O Dio di bontà, che avete riempito il Cuore santo e immacolato di Maria dei sentimenti di misericordia e di tenerezza, di cui il Cuor di Gesù fu sempre penetrato, concedete a quelli che onorano questo Cuore Verginale, di conservare fino alla morte una perfetta conformità col S. Cuore di Gesù che vive e regna nei secoli. Così sia.
Abito la Terra di Mezzo, in servizio permanente effettivo, tra un fonendo ed una tazza, di ricetta in ricetta
La mia Terra di Mezzo
Tra un fonendo ed una tazza, scorre la mia Terra di Mezzo, il mio presente.....Le porte? Si possono aprire, spalancare sul mondo, ma si possono anche chiudere, per custodire preziosi silenzi e recondite preghiere....
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sabato 28 giugno 2014
Dell'Amor la forma /3
Il Cuore di Maria Vergine è quello che più assomiglia al Cuore Sacratissimo di Gesù. Ella lo ha cullato per nove mesi nel suo purissimo seno verginale, consapevole che quel Figlio era stato intessuto, ricamato fin dall'eternità, nell'Aurora dei Tempi eterni per Lei, prima Aurora della redenzione, novella Eva della famiglia del mondo. Nel desiderio di penetrare il grande mistero che la sua storia di donna e di prescelta sta vivendo, Maria conserva e medita nel suo Cuore ogni particolare, ogni parola, ogni avvenimento che la volontà di Dio amorevolmente le porge. Ella nella preghiera, nella meditazione, nel silenzio e nel nascondimento, di giorno in giorno, si alimenta del pane vivo della Parola, in continua comunione con il suo Signore, che, preservandola da ogni macchia di peccato, l'ha resa feconda e madre dell'Unigenito, coinvolgendola nel grande e misericordioso progetto della riconciliazione dell'intero genere umano. Maria è consapevole della preziosità della carne che abita il suo grembo; ne avverte tutta la vitalità, il candore, lo splendore, la Divinità e, accesa d'amorosa ansia d'attesa, in adorante silenzio ascolta quel piccolo Cuore che pulsa d'amore e ne conforma ai battiti il suo. La trasformazione è consumata! Il Cuore di Maria è quello di Gesù, il Cuore di Gesù è quello di Maria. Ora pulsano all'unisono e sono pronti per affrontare insieme ogni prova della loro vita: dalla culla al Calvario.
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venerdì 27 giugno 2014
Un cuore che ama, sempre!
Due mistiche sante cistercensi sviluppano nel corso del XII secolo la spiritualità al Sacro Cuore di Gesù. La prima, in ordine cronologico, è santa Matilde di Hackerborn (1240-1298), che contempla nel cuore del Cristo 'la casa rifugio" dove entrare per trovare pace e gioia anche nei giorni di dolore. L'altra è santa Geltrude la Grande (1256-1302), che nei suoi scritti contempla il Cuore del Cristo risorto, "sorgente d'acqua viva" che si versa sulla terra per santificare i giusti, convertire i peccatori e nel Purgatorio per recare refrigerio alle anime sofferenti. Per lei, la spiritualità del Cuore di Gesù è un invito alla gioia, all'abbandono fiducioso in Lui, alla ricerca di maggiore intimità con l'Amato che si realizza nella partecipazione alla divina liturgia e alla comunione eucaristica. La devozione privata al Cuore di Gesù si diffonde a cominciare dal secolo XVI con San Francesco di Sales (1567-1622) consacrò la Congregazione delle Visitandine, da lui fondata, al Sacro Cuore di Gesù e con San Giovanni Eudes (1601-1680)che propagò unitamente la devozione ai Cuori di Gesù e di Maria e compose anche un Ufficio ed una Messa in onore del Sacro Cuore di Gesù. Nel XVII sec. la devozione al Sacro Cuore termina di essere 'fatto privato "per divenire itinerario di crescita spirituale per tutti, grazie soprattutto alle rivelazioni a santa Margherita Maria Alacoque alla quale Gesù si presenta con un "Cuore che ha tanto amato gli uomini" e che, in cambio, non riceve che 'freddezza" e "disprezzo". È il Cuore del Cristo Risorto che soffre, oggi come ieri, per ogni persona fino a proporre questa devozione come un ultimo sforzo del suo amore. La mistica Santa Maria Margherita Alacoque, per le consuetudini sociali del tempo, non avrebbe mai potuto diffondere la spiritualità del "Sacro Cuore" oltre le mura del suo monastero, se il Signore non le avesse inviato il servo fedele e perfetto amico nella persona di san Claudio La Colombiere, religioso della Compagnia di Gesù. Questi si fa apostolo di tale devozione diffondendola in modo capillare, coadiuvato da un numero sempre maggiore di confratelli. Santa Margherita Maria Alacoque mette in particolare rilievo la veglia di preghiera in riparazione dei peccati, attuata tra la notte del giovedì e del venerdì, in memoria dell'agonia di Gesù nell'orto del Getsemani. Ogni espressione di culto a Gesù ha per oggetto ultimo e completo tutto Gesù Cristo: vero Dio e vero Uomo. L'oggetto specifico del culto al Cuore di Gesù è il suo Cuore fisico, vivo e animato che palpita d'amore per ciascuna delle sue creature.
PREGHIERA AL SACRO CUORE DI GESU'
Cor Jesu sanctissimum, large, quaesumus, effunde tuas benedictiones super sanctam Ecclesiam, super Summum Ponteficem, et super omnem clerum; da iustis perseverantiam, converte peccatores, illumina infideles, benedic nostros propinquos, amicos et benefactores, assiste moribundis, libera animas in purgatorio degentes, et super omnium corda dulce imperium tui amoris extende. Amen
COR JESU ADVENIAT REGNUM TUUM, ADVENIAT PER MARIAM.
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giovedì 26 giugno 2014
No clapping, please!
La Messa è finita. Nel senso che ormai pare stia andando a farsi benedire l’osservanza delle più elementari norme liturgiche. Che non ci sia più religione in alcune celebrazioni eucaristiche è una questione seria. E padre Serafino Tognetti, monaco e primo successore di don Divo Barsotti alla guida della Comunità dei Figli di Dio, non può fare a meno di rilevarlo in questo provocatorio volumetto (Mostrami Signore, la tua via). In appendice a un testo denso di stupore per il paradosso del cristianesimo la cui forza si sprigiona nella debolezza («Cercate voi in tutta la letteratura di tutto il mondo, antica e moderna, studiate tutte le religioni del mondo e ditemi se trovate un Re - Agnello o una divinità che si faccia mite, vittima») ecco alcune osservazioni appassionate sulla realtà sconfortante di certe Messe odierne. Sotto la sua lente finisce quindi l’uso «ultimamente in voga» di applaudire in chiesa.
Il tema non è nuovo. Già Joseph Ratzinger nell’Introduzione allo spirito della liturgia aveva tuonato: «Là, dove irrompe l’applauso per l’opera umana nella liturgia, si è di fronte a un segno sicuro che si è del tutto perduta l’essenza della liturgia e la si è sostituita con una sorta di intrattenimento a sfondo religioso ». Sulla stessa scia padre Tognetti: «Il tempio di Dio non è il luogo degli applausi. Con l’applauso si sposta l’attenzione: si celebra l’uomo al posto di Dio». Non siamo di fronte a un cantante, a un calciatore o a un funambolo del circo, rimarca con ironia l’autore. «Nessuno applaude nel rimirare estasiato un tramonto sull’oceano, o nell’osservare ammirato il volo degli uccelli nel cielo. L’applauso è sempre in relazione agli uomini, quando fanno qualcosa di bello, qualcosa che ci piace». Ma il protagonista per eccellenza della celebrazione è Gesù: "Probabilmente sotto la croce a nessuno venne in mente di applaudire. Nel momento della Resurrezione, poi, non c’era nessuno, e se c’era dormiva (le guardie). E nella Messa non succede la stessa cosa: morte e Resurrezione? La Messa è il Sacrificio di Cristo, non altro, da vivere con timore e tremore, nella preghiera, nell’adorazione, nella lode…». La verità è che si smarrisce quell’atteggiamento di meraviglia e composta gratitudine che dovrebbe avere il fedele e trasformiamo la chiesa in un teatrino molto umano» annota amaramente Tognetti. Per non parlare di ciò che accade dopo la benedizione: «Ci rimango sempre male quando dopo aver detto 'La Messa è finita, andate in pace', l’assemblea si trasforma in un mercato…». O quel che avviene nelle Messe nuziali: «Sono ancora matrimoni o sedute fotografiche?».
di A. Giuliano, da Avvenire, del 19.06.2014, pag. 25
martedì 17 giugno 2014
Il Santo Sacrificio
Il rito e tutti i dettagli del Santo Sacrificio della Messa devono incardinarsi nella glorificazione e nell'adorazione di Dio, insistendo sulla centralità della presenza del Cristo, sia nel segno e nella rappresentazione del Crocifisso, che nella Sua presenza eucaristica nel tabernacolo, e soprattutto al momento della consacrazione e della santa comunione. Più ciò è rispettato, meno l'uomo si pone al centro della celebrazione, meno la celebrazione somiglia ad un circolo chiuso, ma è aperta anche in maniera esteriore sul Cristo, come una processione che si dirige verso di lui col prete in testa, più una tale celebrazione liturgica rifletterà in modo fedele il sacrificio d'adorazione del Cristo in croce, più ricchi saranno i frutti provenienti dalla glorificazione di Dio che i partecipanti riceveranno nelle loro anime, più il Signore li onorerà.
Più il sacerdote e i fedeli cercheranno in verità durante le celebrazioni eucaristiche la gloria di Dio e non la gloria degli uomini, e non cercheranno di ricevere la gloria gli uni dagli altri, più Dio li onorerà lasciando partecipare la loro anima in maniera più intensa e più feconda alla Gloria e all'Onore della Sua vita divina.
(Mons. Athanasius Schneider)
mercoledì 11 giugno 2014
Dell'amor la forma /2
Shrek è un orco solitario, brutto, asociale, puzzolente ma buono, che vive nella foresta, in una casa di legno in una palude. Un giorno scopre che tutti i personaggi delle fiabe sono stati cacciati fuori dal regno di Duloc da Lord Farqaad un uomo cattivo e crudele che vuole salire al potere come re.
Uno dei personaggi esiliati, Ciuchino, un mulo, diventa suo amico e decide di andare ad alloggiare a casa sua. Però le cose si complicano quando tutti gli altri personaggi banditi dalla foresta si riversano in casa di Shrek essendo stati sfrattati dalle proprie case e quindi Shrek, per ritrovare la tranquillità, decide di andare a cercare Lord Farquaad con l'aiuto di Ciuchino.
Insieme si dirigono a Duloc, nella grande dimora del perfido Lord, dove scoprono che questi è intenzionato a divenire un giorno sovrano del regno e che, per diventarlo, bisogna che sposi una principessa. La prescelta è la bellissima Fiona la quale però è prigioniera in cima all'altissima torre di un castello, sorvegliata da un drago. Per averla, Lord Farqaad dovrà riuscire a liberarla dal drago e, non essendone in grado, organizza un torneo per scegliere l'eroe che dovrà liberare la sua futura sposa al suo posto e il vincitore risulta essere proprio Shrek. Questi accetta di tentare l'impresa, purché il Lord faccia in modo di mandare via tutti i personaggi delle fiabe lontano dalla sua palude.
Uno dei personaggi esiliati, Ciuchino, un mulo, diventa suo amico e decide di andare ad alloggiare a casa sua. Però le cose si complicano quando tutti gli altri personaggi banditi dalla foresta si riversano in casa di Shrek essendo stati sfrattati dalle proprie case e quindi Shrek, per ritrovare la tranquillità, decide di andare a cercare Lord Farquaad con l'aiuto di Ciuchino.
Insieme si dirigono a Duloc, nella grande dimora del perfido Lord, dove scoprono che questi è intenzionato a divenire un giorno sovrano del regno e che, per diventarlo, bisogna che sposi una principessa. La prescelta è la bellissima Fiona la quale però è prigioniera in cima all'altissima torre di un castello, sorvegliata da un drago. Per averla, Lord Farqaad dovrà riuscire a liberarla dal drago e, non essendone in grado, organizza un torneo per scegliere l'eroe che dovrà liberare la sua futura sposa al suo posto e il vincitore risulta essere proprio Shrek. Questi accetta di tentare l'impresa, purché il Lord faccia in modo di mandare via tutti i personaggi delle fiabe lontano dalla sua palude.
Farquaad acconsente e così Shrek parte, insieme al fedele amico Ciuchino, verso la torre dove è imprigionata la principessa Fiona. Dopo la liberazione comincia il viaggio per portarla da Lord Farqaad, ma durante il tragitto verso Duloc, nonostante le iniziali ostilità e divergenze, tra Shrek e la principessa sboccia l'amore. Poco prima dell'ingresso a Duloc, una notte, Ciuchino scopre la principessa sotto un altro aspetto, ovvero quello di un orco. Fiona rivela così la verità su di lei, unica a nascere al mondo così, senza nessun altro uguale: da piccola nacque con un incantesimo per cui ogni notte, al calar del sole, si trasforma in un orco, per tornare una bellissima principessa il mattino seguente. L'incantesimo può essere spezzato solo dal bacio del vero amore; per questo Fiona si prepara al matrimonio credendo che, sposando Lord Farquaad, prima che il sole possa calare di nuovo e il suo sposo venga a sapere delle sue trasformazioni notturne, con un suo bacio si possa rompere finalmente l'incantesimo e lei possa finalmente ritornare bellissima e con fattezze umane.
Ma Shrek, innamorato della principessa Fiona, decide di raggiungerla e rivelarle i suoi sentimenti; così nel momento del bacio tra Fiona e Lord Farqaad, il colpo di scena: questa si rifiuta e decide di baciare Shrek, perchè anche lei è innamorata di lui, scegliendo così di rimanere un orco, per poter prendere definitivamente 'dell'amor la forma'. Così Shrek finalmente bacia Fiona, trasformandola in un'orchessa felicissima ed innamorata.
martedì 10 giugno 2014
I doni dello Spirito Santo
Sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e santo timor di Dio, sono i sette doni dello Spirito Santo. Qui di seguito propongo delle meditazioni del Santo Padre Francesco e di Papa san Giovanni Paolo II sui doni dello Spirito Santo.
1. Il dono della SAPIENZA
Non si tratta semplicemente della saggezza umana, che è frutto della conoscenza e dell’esperienza. Nella Bibbia si racconta che Salomone, nel momento della sua incoronazione a re d’Israele, aveva chiesto il dono della sapienza (cfr 1 Re 3,9).E la sapienza è proprio questo: è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. E’ semplicemente questo: è vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio. Questa è la sapienza. Alcune volte noi vediamo le cose secondo il nostro piacere o secondo la situazione del nostro cuore, con amore o con odio, con invidia… No, questo non è l’occhio di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio.
2. Il dono dell' INTELLETTO
è invece una grazia che solo lo Spirito Santo può infondere e che suscita nel cristiano la capacità di andare al di là dell’aspetto esterno della realtà e scrutare le profondità del pensiero di Dio e del suo disegno di salvezza. E’ chiaro allora che il dono dell’intelletto è strettamente connesso alla fede. Quando lo Spirito Santo abita nel nostro cuore e illumina la nostra mente, ci fa crescere giorno dopo giorno nella comprensione di quello che il Signore ha detto e ha compiuto. Lo stesso Gesù ha detto ai suoi discepoli: io vi invierò lo Spirito Santo e Lui vi farà capire tutto quello che io vi ho insegnato. Capire gli insegnamenti di Gesù, capire la sua Parola, capire il Vangelo, capire la Parola di Dio.
3. Il dono del CONSIGLIO
nel momento in cui lo accogliamo e lo ospitiamo nel nostro cuore, lo Spirito Santo comincia subito a renderci sensibili alla sua voce e a orientare i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre intenzioni secondo il cuore di Dio. Nello stesso tempo, ci porta sempre più a rivolgere lo sguardo interiore su Gesù, come modello del nostro modo di agire e di relazionarci con Dio Padre e con i fratelli. Il consiglio, allora, è il dono con cui lo Spirito Santo rende capace la nostra coscienza di fare una scelta concreta in comunione con Dio, secondo la logica di Gesù e del suo Vangelo. In questo modo, lo Spirito ci fa crescere interiormente, ci fa crescere positivamente, ci fa crescere nella comunità e ci aiuta a non cadere in balia dell’egoismo e del proprio modo di vedere le cose. Così lo Spirito ci aiuta a crescere e anche a vivere in comunità. La condizione essenziale per conservare questo dono è la preghiera. Sempre torniamo sullo stesso tema: la preghiera! Ma è tanto importante la preghiera. Pregare con le preghiere che tutti noi sappiamo da bambini, ma anche pregare con le nostre parole. Pregare il Signore: “Signore, aiutami, consigliami, cosa devo fare adesso?”. E con la preghiera facciamo spazio, affinché lo Spirito venga e ci aiuti in quel momento, ci consigli su quello che tutti noi dobbiamo fare. La preghiera! Mai dimenticare la preghiera. Mai! Nessuno, nessuno, se ne accorge quando noi preghiamo nel bus, nella strada: preghiamo in silenzio col cuore. Approfittiamo di questi momenti per pregare, pregare perché lo Spirito ci dia il dono del consiglio.
4. Il dono della FORTEZZA
Ci sono anche dei momenti difficili e delle situazioni estreme in cui il dono della fortezza si manifesta in modo straordinario, esemplare. È il caso di coloro che si trovano ad affrontare esperienze particolarmente dure e dolorose, che sconvolgono la loro vita e quella dei loro cari. La Chiesa risplende della testimonianza di tanti fratelli e sorelle che non hanno esitato a dare la propria vita, pur di rimanere fedeli al Signore e al suo Vangelo. Anche oggi non mancano cristiani che in tante parti del mondo continuano a celebrare e a testimoniare la loro fede, con profonda convinzione e serenità, e resistono anche quando sanno che ciò può comportare un prezzo più alto. Non bisogna pensare che il dono della fortezza sia necessario soltanto in alcune occasioni o situazioni particolari. Questo dono deve costituire la nota di fondo del nostro essere cristiani, nell’ordinarietà della nostra vita quotidiana. Come ho detto, in tutti i giorni della vita quotidiana dobbiamo essere forti, abbiamo bisogno di questa fortezza, per portare avanti la nostra vita, la nostra famiglia, la nostra fede. L’apostolo Paolo ha detto una frase che ci farà bene sentire: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Quando affrontiamo la vita ordinaria, quando vengono le difficoltà, ricordiamo questo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza». Il Signore dà la forza, sempre, non ce la fa mancare. Il Signore non ci prova più di quello che noi possiamo tollerare. Lui è sempre con noi. «Tutto posso in colui che mi dà la forza».
5. Il dono della SCIENZA
Quando si parla di scienza, il pensiero va immediatamente alla capacità dell’uomo di conoscere sempre meglio la realtà che lo circonda e di scoprire le leggi che regolano la natura e l’universo. La scienza che viene dallo Spirito Santo, però, non si limita alla conoscenza umana: è un dono speciale, che ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l’amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura. Quando i nostri occhi sono illuminati dallo Spirito, si aprono alla contemplazione di Dio, nella bellezza della natura e nella grandiosità del cosmo, e ci portano a scoprire come ogni cosa ci parla di Lui e del suo amore. Tutto questo suscita in noi grande stupore e un profondo senso di gratitudine! È la sensazione che proviamo anche quando ammiriamo un’opera d’arte o qualsiasi meraviglia che sia frutto dell’ingegno e della creatività dell’uomo: di fronte a tutto questo, lo Spirito ci porta a lodare il Signore dal profondo del nostro cuore e a riconoscere, in tutto ciò che abbiamo e siamo, un dono inestimabile di Dio e un segno del suo infinito amore per noi. Nel primo capitolo della Genesi, proprio all’inizio di tutta la Bibbia, si mette in evidenza che Dio si compiace della sua creazione, sottolineando ripetutamente la bellezza e la bontà di ogni cosa. Al termine di ogni giornata, è scritto: «Dio vide che era cosa buona» (1,12.18.21.25): se Dio vede che il creato è una cosa buona, è una cosa bella, anche noi dobbiamo assumere questo atteggiamento e vedere che il creato è cosa buona e bella. Ecco il dono della scienza che ci fa vedere questa bellezza, pertanto lodiamo Dio, ringraziamolo per averci dato tanta bellezza. Il dono della scienza ci pone in profonda sintonia con il Creatore e ci fa partecipare alla limpidezza del suo sguardo e del suo giudizio. Ed è in questa prospettiva che riusciamo a cogliere nell’uomo e nella donna il vertice della creazione, come compimento di un disegno d’amore che è impresso in ognuno di noi e che ci fa riconoscere come fratelli e sorelle.
6. Il dono della PIETA'
Bisogna chiarire subito che questo dono non si identifica con l’avere compassione di qualcuno, avere pietà del prossimo, ma indica la nostra appartenenza a Dio e il nostro legame profondo con Lui, un legame che dà senso a tutta la nostra vita e che ci mantiene saldi, in comunione con Lui, anche nei momenti più difficili e travagliati.
Questo legame col Signore non va inteso come un dovere o un’imposizione. È un legame che viene da dentro. Si tratta di una relazione vissuta col cuore: è la nostra amicizia con Dio, donataci da Gesù, un’amicizia che cambia la nostra vita e ci riempie di entusiasmo, di gioia. Per questo, il dono della pietà suscita in noi innanzitutto la gratitudine e la lode. È questo infatti il motivo e il senso più autentico del nostro culto e della nostra adorazione. Quando lo Spirito Santo ci fa percepire la presenza del Signore e tutto il suo amore per noi, ci riscalda il cuore e ci muove quasi naturalmente alla preghiera e alla celebrazione. Pietà, dunque, è sinonimo di autentico spirito religioso, di confidenza filiale con Dio, di quella capacità di pregarlo con amore e semplicità che è propria delle persone umili di cuore. Se il dono della pietà ci fa crescere nella relazione e nella comunione con Dio e ci porta a vivere come suoi figli, nello stesso tempo ci aiuta a riversare questo amore anche sugli altri e a riconoscerli come fratelli. E allora sì che saremo mossi da sentimenti di pietà – non di pietismo! – nei confronti di chi ci sta accanto e di coloro che incontriamo ogni giorno. Il dono della pietà significa essere davvero capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi piange, di stare vicini a chi è solo o angosciato, di correggere chi è nell’errore, di consolare chi è afflitto, di accogliere e soccorrere chi è nel bisogno. C'è un rapporto molto stretto fra il dono della pietà e la mitezza. Il dono della pietà che ci dà lo Spirito Santo ci fa miti, ci fa tranquilli, pazienti, in pace con Dio, al servizio degli altri con mitezza.
Udienze Generali di Sua Santità Papa Francesco (2014)
7. Il dono del SANTO TIMOR DI DIO
La Sacra Scrittura afferma che «principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 111[110],10; Pr 1,7). Ma di quale timore si tratta? Non certo di quella «paura di Dio» che spinge a rifuggire dal pensare e dal ricordarsi di lui, come da qualcosa o da qualcuno che turba e inquieta. Fu questo lo stato d'animo che, secondo la Bibbia, spinse i nostri progenitori, dopo il peccato, a «nascondersi dal Signore Dio in mezzo agli alberi del giardino» (Gen 3,8); fu questo anche il sentimento del servo infedele e malvagio della parabola evangelica, che nascose sotterra il talento ricevuto (cfr. Mt 25,18.26).
Ma questo del timore-paura non è il vero concetto del timore-dono dello Spirito. Qui si tratta di cosa molto più nobile e alta: è il sentimento sincero e trepido che l'uomo prova di fronte alla «tremenda maiestas» di Dio, specialmente quando riflette sulle proprie infedeltà e sul pericolo di essere «trovato scarso» (Dn 5,27) nell'eterno giudizio, a cui nessuno può sfuggire. Il credente si presenta e si pone davanti a Dio con lo «spirito contrito» e col «cuore affranto» (cfr. Sal 51[50],19), ben sapendo di dover attendere alla propria salvezza «con timore e tremore» (Fil 2,12). Ciò, tuttavia, non significa paura irrazionale, ma senso di responsabilità e di fedeltà alla sua legge.
E' tutto questo insieme che lo Spirito Santo assume ed eleva col dono del timore di Dio. Esso non esclude, certo, la trepidazione che scaturisce dalla consapevolezza delle colpe commesse e dalla prospettiva dei divini castighi, la addolcisce con la fede nella misericordia divina e con la certezza della sollecitudine paterna di Dio che vuole l'eterna salvezza di ciascuno. Con questo dono, tuttavia, lo Spirito Santo infonde nell'anima soprattutto il timore filiale, che è sentimento radicato nell'amore verso Dio: l'anima si preoccupa allora di non recare dispiacere a Dio, amato come Padre, di non offenderlo in nulla, di «rimanere» e di crescere nella carità (cfr. Gv 15,4-7).
(meditazioni di Papa san Giovanni Paolo II dal 2 aprile all' 11 giugno 1989)
Quando ho scritto questo post il Santo Padre Francesco non aveva ancora concluso le catechesi sui doni dello Spirito Santo e, mancando quella sul timor di Dio ne avevo inserita una del Papa san Giovanni Paolo II. Ora riporto anche quella di Papa Francesco che ha tenuto ieri 11 giugno:
7.Il dono del timore di Dio, di cui parliamo oggi, conclude la serie dei sette doni dello Spirito Santo. Non significa avere paura di Dio: sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona, sempre; per cui non c’è motivo di avere paura di Lui! Il timore di Dio, invece, è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene.
Il timore di Dio ci fa prendere coscienza che tutto viene dalla grazia e che la nostra vera forza sta unicamente nel seguire il Signore Gesù e nel lasciare che il Padre possa riversare su di noi la sua bontà e la sua misericordia. Aprire il cuore, perché la bontà e la misericordia di Dio vengano a noi. Questo fa lo Spirito Santo con il dono del timore di Dio: apre i cuori. Cuore aperto affinché il perdono, la misericordia, la bontà, le carezza del Padre vengano a noi, perché noi siamo figli infinitamente amati.
Quando siamo pervasi dal timore di Dio, allora siamo portati a seguire il Signore con umiltà, docilità e obbedienza. Questo, però, non con atteggiamento rassegnato, passivo, anche lamentoso, ma con lo stupore e la gioia di un figlio che si riconosce servito e amato dal Padre. Il timore di Dio, quindi, non fa di noi dei cristiani timidi, remissivi, ma genera in noi coraggio e forza! È un dono che fa di noi cristiani convinti, entusiasti, che non restano sottomessi al Signore per paura, ma perché sono commossi e conquistati dal suo amore! Essere conquistati dall’amore di Dio! E questo è una cosa bella. Lasciarci conquistare da questo amore di papà, che ci ama tanto, ci ama con tutto il suo cuore.
Ma, stiamo attenti, perché il dono di Dio, il dono del timore di Dio è anche un “allarme” di fronte alla pertinacia nel peccato. Quando una persona vive nel male, quando bestemmia contro Dio, quando sfrutta gli altri, quando li tiranneggia, quando vive soltanto per i soldi, per la vanità, o il potere, o l’orgoglio, allora il santo timore di Dio ci mette in allerta: attenzione! Con tutto questo potere, con tutti questi soldi, con tutto il tuo orgoglio, con tutta la tua vanità, non sarai felice. Nessuno può portare con sé dall’altra parte né i soldi, né il potere, né la vanità, né l'orgoglio. Niente!
Quando ho scritto questo post il Santo Padre Francesco non aveva ancora concluso le catechesi sui doni dello Spirito Santo e, mancando quella sul timor di Dio ne avevo inserita una del Papa san Giovanni Paolo II. Ora riporto anche quella di Papa Francesco che ha tenuto ieri 11 giugno:
7.Il dono del timore di Dio, di cui parliamo oggi, conclude la serie dei sette doni dello Spirito Santo. Non significa avere paura di Dio: sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona, sempre; per cui non c’è motivo di avere paura di Lui! Il timore di Dio, invece, è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene.
Il timore di Dio ci fa prendere coscienza che tutto viene dalla grazia e che la nostra vera forza sta unicamente nel seguire il Signore Gesù e nel lasciare che il Padre possa riversare su di noi la sua bontà e la sua misericordia. Aprire il cuore, perché la bontà e la misericordia di Dio vengano a noi. Questo fa lo Spirito Santo con il dono del timore di Dio: apre i cuori. Cuore aperto affinché il perdono, la misericordia, la bontà, le carezza del Padre vengano a noi, perché noi siamo figli infinitamente amati.
Quando siamo pervasi dal timore di Dio, allora siamo portati a seguire il Signore con umiltà, docilità e obbedienza. Questo, però, non con atteggiamento rassegnato, passivo, anche lamentoso, ma con lo stupore e la gioia di un figlio che si riconosce servito e amato dal Padre. Il timore di Dio, quindi, non fa di noi dei cristiani timidi, remissivi, ma genera in noi coraggio e forza! È un dono che fa di noi cristiani convinti, entusiasti, che non restano sottomessi al Signore per paura, ma perché sono commossi e conquistati dal suo amore! Essere conquistati dall’amore di Dio! E questo è una cosa bella. Lasciarci conquistare da questo amore di papà, che ci ama tanto, ci ama con tutto il suo cuore.
Ma, stiamo attenti, perché il dono di Dio, il dono del timore di Dio è anche un “allarme” di fronte alla pertinacia nel peccato. Quando una persona vive nel male, quando bestemmia contro Dio, quando sfrutta gli altri, quando li tiranneggia, quando vive soltanto per i soldi, per la vanità, o il potere, o l’orgoglio, allora il santo timore di Dio ci mette in allerta: attenzione! Con tutto questo potere, con tutti questi soldi, con tutto il tuo orgoglio, con tutta la tua vanità, non sarai felice. Nessuno può portare con sé dall’altra parte né i soldi, né il potere, né la vanità, né l'orgoglio. Niente!
lunedì 9 giugno 2014
Superbia intellettuale
«Il
peccato delle origini: mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del
male, la mela… non è quello che la gente generalmente pensa. Quello delle
origini è un peccato molto raffinato: la superbia intellettuale. Non il peccato
di aver pensato, come dicono i marxisti, quando ripetono che i cattolici
considerano il pensare un peccato. San Tommaso d’Aquino sarebbe un grande
peccatore! Il peccato non è quello di pensare, ma quello di presumere di
determinare, con il pensiero, l’essere [Dio]. Invece San Tommaso è convinto che
non è il pensiero che determina l’essere, ma è l’essere che determina il
pensiero. Solo Dio si può permettere il lusso di essere idealista, perché
solo Dio determina l’essere, distinto da Lui,[…]. Quindi l’uomo che pensa di
poter pensare le proprie idee, indipendentemente dall’essere, è un uomo che si
pone al posto di Dio. Qui c’è veramente una affinità con la demonologia,
l’antropologia diventa demonologia. […]
In fondo il peccato delle origini è proprio quello di aver scambiato il pensiero con l’esistenza: una tentazione tremenda. […] Il nostro idealismo moderno è rifare il peccato di Adamo, cioè mangiare dall’albero del bene e del male che significa avere la pretesa, non già di fare qualche peccatuccio banale, non è questo il peccato di Adamo e di Eva. L’aver mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male significa avere la pretesa, con il solo pensiero, di determinare la differenza fra il bene e il male, che è la stessa differenza che corre tra l’essere e il non essere.
Questo solo Dio può farlo, perché solo Dio, in cui il pensiero è l’essere, determina l’essere con il pensiero. L’uomo con il pensiero pensa l’essere, ma non lo determina.»
(Padre Tomas Josef M. Tyn – O.P.
In fondo il peccato delle origini è proprio quello di aver scambiato il pensiero con l’esistenza: una tentazione tremenda. […] Il nostro idealismo moderno è rifare il peccato di Adamo, cioè mangiare dall’albero del bene e del male che significa avere la pretesa, non già di fare qualche peccatuccio banale, non è questo il peccato di Adamo e di Eva. L’aver mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male significa avere la pretesa, con il solo pensiero, di determinare la differenza fra il bene e il male, che è la stessa differenza che corre tra l’essere e il non essere.
Questo solo Dio può farlo, perché solo Dio, in cui il pensiero è l’essere, determina l’essere con il pensiero. L’uomo con il pensiero pensa l’essere, ma non lo determina.»
(Padre Tomas Josef M. Tyn – O.P.
venerdì 30 maggio 2014
Credo la Chiesa
2032. La Chiesa, «colonna e sostegno della verità»(1 Tm 3,15),«ha ricevuto dagli Apostoli il solenne comandamento di Cristo di annunziare la verità della salvezza».
«È compito della Chiesa annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l'ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime».
Tratto da QUI
(Catechismo della Chiesa Cattolica)
giovedì 29 maggio 2014
Miopia spirituale e santa ironia
Padre Pio, a chi gli faceva presente che forse le sue stimmate erano dovute al suo star sempre concentrato sulle Piaghe di Cristo, rispondeva: «Provate voi, a mettervi in un prato davanti a un toro e concentratevi per vedere quando vi spuntano le corna».
martedì 27 maggio 2014
Alla scuola di Maria
1. Il Rosario della
Vergine Maria, sviluppatosi gradualmente nel secondo Millennio al soffio dello
Spirito di Dio, è preghiera amata da numerosi Santi e incoraggiata dal
Magistero. Nella sua semplicità e profondità, rimane, anche in questo terzo
Millennio appena iniziato, una preghiera di grande significato, destinata a
portare frutti di santità. Essa ben s'inquadra nel cammino spirituale di un
cristianesimo che, dopo duemila anni, non ha perso nulla della freschezza delle
origini, e si sente spinto dallo Spirito di Dio a " prendere il largo
" (" duc in altum! ") per ridire, anzi 'gridare' Cristo
al mondo come Signore e Salvatore, come " la via, la verità e la vita
" (Gv 14, 6), come " traguardo della storia umana, il fulcro
nel quale convergono gli ideali della storia e della civiltà ".1
Il Rosario, infatti, pur
caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore
cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la
profondità dell'intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio.2
In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat
per l'opera dell'Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con
esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi
introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e
all'esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente
attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre
del Redentore.
Lettera Apostolica - ROSARIUM VIRGINIS MARIAE -
DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II
DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II
16 ottobre 2002
mercoledì 21 maggio 2014
Dell'amor la forma /1
“L’uomo è come un libero specchio,
si trasforma a immagine
di ciò in cui affissa lo sguardo,
prende la forma da ciò che guarda”.
(San Gregorio di Nissa)
la seconda parte quilunedì 19 maggio 2014
Il potere della fede
Ecco un grande esempio di come la fede sia fonte di vita, coraggio e gioia anche nel dolore. La testimonianza della vedova Calabresi è disarmante, potente, impressionante. E' rimasta vedova molto giovane, con due bambini piccoli ed uno ancora in grembo, in procinto di nascere. Suo marito, il commissario Calabresi, ne ho scritto qui, è stato assassinato il 17 maggio 1972. Spesso quando succede un fatto di sangue si ha la tendenza a chiedere se si è pronti a perdonare. Anche la vedova Calabresi ha dovuto rispondere a questa domanda e la sua risposta è stata davvero originale: il suo perdono è maturato alla luce della fede e dell'esperienza di Gesù Crocifisso. Il perdono non è un atto banale, né scontato neanche e soprattutto per un cristiano. E' un percorso interiore, un cammino lungo ed accidentato verso il calvario, che porta prima alla crocifissione e poi alla risurrezione. Tra la morte e la risurrezione si staglia il perdono di Dio. L'originalità del perdono di Gemma Calabresi sta proprio nella sua richiesta al Signore di perdonare gli uccisori di suo marito così come Gesù, sulla croce, ha chiesto al Padre di perdonare i suoi crocifissori, perché 'non sanno quello che fanno'. Lei, per avere la forza di perdonare, ha chiesto aiuto al Signore ed alla sua illimitata misericordia. Il perdono della vedova Calabresi diventa fonte di grazia e di salvezza per lei e richiesta di conversione e di pentimento per gli assassini di suo marito; di certo non banalizza la giustizia di Dio e non esonera gli assassini dal dover chiedere perdono e pentirsi affinché il Signore possa salvarli.
venerdì 16 maggio 2014
A lezione di bellezza
San Tommaso parla di estetica, anche se non ha scritto un trattato su questo tema. Ha una considerazione molto profonda del pulchrum, del bello. Tanto è vero che gli scolastici giustamente dicono che il pulchrum (San Tommaso esplicitamente lo dice) è un trascendentale, una perfezione che conviene all’ente. Ogni ente, in quanto ente è bello, e Dio, che è il sommo ente, è sommamente bello. Questo è un aspetto che la teologia moderna riesce ancora ad intravedere. Comunque questo è un aspetto dell’essere di Dio, Dio è anche sommamente bello. Notate che San Tommaso in questo si riallaccia al platonismo, sgancia la bellezza dalla materialità, belle sono non solo le cose materiali, opere d’arte o cose del genere, bello è l’essere, l’essere, in quanto essere, è bello.
Però che cosa fa sì che l’essere sia bello? E’ diciamo la bontà, quindi il pulchrum è un aspetto del bene, però è una bontà particolare, la bontà della verità, un certo splendore della verità. Una convenienza della verità al soggetto, che la conosce. San Tommaso dice che noi in ammirazione davanti ad un’opera d’arte, ammiriamo non tanto il rappresentato, ma il modo della rappresentazione. Cioè il rappresentato può essere anche qualche cosa di brutto, di violento, di distorto, però la rappresentazione deve essere bella, cioè deve piacere. Veramente qui faccio la mia confessione agostiniana, cesso di essere tomista a questo punto e scendo nella positività. Un’arte, miei cari, un’arte che rinuncia a servire il bello, cessa anche di essere un’arte e non ci sono scuse di sorta. Ogni tanto sento dire: "L’arte moderna è così brutta (non si può fare a meno di riconoscerlo), ma ha il diritto di essere brutta perché l’uomo moderno è tormentato". Ebbene, non c’è tormento che possa in qualche modo spiegare questa abdicazione al servizio del bello. L’artista deve sempre sentirsi al servizio del bello. Certe aberrazioni sono offensive, l’arte ha una certa affinità con la religione, profanare il bello è come profanare il sacro, una cosa spaventosa in sostanza.
Generalmente quando crolla una cultura, crollano tutte le idee platoniche, crolla questa triade: il bene, il vero, il bello. In tutti tre gli ambiti c’è una specie di crisi, sia rispetto al vero, soggettivismo, sia rispetto al bene, relativismo, sia rispetto al bello, il culto della bruttura, lo vedete da per tutto.
San Tommaso invece è convinto che è lecito rappresentare cose brutte, ma se le rappresento e sono un artista onesto, devo farlo in maniera bella, piacevole, con una grande dignità. Così si dice: "Io sono tormentato, quindi per offendere il prossimo, gli piazzo lì un oggetto orrendo". Certi musei di arte moderna ostentano oggetti veramente sgradevoli sotto ogni aspetto, alla vista, all’olfatto, non mi dilungo, che cose orrende! In ogni modo questo non è legittimato dal fatto che uno soffra, che è tormentato dentro.
L’arte, ogni arte, è obbligata rispetto alla bellezza. Può essere tormentata, spesso la poesia nasce dalla sofferenza, non c’è nessun poeta che non abbia sofferto, però è necessario che abbia questa dignità. E’ questione di una certa nobiltà spirituale, questo non perdere le staffe, in sostanza. Soffrire con dignità, quindi anche le cose più tormentate esprimerle con stile, San Tommaso ci tiene a questo aspetto.
Per quanto riguarda i sensi che sono in grado di percepire il bello, questo splendore del vero, questa bontà del vero, richiedono sempre l’intelletto. L’intelletto gode nel conoscere il vero. Per esempio la filosofia è questione anche di estetica, quando uno contempla un essere, contempla la struttura ontologica, metafisica, evidentemente ha un certo compiacimento nella bontà della verità che gli si manifesta e questa è proprio una percezione spirituale del bello. I sensi percepiscono il bello, ma solo a livello dei sensi più spirituali, più emancipati dalla utilità, perchè il bello, a questo livello, è onesto, imparentato con l’onesto, il bello è fine a sé stesso. L’uomo di oggi ha una grossa difficoltà ad amare le cose per sé stesse, una crisi di benevolenza, una crisi di affettività, per dire la verità, proprio una impossibilità di amare un bene semplicemente perché è buono, si insinua sempre la domanda: "E chi me lo fa fare? E a che cosa serve?" Socrate andava in escandescenze quando uno gli faceva la domandina: "E a che cosa mi serve?". Poverino, in Atene aveva ancora il paradiso in terra, al giorno di oggi chissà quali tribolazioni avrebbe dovuto subire. Ebbene, il fatto è che l’arte è sempre innamorata del bene, della verità per il bene stesso, non ha secondi fini, l’arte è un lusso, sempre è un lusso, inutile dire: "E’ possibile che qualche cosa sia bello ed utile nel contempo". E’ possibile, materialmente, che lo stesso oggetto sotto un aspetto sia bello, sotto un altro sia anche utile, però in quanto è bello, non è utile, in quanto utile, non è bello.
E’ per questo che solo i sensi più emancipati dalla materialità sono in grado di percepire il bello. Solo l’uomo ha sviluppato l’estetica, San Tommaso è convinto di questo. Solo i due sensi più spirituali ne sono capaci, che sono la vista e l’udito. L’olfatto, il tatto, il gusto partecipano in maniera molto oscura e molto ridotta. C’è chi dice che gli animali sono utilitaristi, un leone non si rallegra del muggito di un bue, è solo una preda. Tanto meno si rallegra di una sinfonia, la quinta di Beethoven, perché naturalmente non ci vede la preda. Invece l’uomo, il quale ha questa emancipazione della vista e dell’udito dalla pura utilità, legata al senso tattile, al puro istinto nutritivo e sessuale, l’uomo che si eleva al di sopra di questi istinti, ha questa emancipazione dei sensi e quindi la possibilità di godere del piacevole per sé stesso. Benché, sia detto fra parentesi, io abbia sentito dire che hanno trasmesso la musica rock a dei pesciolini e sembra che abbiano protestato. Pare che abbiano anche loro il buon gusto.
(Omelie di P. Tomas Tyn su San Tommaso d'Aquino).
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giovedì 15 maggio 2014
Rivoluzione antropologica
Il Magistero del Santo Padre Benedetto XVI è sempre attuale. Ecco un discorso che ripropone, in perfetto stile ratzingeriano, elegante, dotto e profetico, un'analisi degli errori ideologici dell'uomo contemporaneo che senza Dio si è reso schiavo di se stesso, nell'illusione di aver trovato la libertà. Ecco cosa dice:
'L’amore cristiano trova fondamento e forma nella fede. Incontrando Dio e sperimentando il suo amore, impariamo a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri. In ogni epoca, quando l’uomo non ha cercato tale progetto, è stato vittima di tentazioni culturali che hanno finito col renderlo schiavo. L'epoca moderna ha visto succedersi varie ideologie
distruttive. Negli ultimi secoli, le ideologie che inneggiavano al
culto della nazione, della razza, della classe sociale si sono rivelate vere e
proprie idolatrie; e altrettanto si può dire del capitalismo selvaggio col suo
culto del profitto, da cui sono conseguite crisi, disuguaglianze e miseria. D’altro canto, purtroppo, anche il nostro tempo conosce ombre che oscurano il progetto di Dio.
Mi riferisco soprattutto ad una tragica riduzione antropologica che ripropone
l’antico materialismo edonista, a cui si aggiunge però un prometeismo
tecnologico'.
Il Papa torna a un tema caratteristico del suo
Magistero, la condanna della tecnocrazia: 'Dal connubio tra una
visione materialistica dell’uomo e il grande sviluppo della tecnologia emerge
un’antropologia nel suo fondo atea. Essa presuppone che l’uomo si riduca a
funzioni autonome, la mente al cervello, la storia umana ad un destino di
autorealizzazione. Tutto ciò prescindendo da Dio, dalla dimensione propriamente
spirituale e dall’orizzonte ultraterreno. Nella prospettiva di un uomo privato
della sua anima e dunque di una relazione personale con il Creatore, ciò che è
tecnicamente possibile diventa moralmente lecito, ogni esperimento risulta
accettabile, ogni politica demografica consentita, ogni manipolazione
legittimata. L’insidia più temibile di questa corrente di pensiero è di fatto l’assolutizzazione dell’uomo: l’uomo vuole essere ab-solutus, sciolto da ogni legame e da ogni costituzione naturale.L’uomo contesta la propria natura … Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura (Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2012). Si tratta di una radicale negazione della creaturalità e filialità dell’uomo, che finisce in una drammatica solitudine'.
Nello stesso discorso del 21 dicembre il Papa aveva
puntato l'indice sulla sfida più grave alla Chiesa e al bene comune,
l'ideologia del gender che porta nel diritto a riconoscere le unioni omosessuali
come se fossero equivalenti a quelle fra un uomo e una donna. E anche alla
plenaria di Cor Unum spiega che «la Chiesa ribadisce il suo grande sì alla
dignità e bellezza del matrimonio come espressione di fedele e feconda alleanza
tra uomo e donna, e il no a filosofie come quella del gender». Una posizione che
«si motiva per il fatto che la reciprocità tra maschile e femminile è
espressione della bellezza della natura voluta dal Creatore».
Dall'intervento del cardinale Sarah il Pontefice riprende il monito alle
organizzazioni di carità: non collaborate con le organizzazioni
internazionali se queste promuovono pratiche contrarie ai principi non
negoziabili, se promuovono gli anticoncezionali, l'aborto o l'ideologia del
gender. «La giusta collaborazione con istanze internazionali nel campo dello
sviluppo e della promozione umana non deve farci chiudere gli occhi di fronte a
queste gravi ideologie, e i Pastori della Chiesa - la quale è "colonna e
sostegno della verità" (2 Tm 3,15) - hanno il dovere di mettere in guardia da
queste derive tanto i fedeli cattolici quanto ogni persona di buona volontà e di
retta ragione. Si tratta infatti di una deriva negativa per l’uomo, anche se si
traveste di buoni sentimenti all’insegna di un presunto progresso, o di presunti
diritti, o di un presunto umanesimo».
Il Santo Padre conclude così: «Di fronte a queste sfide epocali, noi sappiamo che la risposta è
l’incontro con Cristo. In Lui l’uomo può realizzare pienamente il suo bene
personale e il bene comune».
(19.01.2013) papa Benedetto XVI
Udienza ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio 'COR UNUM'
mercoledì 14 maggio 2014
La piaga della spalla
Una volta san Bernardo di Chiaravalle, domandò nella preghiera a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione.
Gesù gli rispose: “Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia”.
Preghiera alla Sacra spalla
Dilettissimo Signore Gesù Cristo, mansuetissimo Agnello di Dio, io povero peccatore, adoro e venero la Santissima Vostra Piaga che riceveste sulla Spalla nel portare la pesantissima Croce al Calvario, nella quale restarono scoperte tre Sacratissime Ossa, tollerando in essa un immenso dolore; Vi supplico, in virtù e meriti di detta Piaga, di avere di me misericordia col perdonarmi tutti i miei peccati sia mortali che veniali, di assistermi nell’ora della morte e di condurmi nel vostro regno beato. Amen
Pater, Ave, Gloria (tre volte)
San Pio e la piaga della spalla
San Pio da Pietrelcina, che portava i segni visibili della Passione di Gesù nel suo corpo, ha patito, anche lui, gli stessi atroci dolori per la stessa piaga alla spalla. La scoperta di tale piaga è stata fatta dopo la sua morte da un carissimo amico del Padre, nonché suo figlio spirituale, Fra’ Modestino da Pietrelcina, il quale riferì: '... Dopo la morte di Padre Pio, continuai ad esplorare con cura ed oculatezza ogni lembo dei suoi indumenti che sistemavo e archiviavo, con il presentimento che ancora qualche altra sconcertante scoperta avrei dovuto fare. Non mi sbagliai! Quando fu la volta delle maglie, mi venne in mente che una sera del 1947, davanti alla cella N.5, Padre Pio mi confidò che uno dei suoi più grandi dolori era quello che provava quando si cambiava la maglia... avevo pensato che quel dolore fosse stato causato al venerato Padre dalla piaga che egli aveva sul costato. Il 4 febbraio 1971 però dovetti cambiare opinione allorché, osservando con più attenzione una maglia di lana da lui usata, notai sopra di essa, con mia grande sorpresa, all'altezza della clavicola, una traccia indelebile di sangue.
Non mi sembrava, come nella "camicia della flagellazione" una macchia di essudazione sanguigna. Si trattava del segno evidente di una ecchimosi circolare di circa dieci centimetri di diametro, all'inizio della spalla, vicino alla clavicola. Mi balenò l'idea che il dolore lamentato da Padre Pio potesse derivargli da quella misteriosa piaga. Rimasi scosso e perplesso. D'altra parte avevo letto su qualche libro di pietà una preghiera in onore della piaga della spalla di Nostro Signore, apertagli dal legno della Croce che, scoprendogli tre sacratissime ossa, Gli avevano procurato acerbissimo dolore. Se in Padre Pio si erano ripetuti tutti i dolori della Passione, non era da escludersi che egli avesse sofferto anche quelli provocati dalla piaga della spalla. La sua sofferenza nel contemplare Cristo carico del pesante legno e più ancora, carico dei nostri peccati, gli aveva procurato certamente sulla spalla quella ennesima ferita'.
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martedì 13 maggio 2014
La mistica scala
Sant'Agostino d'Ippona (354 - 430)
lunedì 12 maggio 2014
Caro papà
Riposa in pace.
martedì 29 aprile 2014
Il Papa della famiglia
.........La famiglia, cellula fondamentale della società, basata sul matrimonio. Questo, infatti, è stato elevato da Cristo Gesù alla dignità di sacramento per rafforzare e santificare l’amore degli sposi, da Dio voluto indissolubile e fedele fin dalle origini dell’umanità, come l’istituto che ne deriva.
“L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9). L’unione coniugale non può e non dev’essere intaccata da alcuna autorità umana; ciò è vero sia che si consideri il matrimonio sotto l’aspetto naturale che sotto quello sacramentale.
Per questi motivi, la Chiesa non può né mutare, né attenuare il proprio insegnamento sul matrimonio e la famiglia; essa deplora ogni attentato sia contro l’unità del matrimonio, sia contro la sua indissolubilità, come il divorzio.
La Chiesa afferma anche con chiarezza che il matrimonio, per sua natura, dev’essere aperto alla trasmissione della vita umana, quando la Provvidenza ne faccia dono, ed in ogni caso rispettoso di essa fin dal concepimento. Tale è la sublime missione procreatrice affidata da Dio agli sposi; essa comporta insieme ad un’altissima responsabilità un’eccelsa dignità garantita da Dio stesso.
(Santa Messa nello Stadio di Serravalle – Repubblica di San Marino, 29/08/1982 – Omelia di Giovanni Paolo II )
Clicca qui per l'intera omelia.
lunedì 28 aprile 2014
Regina Coeli
Il Tempo Liturgico dopo la Quaresima viene definito TEMPO DI PASQUA, inizia il giorno di Pasqua e termina dopo un periodo di cinquanta giorni a Pentecoste. La Santa Chiesa vive questo lungo periodo dell'anno liturgico come un solo e grande giorno di Pasqua, cantando la gioia della Risurrezione, che accoglie per sé e annuncia al mondo con la forza dello Spirito Santo che le è stato donato. La durata è dovuta al fatto che negli Atti degli Apostoli la Pentecoste è situata al 50.mo giorno dopo la Risurrezione. Il colore dei paramenti sacri è il bianco che sta ad indicare la purezza e la luce di Cristo Risorto, in quanto tutto il periodo è incentrato sul mistero della gloriosa Risurrezione di Gesù. Così pure le letture ed il Vangelo fanno tutte riferimento a questo mistero, soffermandosi sulle varie apparizioni di Gesù, sulla storia dei primi cristiani e sull'avvento di Cristo alla fine dei tempi. Infatti si leggono gli Atti degli Apostoli, l'Apocalisse di san Giovanni ed i Vangeli con i racconti prettamente pasquali. Per tutto questo periodo non si recita l'Angelus ma, al mattino, a mezzogiorno ed al vespro, esso viene sostituito con la preghiera del Regina Coeli. Essa inizialmente veniva recitata, come antifona, durante il periodo pasquale al termine delle Lodi, dei Vespri o di Compieta, in seguito, Papa Benedetto XIV prescrive nel 1742 di recitarla nel Tempo pasquale, in luogo dell'Angelus Domini. Nell'attuale Liturgia delle Ore mantiene il suo posto a Compieta, come conclusione dell'ufficio quotidiano.
L'antifona Regina Coeli, insieme con la Salve Regina, è la più popolare e celebre delle quattro antifone maggiori mariane in uso nell'Occidente cattolico. É composta di quattro stichi, ognuno dei quali si conclude con il grido di esultanza: «Alleluia!».
Ecco il testo latino:
Regina Coeli laetare. Alleluia!
Quia quem meruisti portare. Alleluia!
Resurrexit, sicut dixit. Alleluia!
Ora pro nobis Deum. Alleluia!
La preghiera del Regina Coeli si completa così:
Gaude ed laetare Virgo Maria. Alleluia!
Quia surrexit Dominus vere. Alleluia!
Deus, qui per resurrectionem Filii tui, Domini nostri Jesu Christi, mundum laetificare dignatus es, praesta, quesumus, ut per eius Genitricem Virginem Mariam, perpetuae capiamus gaudia vitae. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen
Seguono tre Gloria Patri.
Nulla conosciamo di sicuro circa la nascita di quest'antifona ma si tramanda che agli inizi del pontificato di Papa Gregorio Magno (590-604) Roma era colpita da una furiosa epidemia di peste. Per scongiurare il flagello venne indetta una processione penitenziale che, partendo da sette punti diversi della città, doveva confluire nella basilica vaticana. Mentre la folla salmodiante attraversava il ponte Elio, dall'alto del mausoleo di Adriano si sarebbe udito un coro celeste che cantava:
«Regina Coeli, laetare
quia quem meruisti portare
resurrexit, sicut dixit».
Il pontefice avrebbe completato l'antifona aggiungendovi l'invocazione: «Ora pro nobis Deum».
Immediatamente sarebbe stato visto un angelo rimettere nel fodero una spada insanguinata, come segno che la peste sarebbe cessata.
A motivo di tale visione il mausoleo è stato ribattezzato col nome di Castel sant'Angelo.
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