La mia Terra di Mezzo

Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....





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venerdì 22 aprile 2016

Mens sana (?) in corpore perverso

Mario Mieli, fondatore e ideologo del movimento omosessualista italiano. Proveniente da una famiglia benestante, dopo aver abbracciato la dottrina marxista ed aver, in un primo momento, aderito a “Lotta Continua”, nel 1971, rientrato in Italia da un’esperienza londinese dove era entrato in contatto con il Gay Liberation Front, sarà tra i fondatori del “Fuori!” (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani), la prima espressione organizzata del movimento omosessualista in Italia.
Teorico di una rivoluzione gay in chiave marxista Mieli, il cui motto di battaglia parlava chiaro, “Lotta dura, Contronatura!“ proponeva l’emancipazione dell’uomo tramite la “prassi” sessuale contronatura o “perversa”, da lui sintetizzata in un altro suo celebre slogan “Mens sana in corpore perverso“.
 
Secondo Mario Mieli gli uomini nascono “naturalmente” con un’innata tendenza polimorfa e “perversa”, caratterizzata da una «pluralità delle tendenze dell’Eros e da l’ermafroditismo originario e profondo di ogni individuo». Da qui discende che ogni persona sarebbe potenzialmente transessuale se non fosse influenzata, fin dall’infanzia, dalla società eteronormativa che obbliga l’individuo a considerare l’eterosessualità come “normalità” e tutto il resto come perversione. Un processo che Mieli chiama “educastrazione”, attraverso cui la società agisce repressivamente sui bambini «allo scopo di costringerli a rimuovere le tendenze sessuali congenite che essa giudica perverse».I tradizionali valori familiari naturali e cristiani costituiscono un ostacolo per la realizzazione di tale rivoluzione sociale e vengono, dunque, liquidati da Mieli come “pregiudizi di certa canaglia reazionaria” che, trasmessi con l’educazione, hanno la colpa di “trasformare il bambino in adulto eterosessuale“. Coerentemente con il suo pensiero, l’ideologo omosessualista si espresse esplicitamente anche in materia di sessualità infantile, diventando uno dei teorici della pedofilia e della relazione omosessualità-pedofilia. Anche i bambini possono infatti, secondo Mieli, “liberarsi” dai pregiudizi sociali e trovare la realizzazione della loro “perversità poliforme” grazie ai pedofili, specie se omosessuali.
Mieli rivendica l’illimitato diritto di scelta dell’individuo, al di là di ogni principio morale, definendo positivamente la coprofagia, il sadismo, l'omicidio consenziente, in vista della creazione di una “società armonica” auspicata e teorizzata, nella quale tutti gli individui hanno il diritto a realizzare la propria insindacabile volontà, seguendo gli istinti e le passioni, libere da qualsiasi “freno” morale.
Nel 1983, dopo essersi dedicato nell’ultimo periodo all’esoterismo e alla magia, Mario Mieli, coerentemente con il proprio pensiero, si suicidò all’età di trent’anni nella sua abitazione di Milano. A lui è intitolato il “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli“, sorto a Roma nello stesso anno della sua morte, tutt’oggi in prima linea nel promuovere e diffondere le sue folli e perverse teorie nella nostra società.
L'intero articolo lo si può leggere QUI

giovedì 21 aprile 2016

Così parla un Papa /2


 Cristo apertamente affermò: «Chiunque rimanda la moglie e ne sposa un’altra, è adultero; e chi sposa la rimandata dal suo marito, è adultero»[67]. E queste parole di Cristo riguardano qualsiasi matrimonio, anche quello soltanto naturale e legittimo, giacché ad ogni vero matrimonio spetta quella indissolubilità, per la quale esso è sottratto, quanto alla soluzione del vincolo, all’arbitrio delle parti e ad ogni potestà laicale.
E qui deve pur essere ricordato il solenne giudizio con il quale il Concilio Tridentino condannò tali insanie di anatema: «Chiunque dice che il vincolo del matrimonio può essere sciolto dal coniuge, a causa di eresia o di molesta coabitazione o di pretesa assenza, sia anatema» [68]; e inoltre «Chiunque dice che la Chiesa erra quando ha insegnato e insegna che, secondo la dottrina evangelica ed apostolica, non può essere disciolto il vincolo del matrimonio per l’adulterio di uno dei coniugi, e che nessuno dei due, neanche l’innocente che non diede motivo all’adulterio, può contrarre altro matrimonio, vivente l’altro coniuge, e che commette adulterio tanto colui il quale, ripudiata l’adultera, sposa un’altra, quanto colei che, abbandonato il marito, ne sposa un altro, sia anatema»[69].
 
(Sua Santità Papa Pio XI - Enciclica 'Casti Connubii')
 
L'intero testo dell'Enciclica qui

martedì 19 aprile 2016

Un anniversario mesto

 
Il 19 aprile dell'anno 2005 saliva al Soglio Pontificio il Card. Joseph Aloisius Ratzinger, che prese il nome di Papa Benedetto XVI. Il mio ricordo si volge a lui in modo deferente ed affettuoso. Non posso non nascondere la profonda amarezza che continua a pervadere il mio cuore nel saperlo ormai lontano dalla guida della Chiesa come Alter Christi. La tristezza non si attenua e le domande non trovano risposta! La sua rinuncia è  e resterà per me incomprensibile. Ha donato alla Chiesa un corpus magisteriale solido, profetico e soprattutto chiaro, ancorato al Vangelo, alla Tradizione ed al Depositum Fidei.
 

Non possiamo dimenticarlo, in special modo oggi, dove regnano confusione ed apostasia e la barca di Pietro sta rischiando di affondare.

(21 aprile 2016) Era l’11 febbraio 2013, quando Benedetto XVI annunciò al mondo la volontà di rinunciare al ministero petrino. Dopo quasi otto anni di pontificato, rese pubblica la sua decisione con tono pacato e parole nate da una riflessione che abbiamo immaginata densa di pensieri e turbamenti. E qualche giorno dopo, incontrando i parroci di Roma per il tradizionale appuntamento di inizio Quaresima, Joseph Ratzinger parlò ufficialmente della sua volontà di rimanere lontano dalle luci dei riflettori, una volta sceso dal soglio di Pietro, da lì a poco, il 28 febbraio.
Lo disse con queste parole: «Anche se mi ritiro adesso in preghiera, sono sempre vicino a voi e sono sicuro che anche voi sarete vicino a me, anche se per il mondo rimango nascosto».
Da allora, è così.

Fenomenologia dell’assenza
Il Papa emerito Joseph Ratzinger, nato il 16 aprile 1927, vive nel Monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, ed è apparso in pubblico solo in alcune occasioni, su invito di Papa Francesco (l’ultima volta, all’apertura della Porta Santa di San Pietro, per il Giubileo della Misericordia).
Eppure, oggi, la potenza delle sue parole è forte. Il suo ritiro monastico e la sua presenza nell’assenza scenica, una “presenza-assenza”, diventano un fertile campo che fa germogliare e coltiva l’analisi della sua opera, della sua produzione teologica e del suo ministero. La sua lontananza dagli occhi del mondo mette in atto una volontà di comprensione e di riconsiderazione del suo pensiero e della sua stessa figura. Questa si esprime attraverso una grande ricchezza di iniziative. Tra le più recenti, si contano la nascita della Biblioteca a lui dedicata, nel Collegio Teutonico, nel cuore del Vaticano, le molte pubblicazioni che approfondiscono le sue opere e il suo pontificato, un master che analizza la sua dottrina, i tanti incontri di studio nazionali e internazionali.
Per definire la fenomenologia della “presenza-assenza” del Papa emerito, bisogna partire dalla Biblioteca Romana Joseph Ratzinger - Benedetto XVI che, inaugurata nel mese di novembre 2015, ospita già oltre mille volumi, tradotti in 37 lingue.
La vastità dell’opera teologica e spirituale di Ratzinger, che ha scritto 102 libri, ben 98 prima di essere eletto pontefice, e oltre 600 articoli, può trovare attraverso la Biblioteca Romana, che porta il suo nome, nuove strade di conoscenza e comprensione. Nuovi percorsi, non solo per studiosi e teologi, in grado di portare la sua riflessione verso chi, pur intuendone la grandezza, la osserva da lontano.

Quel luogo dove si cura l’anima
Eppure, nelle sue opere, Ratzinger ha saputo parlare al cuore dell’uomo. «Ha affrontato con sapienza e semplicità temi come la felicità e l’amore umano», sottolinea Pietro Luca Azzaro, curatore della Biblioteca dedicata a Ratzinger, traduttore dal tedesco dell’opera omnia del Papa emerito e docente di Storia dell’Europa all’Università Cattolica di Milano.
La Biblioteca è nata per essere un luogo vivo, un centro generativo, non un museo o un deposito di libri. Questo pensiero è stato sapientemente illuminato dal cardinale Gianfranco Ravasi nella Lectio che ha tenuto per l’inaugurazione della Biblioteca dedicata a Ratzinger (contributo che è stato raccolto nel libretto pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana con il titolo Dalla Bibbia alla Biblioteca - Benedetto XVI e la cultura della Parola). Ravasi ha raccontato dello storico Ecateo che dalla Grecia va in Egitto e visita il Ramesseum, il mausoleo di Ramesse II, il faraone che aveva «occupato con la sua storia quasi tutto il XIII secolo a. C.». Qui, su un portale, Ecateo scopre una scritta e la traduce così: “luogo di cura dell’anima”. «Che cos’era mai questa “clinica dello spirito”? La risposta Ecateo l’ebbe quando vi penetrò: era la Biblioteca sacra di Ramesse», ha spiegato Ravasi.
In questo senso la Biblioteca Romana, raccogliendo il pensiero teologico di Ratzinger, che non nasce da una speculazione meramente intellettuale, ma mette in relazione l’uomo con Dio, si presenta come luogo di conoscenza, di vicinanza e di cura dell’animo umano. Un luogo dove nascono domande, un luogo dove si trovano risposte, varcando la soglia.
L'intero testo da leggere qui www.fondazioneratzinger.va/  

Amoris confusio

 
«Non avendo ottenuto che gli uomini mettano in pratica quello che insegna, la Chiesa di oggi si è rassegnata a insegnare quello che(gli uomini) mettono in pratica»
Nicolás Gómez Dávila

giovedì 14 aprile 2016

Così parla un Papa!

All’occhio illuminato dalla fede, come allo sguardo di ogni onesto, cui suffraga la coscienza naturale non offuscata da pregiudizi e da traviamenti, mentre sfolgora nella sua indefettibile chiarezza quella legge che incoraggia al bene e storna dal male, che precede e sovrasta tutti i codici della terra ed è una in tutti i popoli e in tutte le età, che è norma di ogni azione umana e base di ogni civile consorzio (cfr. Cic. De legibus 1. 2 c. 4); a quell’occhio non può sfuggire lo spettacolo miserando di un mondo in disfacimento per la rovina, in esso operata, delle fondamentali strutture morali della vita.
Alieni da ogni ingiustificato pessimismo, che contrasta con la stessa speranza cristiana, figli anzi del nostro tempo, non legati da irragionevoli nostalgie di età che furono, Noi non possiamo tuttavia non rilevare la crescente marea di colpe private e pubbliche, che tenta di sommergere le anime nel fango e di sovvertire tutti i sani ordinamenti sociali.
Primo e più grave stigma è la consapevolezza, che rende inescusabile l’oltraggio alla legge divina.
 
Una serie di spudorate e criminali pubblicazioni apprestano ai vizi e ai delitti i mezzi più obbrobriosi di seduzione e di traviamento. Velando l’ignominia e la bruttezza del male sotto l’orpello della estetica, dell’arte, della effimera ed ingannevole grazia, del falso coraggio; ovvero accondiscendendo senza ritegno alla morbosa avidità di sensazioni violente e di nuove esperienze di dissolutezza; l’esaltazione del malcostume è giunta fino ad uscire palesemente in pubblico e ad inserirsi nel ritmo della vita economica e sociale del popolo, facendo oggetto d’industria lucrosa le piaghe più dolorose, le più miserevoli debolezze dell’umanità.
 
Persino alle più basse manifestazioni di questo scadimento morale si osa talvolta cercare una giustificazione teorica, appellandosi ad un umanesimo di dubbia lega o ad una commiserazione, che indulge alla colpa per ingannare e traviare più facilmente le anime.

Falso umanesimo e commiserazione anticristiana, che finiscono con sovvertire la gerarchia dei valori morali e con attenuare a tal punto il senso del peccato da coonestarlo, presentandolo come normale espansione delle facoltà dell’uomo e quasi arricchimento della propria personalità.

È reato di lesa società la cittadinanza data al delitto col pretesto di umanitarismo o di tolleranza civile, di naturale defettibilità umana, quando tutto si lascia correre o peggio si mette in opera per eccitare scientemente le passioni, per allentare ogni freno che promana da un elementare rispetto della pubblica moralità o dal pubblico decoro, per raffigurare coi colori più seducenti l’infrazione del vincolo coniugale, la ribellione alle pubbliche autorità, il suicidio o la soppressione della vita altrui.

Ed ora misurate, se vi regge l’occhio e lo spirito, con l’umiltà di chi forse deve riconoscersene in parte responsabile, il numero, la gravità, la frequenza dei peccati nel mondo.
Opera propria dell’uomo, il peccato ammorba la terra e deturpa come macchia immonda l’opera di Dio.

Pensate alle innumerevoli colpe private e pubbliche, nascoste e palesi; ai peccati contro Dio e la sua Chiesa; contro se stessi, nell’anima e nel corpo; contro il prossimo, particolarmente contro le più umili e indifese creature; ai peccati infine contro la famiglia e la umana società.

Alcuni di essi sono tanto inauditi ed efferati, che sono occorse nuove parole per indicarli. Pesate la loro gravità: di quelli commessi per mera leggerezza e di quelli scientemente premeditati e freddamente perpetrati, di quelli che rovinano una sola vita o che invece si moltiplicano in catene d’iniquità fino a divenire scelleratezze di secoli o delitti contro intere nazioni.

Confrontate, alla luce penetrante della fede, questo immenso cumulo di bassezze e di viltà con la fulgida santità di Dio, con la nobiltà del fine per cui l’uomo è stato creato, con gl’ideali cristiani, per cui il Redentore ha patito dolori e morte; e poi dite se la divina giustizia possa ancora tollerare tale deformazione della sua immagine e dei suoi disegni, tanto abuso dei suoi doni, tanto disprezzo della sua volontà, e soprattutto tanto ludibrio del sangue innocente del suo Figliuolo.

Vicario di quel Gesù, che ha versato fin l’ultima goccia del suo sangue per riconciliare gli uomini col Padre celeste, Capo visibile di quella Chiesa che è il suo Corpo mistico per la salvezza e la santificazione delle anime, Noi vi esortiamo a sentimenti e ad opere di penitenza, affinchè si compia da voi e da tutti i Nostri figli e figlie sparsi per il mondo intero il primo passo verso la effettiva riabilitazione morale della umanità.

Con tutto l’ardore del Nostro cuore paterno vi domandiamo il sincero pentimento delle colpe passate, la piena detestazione del peccato, il fermo proposito di ravvedimento; vi scongiuriamo di assicurarvi il perdono divino mediante il sacramento della confessione e il testamento di amore del Redentore divino; vi supplichiamo infine di alleggerire il debito delle pene temporali dovute alle vostre colpe con le multiformi opere di soddisfazione: preghiere, elemosine, digiuni, mortificazioni, di cui offre facile opportunità ed invito il volgente Anno Santo.

(Pio XII, Anno Santo 1950)

mercoledì 13 aprile 2016

Mammaliturchi! Un pò di storia


La Jihad, sono stati i musulmani a iniziarla, già nel VII sec d.C, vivente ancora Maometto. All'inizio essa partì con la conquista dell’Arabia, ancora in gran parte pagana e poi continuò con Gerusalemme e i Luoghi Santi. In seguito la guerra si estese a tutta la Cristianità sia d'Oriente che d'Occidente.
Ad Oriente l’Impero Romano impiegherà i suoi ultimi secoli di vita combattendo e spegnendosi contro i musulmani; ad Occidente la Jihad travolse per sempre tutta la Cristianità d’Africa, poi si spostò in Spagna ed in Francia (Poitiers, 732).
Dopodiché i musulmani assalirono e occuparono la Sicilia, le grandi isole del Mediterraneo, e, nei secoli successivi, invasero varie zone dell’Italia, della Francia e perfino della Svizzera. Montecassino venne distrutta, Roma assalita e le basiliche costantiniane di San Paolo e san Pietro date al fuoco.
Un'enclave perenne di guerrieri musulmani stava a Castelvolturno, un’altra nella Sabina e Roma, che viveva sotto continuo attacco, rischiò di cadere preda dell’Islam venendo salvata proprio dalla ripetuta azione militare di vari pontefici.
 
Per secoli l’Europa mediterranea ha subito le scorrerie dei pirati barbareschi (“mammaliturchi”, la celebre battuta del dialetto romano, nasceva da un tragico grido di terrore ripetuto chissà quante volte nel corso dei secoli): uomini uccisi, donne violate e portate negli harem, bambini rapiti e venduti come schiavi.
 
Per secoli i pellegrini in Terra Santa vennero massacrati, soprattutto con l’arrivo dei turchi selgiuchidi. E, se con la fine della crociate si era giunti a una forma di “convivenza” armata con il mondo arabo, tutto precipitò di nuovo – e in maniera ancor più radicale – con l’arrivo dei turchi ottomani, che conquistarono ciò che rimaneva dell’Impero Bizantino nel XV secolo e da allora, fino agli inizi del XVIII secolo, puntarono a più riprese sull’Europa, conquistando gran parte dei Balcani, assediando Vienna per ben due volte, conquistando Cipro, Rodi, e portando l’assedio a Malta (dove vennero respinti dall’eroismo dei Cavalieri, guidati da Jean de la Vallette).
Nel corso dei secoli, di mille anni (dal VII al XVIII secolo), quante cristiani vennero assassinati? Quante donne violate e deportate negli harem? Quante città distrutte, vite spezzate, anime costrette all’abiura religiosa? Chi potrà mai farne il conto? Chi potrà mai calcolare l’immenso dolore di questi mille anni di violenze ed odio musulmani?
 

martedì 12 aprile 2016

La virtù dell' intolleranza

 
Tolleranza: di solito, oggi, si dà a questa parola un senso elogiativo. Quando diciamo che qualcuno è “tollerante”, affermiamo implicitamente che è una persona di grande anima, cuore generoso, larghe vedute, disinteressata, comprensiva, simpatica, giudiziosa, benevola e via dicendo. Al contrario, il qualificativo di “intollerante” porta con sé una lunga scia di rimproveri: spirito grezzo, temperamento bilioso, malevolo, incline alla diffidenza, odioso, vendicativo, pieno di risentimento, ecc.
 
In realtà, nulla di più unilaterale. Infatti, se vi sono casi in cui la tolleranza può essere un bene, vi sono altri casi in cui è un male. E può costituire perfino un crimine. Quindi, nessuno merita plauso per il fatto di essere metodicamente tollerante, oppure intollerante, bensì per essere l’uno o l’altro secondo le circostanze.
Il problema, quindi, si sposta. Non si tratta di sapere se dobbiamo essere tolleranti o intolleranti, come norma. Si tratta, piuttosto, di chiederci quando dobbiamo essere l’uno o l’altro. Innanzitutto, va notato che vi è una situazione in cui il cattolico deve essere sempre intollerante. E questa regola non ammette eccezioni. È quando, o per compiacere qualcuno o per evitare un male maggiore, gli si chiede di commettere un peccato. Ogni peccato è un’offesa a Dio. Ed è assurdo pensare che vi siano situazioni in cui Dio possa essere virtuosamente offeso. Così, ad esempio, con il pretesto di riscuotere la loro simpatia, nessuno ha il diritto di essere tollerante nei confronti di amici che vestono in modo immorale, hanno una vita dissoluta, vantano atteggiamenti licenziosi o frivoli, difendono idee temerarie o sbagliate e via dicendo. Un altro esempio: un cattolico ha un dovere di lealtà nei confronti della filosofia scolastica. Non gli è lecito, con il pretesto di attirare la simpatia di un determinato ambiente, professare un’altra filosofia. È una forma di tolleranza inammissibile. Pecca contro la verità chi professa un sistema di pensiero nel quale sa che vi sono errori, anche se non sono direttamente contro la Fede.
In tali casi, i doveri dell’intolleranza vanno oltre. Non è sufficiente astenersi dal fare il male. Non bisogna mai approvarlo, sia per azioni sia per omissioni.
Un cattolico che, di fronte al peccato o all’errore, assume un atteggiamento di simpatia o di indifferenza, pecca contro la virtù dell’intolleranza. Questo succede, per esempio, quando assiste con un sorriso, senza restrizioni, a una conversazione o una scena immorale, o quando, in una discussione, riconosce che l’altro ha il diritto di professare qualsiasi punto di vista in tema di religione. Questo non è rispettare l’avversario, bensì acconsentire ai suoi errori e suoi peccati. Qui si sta approvando il male. E questo non è mai lecito per un cattolico.
(Plinio Corrêa de Oliveira)
Tratto da qui
 
 
 
 
 
 
 
 

 

giovedì 7 aprile 2016

Coincidenze sante

 
La coincidenza tra l'Annunciazione di Nostro Signore ed il Venerdì Santo è un avvenimento che nella vita reale non ha ancora esaurito la sua mistica importanza. L'avvenimento, non così frequente sul calendario della storia, è di notevole importanza a tal punto da trovare un santuario, quello di Notre-Dame du Puy, a Le Puy en Velay (Francia), dove viene appunto celebrata questa insolita coincidenza, dell’Annunciazione e del Venerdì Santo. Coincidenza che in Italia, ad Andria, a Bari e a San Giovanni Bianco ha fatto gemmare le Sacre Spine di Nostro Signore Gesù Cristo custodite in un reliquiario. Ne ho già scritto qui.
Il Santuario in questione si trova all'origine di due apparizioni della Vergine Maria sul Monte Anis, a distanza di due secoli l'una dall'altra, a due donne malate che vennero guarite. Da una piccola cappella sorse, nel corso dei secoli, il Santuario. In esso quest’anno si celebra il XXXI Giubileo de «Le Grand Pardon de Notre-Dame du Puy»; il primo venne istituito da Papa Giovanni XVI nel 992, al fine di onorare la Madre di Dio e celebrare la misericordia di Dio incarnato che, con la sua passione e morte, ha redento il genere umano dal peccato. Dunque ancora una volta Incarnazione e Redenzione sono unite: dalla carne e dal sangue della Madre e del Figlio, dal 'sì' della Madre e dal 'sì' del Figlio. L'accondiscendenza del Figlio passa attraverso quello della Madre. Madre e Figlio, uniti nell'Incarnazione e nella Passione.
 
Due interessanti particolari da sottolineare:
1) Questo giubileo di Le Puy coinciderà con il 300° anniversario della morte di san Louis-Marie Grignon de Montfort, apostolo della devozione mariana e legato da grande devozione alla Cattedrale di Le Puy.
2) La preghiera della «Salve Regina» fu composta dal vescovo di Le Puy, Ademar de Monteil e venne cantata per la prima volta proprio in questa Cattedrale il 15 agosto 1096, nei giorni in cui partiva la prima Crociata.

venerdì 1 aprile 2016

IO-SONO - YHWH - INRI


Nel Vangelo di Giovanni al capitolo 19 dal versetto 16 in poi viene descritta la crocifissione di Gesù con la relativa affissione sulla croce dell'iscrizione che il Governatore Ponzio Pilato aveva fatto incidere in latino, ebraico e greco. Seguitando a leggere il brano, viene descritta la rimostranza dei capi dei sacerdoti verso Pilato che aveva ordinato di scrivere 'Il Re dei Giudei' e non come loro avrebbero voluto che scrivesse 'Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei'. Ci si chiede perché questa lamentela?  Che differenza c'è tra le due asserzioni?
 
L’iscrizione di cui parla Giovanni è la famosa sigla “INRI“ un acronimo, che sta per il latino “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum“, che significa “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei“.
In ebraico l'iscrizione era questa: “Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim”. Le iniziali delle quattro parole ebraiche che compongono la scritta sono: yod-he-waw-he e dato che l'ebraico si legge da destra verso sinistra si legge il famoso tetragramma che gli ebrei non possono neanche pronunciare: “YHWH“, che vocalizzato risulta essere “Yahweh“, il nome di Dio che Egli stesso aveva rivelato a Mosè in Esodo 20,2: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto”.
Quindi, come per il latino si ottiene l’acronimo “INRI“, per l’ebraico si ottiene “YHWH“.
 
Ecco perché gli Ebrei che leggevano tale scritta fossero così turbati tanto da chiederne la modifica a Pilato: vedevano l’uomo che avevano messo a morte, che aveva affermato di essere il Figlio di Dio, con il nome di Dio, il tetragramma impronunciabile, inciso sopra la testa.
 
In quel momento credo che tutti avranno capito le parole di Gesù: 'Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono'. (Giovanni 8,28).
Io-Sono: proprio lo stesso nome che Dio ha rivelato a Mosè in Esodo 3,14: Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»“.

giovedì 31 marzo 2016

Le Sacre Spine fiorite di Nostro Signore Gesù Cristo

 
Le Sacre Spine, attribuite alla corona della Passione di Nostro Signore, sono custodite ed esposte alla venerazione dei fedeli in varie parti del mondo. Già un primo calcolo effettuato nel sec. XIX dallo studioso Fleury ne contava circa 200, mentre il più recente censimento datato 2012 e realizzato da Menna ne annovera ben 2.283. L'Italia può vantarne 995 distribuite a L’Aquila, Sulmona, Lanciano, Vasto, Andria, Bari, Pompei, Crotone, Roma, Vicenza, Pisa, Barletta e San Giovanni Bianco.
Le Sacre spine di Andria e di San Giovanni Bianco, nei giorni scorsi, si sono rese artefici di un prodigio inspiegabile.
 
Nella città di Andria ha avuto inizio tra le 16.10 e le 17.10 di venerdì santo,  quando si sono notate in prossimità dell'apice della spina tre piccole gemme (l'ultimo evento miracoloso era avvenuto nell'anno 2005).
 
A San Giovanni Bianco la sera della Domenica di Pasqua, quando sulla spina sono spuntate piccole gemme e la stessa si sarebbe colorata di rosso vermiglio.
Entrambi gli eventi sono accomunati da una singolare coincidenza: l'Annunciazione della nascita di Gesù e la sua morte il Venerdì Santo sono cadute entrambe nella stessa data, il 25 marzo.
 

La prossima sovrapposizione del Venerdì Santo e dell'Annunciazione del Signore sarà nel 2157, fra 141 anni.
L'ultima volta che la spina a San Giovanni Bianco fiorì risale a 84 anni fa, nel 1932, un miracolo che interessò anche le altre spine conservate in Italia.
 
UN PO' DI STORIA
 
 
Tutto cominciò quando, secondo la tradizione cristiana, il re Luigi IX di Francia acquistò dall’imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II, insieme ad altre preziose reliquie, l’intera corona che, arrivata a Parigi nel 1239, fu custodita nella Sainte-Chapelle, costruita appositamente, mentre oggi è conservata nel tesoro della Cattedrale di Notre-Dame. In realtà, già in quest’epoca, la corona era solo un anello di giunchi, privo di spine, le quali erano state precedentemente donate dagli stessi sovrani bizantini e, dal momento dell’acquisto, anche dallo stesso Luigi IX, che aveva provveduto ad offrirle alle chiese più importanti della Francia.
Con Carlo d’Angiò alcune spine arrivarono in Italia. In particolare ad Andria, dove la presenza della Sacra Spina è attestata a partire dal 1308, in seguito ad un dono da parte di Beatrice d’Angiò, figlia di Carlo II d’Angiò, in occasione delle sue nozze con Bertrando del Balzo, duca di Andria.
A San Giovanni Bianco la Sacra Spina giunge tra il 1495 e il 1496 grazie a Vistallo Zingoni, di nobile famiglia bergamasca.
 
Ad Andria il primo  miracolo attestato avvenne il 25 marzo 1633 anno in cui il giorno dell’Annunciazione coincise con il Venerdì Santo, esso si è manifestò in vari modi: con rigonfiamenti, con la liquefazione in gocce di sangue vivo delle diciassette macchie violacee presenti sulla spina, fino alla comparsa di escrescenze biancastre argentee di pochi millimetri, mentre una vera e prodigiosa fioritura, avvenne per la prima volta nel 1842. I prodigi si susseguirono negli anni 1853, 1864, 1910, 1921, 1932 e 2005.
 
Il 23 marzo del 1799 la Sacra Spina di Andria venne trafugata durante il saccheggio dei giacobini francesi e di essa si persero le tracce fino al 1837, data in cui fu ritrovata a Venosa. Grazie all’intercessione di mons. Cosenza, la famiglia presso la quale fu ritrovata la spina la restituì alla Chiesa. In quella occasione, la spina manifestò il miracolo dal 24 ottobre, giorno in cui la reliquia fu nuovamente trasferita ad Andria, fino a metà novembre.
 
 
 
 

mercoledì 30 marzo 2016

Cristo è veramente risorto!

Cristo è morto ma è anche risorto e la Sacra Sindone ne è la testimonianza più viva e diretta.
 
Ha scritto Blaise Pascal:
'Con che ragione vengono a dirci che non si può risuscitare?
Cos'è più difficile nascere o risuscitare?
E' più difficile che ciò che non è mai stato sia o ciò che è stato sia ancora? E' più difficile essere o ritornare ad essere? L'abitudine ci fa sembrare facile l'essere; la mancanza di abitudine ci fa sembrare impossibile il ritornare ad essere'.   

giovedì 17 marzo 2016

Le eresie della gnosi moderna

L'economista Ettore Gotti Tedeschi ha appena dato alle stampe il libro dal titolo “Un mestiere del diavolo”. In un'intervista a la nuova bussola quotidiana illustra brevemente i temi trattati nel libro, tra cui il demonio e la crisi secolare di valori, di morale, che tocca tutte le categorie dell’umano dall'economia all'ambientalismo, dalle eresie alle ideologie, dalla religione cattolica al pensiero modernista.

Interessante scoprire come nella sua visione alla base della crisi morale ci sia la ripresentazione dell’eresia gnostica sviluppata in chiave moderna.
La spiega dicendo che nella Genesi al tema della Creazione 'sono esplicitate quattro volontà del Creatore
 
1°-  Il sesso delle creature(“maschio e femmina  li creò...”)
2°- Il loro impegno riproduttivo(“siate fecondi  e moltiplicatevi...”)
3°- Il compito verso la Creazione(“riempite la terra, soggiogatela...” )
4°- Il compito verso il resto del Creato(“dominate su ogni essere vivente …”).
 
La gnosi contrappone oggi, a queste quattro volontà del Creatore, rispettivamente  le sue quattro  eresie
 
1° - Teoria Gender
2° - Malthusianesimo
3° - Ambientalismo gnostico
4° - Animalismo 
 
 Alla domanda se le eresie che analizza nel libro possano nascondersi anche in economia risponde che alla prima eresia corrisponde la ribellione di Lucifero verso la Verità che porta come conseguenze economiche, dopo la cacciata dal paradiso, la fatica e la sofferenza nel lavoro, l’egoismo, l’invidia e l’attaccamento ai beni.
 
E poi c'è Caino, che è il primo ambientalista neomalthusiano nella storia che uccide Abele perché produce più di lui, sfruttando così la terra ed immola gli armenti migliori a Dio bruciandoli, uccidendo inutilmente animali e inquinando così l’atmosfera.
 
E continua ancora a proposito di eresie:
 
'Una successiva grande eresia, quella albigese, estinguendo l’uomo, provoca decrescita economica e povertà.
 
L’eresia protestante genera il capitalismo “disordinato”, quello su cui si scaglia Marx.
 
L’eresia naturalista negando che esistano leggi naturali che ispirano l’economia esalta “la natura buona” in sé stessa.
 
Una successiva eresia, l’americanismo, condannata da Leone XIII, afferma che le virtù vere sono solo quelle che creano valore economico'.
 
Conclude dicendo che 'le eresie che provocano impatto economico sono moltissime'.
 
Non ci resta che leggere il libro!

mercoledì 16 marzo 2016

Umanesimo orizzontale

Cosa sta succedendo all'interno della Chiesa? In una parte dei prelati e del clero? Pare che la società, non solo italiana, sia allo sbando materialmente e soprattutto spiritualmente ed una parte della Chiesa non è da meno, tutta intenta a dialogare col mondo per compiacerlo, nel tentativo di legittimare una sorta di visione della realtà moderna e secolarizzata lontana dalla legge naturale, tutta protesa verso un umanesimo orizzontale che ha dimenticato la dimensione verticale della vita.
Pare che il linguaggio semplice, evidente e lineare della legge naturale non sia più compreso ed è vergognoso che tale linguaggio, pur capito ed assimilato da ben duemila anni, non sia più tollerato all'interno della Chiesa.
Don Divo Barsotti commentò così: 'Nulla mi sembra più grave contro la santità di Dio della presunzione dei chierici che credono, con un orgoglio che è soltanto diabolico, di potere manipolare la verità […] L'episcopato cattolico ha creduto di poter rinnovare ogni cosa obbedendo soltanto al proprio orgoglio, senza impegno di santità, in una opposizione aperta alla legge dell'Evangelo' .
Da queste parole, si comprende chiaramente come tale situazione odierna affondi le sue radici in tempi meno recenti e che tale sbandamento sia dovuto appunto proprio al tentativo di alcuni, all'interno della Chiesa, di manipolare la verità del Signore, in opposizione alla legge del Vangelo, a proprio piacimento e compiacimento. Le verità di fede che oggi vengono manipolate, nel tentativo di cambiarle, se non nella sostanza almeno nella forma (questo vogliono farci credere!), hanno la radice nella Sacra Scrittura che è Parola di Dio, che la Santa Chiesa ha il dovere di tutelare, preservare e tramandare e che nessuno, neanche il Santo Padre, ha diritto di mutare.
Spesso si parla di cambiamento di “pastorale” ma non di Dottrina, ma il mutare di quella inevitabilmente porterà al mutare di questa in quanto, con il termine di 'cambiamento pastorale' si sottintende la negazione pratica degli insegnamenti morali, dunque un mutamento della verità e della Dottrina. In questo clima non sorprendono più di tanto i tentativi di trasformare la Chiesa da struttura gerarchica (voluta da Dio) ad assemblea di fedeli dove le conferenze episcopali rivendicano il potere di legiferare in materia di dottrina e di morale, così come non sorprende lo svilimento ed il decadimento in cui versano il Papato, la Divina Liturgia e la Santa Dottrina.

lunedì 14 marzo 2016

El ultimo soldado de Cristo

Lo scorso 18 febbraio, in Messico, all'età di 103 anni è morto Juan Daniel Macías Villegas, noto per essere l’ultimo soldato “cristero” vivente. La salma è stata tumulata nel cimitero della Guardia Nazionale Cristera, un'organizzazione che difende la memoria dei martiri durante la persecuzione religiosa in Messico agli inizi del Novecento. Juan Daniel è stato l’ultimo testimone di un cattolicesimo militante, capace di impugnare le armi, nella prima metà del secolo scorso, per difendere la fede minacciata da uno Stato massonico e violentemente anticlericale.Juan Daniel era nato il 21 luglio del 1912 a San Julián. Fu battezzato dal sacerdote, Narciso Elizondo, lo stesso che lo benedì quando, all'età di 13 anni, entrò a far parte della squadra del generale Victoriano Ramírez per lottare con i Cristeros a difesa della Cristianità e contro le leggi anti-cattoliche del governo di allora che scatenò un conflitto contro la società contadina, tradizionale, cattolica, un’aggressione perpetrata da uno Stato autoritario uscito da un processo rivoluzionario.
 Il nome Cristeros, contrazione di Cristos Reyes, fu dato spregiativamente dai governativi ai ribelli, a motivo del loro grido di battaglia: «¡Viva Cristo Rey!» (Viva Cristo Re!).
Questa rivoluzione lasciò una lunga scia di sangue di persone che per difendere l'onore di Gesù e della sua Chiesa, insieme ai valori della Cristianità violata e perseguitata non esitarono ad andare incontro alla morte, piuttosto che rinnegare la loro appartenenza alla Chiesa Cattolica.
Oggi alcuni sono stati canonizzati, altri sono beati ed altri ancora attendono di essere elevati agli onori degli altari. Lo scorso 22 gennaio Papa Francesco ha firmato il decreto per la canonizzazione del Beato José Sanchez del Rio, anch'egli piccolo cristero, barbaramente assassinato in odio alla fede cristiana a soli 14 anni.
Si stima che, in questo brutale conflitto, persero la vita tra le 75 e le 80 mila persone. A fronte di 4 mila e 500 sacerdoti presenti nel Paese all’inizio della ribellione, ne rimasero 334 alla fine delle ostilità. Tutti gli altri furono espulsi dal Paese o uccisi. Con l’aiuto di Dio e della Vergine di Guadalupe, i “cristeros” salvarono la fede in Messico.
Gli occhi Juan Daniel Macías Villegas hanno conosciuto quegli anni di tormento e anche di manifesto amore per Cristo e per la sua Chiesa. Hanno potuto assistere, decenni più tardi, anche agli effetti concreti di quell’impegno coraggioso: nel 1988 una riforma costituzionale ha riconosciuto personalità giuridica alla Chiesa cattolica, ha ristabilito relazioni diplomatiche tra Messico e Santa Sede e ha sancito l’inizio di una nuova fase di dialogo e di pace.
Gli artefici di questo risultato sono stati gente semplice come Juan Daniel Macías Villegas. Guerrieri nell’animo, che mantennero una fede ardente nei campi di battaglia così come nelle attività di tutti i giorni, tra moglie e figli, a dedicarsi alla produzione di latte e di carne nella propria fattoria.
Che il Signore lo accolga nella Sua Patria beata! RIP
Della storia dei Cristeros messicani ho scritto brevemente anche in questo post
 

giovedì 10 marzo 2016

No papolatria

Sono cattolica, praticante ed osservante, certamente con tutti i miei limiti e difetti. Ho in grande considerazione il Magistero e la Dottrina della Chiesa. Credo le verità di fede ed i dogmi che la Santa Chiesa propone a credere e non faccio mistero sul fatto che credo che il Papa sia il 'Dolce Cristo in terra', come soleva dire santa Caterina da Siena, dunque degno di venerazione e di devoto rispetto, e che sono completamente allineata alla Tradizione - che racchiude, conserva e trasmette il pensiero bimillenario della Chiesa - senza se e senza ma, ritenendola santa ed ispirata dal Signore, dunque non contestabile né opinabile. Questo fino a quel 'Buonasera' del 13 marzo di tre anni fa che mi lasciò esterrefatta e quasi senza fiato. Sono andata in crisi! Mai e poi mai avrei immaginato, di dovermi trovare, dentro la Chiesa - la mia Patria - alloggiata scomodamente, molto scomodamente! Ci troviamo, purtroppo, nel mezzo di un processo di autodemolizione della Chiesa che non ha precedenti, sulla scia della secolarizzazione che dagli anni Sessanta galoppa senza sosta sia nella società civile che in ambito religioso. Non avrei mai pensato di dover arrivare a pesare le parole del Papa, gli errori del suo comportamento e a criticarne gli atti non infallibili, soprattutto per quanto concerne le sue scelte politiche e pastorali che, spesso e volentieri, mi hanno lasciata sconcertata!
Nel turbinio delle vicissitudini della storia italiana di questi ultimi anni spicca l'atteggiamento disinvolto e sprezzante di quella parte di classe politica che a torto si definisce cattolica. Il tradimento di tale classe - che non è una novità dei nostri tempi - è sempre stato accompagnato dal tradimento storico dei vertici ecclesiastici, (ricordo però con soddisfazione anche le attuali voci fuori dal coro, poche ma buone!)ma non ci si 'abitua' ad un Papa che ama chiacchierare e scegliere un certo Eugenio Scalfari come suo confidente o che tace - non volendosi 'immischiare' nella politica italiana, su leggi come le unioni di persone dello stesso sesso, o che reputa Emma Bonino e Giorgio Napolitano, come grandi figure dell’Italia di oggi, e poi non rivolge nessuna parola o una semplice benedizione alle centinaia di migliaia di cattolici del Family Day. Ci sarebbe tanto altro da criticare ma forse è meglio pregare e meditare.
   

 

mercoledì 9 marzo 2016

Opere di misericordia


In questo anno giubilare della Misericordia siamo chiamati a mettere in pratica, con costanza e amore le opere di misericordia verso il nostro prossimo. Esse sono in tutto quattordici, distinte in opere di misericordia corporale e spirituale. Tutte le opere di misericordia scaturiscono dal comandamento del Signore di amare il prossimo come noi stessi in virtù dell'amore che portiamo al Signore stesso e trovano dunque fonte di ispirazione proprio dalle parole di Gesù narrate nel vangelo di san Matteo in merito al giudizio alla fine dei tempi quando Cristo, giusto giudice, tornerà sulla terra per dare compimento al disegno d'amore di Dio Padre sull'intera umanità:
 
«In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riuniti davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: ‘Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi’.
Allora i giusti risponderanno: ‘Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?’.
Rispondendo, il re dirà loro: ‘In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’. Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: ‘Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato’.
Anch’essi allora risponderanno: ‘Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?’. Ma egli risponderà: ‘In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me’. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”» (Mt 25, 31-46).
 

LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE 

1 - Consigliare i dubbiosi.
2 - Insegnare agli ignoranti.
3 - Ammonire i peccatori.
4 - Consolare gli afflitti.
5 - Perdonare le offese.
6 - Sopportare pazientemente le persone moleste.
7 - Pregare Dio per i vivi e per i morti.


LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE

1 - Dar da mangiare agli affamati.
2 - Dar da bere agli assetati.
3 - Vestire gli ignudi.
4 - Alloggiare i pellegrini.
5 - Visitare gli infermi.
6 - Visitare i carcerati.
7 - Seppellire i morti. 


               

 

mercoledì 2 marzo 2016

Tre lacci per condurre alla perdizione

Don Bosco è un santo che, dall'età di nove anni fino alla fine dei suoi giorni, avrà spesso sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alle società, ai suoi amati giovani, alla Congregazione salesiana.
 
La sera del 4 aprile 1869 raccontò ai suoi giovani un sogno sul sacramento della confessione che li impressionò vivamente.

«Sognai di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.
Cominciai a confessare, ma presto, vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.

— Perché tenete quella corda al collo? — domandai — Levatevela!
E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.
— Orsù — dissi a uno che mi era vicino — togli quella corda!
— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.

Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.

Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa.
 
Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:
— Chi sei?
L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.
— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.
Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.

— Che cosa significano?
— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.— E come? In che maniera?
— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.
— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.
— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.
— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!

Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:
Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.
— E il secondo?
Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.
— Il terzo?
— Il terzo non te lo voglio dire.
— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.
— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.
— E io voglio che tu me lo dica.
E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue.
Finalmente disse:
Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.
— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?
— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.

Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».

Tratto da qui

martedì 1 marzo 2016

Tempo della corruzione generale

 

“Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtú, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore”.  
(Karl Marx, Miseria della Filosofia)