovi non devono mai chiedere ad alcuno di agire o insegnare contro la legge morale naturale.

L’obbedienza dei fedeli verso i loro superiori ecclesiastici non è perciò un obbedienza assoluta e il superiore non può richiedere un’obbedienza assoluta, perché sia il superiore che coloro che sono affidati alla sua autorità sono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre e sono discepoli dello stesso Maestro.

Pertanto, è più arduo insegnare che imparare, perché l’insegnamento è associato ad una più grande responsabilità di fronte a Dio. L’affermazione «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti 5, 29) ha il suo valore anche e soprattutto nella Chiesa. Contro il principio di obbedienza assoluta vigente nello stato militare prussiano, i vescovi tedeschi ribadivano di fronte a Bismarck: «Non è certamente la Chiesa cattolica ad aver fatto proprio il principio immorale e dispotico che il comando di un superiore svincola incondizionatamente da ogni responsabilità personale».
 
Quando delle opinioni private o dei limiti spirituali e morali si inseriscono nell’esercizio dell’autorità ecclesiastica, allora diventano necessarie critiche sobrie ed oggettive come anche la correzione personale, specialmente da parte dei fratelli nell’episcopato. Tommaso d’Aquino non può essere di certo sospettato di relativizzare il primato pietrino e la virtù d’obbedienza.

Particolarmente illuminante è il modo in cui egli interpreta l’incidente avvenuto ad Antiochia, culminato con la pubblica correzione di Pietro da parte di Paolo (Gal. 2, 11). Secondo l’Aquinate, l’episodio ci insegna che a certe condizioni un apostolo può avere il diritto ed anche il dovere di correggere un altro apostolo in modo fraterno, e che anche un sottoposto può avere il diritto e il dovere di criticare il superiore (cf. Commento sulla lettera ai Galati, c. II, l. 3). Questo non significa che si possa ridurre il magistero ad un’opinione privata, così da essere dispensati dal potere vincolante dell’insegnamento autentico e definitivo della Chiesa (cf. Lumen Gentium, 37). Significa solamente che si deve comprendere bene il senso preciso dell’autorità nella Chiesa in generale e il ruolo del ministero petrino in particolare.

Ciò è particolarmente vero quando il conflitto non nasce tra l’insegnamento del papa e la sua idea personale, ma tra l’insegnamento del papa e l’insegnamento dei papi precedenti, che è in accordo con l’ininterrotta tradizione della Chiesa.
 
Come Papa Benedetto XVI ha spiegato durante la Messa in occasione del suo insediamento sulla Cattedra di Vescovo di Roma, il 7 maggio 2005, «il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo».
 
(Traduzione di Luisella Scrosati)