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mercoledì 25 luglio 2018

Rileggiamo Humanae Vitae alla luce di Casti connubii

(di Roberto de Mattei)
 
Tratto da QUI
 
Negli ultimi decenni l’Occidente ha conosciuto una Rivoluzione anti-familiare senza precedenti nella storia. Uno dei cardini di questo processo di disgregazione dell’istituto familiare è stato la separazione dei due fini primari del matrimonio, quello procreativo e quello unitivo.
Il fine procreativo, separato dall’unione coniugale, ha portato alla fecondazione in vitro e all’utero in affitto.
 
Il fine unitivo, emancipato dalla procreazione, ha condotto all’apoteosi del libero amore, etero ed omosessuale.
 
Uno dei risultati di queste aberrazioni è il ricorso delle coppie omosessuali all’utero in affitto per realizzare una grottesca caricatura della famiglia naturale.
L’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, di cui il 25 luglio 2018 ricorre il cinquantesimo anniversario, ha avuto il merito di ribadire l’inseparabilità dei due significati del matrimonio e di condannare con chiarezza la contraccezione artificiale, resa possibile negli anni Sessanta del Novecento dalla commercializzazione della pillola del dottor Pinkus.
Tuttavia, anche l’Humanae Vitae ha una responsabilità: quella di non avere affermato con altrettanta chiarezza la gerarchia dei fini, ovvero il primato del fine procreativo su quello unitivo. Due princìpi, o valori, non sono mai su un medesimo piano di uguaglianza. Uno è sempre subordinato all’altro.
Così accade per i rapporti tra la fede e la ragione, tra la grazia e la natura, tra la Chiesa e lo Stato, e così via. Si tratta di realtà inseparabili, ma distinte e gerarchicamente ordinate. Se l’ordine di queste relazioni non viene definito, ne seguiranno tensioni e conflitti, fino ad arrivare ad un capovolgimento dei princìpi. Sotto quest’aspetto, il processo di disgregazione morale interno alla Chiesa, ha tra le sue cause anche la mancanza di una chiara definizione del fine primario del matrimonio da parte dell’enciclica di Paolo VI.
La dottrina della Chiesa sul matrimonio fu affermata come definitiva e vincolante da papa Pio XI nella sua enciclica Casti Connubii del 31 dicembre 1930.
 
In questo documento, il Papa richiama la Chiesa intera e tutto il genere umano alle verità fondamentali sulla natura del matrimonio, istituito non dagli uomini, ma da Dio stesso, e sulle benedizioni e i vantaggi che da esso derivano per la società. 
Il primo fine è la procreazione:
 
che non significa solo mettere al mondo dei figli, ma educarli, intellettualmente, moralmente e soprattutto spiritualmente, per avviarli al loro destino eterno, che è il Cielo.
 
Il secondo fine è la mutua assistenza tra gli sposi, che non è un’assistenza solo materiale, né un’intesa solo sessuale o sentimentale, ma è prima di tutto un’assistenza e un’unione spirituale.
L’enciclica contiene una chiara e vigorosa condanna dell’uso dei mezzi anticoncezionali, definito «un’azione turpe e intrinsecamente disonesta». Perciò: «Qualsivoglia uso del matrimonio in cui per umana malizia l’atto sia destituito dalla sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura e coloro che osino commettere tali azioni si rendono rei di colpa grave».
Pio XII confermò in molti discorsi l’insegnamento del suo predecessore. Lo schema originario sulla famiglia e il matrimonio del Concilio Vaticano II, approvato da Giovanni XXIII nel luglio 1962, ma bocciato all’inizio dei lavori dai Padri conciliari, ribadì questa dottrina, condannando esplicitamente «le teorie che invertendo l’ordine giusto dei valori, mettono il fine primario del matrimonio in secondo piano rispetto a valori biologici e personali dei coniugi e che, nello stesso ordine oggettivo, indicano l’amore coniugale quale fine primario» (n. 14).
Il fine procreativo, oggettivo e radicato nella natura, non viene mai meno. Il fine unitivo, soggettivo e fondato sulla volontà degli sposi, può scomparire. Il primato del fine procreativo salva il matrimonio, il primato del fine unitivo lo espone a gravi rischi.
Non bisogna dimenticare inoltre che i fini del matrimonio non sono due, ma tre, perché esiste pure, in subordine, il rimedio alla concupiscenza. Di questo terzo fine del matrimonio nessuno parla, perché si è perso il significato della nozione di concupiscenza, spesso confusa col peccato, alla maniera luterana.
La concupiscenza, presente in ogni uomo, tranne che nella Beatissima Vergine, immune dal peccato originale, ci ricorda che la vita sulla terra è una lotta incessante, perché come dice san Giovanni, «nel mondo non esiste che concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e orgoglio della vita» (1 Gv 2,16).
L’esaltazione degli istinti sessuali, inoculata nella cultura dominante dal marx-freudismo, non è altro che la glorificazione della concupiscenza e, conseguentemente, del peccato originale.
Questa inversione dei fini matrimoniali, che conduce inevitabilmente all’esplosione della concupiscenza nella società, affiora nella esortazione di papa Francesco Amoris laetitia, dell’8 aprile 2016, al cui numero 36 leggiamo: «Spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione».  
Queste parole ripetono quasi testualmente quelle pronunciate il 29 ottobre 1964 nell’aula conciliare dal cardinale Leo-Joseph Suenens in un discorso che scandalizzò Paolo VI.
 
«Può darsi – disse il cardinale arcivescovo di Bruxelles – che abbiamo accentuato la parola della Scrittura: ‘Crescete e moltiplicatevi’ fino al punto di lasciare nell’ombra l’altra parola divina: ‘I due saranno una sola carne’. (…) Spetterà alla Commissione dirci se non abbiamo sottolineato troppo il fine primo, che è la procreazione, a scapito di una finalità altrettanto imperativa, che è la crescita nell’unità coniugale».
Il cardinale Suenens insinua che la finalità primaria del matrimonio non è quella di crescere e moltiplicarsi, ma quella che «i due siano una sola carne». Si passa da una definizione teologica e filosofica ad una descrizione psicologica del matrimonio, presentato non come un vincolo radicato nella natura e dedicato alla propagazione dell’umanità, ma come un’intima comunione, finalizzata all’amore reciproco degli sposi.
Ma una volta ridotto il matrimonio ad una comunione di amore, il controllo delle nascite, naturale o artificiale che sia, è visto come un bene e merita di essere incoraggiato, sotto il nome di “paternità responsabile”, in quanto contribuisce a rafforzare il bene primario dell’unione coniugale. La conseguenza inevitabile è che, nel momento in cui questa intima comunione venisse a mancare, il matrimonio dovrebbe dissolversi.  
All’inversione dei fini si accompagna l’inversione dei ruoli all’interno dell’unione coniugale.
 
Il benessere psico-fisico della donna si sostituisce alla sua missione di madre.
 
La nascita di un figlio è vista come un elemento che può turbare l’intima comunione di amore della coppia.
 
Il bambino può essere considerato come un ingiusto aggressore dell’equilibrio familiare, da cui difendersi con la contraccezione e, in casi estremi, con l’aborto.
L’interpretazione che abbiamo dato delle parole del cardinale Suenens non è una forzatura. In coerenza con quel discorso, il cardinale primate del Belgio, nel 1968, capeggiò la rivolta dei vescovi e dei teologi contro la Humanae vitae. La Dichiarazione dell’episcopato belga, del 30 agosto 1968, contro l’enciclica di Paolo VI, fu, con quella dell’episcopato tedesco, una delle prime elaborate da una Conferenza episcopale e servì come modello di protesta ad altri episcopati.
Agli eredi di quella contestazione, che ci propongono di reinterpretare l’Humanae Vitae alla luce dell’Amoris laetitia, rispondiamo dunque con fermezza che continueremo a leggere l’enciclica di Paolo VI alla luce della Casti connubii e del Magistero perenne della Chiesa.

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